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rinascita

La globalizzazione? scientificamente infondata e concretamente perversa

Vittorangelo Orati 

Esaminiamo i fatti che segnalano il rallentamento della vis capitalistica in termini di performance del ritmo di crescita.

Il primo fenomeno che si impone per la sua rilevanza è quello della progressiva “finanziarizzazione” del tardo capitalismo globalizzato. In termini generali per “finanziarizzazione” deve intendersi la tendenza immanente al capitalismo di ottenere profitto attraverso la riduzione quanto più possibile sino a saltarla, della fase della produzione, della creazione di valore (in realtà plusvalore) o valorizzazione del capitale. Marx la ebbe già ad individuare nella sua vivisezione del concetto di “valore di scambio” in quanto contrapposto al “valore d’uso” di una “merce”. Valore d’uso già in germe metabolizzato dalla logica del capitalismo come incidente necessario per ottenere il massimo profitto.

l teatro ove il fenomeno della finanziarizzazione trova la sua sede elettiva è la Borsa (contro cui si sono schierati i più conseguenti liberali ancorché agli estremi opposti della corrente “interventista” (Keynes) e “antinterventista” (Einaudi), la cui logica essenziale di “circo Massimo” della speculazione, rivelò a Marx il memento mori della carica progressiva del capitalismo nel senso visto.

Propagandato come il più efficiente dei mercati, la Borsa, in cui si acquistano e vendono capitali in forma meramente cartacea, che dovrebbe permettere l’afflusso di risparmio alle imprese direttamente dai risparmiatori senza la mediazione o intermediazione del sistema bancario, è in realtà il più grande Casinò del mondo dove si scommette (al rialzo o al ribasso) sulle sorti delle aziende. Di più, ove si scommette a spirale sugli esiti di tutte le scommesse che si succedono nel tempo futuro (“derivati”). La propaganda a questo punto dice che le “scommesse” fanno da sfigmomanometro della salute economica (produttiva) delle aziende, rappresentata dai loro “titoli” (azioni e/o obbligazioni) in Borsa. La realtà, dice da sempre, che le performance economico-produttiva è il solo giudice di ultima istanza di un fenomeno che nelle sue sublimazioni cartacee in Borsa si alimenta per gran parte di se stesso. Come ebbe a dire Keynes che accumulò una fortuna in proposito, in Borsa non vince chi prevede con sufficiente approssimazione l’andamento reale delle performances economiche delle società quotate, bensì chi indovina l’orientamento della maggioranza dei “giocatori”, che è quello che determina il corso dei titoli, corso mosso, in poche parole, dall’obiettivo di massimizzare la differenza di prezzo tra ciò che si è acquistato e ciò che si vende!

Gli “animal spirits”, la “distruzione creatrice” connessa al “romantico” imprenditore tramite il quale si è prodotta “ricchezza”, tendono ad essere sostituiti dalla logica del rentier, lo “staccatore di cedole” e successivamente dei “finanzieri d’assalto”, che nel caso di Soros, il più mitico di questi tra i contemporanei; da liberale conseguente (popperiano) non cessa di criticare il “capitalismo globale” e la stessa Borsa.

I liberali di “sinistra” la cui massima figure rappresentativa è quella di Keynes dovrebbero riflettere sulla scarsa riformabilità del capitalismo: auspice dell’”eutanasia del rentier” attraverso la riduzione sino all’annullamento del saggio d’interesse (giustificato dal “regno dell’abbondanza” cui avrebbe condotto il capitalismo), Keynes rimarebbe deluso dalla sua prognosi .

Da anni a livelli bassissimi in termini nominali sempre più spesso addirittura negativo in termini reali (depurato dal tasso di inflazione), il tasso di interesse nelle “cittadelle” del capitalismo patentato fa da contraltare a tassi di crescita stagnanti con livelli di disoccupazione preoccupanti che non riescono ad essere riassorbiti dalla crescita cui pur dovrebbe dar sostegno la quotidianità dello “spettacoloso” progresso tecnologico attuale.

Prima di lasciare il piano generale del fenomeno “finanziarizzazione” preme segnalare come la globalizzazione in quanto “ideologia” ovvero “falsa coscienza” operi. Non v’è notiziario televisivo, radiofonico, giornale quotidiano insieme ai molti canali televisivi specializzati operanti 24 ore su 24, che non “informi” sull’andamento dell’economia sintonizzandosi sugli andamenti borsistici. E che non mandi in onda toni preoccupati quando le Borse, chiudono in “ribasso”, assumendo toni apocalittici dinanzi a “crolli” dei titoli azionari. Ebbene in questo caso la frase canonica è quella che parla sempre di “capitali bruciati”. Qui si rivela la quintessenza dell’ ”economia di carta” che va prendendo via via il posto dell’ ”economia reale”, come segnale indubbio della finanziarizzazione del tardo capitalismo globalizzato.

