
Lettere dal Sahel XVI
di Mauro Armanino
Censure di polvere nel Sahel
Niamey, agosto 2024. Sono sparite in sordina da un giorno all’altro. Le bandiere dei Paesi membri della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale non sono più in vendita. Negli affollati crocevia della città di Niamey, tra semafori claudicanti, vigili per regolare il disordinato traffico del rientro si vende di tutto. Datteri, pura acqua potabile in sacchetti di plastica, ciabatte di fabbricazione artigianale, guinzagli per cani inesistenti, giocattoli cinesi di plastica, gabbie per i canarini e persino copie in formato gigante del Corano. Le uniche bandiere ammesse sono quelle degli Stati dell’ AES, il Mali, il Burkina Faso e il Niger e, da qualche mese, bianca, blu e rossa a bande orizzontali, quella della Federazione Russia. Sulla altre si è applicata, senza alcune legge scritta, l’auto- censura commerciale.
L’ordinanza del governatore della regione di Niamey ha recentemente annunciato una serie di misure per contrastare l’accattonaggio crescente nella capitale del Paese. I mendicanti saranno suddivisi e ricondotti ai villaggi di provenienza. Nei casi di recidiva questi ultimi saranno portati nelle zone di grande irrigazione del Paese e obbligati a lavorare, seppur non in modo ‘forzato’. In effetti il generale governatore spiega la mendicità, nazionale e internazionale dei bambini e donne soprattutto, con la pigrizia e la ricerca di soluzioni facili. La censura dei poveri non data d’oggi, purtroppo. Sembra una delle costanti della storia umana. Censurare i poveri, renderli invisibili invece di lottare contro le cause che producono la miseria è una strategia senza futuro. Nel frattempo si coltivano i talibé nelle strade.
‘La censura è il controllo della comunicazione da parte di un'autorità, che limita la libertà di espressione e l'accesso all'informazione con l'intento dichiarato di tutelare l'ordine sociale e politico’. Recita così la definizione ufficiale della parola in questione alla quale si può aggiungere che si tratta di una ...’severa obiezione mossa alla condotta altrui: incorrere nella censura dei malevoli, critica, disapprovazione, biasimo e condanna’. Sono questi fattori che incidono nel modo di porsi in relazione con la ‘maggioranza’ più o meno silenziosa che spesso applaude il potere. Com’è noto dagli studi di psicologia sociale, le persone seguono i dettami del pensiero dominante. Ricordava Karl Marx che ...’le idee de la classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante’.
Capiamo perché ampie porzioni della ‘società civile’ del Paese, i mezzi di comunicazione, l’esercizio della giustizia, i sindacati degli insegnanti come quelli di altri lavoratori hanno, assieme a un’autorevole parte delle autorità religiose, integrato la narrazione dominante. Quando, appena un anno prima, le stesse giuravano fedeltà incondizionata alle autorità nel potere in quel momento. Suona edificante quanto rilevato dal giornalista maliano Mohamed Attaher Halidou in un recente post... ‘Se le libertà vengono confiscate, è perché l'opinione pubblica applaude agli eccessi totalitari e alle ingiustizie di ogni tipo senza capirle’. Confiscare è voce del verbo censurare.
‘Se le libertà vengono confiscate, è perché gli artisti non hanno più ispirazione e preferiscono compiacere con discorsi demagogici lontani dalla loro arte, dalla bellezza, al servizio del pubblico. Se le libertà vengono confiscate, è perché gli intellettuali sono rimasti in disparte e hanno accettato il regno del pensiero unico, rendendosi complici della morte del pensiero e della riflessione nel Paese.Se le libertà vengono confiscate, è perché la classe politica ha pervertito la politica. Nessun ideale, nessuna convinzione, nessuna linea... Se le libertà vengono confiscate, è perché i leader religiosi sono diventati ciechi sostenitori del potere a scapito della parola di Dio e degli interessi delle vedove e degli orfani.
In realtà, sono tutti d'accordo. Alleati del potere contro i più deboli’.
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Dimenticanze, censure e resistenze nel Sahel
Niamey, ottobre 2024. Ci sono persone …. Che dicono ‘No’, quando la maggioranza annuisce con rassegnato disinteresse…
Che alzano la fronte, quando la maggioranza la inclina…
Che smettono di credere, quando il credo ufficiale si impone sulla maggioranza… (capitano Marcos)
Il tempo, lo sappiamo, fa il lavoro per il quale è stato inventato. Aiuta a ricordare, dimenticare e ricostruire il passato secondo l’interesse del presente. Qui a Niamey, la capitale del Niger, i primi giorni dagli arresti domiciliari del presidente riconosciuto dalla Comunità Internazionale, Mohammed Bazoum, erano tesi e concitati. Sembrava proprio, come molti hanno notato, il colpo di stato di troppo in questo Paese eppure avvezzo a questa maniera per riattivare la vita politica trovatasi in un impasse. Nel passato era già accaduto che la guardia presidenziale, al servizio della sicurezza del presidente in carica, lo avesse invece liquidato in modo efferato. Accadde all’aeroporto militare di Niamey il 9 aprile de 1999 e sembra che lo stesso comandante della guardia fosse implicato.
