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voxpopuli

A trent’anni da Tienanmen

di VoxPopuli

tiananmen2Tienanmen, trent’anni fa un evento che ha segnato la storia della Cina per sempre e che lascia una cicatrice non indifferente nel tessuto di un paese in piena ascesa mondiale.

Quella piazza stracolma di studenti ma anche operai fu sicuramente uno spaccato dell’evoluzione delle città cinesi dal 1949 in poi. Fu una protesta nata durante le celebrazioni della morte dell’ex segretario del Partito Comunista Hu Yaobang il 26 aprile del 1989 che presto si trasformò nell’occupazione permanente della piazza centrale di Pechino, almeno fino alla notte tra il 3 il 4 giugno quando scattò l’ora della repressione. I morti ci furono da entrambe le parti, vennero massacrati soldati come operai e studenti, un bagno di sangue a cui si arrivò grazie all’intransigenza dei massimi dirigenti del Partito Comunista, Deng Xiaoping in primis, e all’ala degli studenti che ottenne l’egemonia di quel movimento ancora in una fase embrionale.

Molti di quei leader sono diventati idoli assoluti della propaganda occidentale come Liu Xiaobo, un liberal liberista che oltre a voler distruggere ogni traccia di socialismo in Cina, privatizzando la terra, la cui proprietà collettiva è la più grande eredità del maoismo, e smantellando tutte le aziende statali, professava un indefesso sostegno a tutte le guerre imperialiste promosse dagli USA in giro per il mondo e la superiorità della cultura occidentale. Famosa la sua frase del 1988, un anno prima di Tienanmen, in cui auspicava 300 anni di colonialismo per elevare la Cina al rango di nazione decente.

In quella piazza ovviamente non c’erano solo carogne di questa fattezza, la tanto diffusa immagine della Statua della libertà in miniatura o gli studenti che imbrattavano il volto di Mao.

C’erano anche autentici comunisti che in quella piazza parlavano di Marx, cantavano l’Internazionale e magari speravano, in buona fede, nel successo delle riforme di Gorbačëv in URSS. Il movimento di Piazza Tienanmen stava anche ottenendo un sostegno da parte degli operai urbani, con la nascita di un Coordinamento Operaio Autonomo, quindi libero dal vincolo Partito-Stato.

Insomma, Deng aveva davanti lo spettro della Rivoluzione Culturale con i figli delle guardie rosse e gli operai urbani nuovamente uniti contro di lui.

Infatti Mao quando lanciò quello che resta uno dei punti più alti raggiunti dalla storia del movimento comunista internazionale non trovò il sostegno sperato nei contadini ma negli studenti e negli operai urbani. Questo elemento fu un limite per la Rivoluzione Culturale e lo fu anche per i rivoltosi di Tienanmen. Il governo cinese seppe rompere la loro unità, spazzando via facilmente il movimento.

Ora, non si tratta di capire cosa sarebbe successo se il movimento avesse vinto. A mio avviso sarebbe stato una sorta di Solidarność cinese che avrebbe traghettato la Cina verso terapie di shock neoliberiste da far invidia alla Russia di El’cin, con il rischio concreto di disintegrare l’unità nazionale e la migliore eredità della rivoluzione cinese. C’è chi si dichiara comunista e avrebbe sostenuto Wałęsa, in nome di non si sa bene cosa e non mi stupirei di trovare sedicenti compagni favorevoli ad una tale opzione. Da sciogliere ci sono fondamentalmente due questioni: come mai nacque questo movimento e le conseguenze sulle scelte del gruppo dirigente cinese.

La svolta denghista archiviò la Rivoluzione Culturale e impose un punto di vista marxista ortodosso. Deng Xiaoping vedeva il socialismo come il massimo sviluppo delle forze produttive, questo è un punto di vista ortodosso che sfocia in una sbagliata chiave di lettura dei fatti: l’economicismo. Deng porta al centro dei piani della Cina futura lo sviluppo delle forze produttive come elemento per giungere al socialismo, superando il capitalismo, dimostrandone la superiorità, sul suo stesso terreno, ovvero la capacità di creare ricchezza. Lanciando le Quattro Modernizzazioni rompe con il modello maoista basato su un faticoso equilibrio tra città e campagna.

Qualcuno si arricchirà per primo, vale per i singoli individui ma anche per le aree geografiche. Saranno premiate le coste con uno sviluppo eccezionale che ha tra i suoi simboli più famosi la città di Shenzhen.

