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Oltre l’Ucraina, le segrete cause materiali della guerra

di Emiliano Brancaccio

Post di Emiliano Brancaccio, docente di politica economica presso l’Università del Sannio

karollyne hubert 0eXLfHJkIaQ unsplash 1 768x512La narrazione della guerra è ormai polarizzata su due opposte retoriche. Putin e i suoi giustificano l’aggressione all’Ucraina con l’urgenza di denazificare il paese e salvaguardare il diritto di autodeterminazione delle popolazioni filo-russe. Il governo USA e gli alleati NATO, invece, sostengono sia doveroso partecipare più o meno direttamente alle operazioni belliche per tutelare la sovranità di un paese libero e democratico aggredito. Queste due propagande, pur contrapposte, risultano dunque uguali nel richiamarsi continuamente ai diritti, alla lealtà, all’ideologia, all’integrità delle nazioni, alla protezione dei popoli. Come se nelle stanze del potere si discutesse solo di tali nobili argomenti. Mai d’affari.

Che in un tale bagno di idealismo affondino i rozzi propagandisti che vanno per la maggiore non suscita meraviglia. Più sorprendente è il fatto che nel medesimo stagno si siano calati anche studiosi interpellati dai media: filosofi, storici, esperti di geopolitica e di relazioni internazionali, economisti mainstream. La ragione di fondo, a ben guardare, è di ordine epistemologico. I più sembrano infatti accontentarsi di una metodologia di tipo aneddotico. Ossia, una serie di fatti giustapposti, una concezione della storia come fosse banalmente costituita dalle decisioni individuali dei suoi protagonisti, una sopravvalutazione delle spiegazioni ufficiali di quelle decisioni. E sopra ogni cosa, una espressa rinuncia: mai pretendere di ricercare “leggi di tendenza” alla base dei conflitti militari. Da Allison Graham a Etienne Balibar, nessuno osa oggi parlare delle “tendenze” su cui invece indagavano i loro grandi ispiratori, da Tucidide ad Althusser. [1]

La conseguenza di questo involuto metodo di analisi è che nel dibattito prevalente si avverte la pressoché totale assenza di indagini dedicate agli interessi materiali sottesi ai movimenti di truppe e cannoni. Manca cioè un esame delle tendenze strutturali che alimentano i venti di guerra di questo tempo.

Colmare questa lacuna è un’impresa colossale, che richiederebbe un enorme sforzo collettivo. Qui proverò solo a dare un contributo preliminare. A tale scopo, riprenderò un celebre esperimento tipico dei cosiddetti “giochi di guerra”, per rielaborarlo alla luce di quella che definisco una nuova teoria della “centralizzazione imperialista”. John Nash e Karl Marx uniti nella comprensione dei fatti, potremmo dire.

Ai fini dell’esperimento adottiamo alcune semplificazioni, che in seguito potranno esser tranquillamente rimosse ma che ora possono aiutare il lettore a cogliere più agevolmente il nocciolo del problema. Immaginiamo di tornare indietro nel tempo, alla vigilia della guerra in Ucraina. [2] Esaminiamo le possibili strategie di due soli protagonisti chiave del conflitto, la Russia da un lato e i paesi NATO dall’altro. Gli attori in gioco hanno due opzioni: la pace oppure la guerra. Ipotizziamo che tali opzioni vengano decise in base a una variabile cruciale del capitalismo contemporaneo: le quote di controllo del capitale [3], in particolare le stime sulle variazioni di tali quote che potrebbero scaturire dalle conseguenze del conflitto militare e dall’annessione dell’Ucraina nella sfera di influenza economica propria o del nemico. Un caso chiave è descritto dalla seguente tabella, dove in ciascuna casella i numeri di sinistra e di destra corrispondono rispettivamente alla variazione attesa del controllo del capitale della Russia e dei paesi NATO a seconda della scelta delle parti di restare in pace o di entrare in guerra. I numeri inseriti sono indicativi, ma come vedremo gli esiti dell’esperimento sono esattamente gli stessi in un insieme molto più ampio e plausibile di circostanze.