Ma la “finanziarizzazione” attraverso il suo baricentro, la Borsa, non agisce solo rallentando la pulsione all’accumulazione del capitale produttivo, con quanto ne consegue sul piano della tendenza alla stagnazione. Non più solo riserva di caccia per il “grande capitale”, la Borsa attira crescenti fette della popolazione attratta dal clima di “facili guadagni”. L’incentivo non manca: la possibilità di indebitarsi a costi nulli o quasi nulli per il bassissimo costo del denaro. Va detto, peraltro, che evidentemente questa circostanza abbassa la propensione al consumo incidendo ulteriormente sul declino progressivo della domanda globale.
All’interno della logica “improduttiva” della finanziarizzazione sono da cogliere due componenti in realtà interfacciate.

Le “merger acquisitions” e la “valorizzazione del capitale per gli azionisti”. Si tratta in realtà della “finanziarizzazione” delle strategie microeconomiche aziendali che trovano il loro principio ispiratore nella scandalosa (economicamente e non solo eticamente) pratica delle “stock options”, entrate a far parte della parte “variabile” dei “salari”(!) dei managers di ultima generazione. In base a tale pratica questi ultimi vengono pagati anche con quote azionarie delle società da loro amministrate. Sicché obiettivo non secondario risulta essere quello di attuare tutte le iniziative in grado di massimizzare il corso delle azioni, che quanto più si dissociano in eccesso dai risultati reali di bilancio tanto più permettono di guadagnare vendendo in Borsa le azioni possedute dai vertici aziendali delle società quotate (il paradigma è quello del caso Enron). Tra le “strategie” attuate dai superpagati managers per aumentare il corso delle azioni delle imprese da loro dirette v’è quello del riacquisto delle azioni con l’indebitamento delle imprese stesse con il settore del credito.

Ciò detto tra le iniziative o strategie aziendali cospiranti con l’obiettivo appena menzionato svolgono un ruolo non secondario quelle delle “merger acquisitions” e della “valorizzazione del capitale” per gli azionisti”: entrambi essenziali sul piano del potenziale di crescita delle imprese e quindi dell’intera economia.

Le “merger acquisitions” consistono nella fusione di due o più società in una sola attraverso il consenso delle parti interessate. I settori in cui le società oggetto di fusione operano possono essere diversi o i medesimi (integrazione verticale od orizzontale, rispettivamente). Questo tipo di operazione implica un accresciuto potere di mercato da parte della nuova società rispetto alla situazione pre-fusione e quindi rappresenta in re ipsa una premessa e promessa per più alti profitti e quindi dividendi per gli azionisti. Poiché non comporta novità sul piano delle tecniche produttive in senso stretto, a tale pratica si associano “razionalizzazioni” aziendali, tese ad accentrare funzioni aziendali prima seperate ed ora accorpabili, creando così “eccessi” di personale, di per sé comportanti diminuzione di costo (“downsizing”). E ciò da solo costituisce una fonte di aumento del profitto, apprezzato in Borsa. Il risultato è dunque duplice: con l’aumentato potere di mercato o “grado di monopolio” diminuisce l’esigenza dell’aumento dei livelli produttivi compensabile con la politica dei prezzi e diminuisce l’occupazione. Sia dal lato dell’offerta che da quello della domanda il fenomeno è evidentemente cospirante con esiti stagnazionistici a livello macroeconomico.

Principalmente sul lato dell’offerta agisce inoltre in tale direzione l’esigenza di “creare valore per gli azionisti” già menzionata, le cui conseguenze passiamo ad esaminare e che evidentemente può prescindere dalla “filosofia” delle “merger acquisitions” per essere perseguita ed attuata.

Ebbene “creare valore per gli acquisti” (shareholders value) significa in poche parole tendere a massimizzare il corso delle azioni attraverso la distribuzione di generosi dividendi che sono possibili sottraendo dai profitti risorse altrimenti destinabili agli investimenti. L’esito è il sacrificio sull’altare del breve periodo di ogni possibilità di crescita che eccede tale orizzonte temporale: di qui gli effetti di stagnazione tendenziale a livelloi micro e macroeconomico che ne discendono, non dimenticando che sullo sviluppo di medio-lungo periodo delle aziende viene a pesare anche il rimborso degli imponenti indebitamenti con cui i managers hanno provveduto al riacquisto delle azioni delle rispettive imprese al fine di alimentarne l’appetibilità per il “parco buoi” e realizzare al meglio le loro “stock options”.