Negli anni ‘80 sono cancellate 60 mila Comuni popolari, nelle campagne la redistribuzione egualitaria del lavoro lascia il posto a quella produttivistica, viene azzerato lo stato sociale minimo ma uguale per tutti dell’epoca maoista, nascono le ZES per attrarre capitali e conoscenze occidentali, nasce il doppio sistema dei prezzi, con quelli minimi regolati dallo Stato e quello delle materie prime lasciato al mercato e infine c’è l’ascesa dei primi ricchi. Arricchirsi è glorioso diceva Deng ma all’inizio i risultati faticano ad arrivare e quel malcontento diventa la base della rivolta del 1989. L’Occidente ha intravisto l’opportunità di far saltare in aria la Cina, prima pensando che l’apertura al mercato avrebbe trascinato anche la democrazia borghese, nella sempre idiota convinzione che il capitalismo sia sinonimo di libertà, eppure avevano l’esempio cileno sotto il naso. Secondariamente perché la vittoria di una carogna alla Xiaobo avrebbe permesso al capitale occidentale di invadere nuovamente la Cina, vanificando gli sforzi di intere generazioni di cinesi.

Evidentemente hanno fatto molto male i propri conti.

Mentre Gorbačëv falliva miseramente aprendo la strada al sempre poco sobrio El’cin che assieme a Wałęsa e soci distruggevano le proprie nazioni a suon di terapie shock, consigliate dalla centrale borghese del FMI, in Cina Deng rimaneva al suo posto.

Cosa hanno compreso dal 1989 i dirigenti del PCC?

Nel sangue nacque un patto sociale vivo ancora oggi: procedere con gradualità nelle riforme lavorando sulla sinergia tra un mercato nazionale in espansione e la nuova divisione del lavoro.

Come affermava Giovanni Arrighi:

Grazie alla dimensione continentale e all’immensa popolazione del paese, queste politiche hanno consentito al governo cinese di combinare i vantaggi dell’industrializzazione orientata all’esportazione, ampiamente controllata dall’investimento estero, con i vantaggi di un’economia nazionale auto-centrata informalmente protetta da lingua, usanze, istituzioni e reti di rapporti accessibili agli stranieri soltanto attraverso intermediari locali. Un buon esempio di questa combinazione sono i grandi distretti industriali di esportazione che il governo cinese ha costruito dal nulla e che ora ospitano due terzi del totale dei lavoratori di tali aree a livello mondiale. Le dimensioni della Cina le hanno consentito di costruire tre complessi manifatturieri, ciascuno con la propria specializzazione: il delta del Fiume delle Perle, specializzato in manifatture ad alta intensità di lavoro, produzione di componenti e loro assemblaggio; il delta del fiume Yangze, specializzato in produzioni ad alta intensità di capitale e nella produzione di automobili, semi-conduttori, telefoni cellulari e computer; e lo Zhongguan Cun, vicino a Pechino, la Silicon Valley della Cina, dove il governo interviene direttamente per favorire la collaborazione tra università, imprese e banche di Stato nello sviluppo delle tecnologie dell’informazione. La divisione del lavoro tra i distretti industriali di esportazione mostra anche la strategia del governo cinese di promuovere lo sviluppo delle industrie basate sulla conoscenza senza abbandonare quelle ad alta intensità di lavoro.

Nel perseguire questa strategia, il governo cinese ha modernizzato ed espanso il sistema educativo a un ritmo e a una scala senza precedenti perfino nell’Asia orientale. Sulla base degli eccezionali successi nell’educazione primaria dell’era di Mao, il numero di laureati è triplicato tra il 2001 e il 2005, fino a superare i tre milioni l’anno. Il risultato è che le università statali cinesi producono laureati in un numero comparabile a quello di paesi molto più ricchi. Anche se l’aumento quantitativo ha indubbiamente comportato un peggioramento nella qualità dell’offerta formativa, l’estensione alla fine del 2002 dell’istruzione obbligatoria a nove anni a un’area nella quale vive il 90% della popolazione rappresenta comunque un successo impressionante. Inoltre, la Cina ha il più gran numero di studenti stranieri negli Stati uniti, con gruppi in rapida crescita in Europa, Australia, Giappone e altrove. Il governo cinese ha offerto molti incentivi per spingere gli studenti cinesi all’estero a ritornare dopo aver completato i loro studi, e molti di loro, inclusi scienziati e manager, sono stati attratti dalle opportunità offerte da un’economia in rapida crescita. In breve, il gradualismo con cui le riforme economiche sono state realizzate, e le azioni di bilanciamento con cui il governo ha cercato di promuovere la sinergia tra un mercato nazionale in espansione e una nuova divisione sociale del lavoro, sono in netto contrasto con la fede utopica del credo neoliberista nei benefici di terapie d’urto, governi ridotti al minimo, e mercati auto-regolati.

