
Due sguardi convergenti su Europa e astensionismo
di Turi Comito e Paolo Bartolini
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A che servono le elezioni europee?
di Turi Comito
In Italia, ma anche negli altri paesi dell’Unione, è assai diffusa l’idea che le elezioni per il Parlamento europeo siano una specie di mega sondaggio per misurare le forze dei partiti nazionali dentro il contesto nazionale e null’altro. Di più: è diffusa l’idea che l’Europa sia qualcosa di astratto, qualcosa che ci riguarda, sì, ma che, insomma, sia una questione tutto sommato secondaria. Le partite politiche, quelle vere, si giocano a Roma o a Parigi o a Madrid. Sono due idee molto cretine. Di norma in bocca e in testa a cretini. Oppure, il caso più fortunato, in bocca e in testa a individui senza le più elementari delle conoscenze del mondo in cui vivono. I primi sono soggetti irrecuperabili ed è inutile parlarci. I secondi no. Si può fare qualcosa.
Per esempio dirgli che si sbagliano profondamente e che forse è tempo di darsi una regolata.
Tanto per cominciare l’Unione europea produce atti con forza di legge (diretta o indiretta) che intervengono negli ordinamenti dei paesi aderenti per circa il 70% secondo le stime della stessa UE.
Per dirlo in altri termini: circa due terzi delle legislazioni dei paesi dell’Unione sono di derivazione europea. Se vi pare poco evitate di continuare a leggere.
In secondo luogo, a testimonianza della importanza della legislazione europea, in Italia, c’è la cosiddetta “sessione europea” del Parlamento. Ogni anno, entro il 28 febbraio, deve essere approvato un testo preparato dal Governo che introduce in Italia le direttive europee o armonizza la legislazione italiana esistente con le norme europee. È prevista anche una seconda data, il 31 luglio, nel caso altre norme europee vengano introdotte e necessitino di applicazione immediata.
Dunque: è talmente copiosa, importante e vincolante la legislazione europea che il Parlamento italiano è chiamato ad accoglierla con apposite sedute.
In terzo luogo l’Unione europea legifera, in maniera esclusiva su alcune materie (cioè gli Stati sono esautorati dal fare leggi in quelle materie) mentre su altre legifera in maniera “concorrente”.
Cioè Stati e Unione possono normare quelle materie autonomamente. Il fatto è che è ormai assodato il principio secondo il quale il Diritto dell’Unione è preminente su quello degli Stati, per cui il numero di materie su cui la Ue legifera sono molte di più di quelle in cui ha esclusività.
Nel primo gruppo (competenza esclusiva) sono comprese le materie di:
- unione doganale;
- concorrenza e mercato interno europeo;
- politica monetaria per i paesi dell’area euro;
- conservazione delle risorse biologiche del mare;
- politica comune commerciale.
Nel secondo gruppo sono comprese anche queste altre (per brevità l’elenco non è esaustivo):
- coesione economica, sociale e territoriale;
- agricoltura e pesca;
- ambiente;
- trasporti;
- energia;
- sicurezza e giustizia;
- ricerca, sviluppo tecnologico e spazio.
In pratica, a parte il fisco, la difesa, la politica estera e poco altro, l’Unione europea legifera su qualunque cosa. Come si vede il “ce lo chiede l’Europa” non è un modo di dire. È la verità. Ora, la domanda è: chi fa le norme in Europa? La risposta, che stupirà alcuni, è: “anche” il Parlamento.
Questo non è un club di giocatori di bridge. È un posto, malgrado sia composto in larga parte da scarti e cascame umano e politico dei vari paesi, un posto di potere serio. Serissimo.
Perché senza il Parlamento non si fanno norme europee. Anche se non è un “Parlamento” normale poiché non risiede esclusivamente in esso il potere legislativo.
Lo so, l’Unione europea non è un posto per gente semplice. È un posto per gente contorta. Il potere legislativo, infatti, è condiviso tra Parlamento, Consiglio dell’Unione (nota 1) e Commissione (che è titolare esclusiva del potere di iniziativa legislativa). Prima di tirare fuori una norma i tre devono mettersi d’accordo con vari tira e molla, eventualmente gestiti da un arbitrato. È quello che viene chiamato “processo di co-decisione”.