  NATO in pace NATO in guerra
RUSSIA in pace 0 ; 0 -10 ; +2
RUSSIA in guerra +3 ; -4 -5 ; -2

Un “equilibrio di guerra” basato sulle variazioni attese del controllo del capitale. I valori di sinistra e di destra in ciascuna casella si riferiscono rispettivamente alla Russia e alla NATO.

Il lettore può verificare un fatto piuttosto increscioso. In questo tipo di situazione la guerra è la strategia “dominante”, nel senso che entrambe le parti sono indotte a confliggere. Il motivo è che la guerra è l’opzione che determina il risultato migliore, quale che sia la strategia decisa dal nemico. Nello specifico, se prevede che la NATO opti per la guerra, la Russia preferirà fare anch’essa la guerra per ottenere -5 anziché –10. Ma pure se assume che la NATO scelga la pace, alla Russia converrà optare per la guerra che assicura un risultato di +3 piuttosto che 0. Lo scenario è identico, si badi bene, se ci si pone dal punto di vista della NATO.

Sulla base di una ferrea razionalità capitalistica, dunque, entrambe le parti sono portate a scegliere la guerra. La conseguenza di questa scelta, tuttavia, è paradossale: le parti andranno infatti a situarsi nella casella in basso a destra, che determina un esito peggiore rispetto al caso in cui avessero optato entrambe per la pace situandosi nella casella in alto a sinistra.

Perché allora non scelgono la pace? Un motivo cruciale è che l’equilibrio di pace in alto a sinistra è precario. Basti notare, partendo dall’equilibrio di pace, che ciascun attore può essere attratto dalla possibilità di ottenere un risultato migliore spostandosi verso la guerra, e sa bene che lo stesso vale per il nemico. Questo significa che per scatenare il conflitto non è indispensabile la volontà originaria di aprire il fuoco. E’ sufficiente anche solo il timore che la controparte sia tentata dalla guerra.

L’esito finale è sconcertante: sebbene causi danni a tutti, la tendenza verso la guerra è inesorabile. Come in una nemesi di Goya, non è il sonno della ragione che genera mostri ma è la stessa ragione capitalistica che genera i mostri della guerra.

Il lettore potrebbe sospettare che un tale angoscioso risultato dipenda dalla banalità dell’esercizio didattico proposto e dai particolari valori inseriti in tabella. Purtroppo non è così. Il problema della tendenza verso la guerra si ripresenta anche in modelli di analisi molto più realistici, caratterizzati da attori multipli, obiettivi pluridimensionali, probabilità statistiche, sequenze temporali, ripetizioni, e così via. Quanto ai valori inseriti, non sono certo gli unici che conducono al conflitto. La tendenza verso la guerra si impone sotto una combinazione di dati iniziali molto ampia, corrispondente a tutte le circostanze in cui i risultati delle seconde righe e colonne siano potenzialmente superiori a quelli delle prime righe e colonne. [4]

Ebbene, vi è motivo di ritenere che negli ultimi anni sia avvenuto esattamente questo: si è formata una combinazione di dati che ha innescato una generale tendenza verso l’equilibrio di guerra, di cui il conflitto in Ucraina rischia di rappresentare solo un episodio preliminare.

Molte sono le cause di questo terribile mutamento di scenario, ma sono tutte essenzialmente legate al problema del controllo del capitale. Il punto da cui occorre partire è che la competizione capitalistica mondiale genera continuamente vincitori e vinti, con i primi che a lungo andare diventano creditori dei secondi e tendono poi a liquidarli o a fagocitarli. E’ la cosiddetta tendenza verso la “centralizzazione del capitale” in sempre meno mani, che col tempo sposta il controllo del capitale dei debitori liquidati verso i creditori che li acquisiscono. [5]

Un problema chiave di questa fase storica è che gli Stati Uniti e i loro più stretti alleati si illudevano di poter dominare la centralizzazione capitalistica e hanno invece scoperto di esserne soggiogati. Questi paesi stanno infatti subendo gli effetti di uno storico declino di competitività, che si traduce in una posizione di pesante debito verso l’estero e che li colloca nell’immane gorgo della centralizzazione capitalistica nel ruolo di potenziali sconfitti.