Un altro imponente fenomeno che caratterizza le “metropoli” del capitalismo avanzato e che va ad incidere significativamente sulla stagnazione tendenziale delle sue capacità di crescita è quello della delocalizzazione. La crescente difficoltà ad affidare alla sola innovazione tecnologica la lotta di concorrenza sul mercato internazionale, fa si che un numero significativo di aziende trasferisca i suoi impianti e/o ne apra dei nuovi nelle regioni meno sviluppate del mondo dove il costo della forza lavoro risulta decisamente inferiore a quella “nazionale” ed in guisa tale da superare tutte le difficoltà ed i rischi degli investimenti fuori della “madrepatria”. Infatti un maggior flusso di immigrati da tali regioni non risolverebbe il problema, specie per le “grandi imprese” che per la loro maggior trasparenza sarebbero costrette ad assimilare i salari della forza lavoro immigrata e quelli vigenti all’”interno”. Gran parte, infatti, di quel minimo di immigrati clandestini che riescono a rompere le maglie delle frontiere del ricco-Occidente è preda dell’”economia sommersa” dove prevale la piccola industria o l’attività agricola stagionale insieme al settore dei servizi personali, come il lavoro domestico, dove più facile è il “lavoro nero” con l’assenza di ogni tutela per i lavoratori. Inoltre la “democrazia” che fa da contraltare istituzionale ai paesi a “capitalismo maturo” pone dei limiti di “popolarità” per i governi che devono in qualche modo contenere i flussi delle immigrazioni onde non concedere troppi favori elettorali ai movimenti xenofobi, prontamente nati per cavalcare le paure innescate dalla “guerra tra i poveri”: disoccupati e precari in aggiunta ai benpensanti di sempre avvertono come minaccia la presenza di stranieri sul suolo patrio che porterebbero via lavoro ai “padroni di casa”.

Non cogliere il fatto che la delocalizzazione è per gran parte l’altra faccia della deindustrializzazione che affligge i sistemi economici a capitalismo “avanzato” sarebbe sbagliato. Innanzi tutto la deindustrializzazione va connessa all’evidenziato declinarsi delle innovazioni (progresso tecnico) in direzione della diminuzione dei costi piuttosto che in aumento della produzione a costi costanti. Non a caso infatti la perdita di posti di lavoro riguarda prevalentemente la grande industria dove il progresso tecnico per lo più si concentra, dove quindi più marcato è il “Baumol effect”. In secondo luogo sono le imprese più piccole che costituiscono l’indotto delle imprese più grandi, che proprio perché sono meno orientati all’innovazione che ha costi rilevanti, sublimano tale mancanza con la delocalizzazione che comunque costituisce un abbattimento del costo del lavoro che ha un’incidenza maggiore per il minor rapporto capitale/lavoro che le caratterizza.

V’è pertanto un “effetto rete” che presiede al legame deindustrializzazione/delocalizzazione.

Volendo restringere alla sola Italia lo sguardo, si apprende che nel 2003 erano 5.643 le imprese con partecipazioni o con completo controllo degli investimenti localizzati all’estero che hanno dato luogo a 1.147.000 posti di lavoro che rappresentano il 5,2% del totale degli occupati in Italia. Sottraendo quest’ultima cifra al tasso di disoccupazione reso pubblico nel settembre 2004 cioè l’8,9% si ottiene un tasso del 3,7% che è molto prossimo a quello che ci si accontentava di assimilare alla piena occupazione, prima che la sbornia neoliberista cominciasse il suo jeu de massacre; insomma nel recente passato, dove gli economisti erano “tutti keynesiani”!

E’ fondato rubricare tra i fattori che cospirano alle tendenze stagnazioniste delle aristocrazie del capitalismo il duplice fenomeno delocalizzazione/deindustrializzazione. Ciò che va evidenziato riguarda come ancora una volta l’ottica microeconomica che informa la fede neoliberista sui “miracoli” della globalizzazione infici pesantemente i suoi esiti macroeconomici in relazione al fenomeno in esame. La deindustrializzazione/delocalizzazione depotenzia la capacità di accumulazione del capitale nel tempo nei contesti relativi.