Abbiamo dunque fatto progressi. E’ bastato rinchiudere il presidente e la sua famiglia nella casa presidenziale perché il colpo di stato militare assuma forma e contenuti poi esplicitati. Chi si trovava nel Paese in quei giorni, ricorda il palpabile timore che le truppe della Comunità economica degli stati occidentali, Cedeao, intervengano per liberarlo. Il tempo, lo sappiamo, fa il lavoro per il quale è stato inventato. Ci si è in fetta dimenticati del presidente imprigionato per passare ad altre cose. Vero, in una recente tribuna, firmata da gente di prestigio,è stata chiesta invano la sua immediata liberazione. In generale si vive, nella capitale e fuori, come se l’illustre prigioniero, fosse scomparso, dimenticato. Con lui altre persone arrestate e detenute da allora per qualche legame reale o presunto con lui e affari attinenti alla sua persona. Scese, senza colpo ferire, la dimenticanza su questa vicenda che l’invisibilità mediatica facilita e amplifica. La dimenticanza ha poi contaminato la democrazia, la partecipazione del popolo e soprattutto la cancellazione dei poveri dall’agenda di chi detiene, al momento, il potere.
Ci sono persone ... Che hanno dei principi, quando la maggioranza inventa alibi…
Che cercano la verità e la giustizia, mentre la maggioranza si perde.
Che camminano per trovare, quando la maggioranza siede ad aspettare (capitano Marcos)
Figlia adottiva della dimenticanza è dunque la censura. Essa decide ciò, che personalmente, socialmente o politicamente, debba essere ancora ricordato oppure scomparire, inghiottito dal non accaduto. E’ il caso dell’autocensura nei mezzi di comunicazione, in buona parte degli intellettuali di spicco, nei capi religiosi in perpetua questua di potere, soldi e prestigio dovuto alla prossimità col regime. Ma la prima a essere compita dalla censura è la giustizia che, funzionale ai detentori del potere, metterà in pratica il detto nel quale si afferma che è vero che ‘la giustizia è uguale per tutti’ ma è altrettanto vero che ‘non tutti sono uguali per la legge’. Lo scriveva opportunamente il novellista George Orwell nella sua metafora ‘la fattoria degli animali’. Accanto alla giustizia la censura contaminerà la politica, percepita come inutile, dannosa o quanto meno irrilevante quando c’è di mezzo l’agognata indipendenza e sovranità.
Ci sono persone... Che vegliano, anche se la maggior parte dormono…
Che si sacrificano, mentre la maggior parte viene amministrata…
Che si ribellano, quando la maggioranza obbedisce… (Capitano Marcos)
Il tempo, lo sappiamo, fa il lavoro per il quale è stato inventato. Si potrebbe affermare che è un ‘galantuomo’ perché seleziona ciò che si è in grado di ricordare, ciò che è degno di memoria e ciò che invece va posto nel magazzino sotto chiave per la sua pericolosità. Ecco perché un autentico resistente riattiva la memoria ‘sovversiva’ di ciò che è stato e che continua a essere destabilizzante per il sistema. Resistenti si nasce e si diventa allo stesso tempo. Può accadere per le circostanze o per scelta lungamente meditata ed educata da anni di esilio dal pensiero dominante. I ‘resistenti’ si riconoscono, appunto, col tempo, solo garante in questo caso della serietà della resistenza. Uno sguardo differente sulla realtà, l’uso attento e oculato delle parole, la profonda libertà di pensiero e di credo quotidiano e, infine, il rifiuto alle lusinghe del potere che solo la prossimità coi poveri può garantire. Questo e altro offrono a questa insostituibile categoria di persone il diritto di parole e di silenzio. Il futuro del mondo passa tutto tra le loro mani nude.
Ci sono persone... Che pensano in modo critico, mentre la maggior parte consulta il dogma di moda.
Che lottano perché è il loro dovere, e non per essere parte della maggioranza…
Che sono solo una crepa, quando la maggior parte si fanno muro. (capitano Marcos)
Mauro Armanino, Niamey, ottobre 2024
Dov’è il dolore, là il suolo è sacro
Niamey, Settembre 2024. Per il dolore è come per l’ingiustizia. Non ci si dovrebbe mai abituare alla loro pervasiva presenza. Molto spesso il dolore è una conseguenza dell’ingiustizia. Entrambi sono a loro modo una rivelazione. Il dolore è una delle risposte, quella forse più immediata e drammatica, alla separazione tra la realtà e l’anelito alla pienezza di vita. Rivela un disagio, spesso incomunicabile, con se stessi, gli altri e il mondo. L’ingiustizia si esprime come un tradimento perpetrato alla persona che viene privata del primo e fondamentale diritto che è il riconoscimento della sua inalienabile dignità umana.
‘Dov’è il dolore, là il suolo è sacro’, scrisse il drammaturgo e poeta di origine irlandese Oscar Wilde. Il Sahel è dunque un luogo sacro e come tale andrebbe accolto e rispettato. Il suolo di cui parla il poeta non è solo quello geologico o geopolitico. Il primo suolo sacro è costituito dalle persone, i corpi, le speranze e l’immaginario che caratterizzano ogni umana avventura. Il dolore che non trova parole per raccontarsi perché indicibile e prezioso come un pianto di madre. Il dolore che sembra arrivare ancora prima di nascere al mondo. Il dolore dei poveri che lo trasmettono, in silenzio, da padre a figlio.
Il dolore della morte per la fame che, secondo l’Ufficio di coordinazione delle azioni umanitarie, mette a rischio la vita di 33 milioni di persone nel Sahel. Questa carestia è la conseguenza di crisi che, come il deterioramento della sicurezza, l’instabilità e il clima, minacciano i mezzi di sussistenza delle famiglie. La violenza dei conflitti armati obbliga milioni di persone a fuggire dalle case e dalle terre per cercare un futuro precario altrove. Una vita passata scappando da un luogo all’altro e da una guerra alla seguente. Sembra difficile trovare un dolore che somigli a quello raccontato dagli scampati.