Questi grandi debitori occidentali hanno cercato per lungo tempo di restare a galla nel grande gorgo globale adottando una strategia di doppio espansionismo, del debito e dell’influenza militare nel mondo. In pratica, i debiti esteri finanziavano le milizie all’estero che a loro volta dovevano creare nuovi accaparramenti proprietari capaci di mitigare i debiti stessi. Le campagne di guerra in Iraq, tese anche a migliorare la bilancia energetica USA, sono solo l’esempio più elementare di questo complesso circuito militar-monetario.

Come già avvenuto all’inizio del secolo scorso per l’impero britannico, tuttavia, questa forma di imperialismo dei debitori ha incontrato ostacoli crescenti, fino a raggiungere una crisi di risultati e un limite massimo di espansione, comprovato anche da varie ritirate, dall’Afghanistan e non solo. Ecco perché, da qualche anno, la linea di condotta è cambiata. Oggi, gli USA e gli altri debitori occidentali non tentano più di governare la tendenza globale alla centralizzazione del capitale, ma mirano direttamente a bloccarla. Basti pensare alle cosiddette operazioni di “friend shoring”, una figura retorica sdoganata nelle alte sfere da Janet Yellen e altri, per indicare la nuova politica di protezionismo finanziario che l’occidente sta attuando nei confronti dei capitali provenienti dal resto del mondo. Una sofisticata politica trumpiana senza alcun bisogno di Trump.

Questa svolta protezionista, evidentemente, non è apprezzata dai grandi paesi creditori verso l’estero, in primis la Cina e guarda caso in misura minore anche la Russia, che a causa del “friend shoring” stanno incontrando crescenti ostacoli all’esportazione dei loro capitali in occidente. Ostacoli, si badi bene, sorti ben prima della guerra e delle famigerate “sanzioni”.

Proprio da queste difficoltà di esportazione dei capitali nasce la tentazione dei grandi creditori orientali di dare nuovi sbocchi ai loro flussi finanziari attraverso la forza, a mezzo di interventi militari. Ossia, sorgono i primi cenni di un imperialismo emergente da parte dei creditori orientali, incoraggiati anche dai limiti di espansione dell’imperialismo militare del grande debitore americano. Giungiamo così al cospetto di due forme, una conseguente all’altra, di quella che io definisco la nuova fase di “centralizzazione imperialista” del capitale. Non più decisa solo dalla competizione sui mercati, ma anche e soprattutto dagli scontri militari.

In sintesi, potremmo affermare che la svolta imperialista dei creditori russi – che non a caso gode delle simpatie dei creditori cinesi – ha trovato un suo cruciale fattore d’innesco nella crisi dell’imperialismo dei debitori, americani e occidentali, e nella conseguente svolta di questi verso il protezionismo finanziario.

E’ questa l’inedita combinazione di dati che sta alimentando una tendenza generale verso l’equilibrio di guerra, e che rischia di esondare ben al di là dei confini ucraini. La vera posta in gioco, infatti, è enormemente più grande: la sopravvivenza o la cancellazione delle regole del circuito militar-monetario internazionale, fino ad oggi continuamente scritte e riscritte a piacimento dai soli Stati Uniti e dai loro alleati, e subite da tutti gli altri.

Se si accetta questo schema interpretativo, emergono implicazioni sconvolgenti rispetto alle consuetudini della vulgata. Contro le fantasie dei pasdaran delle rispettive fazioni, secondo cui l’imperialismo sarebbe solo quello del nemico, gli imperialismi reali qui sono due, logicamente consequenziali: quello dei debitori in declino e quello dei creditori in ascesa, e sono destinati a scontrarsi come gigantesche zolle tettoniche in movimento. Mentre il capitalismo europeo, che pure ambisce a un proprio imperialismo unitario, di fatto resterà ancora a lungo sfracellato, anche a causa di un’identità finanziaria contraddittoria: all’estero né troppo creditore né troppo debitore, mentre all’interno affetto da un enorme sbilanciamento tra posizioni nette attive e passive.