Ma ciò non solo, del tutto perniciosamente la delocalizzazione si rivolta contro gli interessi economici della madrepatria per così dire due volte. Infatti l’investimento delocalizzato oltre a sottrarre occupazione nel paese d’origine e quindi domanda, poiché va ipotizzato come “efficiente”, risulterà concorrenzialmente vincente rispetto alle aziende che non hanno delocalizzato conservando i loro impianti produttivi in “madrepatria”. Questa importerà dall’impresa dal capitalista connazionale che ha trasferito la sua azienda all’estero ciò che prima esportava. Ciò abbasserà il PIL di pro tanto provocando nuova disoccupazione e ulteriore carenza di domanda interna. Inoltre, proprio perché congetturalmente “efficiente”, l’impianto delocalizzato troverà sede opportuna in una regione che dia ampia garanzia di permanere in condizione almeno di relativo sottosviluppo per un sufficiente lasso di tempo. Se così non fosse l’investimento all’estero in esame sarebbe privo di una razionale valutazione sul medio lungo periodo, che è quello su cui va programmato una volta concepita ed attuata la delocalizzazione stessa. Dunque esiziale per la madrepatria, dove il fenomeno della delocalizzazione ha un significativo impatto aggregato (molecolare), l’investimento all’estero non è che una goccia nell’oceano del mondo sottosviluppato dove è destinato ad insinuarsi una logica di “enclave”: non mancando certo una vasta mappa geografica che assicuri un effetto insignificante (atomistico) sul territorio economico della nuova localizzazione produttiva.

Qui si rintraccia un ruolo del tutto passivo per il mondo sottosviluppato che il nostro quadro analitico ha fondatamente escluso dall’analisi che stiamo compiendo circa la tendenza dell’economia globalizzata tra gli attori più fortunati della globalizzazione. Ruolo che per un altro essenziale verso non li esclude dalla recita della grande tragedia annunciata.

Per ultimo e più importante tra i fattori che sostengono la nostra tesi circa la stagnazione tendenziale che attende le economie capitalisticamente più forti che animano il processo di globalizzazione, quello che riguarda una delle condizioni che definiscono il quadro “istituzionale” (“normativo”) in cui la globalizzazione si inserisce concretamente. Si ricorderà cha a tal proposito abbiamo accennato alla “deregulation” che insieme alle politiche antitrust e alle politiche anti-immigrazione è l’unico elemento di regolamentazione ammesso dalla filosofia economica neoliberista.

Alla “regolazione” keynesiana dell’economia si contrappone quindi la “deregolamentazione” (deregulation), che si sostanzia nell’affidare ai privati tutto ciò che sin lì era stato direttamente o indirettamente affidato alla “mano pubblica”. Compresi evidentemente i “monopoli” statali in settori dove la stessa scienza economica ortodossa, nei manuali utilizzati nei templi USA dell’ortodossia neoliberale e prontamente tradotti e diffusi in tutto il mondo pur dopo la svolta reaganiana e tatcheriana, concedeva interi capitoli dedicati ai “fallimenti del mercato”.

Dunque le politiche “antitrust” ovvero “antimonopolistiche” tese a ridare al “libero mercato” ciò che gli era stato fondatamente sottratto sono ingredienti essenziali della filosofia della “deregulation”: la libera concorrenza risultando la più “efficiente” e quindi la più “produttiva” forma di mercato deve essere l’unica formula su cui fondare i presupposti di una crescita ininterrotta e dispensatrice di maggior benessere per tutti.

Di qui lo smantellamento progressivo, le “privatizzazioni” delle attività economiche controllate dallo stato in forme monopolistiche da consegnare alla “superiore” logica della libera concorrenza. Smantellamento ancora in atto in misura più o meno ampia nei diversi contesti delle formazioni capitalisticamente “avanzate”.

Orbene quel che la “giaculatoria” deregulation non tiene a mente e con essa i cattivi “consiglieri del principe” che ne rappresentano l’alibi scientifico, è solo e semplicemente che il supposto interesse del consumatore (nuovamente!), che dovrebbe beneficiare della diminuzione dei prezzi di monopolio grazie alla concorrenza che subentra ai “prezzi amministrati”, in quanto percettore di reddito sarebbe condannato a vivere in una economia stazionaria. Cioè un’economia che non cresce; e ciò proprio nel momento ideale in cui la libera concorrenza dovesse raggiungere il suo massimo teorico. Infatti, quanto più la concorrenza è forte e quindi tanto meno dura la fase monopolistica che permette all’azienda innovatrice di accantonare risorse sottratte al suo profitto per ampliare in futuro la scale produttiva, tanto più esigui saranno gli accantonamenti per nuovi investimenti e per la stessa ricerca (ricerca e sviluppo, R&S) presupposto della stessa innovazione. Tutto ciò è tanto più vero a seguito delle attuali strategie aziendali incentrate sulla “creazione di valore per gli azionisti” in precedenza discusse.