Ciononostante è palesemente falso che il Parlamento non abbia, come dice il solito cretino di turno antieuropeista senza avere idea di cosa stia parlando, alcun potere.
Chi arriva a Bruxelles/Strasburgo (ha due sedi il Parlamento, tanto per confermare i problemi psichiatrici che affliggono il Sistema “Europa”), che se ne renda conto o meno, è investito di parte di un potere dirimente. Siamo a un tornante della Storia.
L’Unione europea, così come è, è una palude. L’egregio messia Draghi non perde occasione per ribadirlo e lo fa anche Macron. L’Unione senza una politica estera, senza piani industriali, senza una difesa comune è un vaso di cristallo di Murano in mezzo a vasi d’acciaio su un treno lanciato a folle velocità.
Se ne sono accorti adesso che il mondo è in ebollizione e che l’Europa è inadatta a viverci, i due geniali strateghi. Ma chiunque abbia seguito come va il mondo, per l’appunto, lo sa da anni che il sistema “Europa” è fallimentare. La prassi decisionale (non solo legislativa) è un labirinto di trattative ad ogni livello. Per di più, in alcune materia, vige ancora il potere di veto degli Stati.
I fondi europei non hanno creato, in trenta anni di applicazione, niente di competitivo a livello internazionale (in nessun settore industriale di punta). Al massimo hanno fatto qua e là qualche parcheggio sotterraneo e qualche sagra degli arrosticini. Le gelosie interne tra paesi hanno messo al margine dei grandi giochi geopolitici l’UE. Ognuno va in ordine sparso (ultimo esempio: il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Spagna e Irlanda) a parte la questione ucraina ma solo perché interessa gli Usa.
Per tacere della incapacità di creare un minimo di cultura di massa europea comune che è base fondamentale su cui costruire qualunque edificio giuridico e istituzionale.
Comunque, ci stanno pensando a riformarla dalle radici l’Unione.
Il fatto è che a rifondarla – cosa che accadrà perché se non accade implode con conseguenze inimmaginabili questo edificio gigantesco di terracotta – ci saranno loro, (due dei quali appena nominati): quelli che in trenta anni non si sono accorti di niente e che hanno continuato ad aggiungere piani sull’edificio fragilissimo con la pervicacia che solo i folli hanno e quegli altri, i fascistoidi, che sembra abbiano in tutta Europa, dal Baltico all’Atlantico, il vento in poppa.
A tal proposito non posso essere d’accordo con le persone che hanno deciso di astenersi dal voto perché non riconoscono legittimità alle istituzioni europee. Secondo costoro, se non si va a votare si delegittimano queste e, di conseguenza, chissà che dovrebbe succedere (il crollo forse, lo scioglimento dell’Unione, il ritiro in monasteri greci ortodossi di tutti quelli che la tengono in piedi, non so...). Sfugge, o forse no ma se è così non gli danno importanza evidentemente, che le elezioni (europee e non) salvo eccezioni limitatissime (referendum abrogativi ed elezioni amministrative in comuni piccoli) non prevedono quorum minimi di partecipazione. Pertanto, in queste condizioni se va a votare anche una infima parte degli aventi diritto (il dieci per cento, supponiamo) le elezioni sono valide e i seggi vengono distribuiti tra quanti hanno preso voti. Il che equivale a dire che deciderà le sorti del 100% dell’elettorato solo quel dieci per cento.
In definitiva, se qualcuno – che ancora si professa di sinistra, comunista, socialista o quel che è – pensa di non andare a votare perché tanto non serve a niente, perché il Parlamento è solo una macchina mangiasoldi e perfino perché ha la luna di traverso, sappia che sta consegnandosi al nemico senza neppure avere fatto resistenza. Non si tratta di eroica diserzione: si tratta di complicità.