Perché il dolore è una maledizione, un mistero, un silenzio, parole che non bastano, un miracolo non accaduto e un grido inascoltato. C’è un dolore collettivo che non è la somma dei dolori individuali e che neppure i libri di storia riescono a evidenziare. Il dolore lo si porta dentro come fanno i padri che la vita ha reso curvi e fieri per non aver pianto davanti ai figli. C’è il dolore del parto e quello che sembra del tutto irriverente e sterile. Il dolore tace perché difficilmente trova una riva dove approdare con la sicurezza di essere compreso. Come quello dei bambini che pochi sanno decifrare.
Il loro dolore, quello dei bambini, non ha ancora trovato un lessico capace di trasmetterlo alle generazioni che verranno. I bambini presi come ostaggi per farne mendicanti sulle strade delle città e per impietosire i distratti consumatori di beni. Obbligati a lavorare nei cunicoli scavati in terra in cerca di minerali preziosi per l’industria e il commercio dei grandi. Il dolore dei bambini strappati troppo in fretta dall’abbraccio delle madri e dal futuro che i consigli del padre non potrà più ascoltare. Un recente rapporto sul Sahel rivela che i bimbi costretti a fuggire da casa sono circa 1, 8 milioni.
Il dolore del tradimento sofferto o perpetrato non ha ancora trovato un’ unità di misura per stimarlo. Le conseguenze di scelte politiche funzionali alle ideologie dominanti aggiungono dolore ai poveri che il sistema di dominazione ha reso inutile periferia. Il dolore dei giovani a cui vengono espropriati, venduti e manipolati i sogni di un futuro possibile. L’accanimento globale contro i migranti che ne sono una delle espressioni più libere e pure, genera rivoli di dolore che come fiumi sotterranei prepara sorgenti nel deserto. Nessun dolore andrà perduto perché scritto sulla palma della mano, sacra, di una madre.
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Gli ostaggi del Sahel
Niamey, ottobre 2024. Pierluigi Maccalli, detenuto come ostaggio da gruppi di ispirazione salafista per oltre due anni, è tornato nel Niger, luogo del suo rapimento, per qualche giorno. Il ritorno al Paese è caduto alla stessa data d’inizio della prigionia nella savana del Burkina Faso prima e nell’immenso deserto del Sahara poi. L’inizio e la fine. Tra questi simbolici momenti, due anni di cattività in solitudine, con tanto di catene durante le lunghe notti stellate del deserto. Pierluigi è da allora molto attento agli sviluppi delle trattative per altri ostaggi come lui, detenuti nel Sahel e altrove. Le sue sono state catene di libertà perché lo hanno trasformato in ostaggio della pace, delle parole e delle mani disarmate.
Accade però, per chi non ha avuto lo stesso drammatico privilegio dell’amico e confratello citato, che si viva come ostaggi senza saperlo o volerlo. Oppure può succedere che si preferisca vivere da ostaggi per non rischiare quanto di più pericoloso c’è nella vita e cioè la libertà. Pierluigi vedeva, sentiva, soffriva le catene ai piedi. Per circa un mese è stato incatenato notte e giorno a una catena lunga un metro e venti centimetri. Solo i cani, forse, possono capire cosa ciò significhi per una persona abituata a muoversi, viaggiare e decidere dove andare. C’è chi non si accorge di essere incatenato, proprio come lo è stato Pierluigi, e si accontenta del cibo che gli viene elargito nel quotidiano.
Ci sono gli ostaggi della miseria, creata, riprodotta, accettata come ineluttabile e talvolta mantenuta perché così sembra funzionare il mondo da che è mondo. C’è chi nasce per vivere da schiavo, rassegnato al proprio destino scritto sul libro di sabbia e chi invece può permettersi di decidere il tipo di futuro che avrà lui e i suoi figli. Ostaggi del mondo umanitario che prospera proprio dove più forte risuona il grido degli ostaggi della malattia che uccide più della guerra, chiamata fame. Ostaggi ai quali, spesso, nessuno ha mai detto che quanto scritto sul libro del destino non è che sabbia che il vento disperde. Un altro mondo è possibile quando le catene invisibili sono riconosciute come tali.
Seguono, nel Sahel, questo spazio straordinario di storia, culture, tradizioni, confitti e avventure, gli ostaggi della paura. Paura per l’oggi, l’arrivo possibile dei gruppi armati che dettano legge e morte. Paura per il domani, la semina, i raccolti, i granai, le tasse da pagare per persona, le conversioni forzate, l’arruolamento nella nebulosa jihadista, che mercanteggia religione, oro, droga, armi e gli anni migliori dei giovani. Paura per la delazione che rende tutti sospettosi anche all’interno delle famiglie e dei villaggi nei quali per decenni si è convissuto in relativa armonia e accettazione delle diversità. Poi arrivano le identità fomentate e dunque escludenti, mortali e divisive.
E infine, gli ostaggi forse meno riconoscibili e forse anche per questo assai deleteri. Sono gli ostaggi della menzogna che impera tramite la retorica che svende i mezzi per giustificare il fine. Si associano, appoggiano, giustificano, difendono e si arruolano al pensiero dominante del momento. La politica non serve e i diritti umani sono merce di scambio ideologico perché ciò che conta è il bene del popolo così come un gruppo di ‘illuminati’, spesso armati, decide sia tale. Ostaggi che infiltrano ciò che rimane dei partiti, sindacati, mezzi di comunicazione e persino le medaglie al merito sul campo.