In questo intreccio sempre più fitto di lotta economica e militare tra capitali, chi si affanna a parteggiare per gli uni o per gli altri esercita solo una perniciosa forma di “codismo”. Piuttosto, sarebbe il caso di focalizzare che nell’economia di guerra prossima ventura la classe lavoratrice di tutti i paesi coinvolti sarà inevitabilmente sottoposta a più intensi tassi di sfruttamento, tra ulteriori rischi di declino dei salari reali e delle quote salari, accentuata precarietà, nuove militarizzazioni dei luoghi di lavoro. Un destino da carne industriale e da cannone, a meno di ricostruire un autonomo punto di vista del lavoro nella contesa tra nazioni e tra classi: un “pacifismo conflittualista”, all’altezza dei durissimi tempi a venire.

Di questo e di altro si dovrebbe iniziare a discutere. Ma dall’analisi dei fatti c’è già una lezione preliminare da trarre. Nella sua essenza, il moderno conflitto militare è pura “guerra capitalista”, che scoppia a causa non di sacri diritti negati ma di profani contratti mancati. Molto più dello sfregio di una libertà violata, è l’onta di un affare perduto che oggi più che mai muove le truppe e i cannoni. [6]

Essere concreti costruttori di pace significa allora, in primo luogo, abbandonare le ingannevoli scorciatoie dell’idealismo e disvelare le potenti forze materiali che agitano i nuovi venti della guerra capitalista. Non lo si sta facendo, quasi per nulla. E il tempo stringe.


NOTE
[1] Per un approfondimento in tema di “leggi di tendenza”, si veda: Emiliano Brancaccio, Fabiana De Cristofaro (2022), In Praise of ‘general laws’ of Capitalism: Notes from a Debate with Daron Acemoglu. Review of Political Economy, first published online: 2 March. Trad. it. in Emiliano Brancaccio, Democrazia sotto assedio. La politica economica del nuovo capitalismo oligarchico, Piemme, Milano, 2022.
[2] Anche ben prima della vigilia: cfr. “La guerra per procura”, intervista a Emiliano Brancaccio e Giulio Tremonti, RAI Radio Uno, 21 marzo 2022.
[3] Per una misura delle quote di controllo del capitale paese per paese in termini di “network control”, cfr. Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Milena Lopreite, Michelangelo Puliga (2022), Convergence in solvency and capital centralization: a B-VAR analysis for High-Income and Euro area countries, Metroeconomica, forthcoming.
[4] Su potenzialità e limiti della teoria dei “giochi di guerra” e sui possibili legami con le analisi strutturali del capitalismo, si rinvia a: Emiliano Brancaccio con Giacomo Bracci, Il discorso del potere, Il Saggiatore, Milano 2019 (in particolare i paragrafi dedicati a Schelling e Aumann).
[5] Sulla teoria e sulle evidenze empiriche della centralizzazione del capitale, si veda: Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Milena Lopreite, Michelangelo Puliga (2018), Centralization of capital and financial crisis: a global network analysis of corporate control, Structural Change and Economic Dynamics, Volume 45, June, Pages 94-104; Emiliano Brancaccio, Giuseppe Fontana (2016), ‘Solvency rule’ and capital centralisation in a monetary union, Cambridge Journal of Economics, 40 (4). Cfr anche: Emiliano Brancaccio, Marco Veronese Passarella (2022), Catastrophe or Revolution, Rethinking Marxism, first published online: 7 February.
[6] Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli, La guerra capitalista, Mimesis (di prossima pubblicazione).
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Comments