Note
(1) Non confondete il Consiglio dell’Unione (fatto dai ministri competenti per materia) col Consiglio europeo (fatto dai capi di governo). Il primo partecipa al processo legislativo, il secondo elabora principi di massima su cui legiferare. È vero, viene il mal di testa. Ma questo è niente rispetto a quello che c’è a Bruxelles se si va a guardare nel dettaglio. E non è proprio il caso, qui, di farlo.
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Azioni multilivello
di Paolo Bartolini
Il potere non è un blocco granitico, esistono correnti e conflitti intestini che lo agitano. Tuttavia, di fondo, coloro che lo sostengono sono avvantaggiati da una percezione molto basica, istintiva, del proprio tornaconto. Chi si oppone a questo, invece, da molti anni (come risultato dello sgretolamento dei partiti di massa, delle ideologie politiche, e dell’esplosione dei narcisismi settari) patisce una frammentazione perpetua. Lo vediamo per le imminenti elezioni europee. Siamo capaci – noi che avremmo l’interesse comune di promuovere pace+giustizia+diritti+sostenibilità – di dividerci in mille rivoli insignificanti. L’Unione Europea esiste e, così com’è, è un problema enorme per i ceti subalterni e la democrazia tutta. Bastasse però non andare a votare per minare la sua presa sulle nostre vite!
Mi colpisce come un certo astensionismo – posizione legittima che comunque non condivido – si proponga come tentativo di mettere in crisi radicalmente l’impalcatura del progetto europeista filo NATO, ma per sottrazione. Purtroppo – nonostante la fascinazione di alcuni per il mito “destituente” promosso in filosofia da pensatori come Giorgio Agamben (che recentemente, e non a caso, ha sottolineato il vuoto di senso costitutivo dell’Unione europea) – le istituzioni non votate, disertate, trascurate rimangono comunque in carica e gli effetti delle loro azioni le subiamo tutte/i. Certo non sono uno sciocco che si illude di poter raddrizzare un legno storto puntando al 4%, tuttavia credo che da una parte e dall’altra sia opportuno abbandonare le idealizzazioni esagerate. Cosa vuol dire? Vuol dire che, indipendentemente dai risultati elettorali, la lotta nonviolenta deve continuare a tutti i livelli. Non è che basti votare, come non basta non votare. La democrazia insorgente rinasce in ogni luogo dove sia possibile, senza fanatismi, limitare i danni del tecno-capitalismo e avviare l’esodo da questa configurazione socioeconomica e culturale dissennata. Credo, modestamente, che sia indispensabile agire in tutte le situazioni e circostanze dove si possa produrre asimmetrie feconde che turbino le acque immobili del sistema. Ecco, allora, che sarebbe utile che gli astensionisti militanti, invece di rimanere a casa, scrivessero almeno sulla scheda elettorale “Vogliamo la pace, non la vostra guerra”: un segnale più efficace rispetto a qualsiasi operazione di svuotamento ulteriore della democrazia rappresentativa.
Del resto, se da tempo si parla con insistenza di premierato forte e si prova a tacitare il dissenso mettendo fra l’altro il bavaglio all’informazione libera (chiamata “disinformazione” dalle élite), ciò avviene perché chi ci sgoverna teme forze organizzate che abbiano voce e possano darla a chi non ne ha. Dovremmo smetterla di negare valore alle istituzioni – come se non fossero esse stesse un’occasione di conflittualità creativa (si leggano su questo i recenti lavori del filosofo Roberto Esposito) – e, contemporaneamente, allargare il campo percettivo oltre di esse. Con questo dico che: riforma graduale delle istituzioni, associazionismo di base, creatività dal basso di comunità resistenti, iniziative culturali e molte altre prassi collettive, possono cooperare senza doversi negare l’una con l’altra. È un peccato vedere come i nostri avversari siano assai più svegli e furbi di noi. Non diamo loro la soddisfazione di trattarci come pezzi di un puzzle incomponibile, sempre dispersi e persino contrapposti.








































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