Nel promuovere le esportazioni e l’importazione di conoscenze tecnologiche, il governo cinese ha chiesto la collaborazione degli interessi del capitale estero e della diaspora cinese. In queste relazioni, tuttavia, il governo cinese ha conservato una posizione di forza, divenendo esso stesso uno dei principali creditori dello Stato capitalista dominante (gli Usa) e accettando assistenza a termini e condizioni conformi all’interesse nazionale della Cina. Nessuno sforzo d’immaginazione sarebbe sufficiente a caratterizzare il governo cinese come servo degli interessi del capitale straniero. Anche la diffusa idea che tutte le industrie cines ad alta tecnologia siano controllate da capitali stranieri ignora l’ampia e crescente partecipazione di imprese e joint ventures cinesi nella produzione di beni tecnologici, come telefoni cellulari, computer e ogni tipo di elettrodomestico. La crescente competizione tra imprese pubbliche e private ha indubbiamente causato notevoli peggioramenti nella sicurezza dell’impiego che gli operai urbani godevano nell’era di Mao, così come innumerevoli episodi di super-sfruttamento, specialmente dei lavoratori migranti. Tali difficoltà devono tuttavia essere considerate nel contesto di politiche governative che nemmeno sotto questo aspetto hanno accolto la prescrizione chiave del neoliberismo di sacrificare il benessere dei lavoratori ai profitti.

Come David Schweickart ha evidenziato, la Cina è entrata nel suo periodo di riforme senza che vi fosse alcuna classe capitalista. Questo fatto è stato enormemente importante. Non solo [non c’era alcuna] classe proprietaria che potesse bloccare il cambiamento strutturale, ma la classe capitalista cui è stato consentito di emergere, incoraggiandola, è stata molto più imprenditoriale di quanto tendano ad essere le classi capitaliste che sono dominanti da lungo tempo, e quindi è stata più utile alla società in generale. Inoltre, la storia della Cina del ventesimo secolo ha insegnato ai suoi gruppi dominanti che un malcontento su larga scala di operai o contadini può mettere seriamente a rischio i successi della rivoluzione e le conseguenti riforme, e che la sola repressione non basta come rimedio. «Questa condizione – la minaccia reale di rivolte di massa e caos – è assente in Occidente. Essa è presente in molte parti del Sud del mondo, ma qui la struttura delle classi e i rapporti di forza sono alquanto differenti rispetto alla Cina». Come risultato di quest’equilibrio fra le classi, l’assistenza medica, le pensioni e altri benefici sociali per i lavoratori nelle joint ventures sono più generosi, e i licenziamenti sono più difficili nel settore del lavoro regolare in Cina rispetto ad altri paesi con livello comparabile o addirittura maggiore di reddito pro-capite. Ancora più importante, l’espansione dell’educazione superiore, il rapido incremento di opportunità alternative d’impiego nelle nuove industrie, i benefici fiscali per le campagne, e altre riforme che incoraggiano gli abitanti dei villaggi a impiegare più lavoro nell’economia rurale, si sono combinati nel creare carenze di manodopera che stanno minando le fondamenta del super-sfruttamento del lavoro migrante.

«Stiamo assistendo alla fine del periodo d’oro del lavoro estremamente a basso costo in Cina», ha recentemente dichiarato un economista della Goldman Sachs. «C’è abbondanza di lavoratori, ma la riserva di operai non qualificati sta diminuendo… i lavoratori cinesi… stanno risalendo la catena del valore più velocemente di quanto ci si aspettasse».

La Cina così inquadrata è un laboratorio sociale non indifferente in cui convivono elementi socialisti e non, un laboratorio pieno di contraddizioni esplosive che hanno toccato una vetta elevata proprio in quelle fatidiche giornate del 1989.

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Comments

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Paolo Selmi
Sunday, 09 June 2019 19:11
Solo ventitre anni prima di quei fatti, precisamente nell'agosto del 1966, sei milioni (SEI MILIONI) di guardie rosse (hong weibing 红卫兵) erano passate in rassegna da un certo Mao Zedong (毛泽东). Per i dieci anni successivi, Piazza Tian'an men (天安门) ricoprì il ruolo di fulcro di quel movimento: a prescindere dal giudizio che si voglia dare allo stesso, questo è un dato di fatto. Così, come è un dato di fatto che fu da questa piazza che Mao proclamò il primo ottobre 1949 la nascita della Repubblica popolare cinese, e fu infine nel 1958 che lo spazio venne ulteriormente ampliato, sventrando lo spazio urbanistico circostante rappresentato da mura, portali, palazzi imperiali, fiumi artificiali, stradine e archi di legno, raggiungendo i QUARANTAQUATTRO ETTARI attuali. Il fine era chiaro, anche per chi non si fosse occupato di urbanistica: riempirla di miriadi, milioni di persone. Quello che accadde fino al 1989.