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Delu
Sunday, 12 June 2022 11:22
Finalmente una analisi di tipo materialista sulle origini della guerra. Di questi argomenti non se ne parla mai nei vari siti e dibattiti dei vari analisti geopolitici
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Danko
Wednesday, 08 June 2022 16:29
un brancaccio controcorrente e ottimo, come al solito.
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Bogdanov
Tuesday, 07 June 2022 11:04
Brancaccio in questi anni ha fatto un lavoro notevole intorno al recupero della legge marxiana di centralizzazione del capitale, bisogna dargliene atto. Adesso vuole anche recuperare il collegamento tra centralizzazione e imperialismo e lo fa in base al tema leniniano della esportazione dei capitali. Il tutto sempre insistendo sulla riabilitazione delle "leggi di tendenza", anche se in modo meno rigido di chi lo ha preceduto. In fondo sta facendo qualcosa di molto ortodosso, ovviamente con strumenti scientifici nuovi. Uno può essere d'accordo o no, per esempio io temo che nonostante le tante puntualizzazioni lui rischia di creare una nuova "religione" delle "leggi di tendenza", come purtroppo i marxisti hanno fatto tante volte in passato. Però, se l'obiettivo è rilanciare il marxismo questa di Brancaccio mi sembra pure l'unica strada possibile. Implica dei rischi? forse sono inevitabili. Bogdanov.
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Gogo
Tuesday, 07 June 2022 00:23
Finalmente si parla dei moventi economici delle guerre e dell’ imperialismo come conseguenza necessaria del capitalismo.
Però noto un problema: se il conflitto e’ soprattutto tra Capitali, e non tra stati/paesi, gli Stati Uniti saranno DEBITORI come paese, ma i “loro” Capitalisti sono CREDITORI ! Sto parlando dei poteri finanziari mondiali (Blackrock ecc.), banche di investimento, big tech, big pharma, le industrie militari, le corporazioni massmediatiche ecc. Insomma il grosso del Potere capitalista occidentale non è certo un debitore, e non sta sulla difensiva, anzi cerca di accaparrarsi mercati e risorse (e per questo vuole distruggere Russia e Cina che glielo impediscono)
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AlsOb
Monday, 06 June 2022 20:26
La debolezza dell'articolo del vaporoso Brancaccio non sta solo nelle due scolastiche premesse, la prima con riferimento al dilemma del prigioniero è illogica e non scientifica, per non includere tra l'altro l'uso intenzionale localistico di carne da macello e la possibilità del ricorso alle bombe atomiche, la seconda è artificiosa per esporre un equilibrismo che compara e pone sullo stesso livello l'imperialismo dell'unica superpotenza, che usa deliberatamente le proxy wars e che è finanziariamente nettamente superiore, e le rivendicazioni di sicurezza nazionale e eventualmente semi-imperialistiche di Russia e Cina, ma anche nella più originale e astratta conclusione, seppur programmaticamente collegata alla metodologia del materialismo storico.
Come acutamente osserva Enza, tale formale conclusione si esaurisce in una esortazione intellettualistica, che tende a rimanere sospesa nell'etereo e che sembra in aggiunta perdere di vista le ragioni immediate del conflitto e invocare un distrattivo pacifismo, a evitare le materialistiche e umane troppo umane considerazioni sulle scelte di schieramento in rapporto e contro l'interesse nazionale e su chi paghi i costi della dichiarazione di guerra alla Russia.
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Enza
Tuesday, 07 June 2022 14:49
Ti ringrazio, AlsOb.
Ci siamo capiti. Ma anche se non ci si intende, specie tra gente che neanche si conosce, non ammetto l'insulto, la diminutio, la denigrazione dell'altro. Questo è uno spazio di confronto non un ring.
Ciao e buon pomeriggio.
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Beppe
Tuesday, 07 June 2022 11:10
@AlsOb, va bene scrivere laqualunque, però dire che gli USA sono "finanziariamente superiori" quando qui il ragionamento parte da una NIIP USA pesantemente negativa è proprio da analfabeti. Più in generale, questa storia che l'imperialismo è uno solo è una vecchia cazzata. Aggiornatevi.