Aveva ragione l’amico Pierluigi. Diceva che possono incatenare i piedi ma non il cuore e lo spirito. Come ricordo del suo tempo di detenzione ha portato con sè un anello della catena. Per ricordare che solo chi ha portato le catene gioca la sua vita per la libertà degli altri.
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Il fuorigioco di Moussa
Niamey, settembre 2024. Parte di nascosto dalla famiglia nel 2022. Sono quattro sorelle e tre fratelli coi genitori sorpresi dalla sua telefonata dalla capitale del Camerun, Yaoundé. Moussa si presenta di professione calciatore e gioca in difesa. Originario del Gabon che per molto tempo ha galleggiato sul petrolio attirando migliaia di lavoratori migranti, Moussa è convinto che il suo futuro sarà in una squadra di calcio d’Europa. Passa la Nigeria e attraversa il Niger per raggiungere l’Algeria. Trova lavoro come imbianchino nella capitale e riesce a mettere da parte i soldi sufficienti per completare il suo viaggio nella città di Sfax, in Tunisia.
Lavorando come può in città si può permettere di pagare i 700 euro che il passeur gli ha chiesto per il transito in Italia. Siamo a inizio settembre dell’anno scorso. Profittando della notte, Moussa e una ventina di passeggeri con 9 donne e alcuni bambini, si imbarcano su una zattera di ferro. Non sono lontani da riva quando una pattuglia della guardia costiera tunisina li intercetta e li riporta sul continente che avrebbero voluto lasciare per sempre dietro di sè. Moussa e gli altri compagni di vaggio passano due mesi in prigione a Sfax. Con altre centinaia di migranti e rifugiati sono trasportati in bus nel deserto alla frontiera con l’Algeria e ivi abbandonati al loro destino.
Raccolti in un centro di raccolta e detenzione nella città di Tamanrasset sono poi caricati su camion come animali o mercanzia da vendere e abbandonati nell’ultima città frontaliera dell’Algeria col Niger, chiamata In Guezzam. La notte raggiungono il confine col Niger camminando nel deserto e osservando le luci lontane del villaggio di Assamka, provvisorio asilo per miglia di migranti espulsi e deportati. Passata la città di Arlit Moussa, coi pochi soldi nascosti alle rapine dei militari, raggiunge Tahoua e, infine, Niamey. Alloggiato per un paio di settimane nella stazione del bus che l’ha trasportato alla capitale del Paese è in cerca di cibo e alloggio. Cerca un lavoro qualsiasi che gli permetta di raggiungere l’ambasciata più vicina onde tornare al Paese natale. Suo padre si chiama Ibrahim e sua madre Fatima. Moussa, Mosè, non ha attraversato il Mare perché ha saputo dopo di trovarsi in fuori gioco.
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Le parole e le cose nel Sahel: istruzioni per l’uso
Niamey, settembre 2024. ...La risposta che Confucio (VI sec. a.C.) diede a un suo discepolo che gli chiedeva: «Maestro, che cosa faresti per prima cosa, se fossi capo dello stato?» «La prima cosa che farei – rispose Confucio – sarebbe quella di raddrizzare i nomi.»
Le parole sono le strade che percorriamo ogni giorno per arrivare agli altri, a noi stessi e alla realtà. Le parole sono semi che il vento trasporta e che, talvolta misteriosamente, danno frutti insospettati. Le parole sono sassi che feriscono o dei fili spinati che dividono come frontiere armate. Le parole tradiscono la vita oppure sono come sorgenti a cui abbeverarsi per continuare a sperare il futuro. Le parole ci fanno e noi facciamo le parole. C’è chi le custodisce gelosamente e chi le butta come orpelli senza importanza. Le parole indicano la direzione del cammino e, spesso, le scelte che si compiono. Tra parole, pensiero e azione c’è una sorprendente complicità. Nessuna parola, si sa, è innocente.
La perversione della città inizia con la frode delle parole
La citazione è attribuita al noto filosofo greco Platone e trasmette un messaggio difficile a contestare. Chi ha il potere sulla scelta e sul senso delle parole ha anche il potere sulla definizione della realtà. Ci fu un tempo nel quale, nel Sahel, per definire chi cercava altrove fortuna si parlava di ‘esodanti e avventurieri’. Arrivò poi la parola migrante che si tramutò in clandestino e l’illegalità sfociò nell’irregolarità per toccare, infine, la criminalità. La trasformazione delle parole e la padronanza del senso che esse contengono, hanno comportato un cambiamento di visione della realtà migrante.
Sono passati pochi anni e il dizionario socio politico del nostro spazio nigerino è stato attraversato da parole, concetti e orientamenti che l’hanno marcato. L’indipendenza, la Costituzione, le Conferenze Nazionali Sovrane, le elezioni e i mandati presidenziali. Il rinascimento, l’africanizzazione dei quadri, lo sviluppo endogeno, il partenariato vincente, la democrazia e la crescita compatibile. Il potere per servirsi del popolo, il pluralismo e la transumanza dei partiti mentre i Nigerini Nutrono i Nigerini. Queste e altre parole hanno segnato la vita sociale del nostro Paese negli ultimi decenni. I reiterati ‘colpi di stato’ ne hanno rivelato e insieme nascosto l’importanza e la drammaticità. In fondo la politica non è che il tentativo di tradurre o tradire, le parole portatrici di progetti sociali di chi detiene il potere in quel momento.