"La dialettica esige che si tenga conto, sotto tutti gli aspetti, dei rapporti nel loro sviluppo concreto, e non che si afferri un pezzetto di una cosa, un pezzetto di un’altra" (Диалектика требует всестороннего учета соотношений в их конкретном развитии,а не выдергивания кусочка одного, кусочка другого. V. I. Lenin, "Ancora una volta sui sindacati, sul momento attuale e sugli errori dei compagni Trotckij e Bucharin"). Questa frase di Lenin dovrebbe aprirci la strada sullo studio di un argomento così difficile, eppure così attuale, permettendoci di staccare, per un attimo, lo sguardo ai fatti più recenti di Maīdān al-Taḥrīr e di altre Maidan in terra d'Africa e nell'Est Europa. La CIA, per una volta, non c'entra. Troppa poca gente anglofona nella Cina di allora, troppo poca gente sinofona nella CIA di allora. Soprattutto, la Cina faceva comodo agli USA in chiave antisovietica, con le stazioni di ricezione dati radio concesse nella Manciuria interna e nello Xinjiang, oltre che con i canali liberi per il traffico e la vendita di armi ai Mujaheddin afghani.

I fatti di Piazza Tian'an men furono un "affare interno" non solo alla RPC, ma al PCC stesso. Con un'inflazione galoppante fra il 24% e il 50%, nel 1986 il clima era già teso.
毛泽东的儿子上前线,
林彪的儿子搞政变,
邓小平的儿子搞捐献,
赵紫阳的儿子倒彩电。
"Il figlio di Mao Zedong andò al fronte,il figlio di Lin Biao fece il colpo di stato,il figlio di Deng Xiaoping fa raccolte fondi,il figlio di Zhao Ziyang specula vendendo TV a colori". Questa scritta apparve sui muri di Xi'an (la città dell'esercito di terracotta oggi centro della moda mondiale con una "città" nella città e le grandi firme mondiali che fanno a cazzotti per accaparrarsi metri quadri di esposizione e vendita) e fece ben presto il giro della Cina.

Occorre a questo punto calarsi nella dinamica dei rapporti di potere in Cina, una dinamica che risente, e altro non potrebbe essere, di duemila e cinquecento anni di substrato confuciano, più antico persino del nostro giudaico-cristiano. Il rapporto con l'autorità costituita, e più ancora l'espressione del dissenso, è costituito di messaggi non tutti comprensibili a primo acchito. Ho descritto e analizzato alcuni di questi fattori in un lavoro di 6 anni fa: "La Cina e il 1989, fra linee di continuità e di discontinuità" (https://www.academia.edu/1698914/La_Cina_e_il_1989_fra_linee_di_continuit%C3%A0_e_di_discontinuit%C3%A0): oltre a riportare la ricostruzione dei fatti utilizzando fonti di prima mano, ovvero cinesi, la maggior parte del lavoro è stata dedicata a illustrare come quel 1989 divenne lo spartiacque per un modo di affrontare le diatribe interne di un PCC, che nel lavoro appare con l'acronimo cinese di GCD (gongchandang 共产党), completamente diverso da quello adottato fino ad allora.

Infatti, i tragici eventi del 1989 misero il partito comunista cinese di fronte aun drammatico aut-aut: avanti così, verso l’autodistruzione, oppure cambiare il modo di dirimere le contrapposizioni interne. Nessuno doveva più agitare le piazze o permettere che si riempissero per i propri fini anzi, meno le piazze si agitavano meglio era. Le fazioni in lotta, che per comodità gli analisti suddividono in “conservatori” e “riformatori”, ma che in realtà erano (e sono) molte di più, giunsero a questo compromesso, che cambiò definitiva-mente il modus operandi del GCD: fu così che le piazze si svuotarono, la gestione collegiale del partito consentì di spersonalizzare la politica, limitando le diatribe a feroci rese dei conti consumate nel buio dei loro gabinetti,senza creare miti all’esterno, ma soltanto modelli efficaci di appropriazionedel consenso. Il nuovo modello economico si prestò enormemente a tale scopo: differenziando ulteriormente la gestione – diretta – della res politica da quella – indiretta – della res economica, il partito si configurò come quel “padrone dietro le quinte” (houtai laoban 后台老板) che muoveva indirettamente le pedine senza che esse se ne accorgessero. Non è un caso che
houtai laoban oggi indichi in gergo proprio lo sponsor politico che sta dietro i capitalisti cinesi, piccoli o grandi che siano, rappresentandone il necessario contatto con la burocrazia al fine di ottenere permessi, autorizzazioni, licenze di esportazione e quanto di necessario alla prosecuzione e alla crescita della propria attività economica.

Sono solo quaranta pagine, peraltro liberamente scaricabili e disponibili a chiunque: le ho rilette a sei anni di distanza, vale la pena di darci un occhio.

Cordialmente,
Paolo Selmi
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