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Filippo
Monday, 06 June 2022 14:43
l'equilibrio di guerra alla Nash è solo uno specchietto per le allodole. Quello che conta è alla fine del pezzo. Cose anche giuste e originali ma l'autore sopravvaluta troppo i capitalisti russi e cinesi. Non basta essere creditori netti per sperare di buttare giù le regole del gioco americane.
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perlalottacomunista
Monday, 06 June 2022 10:58
@danilo, la questione della sicurezza territoriale fa certamente parte dell'analisi marxista. Ne parlava spesso Arrigo Cervetto. Il tema è collegato a quello della esportazione di capitali di cui parla Brancaccio. Per me l'unico grave limite dell'ottimo articolo di Brancaccio è l'uso finale della parola "pacifismo" (anche se compensato da "conflittualista"). E' una concessione linguistica proprio all'idealismo che lui giustamente critica, e non c'è bisogno di questa concessione perché la tattica proposta, gratta gratta, è puro leninismo: che i capitalisti si azzannino tra loro, tanto è inevitabile. Alla classe lavoratrice toccherà il durissimo compito di sfruttare le conseguenze. RB
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danilo marra
Monday, 06 June 2022 09:13
Quelle indicate da Brancaccio sono le forze profonde, sono d'accordo. Però la questione della sicurezza territoriale è un aspetto che va tenuto presente. Non sarà rigorosamente marxista e non sarà l'aspetto decisivo ma c'è pure quello.
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Frankiefurt
Monday, 06 June 2022 08:18
A giudicare dai commenti ridicoli e risentiti della povera Enza che non sa a quale tram attaccarsi, (come se il problema fosse quello di attaccarsi ai tram del capitale che circolano ora), di un idiota stalinista di passaggio che essendo ignorante deve dire la sua goebbelsiana massima contro gli intellettuali, e dei vari "codisti" attaccati alla pettola di Putin o di Biden, direi che Brancaccio ha centrato ancora una volta il bersaglio. Articolo perfetto, anche nelle implicazioni politiche, leniniste e internazionaliste.
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Ugo
Monday, 06 June 2022 19:28
Se Brancaccio ha colpito nel segno, sei pronto per fare la rivoluzione ? Solo quella , allo stato delle cose, potrebbe cambiare le sorti di un mondo destinato alla guerra permanente fino all'armageddon finale tra le forze imperialiste ovest / est.
Di ridicolo altrimenti ci sei solo tu.
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masaccio
Tuesday, 07 June 2022 10:55
@Ugo, Frankiefurt dice bene, i "codisti" sono merda. Tu sei uno di quelli e vorresti dare patenti di rivoluzionario agli altri? Non fai nemmeno ridere. Sei solo l'ultimo dei nemici di classe.
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rocco santagiuliana
Sunday, 05 June 2022 22:03
Dopo aver letto l'articolo ed i commenti capisco perchè Stalin gli intellettuali li mandava tutti in Siberia. Povera sinistra.
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Tugan
Monday, 06 June 2022 18:00
@rocco, abbi pazienza, sarai pure un ignorante matricolato ma questo non ti da il diritto di sparare puttanate al vento sugli intellettuali (e su Stalin).
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rocco santagiuliana
Tuesday, 07 June 2022 00:58
Ignorante? Certamente , nulla da dire a riguardo. Diritto di sparare puttanate ? In questo sito? Dove scrivono e commentano , complottisti, negazionisti , terrapiattisti , pacifisti senza se e senza ma , marxisti leninisti che si arrovellano sulla teoria del valore-lavoro e via andare? Ma abbi pazienza Tugan , è come dire a uno che entra in un osteria di provincia della bassa Padania " tu qui non hai diritto di bere vino". Un mezzo bicchiere fammelo bere ...
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Enza
Monday, 06 June 2022 07:07
"Ognuno di noi continua a parlare un linguaggio che lui stesso non intende, ma che ogni tanto viene inteso. Il che ci permette di esistere e di essere perciò quanto meno fraintesi. Se esistesse un linguaggio in grado di essere inteso, disse Saurau, non ci sarebbe bisogno di nient’altro. " ( Thomas Bernhard, Perturbamento )