Grazie alla “presa di potere” del Partito, è passata da lingua di un gruppo sociale a lingua di un popolo. Si è impadronita di tutti gli ambiti della vita privata e pubblica: la politica, la giurisprudenza, l'economia, la scienza, la scuola, lo sport, lo sport, gli asili e le camere da letto. (Victor Klemperer, L.T.I).
L’autore citato, filologo di formazione, ha scritto il suo diario durante la dittatura nazista in Germania. Lui, ebreo e dunque perseguitato, ha conservato la lucidità necessaria per sopravvivere grazie anche alla sua ‘decostruzione’del linguaggio dittatoriale del regime al potere. Si tratta di una lezione da imparare a memoria in tutte le circostanze e sotto tutti i regimi, compreso quello di eccezione attuale. L’attenzione alle parole e al loro uso dovrebbe costituire il primo compito degli intellettuali che meritano questo titolo. Essi e i comuni cittadini non dovrebbero delegare a nessuno il dovere di prendere sul serio le parole e usarle con circospezione, sapendone l’impatto sulla realtà quotidiana.
La patria e la sua salvaguardia, la sovranità politica, economica, alimentare, culturale e umanitaria, il nazionalismo, il ritorno alle radici, la dignità, la sacralità delle frontiere e la sicurezza sono parte del nuovo lessico politico. Sappiamo quanto le parole elencate e altre simili, possano contenere elementi di verità e possibilità di derive e divisioni con chi potrebbe dare loro contenuti diversi.
Il rischio è quello evidenziato, tra gli altri, da Philippe Breton, politologo, ... Il discorso manipolato è una forma di violenza: in primo luogo contro la persona a cui è diretto e in secondo luogo contro il discorso stesso, che è il pilastro centrale della nostra democrazia.
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Militarizzazioni di polvere nel Sahel
Niamey, ottobre 024. Le cronache quotidiane di attualità assomigliano in modo palese a bollettini di guerra. Per un fenomeno assai conosciuto di assuefazione ciò diventa come parte dello scenario decorativo delle notizie. Si scivola in ciò che c’è di più terribile nella vita e cioè la ‘normalizzazione’ della violenza armata come unico sistema di risoluzione dei conflitti tra cittadini, classi sociali, Paesi, religioni, culture e interessi. A ognuno la sua guerra, verrebbe da dire. Uno dei segnali inequivocabili di questo fenomeno è rappresentato dalla crescita delle spese militari in tutti i Paesi che se lo possono permettere. Dopo una leggera contrazione delle spese in seguito alla fine della guerra fredda e la provvisoria scomparsa dell’Unione Sovietica, ci si è accorti che rimanere senza nemici era ancora più difficile che averne uno. La guerra globale al terrorismo, l’asse del male, gli stati canaglia e soprattutto la rimilitarizzazione giustificata da questa guerra infinita, hanno implicato l’ennesima corsa ad armarsi di più, meglio e soprattutto prima del nemico. Quest’ultimo, come noto, è ovunque e soprattutto là dove si desidera fabbricarlo. Armi, guerra e paura sono ottimi ingredienti per rilanciare l’economia, controllare i movimenti ‘pericolosi’ e giustificarsi al potere per decenni.
La guerra nel Nord del mondo, il civilissimo Occidente, la guerra infame del Medio Oriente, le guerre nel continente africano, talvolta lontane dagli sguardi indiscreti dei mezzi di comunicazione e la guerra nel Sahel che affonda le sue radici più prossime alla distruzione voluta della Libia, nel 2011. Da questo Paese, in quel momento con un sistema sanitario, educativo, agricolo ed economico tra i più apprezzati in Africa, sono state esportate armi, rabbia e gruppi armati ben formati da anni di addestramento. Altre cause furono concomitanti epperò non slegabili da quanto accaduto prima in Iraq, Afganistan, Siria e altrove. Gruppi armati finanziati da chi aveva interessi di farlo si sono gradualmente installati nella zona del lago Tchad et la parte occidentale del Sahel. Antiche rivendicazione autonomiste, l’arrivo di gruppi formati da ideologie salafiste esportate dall’Arabia Saudita, il Qatar e altre entità affiliate, malesseri locali e divisioni latenti, hanno creato una miscela che si è rivelata ‘esplosiva’. Anche perché interessi ideologici, religiosi, politici, commerciali e di potere hanno trovato un terreno propizio nell’assenza dello stato, la crisi economica e lo smantellamento delle strutture culturali di gestione dei conflitti. Il senso di frustrazione di gruppi etnici e di giovani hanno organizzato il resto.
Sono nati così, strada facendo, l’operazione Serval della Francia poi sostituita dall’operazione Barkhane e fiancheggiata in seguito dalla Cedeao, le Nazioni Unite e l’Unione Europea. La conseguenza di questa saturazione di armi, soldi, militari, interessi divergenti sono stati la moltiplicazione dei gruppi armati e delle economie di guerra. Soldi e guerre vanno bene assieme. Nel mezzo di tutto ciò la gente, i civili, il popolo che, abituato a lottare per la propria quotidiana sopravvivenza, si è visto accerchiato, minacciato ed espropriato del futuro. E fu così che i militari, in considerazione del peso economico e politico accresciuto in questi ultimi anni, hanno avuto buon gioco nell’installarsi al potere. Non senza la promessa di proteggere i cittadini e liberare una volta per tutte i Paesi dalle forze oscure del male che affliggono la vita politica e sociale di tutti e gli interessi di ciò che contano. Non sappiamo il futuro ma il contesto porta a credere che questo processo non sarà così rapido ed efficace. La conseguenza più palpabile nella vita quotidiana nelle città è la presenza visibile, palpabile della militarizzazione della vita sociale. I manifesti, la retorica del linguaggio.