Orbene, in un sistema economico dove non si ha più tendenzialmente innovazione la libera e perfetta concorrenza conduce inesorabilmente all’azzeramento del profitto e con esso della stessa possibilità di nuovi investimenti dando luogo ad una situazione di Kreislauf (Schumpeter) ovvero di flusso circolare di un reddito nazionale costante. E ciò in un’economia “chiusa”. Nel mentre molto più tragici sono gli esiti in ipotesi di un’economia “aperta”, ovvero che concorre senza alcuna protezione al “free trade” sul mercato internazionale. Free trade (libero scambio) che altro non è che la declinazione sul piano internazionale del principio del laissez-faire sul pian interno. In tale scenario l’unica arma per resistere alla competizione sarà quella di abbattere progressivamente il costo del lavoro (unica variabile su cui si può incidere dall’interno, visto che materie prime e macchinari hanno per ipotesi prezzi stabiliti sul mercato internazionale delle merci. Di qui il rinforzarsi del perverso circolo vizioso che spinge alla ulteriore globalizzazione; cioè alla ricerca di sbocchi esteri per il venir meno della domanda interna. Ma ciò è vero per tutti i competitori del capitalismo “avanzato”, che devono quindi puntare sulla diminuzione del costo del lavoro “nazionale”, e così via sulla strada che conduce inesorabilmente alla stagnazione dell’economia globale. Di qui l’invocazione continua alla “flessibilità” del lavoro, storicamente così condannato a cedere quanto aveva sin qui strappato alla sua condizione di merce, come agli albori del capitalismo. Merce (materie prime, macchinari, ecc.) che ha la caratteristica di valere esattamente il suo costo di riproduzione. Costo di riproduzione che nel caso della forza lavoro coincide con la pura sussistenza (quel tanto cioè che permette la pura sopravvivenza fisica). Insomma: “merce eri e merce tornerai ad essere”, questo in buona sostanza si cela dietro gli appelli alla “flessibilità”.

Di bel nuovo ci siamo dunque imbattuti nella spirale che conduce alla tendenziale stagnazione nelle “metropoli” del capitalismo globale: offerta via via costretta a perdere impeto dinamico e domanda interna decrescente per via principalmente della diminuzione dei consumi legati alla sempre maggior “flessibilità” del lavoro. Con la prospettiva di un salario di equilibrio internazionale imposto dal concorrente che può permettersi (per motivi storici, politici) di pagare il minimo salario rispetto ai suoi avversari di (“libero”) mercato, come abbiamo già visto. Alla lunga, infatti, la mobilità dei capitali (delocalizzazione/deindustrializzazione) si farà beffa dell’ultimo residuo protezionistico in epoca di globalizzazione), cioè la non libera circolazione internazionale del lavoro (politiche anti-immigrazione). Ci vorrà solo più tempo. Si tratterà infatti di far si che sia la “montagna ad andare da Maometto” piuttosto che il contrario, evidentemente richiedente meno tempo. Mai così opportuna è stata la metafora islamica appena utilizzata, una volta che la “globalizzazione” attraverso il suo miope braccio armato sta incrementando i suoi articoli di fede, convincendo l’Occidente che la globalizzazione è anche una “guerra di civiltà” (contro quella mussulmana), compresa l’esportazione della democrazia con le bombe e i missili.

E’ naturalmente sconcertante che l’ultimo aspetto esaminato della ricetta in cui si sostanzia il retroterra “scientifico” della globalizzazione, quello delle politiche antitrust di cui la deregulation è ingrediente essenziale, sia sostenuto in spregio ad uno dei poche snodi teorici in cui sia possibile per la “Economia Politica” di raggiungere risultati incontrovertibili. Non meno sconcertante, anzi terrificante è il fatto che quanto abbiamo evidenziato circa il significato ultimo di una situazione di libera concorrenza in mancanza di innovazioni deriva dall’insegnamento di quello che oltre ad essere uno dei più grandi economisti di tutti i tempi non è mai stato battuto da altri in termini di orientamento conservatore: J. A. Schumpeter.

Ci sono tutti gli elementi per far tremare le vene ai polsi: cosa attenderci da mediocri e beceri “consiglieri del principe”? Specie in una fase storica dove non c’è “principe” che non sia un seguace del “fondamentalismo di mercato”, tanto più tale quanto più a “sinistra” si deve fugare il sospetto di provenire da una cultura “dirigista”, statalista, “comunista”, rimproveratagli, con il successo decretato dallo “spirito dei tempi”, da oppositori di “destra”.

 

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