P.S : Stalin , nelle sue epurazioni, dimenticò qualcuno. Oggi ci sono i suoi discendenti.
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rocco santagiuliana
Tuesday, 07 June 2022 00:40
Scusa Enza, a parte la citazione di Thomas Bernhard , che non ho capito e che probabilmente non sono in grado di capire (ti prego di usare testi più semplici - alla mia portata diciamo) , quando citi gli attuali discendenti ti riferisci ai discendenti di Stalin o ai discendenti di quelli che Stalin dimenticò di deportare?
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Alfred*
Sunday, 05 June 2022 20:35
Direi che da una prospettiva ' a volo d'acquila' la tendenza generale e' chiara.
Nella parte didascalica e quotidiana mi piacerebbe, a partire dall' ultima constazione di questo periodo
- In sintesi, potremmo affermare che la svolta imperialista dei creditori russi – che non a caso gode delle simpatie dei creditori cinesi – ha trovato un suo cruciale fattore d’innesco nella crisi dell’imperialismo dei debitori, americani e occidentali, e nella conseguente svolta di questi verso il protezionismo finanziario.

Capire cosa si intende per ' protezionismo finanziario'. Da ignorante mi sembra di capire che l' aumento dei tassi in Usa sia calibrato anche per drenare capitali esteri verso Usa e far stare a casa i propri.
Che poi gli Usa con l'aumento dei tassi rischino di far scoppiare la situazione interna con salari fermi e persone che non riesco a pagare i mutui ecc.
Ammetto i miei limiti, come tendenza generale l'articolo mi sembra corretto, ma sarebbe bene anche scendere nel didascalico quotidiano perche' e' quello dove le dinamiche si manifestano e a volte deviano o si invertono.. con imprevedebili risultati finali...
Comunque grazie di questa visione di campo largo
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AlsOb
Sunday, 05 June 2022 20:00
Vi è una osservazione che dovrebbe sorgere scontata, tanto per orientarsi nella vaporosità, ma che resta elusiva e nessuno solleva.
Concesso che il momento clou è il riconoscimento di un pacifismo fondato sulla metodologia scientifica e analitica del materialismo storico e non idealistico e equivoco, in termini materiali e concreti forzatamente dovrebbe valutarsi il suo rapporto con la scelta politica di dichiarare guerra alla Russia e sacrificare l'interesse nazionale. L'imperialismo italiano non tollera la neutralità e esige la guerra alla Russia o la condizione di profonda colonia obbliga a adeguarsi ai comandi? O è solo questione di narcisisti isterici che si scoprono animosi belligeranti?
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Enza
Sunday, 05 June 2022 17:49
"Essere concreti costruttori di pace significa allora, in primo luogo, abbandonare le ingannevoli scorciatoie dell’idealismo e disvelare le potenti forze materiali che agitano i nuovi venti della guerra capitalista. Non lo si sta facendo, quasi per nulla. E il tempo stringe."

Di grazia, chi sarebbero i costruttori di pace ? Come dovrebbero muoversi, dopo essersi contati e uniti, per fermare questi due massimi sistemi ?
A chi si riferisce esattamente Brancaccio ? Alle sinistre ? Allo smembrato internazionalismo proletario ? Agli accademici in dissenso ?
Quali le strategie e l'organizzazione per passare "dalle ingannevoli scorciatoie dell'idealismo" al disvelamento ecc...? Un piccolo sforzo dopo questa brillante analisi, lo potrebbe fare.
Folgorati da questa rivelazione, attendiamo dritte per dare corso al pacifismo consapevole della lotta titanica in atto che rovesci il tavolo e , dopo avere scompigliato le carte degli imperialismi contrapposti, le rimetta a posto. O no ?
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Robbie
Sunday, 05 June 2022 16:49
Un brancaccio che taglia i concetti un po' troppo con l'accetta e che rischia di proporre un meccanicismo in cui di solito non cade. Ma è senza dubbio l'analisi più acuta e originale che ho finora letto sulla guerra. R.
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Fede
Sunday, 05 June 2022 15:45
"Come se nelle stanze del potere si discutesse solo di nobili argomenti. Mai d'affari". Grande Brancaccio. grazie! Fede
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Mario foxtrot
Sunday, 05 June 2022 15:39
Come al solito ci voleva Brancaccio per tirare fuori un pezzo che badasse alle cause materiali della guerra e spazzasse via le puttanate delle propagande.