‘Parole come combattimento, liberazione, mobilitazione popolare cittadina, impegno patriottico, dignità, sovranità non negoziabile, indipendenza totale...la patria o la morte’... la presenza di militari armati e non, in ospedali, aeroporto, strade e controllo del traffico, hanno militarizzato la vita politica e civile della Regione. Per fortuna, con l’arrivo prossimo del vento del deserto chiamato ‘Harmattan’, anche la militarizzazione, come tutto del resto nel Sahel, è di polvere.
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Nulla di nuovo sotto il sole (e la pioggia) del Sahel
Niamey, settembre 2024. Così scriveva il saggio tanto tempo fa quando, ancora con onestà, si osservava la condizione umana nella sua drammaticità. Oggi si preferisce piuttosto descriverla come spettacolo. Le vittime, così come i drammi che si ripetono nel Sahel e altrove, confermano che il ‘nuovo’ è già accaduto. C’è forse qualcosa di cui poter dire ‘ecco finalmente qualcosa di nuovo’... ciò era già stato nel tempo che ci ha preceduto e di cui non si serba alcun ricordo. Vanità delle vanità, scriveva il saggio, tutto è vanità. C’è un tempo per tutto e tutto per un tempo, dice il saggio Un tempo per cercare e uno per perdere
In questo contesto ‘vanità’ va interpretato come sinonimo di soffio, alito, bruma del mattino che svanisce con l’arrivo del sole. Vanità sono le inconsistenze che sono presentate al popolo come necessarie. Come vaghe promesse di un mondo e futuro migliore che, certamente, arriverà domani o comunque a breve. Questione di giorni, anni o generazioni ma che, senza dubbio, accadrà quanto prima. L’arte della guerra continua a trasmettersi e, peggio ancora, quando si prende Dio come ostaggio, si giustifica. C’è un tempo per tutto, dice il saggio. Un tempo per tacere e uno per parlare.
Non c’è nulla di nuovo sotto il sole del Sahel. Così sembra nell’accaparramento, gestione e conservazione del potere politico, economico e religioso. Da elites civili a quelle militari purché il popolo degli umili, cioè il popolo di sabbia, sia escluso, controllato e condotto nella direzione stabilita dagli ‘illuminati’ del momento. Vanità sono le parole che non hanno più nessuna relazione con la verità e diventano il mezzo per imprigionare la realtà nell’ideologia dominante. La menzogna si riproduce grazie alla complicità delle parole vendute al vento. C’ è un tempo per tutto, scrive il saggio.
Un tempo per dare la vita e uno per morire. Un tempo per piantare e uno per sradicare. Un tempo per distruggere e uno per costruire. Un tempo per gemere e uno per danzare. Vanità delle vanità, tutto, diceva il saggio, è vanità. I regimi di eccezione, quelli di transizione, le monarchie, le repubbliche e le dittature che preparano la democrazia, per finire nelle mani dei detentori di denaro contante. Anche questa è vanità, direbbe il saggio. C’è un tempo per tutto. Un tempo per essere cittadini e un tempo per vivere come schiavi. Un tempo per strappare e un tempo per unire.
Non c’è nulla di nuovo sotto il sole del Sahel. Passano le stagioni e passano anche i diritti che si pensavano inespugnabili. Il diritto di pensiero, della mobilità, di associazione, di professare convinzioni politiche e religiose, il diritto all’informazione e soprattutto il diritto a una vita decente. Vanità delle vanità, tutto è vanità, immagina il saggio. Perché c’è un tempo per ogni cosa e ogni cosa per un tempo. Un tempo per la guerra e uno per la pace che è quanto il Sahel e il mondo hanno smarrito. Quest’ultima è come un sentiero che, smesso di percorrere è andato smarrito. Solo coloro che camminano disarmati ne ricordano l’esistenza, la direzione e il segreto.
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Regimi di sabbia nel Sahel
Niamey, 1 settembre 2024. In questa porzione del Sahel è in fase di applicazione una forma artigianale di totalitarismo, ovvero la dittatura del controllo totale. Si tratta del tipo più sviluppato di regime dittatoriale. Oltre alla repressione, all'ideologia e al capo, si aggiunge la presenza del regime in ogni ambito della vita. Ciò nel contesto della svalutazione dei tipi di democrazia esperimentati finora e scelti come capri espiatori delle attuali ‘impasse’. Gli attacchi dei Gruppi Armati Terroristi, la crisi economica, le carestie e la ricerca di un’identità ‘autoctona’ hanno condotto all’idea di ‘rottamazione’ di una democrazia vista come una forma neocoloniale di gestione della politica. Si tratta di un totalitarismo di ‘sabbia’.
Ahmed è originario della Somaliland...Dopo aver presentato il documento di ‘richiedente asilo’ e quello, plastificato, dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, condivide alcune delle immagini che il telefono cellulare ha registrato nel deserto. Ahmed dice di aver perso la sua patria, il figlio, deceduto al momento della nascita a Niamey e la propria salute. Si trova ospite precario in una delle case di accoglienza delle istituzioni di protezione umanitaria. Dice che il suo cuore non è più quello di prima. Le sue notti sono da tempo abitate da paure e incubi. Lui e molti come lui, passato dall’Etiopia al Sudan per arrivare all’inferno libico ce lo ricordano. Il primo totalitarismo è quello della violenza.
Di essa si vive in buona parte del nostro Sahel. L’indigenza, il ruolo nefasto dei gruppi armati di ‘ispirazione islamico-commerciale’, l’assenza dello Stato, l’allentamento dei legami culturali e l’esclusione crescente dei poveri sono alcune delle espressioni della violenza perpetrata quotidianamente nella società. Il totalitarismo della violenza si esprime anche nella ‘banalizzazione’ della stessa. Si risponde alla violenza con la violenza e questo porta alla ben nota e denunciata ‘spirale della violenza’ dalla quale non si potrà uscire finché si rimarrà in una logica di annullamento dell’altro come persona. Il totalitarismo si nutre della riduzione degli umani a cose, a oggetti scomodi.
Le migliaia di migranti che continuano a tentare la fuga dal totalitarismo della miseria e dell’invisibilità della ‘globalizzazione’ non sono che un sintomo del malessere che attraversa il mondo contemporaneo. Da un parte il totalitarismo di un’economia capitalista che rende superflua una grande porzione dell’umanità e dell’altra il totalitarismo della miseria che sopprime la vita e la speranza di un futuro differente. I mari e i deserti, ricordava recentemente il vescovo di Roma, papa Francesco ...’sono strade migratorie che si rivelano mortali...occorre dirlo chiaramente: ci sono coloro che lavorano sistematicamente a espellere i migranti e ciò, in tutta coscienza, è un peccato grave’.
I regimi di matrice totalitaria non possono evitare di controllare, orientare, dirigere, mettere in riga la comunicazione e l’informazione. Questo, sulla scorta di quanto anche le altre agenzie che producono notizie stanno facendo da anni, anche i Paesi del Sahel stanno costruendo la ‘loro’ agenzia che non potrà non farsi portavoce di coloro che la finanziano e dirigono. Come pure in ambito sociale, per un totalitarismo che si rispetti, non si potrà che andare verso un controllo accresciuto dei cittadini, delle loro idee e dei loro comportamenti. Certo non siamo a livello delle Cina che assolta, a questo scopo, milioni di telecamere per ‘spiare’ o cittadini ma, la delazione e i regolamento di conti basteranno.
Qualche giorno fa, uno dei capi di uno stato del Sahel il quale affermava testualmente che ‘non esiste una libertà personale ma solo una libertà collettiva’. Ciò per evitare di cadere, secondo lui, nell’anarchia sociale. In effetti, nella frase citata, si può vedere in qualche parola lo stile stesso del totalitarismo di cui è questione. Chi si arroga il diritto di decidere l’uso della ‘libertà collettiva’? Qualche militare al potere grazie alle armi oppure i soliti illuminati che presumono aver trovato nella magica parola ‘ Sovranità’, la chiave di volta per ridare dignità al popolo che essi presumono di rappresentare. Non c’è nulla di peggio che le ‘menzognere verità’ come ricordava il dissidente russo Alexander Zinoviev, per perpetuare un sistema totalitario. Per fortuna di sabbia, come sta scritto.
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Schiavitù volontarie e fragili liberazioni nel Sahel
Niamey, 23 agosto 2024. La schiavitù, processo nel quale la persona è espropriata della sua umana dignità, non è affatto terminata. Difficile dimenticare la tratta atlantica di milioni di schiavi preceduta e accompagnata dal quella dei mari orientali attraverso le piste carovaniere del deserto. In questo ambito Paesi ‘cristiani’ e ‘musulmani’ hanno utilizzato entrambi la schiavitù come sistema economico e sociale, mare Mediterraneo compreso. La tratta degli schiavi ha saputo adattarsi e prosperare nelle mutevoli contingenze storiche senza nulla perdere della sua cinica strategia di annientamento. In Africa Occidentale la pratica della schiavitù si riproduce in vari Paesi a seconda dei gruppi etnici, dei rapporti di potere culturale, economico e politico. Per ogni epoca le sue ‘compatibili’ schiavitù.
Nella notte del 22 al 23 agosto del 1791 iniziò l’insurrezione nell’isola di Santo Domingo, oggi Repubblica di Haiti, che avrebbe giocato un ruolo determinante nell’abolizione della tratta atlantica degli schiavi. Ed è in questo contesto che la giornata internazionale della memoria della tratta degli schiavi e della sua abolizione è commemorata ogni anno il 23 agosto. Detta celebrazione vuole inscrivere questa tragedia nella memoria collettiva dei popoli col progetto interculturale ‘Le Strade delle persone ridotte in schiavitù’. Alcuni luoghi della costa atlantica, come la ‘ Porta del non- ritorno’di Ouidah nel Bénin e quella dell’isola di Gorea in Senegal, sono emblematici. Le porte di ‘non-ritorno’ si sono oggi moltiplicate perché la mercificazione delle persone si è, col tempo, perfezionata.
Tutto, proprio tutto, è stato gradualmente trasformato in mercanzia. Il tempo, le frontiere, il corpo umano, la sessualità, il lavoro e la vita stessa fin dal suo scaturire nel grembo materno. Dalle nostre parti si assiste all’arruolamento di bambini nei gruppi armati, lo sfruttamento degli stessi nelle miniere e nelle piantagioni per sfociare infine nella mendicità, la prostituzione e il lavoro domiciliare. D’altra parte è bene non dimenticare che, nel Sahel, la prima e grande schiavitù è la miseria. La sua figlia naturale sono le carestie che si riproducono con paziente regolarità e coinvolgono, secondo le ultime statistiche della ‘Alliance Sahel’, almeno 38 milioni di persone. Quanto accade in Libia coi migranti che sono da tempo detenuti, imprigionati, sfruttati e, spesso, violentati, è storia ben nota.