Il succo: gli americani si illudevano di governare la centralizzazione capitalistica globale, si sono invece trovati dal lato dei debitori, hanno reagito prima col circuito militar-monetario, poi con il "friend shoring" (protezionismo finanziario e non solo) e così i creditori russi e cinesi hanno perso gli sbocchi per l'espertazione dei loro capitali. Così è iniziata la guerra inter-imperialista, che andrà ben oltre l'Ucraina.

Finalmente iniziamo a capirci qualcosa. Avanti così.
Mario

P.S. AlsOb, si è capito che verso Brancaccio provi un'ossessione che ti fa perdere proprio la lucidità, ma per come scrivi si capisce solo che non sai distinguere il materialismo dalla tua lavatrice di casa.
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AlsOb
Sunday, 05 June 2022 05:46
Il vaporoso Brancaccio per alcuni aspetti più fedelmente si attiene alla sua prevedibile linea, che al declamato materialismo storico.
Tenuto conto che per esempio dal 1935 è disponibile il sottile libretto e discorso (oggi ascoltabile a piacimento su youtube) War is a Racket, del due volte medaglia d'onore Smedley D. Butler, chi non è propriamente ingenuo non dovrebbe credere d'immediato alle narrazioni infantili propagandate.
Ma più ancora è da prendersi con le molle il giochetto del dilemma del prigioniero applicato alla guerra tra Russia e Ucraina, perché inappropriato, e pure tra Russia e Nato, dato che l'unica superpotenza in teoria lo segue, ma ne modifica un poco il contesto di applicazione, per spingere sull'utilizzo sofisticato e spiazzante delle proxy wars.
Pertanto già le premesse didascaliche di Brancaccio appaiono un poco inefficaci, esiste per la Russia un serio problema sia di confini geografici, sia di sicurezza nazionale, che risale agli effetti del disastroso crollo dell'Urss, problema che si sarebbe potuto, con una minima volontà politica, risolvere pacificamente da tempo, senza il ricorso a una tragica, sanguinosa e barbarica guerra, come ha sempre sostenuto per esempio Kissinger (e altri), contrastato però dai fanatici guerrafondai neoliberali neocon.
Relativamente fragile o parziale è anche la seconda parte della sua narrazione, nella quale un poco artificiosamente mette sullo stesso piano egualitario due imperialismi, quello della superpotenza unica e quello della Russia, differenziati dalla posizione debitrice e creditrice.
In un mondo privo di un sistema monetario internazionale e in cui vige l'imperialismo del dollaro le regole sono dettate da uno solo, che ha pure la prerogativa di praticare guerre dissimulate, ma non meno effettive e tragiche, attraverso l'applicazione di sanzioni economiche e finanziarie. (Il cinese Yu Yongding ha detto, come noto anche ai lettori del sito, che i crediti esteri in dollari della Cina sono da considerarsi alquanto aleatori).
L'eventuale insofferenza contro l'imperialismo del dollaro da parte di potenze emergenti; magari non del tutto previste nella loro dinamica ascendente, genera inevitabilmente un conflitto, che preferibilmente dovrebbe essere risolto in via cooperativa e negoziale. Se ciò non accade si accentuano pericolose tensioni, il friend shoring già definisce, davanti alla difficoltà di plasmare il mondo in sottomesso villaggio globale, il momentaneo ripiego sulla costruzione di blocchi contrapposti scarsamente cooperativi.
I rischi che si vengono a creare sono parecchio elevati e purtroppo esasperati da una generazione di opinionisti, che; fabbricati da finanziate Think Tanks, non solo parzialmente credono e scrivono che la guerra possa essere una soluzione, ma accedono pure a ruoli governativi.
Molto importante è la conclusione di Brancaccio; "Essere concreti costruttori di pace significa allora, in primo luogo, abbandonare le ingannevoli scorciatoie dell’idealismo e disvelare le potenti forze materiali che agitano i nuovi venti della guerra capitalista".
Le pregiudiziali e velleitarie posizioni pseudo pacifiste basste sull'astrattismo denotano scarsa intelligenza e per non ricoscere i fenomen reali contribuiscono a complicare problemi e conflitti.
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