Quanto alla schiavitù mentale, fonte e culmine di tutte le servitù elencate, essa inizia il giorno nel quale si accetta, spesso con inconscia gratitudine, la propria schiavitù. Senza sudditi sinceri, fedeli e consenzienti nessuna schiavitù e nessun tiranno potrebbe esercitare il suo potere di dominazione. Ricordava infatti Etienne de la Boétie...’ Sono dunque i popoli stessi a lasciarsi o per dire meglio a
farsi maltrattare, sarebbero salvi solo se smettessero di servire. È il popolo che si fa servo e
si taglia la gola; che, potendo scegliere fra essere soggetto o essere libero, rifiuta la libertà
e sceglie il giogo, che accetta il suo male, anzi lo cerca’. Nel Sahel i colpi di stato a ripetizione e l’avvilimento delle esperienze democratiche post indipendenza sono lo specchio dei nostri popoli.
Scrive ancora de la Boétie...’non è forse evidente che i tiranni per imporsi hanno sempre cercato di abituare i popoli non solo a ubbidire e servire ma anche a venerarli?’. Nessun cambiamento, trasformazione o autentica rivoluzione potrà cadere dall’alto di un’illuminata minoranza civile o militare. Le uniche ‘liberazioni’ possibili non possono che scaturire, nutrirsi e crescere a partire dalla debolezza e la fragilità dei poveri che, soli, hanno il segreto della quotidiana lotta per la r-esistenza. Il primo passo sarà quello consigliato dall’autore citato...’ Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi! Vi chiedo ...soltanto di smettere di sostenerlo e lo vedrete, come un colosso di cui si sia spezzata la base, crollare sotto il proprio peso e spezzarsi’. E’questa la vera porta di non-ritorno.
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Disuguaglianze di polvere divina nel Sahel
Niamey, novembre 2024. All’inizio di tutto c’è la polvere con un soffio di vento. E’ questa l’uguaglianza fondamentale che accomuna persone e cose di questo mondo. Poi, col tempo, la storia e gli avvenimenti, le condizioni della polvere cambiano e si può affermare che, qui come altrove, c’è polvere e polvere. Alcuni son più polvere di altri malgrado il soffio originario conservi tutta la sua creativa bellezza e fragilità.
Col tempo c’è chi dimentica di non essere che polvere aspira alla vita e presume di diventare potente. Così si sono formate le classi sociali, i gruppi di potere, le elite che governano e il popolo che altro non dovrebbe fare se non aderire a quanto si decide per suo bene. La sovranità di polvere si coniuga con l’indipendenza del vento che ad essa si affida. La polvere si trasforma in aristocrazia o dittatura.
Dalla polvere di natura ugualitaria alla società delle disuguaglianze il passo è assai breve e notabile. Ad esempio c’è che può mangiare regolarmente ogni giorno e chi deve scegliere l’unico pasto che possa imbrogliare lo stomaco. Chi può mandare i figli nelle migliori scuole private del Paese e chi si contenta delle scuole di stato...nel passato maggiormente apprezzate di quelle private.
Ammalarsi per la polvere comune è un dramma. Senza soldi e garanzia di accompagnamento anche nel reparto di urgenza si può rimane per ore e giorni in lista d’attesa. Chi, invece, è fatto di una polvere diversa troverà posto nell’ ospedale di referenza, nelle cliniche attrezzate o semplicemente all’estero. La vita degli esseri di polvere non è uguale per tutti. Alcune vite valgono più di altre.
C’è la polvere che viaggia col vento e nel vento mentre c’è polvere più sofisticata che prende l’aereo con il biglietto di ritorno o per sola andata. Nel primo caso troviamo una certa categoria di migranti e nella seconda gli uomini politici, d’affari, i diplomatici e i gli affiliati alle Organizzazioni Internazionali. Per i primi non c’è la certezza dell’arrivo a destinazione. Per i secondi le date sono fissate e sicure.
La polvere delle persone comune lavora, vive in campagna e rappresenta circa l’ottanta per cento dei 27 milioni che conta la popolazione del Niger. Un altro tipo di persone di povere, circa un milione, ha trovato rifugio nel Paese o vi si trova come sfollato. Nella capitale Niamey si scovano palazzi come castelli fatati di ogni stile architettonico, case blindate, custodite e gemellate con case di terra.
C’è chi sostiene che dietro tutto ciò c’è senz’altro una volontà divina. Come dire che la polvere dell’inizio col soffio di vento si è gradualmente divisa e dunque c’è potrà vivere più a lungo con dignità e chi, invece, era scritto scomparisse molto prima perché polvere di scarto. Una polvere nobile e degna e l’altra di seconda mano. Tutto scritto nel libro, come cantava il buon Bob Marley a suo tempo.
Difficile crederlo perché, malgrado le pietre tombali, i monumenti e i nuovi nomi dati alle strade e ai ponti, nel cimitero non rimane che lei, la polvere dell’inizio. Il soffio di vento è uguale per tutti ed è proprio la polvere comune, in definitiva, a pareggiare i conti. Appunto per questo la polvere e il soffio di vento hanno inventato la politica. Perché ciò che creava le disuguaglianze tra gli umani fosse rimosso e le polveri di tutto il mondo, uguali, facessero festa assieme.









































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