Il Niger e il neocolonialismo europeo in Africa: sul futuro di un’illusione
di Eusebio Filopatro
Il 26 luglio 2023 gli uomini della guardia presidenziale nigerina hanno catturato il presidente Mohamed Bazoum, dando inizio ad un colpo di stato.
L’evento ha brevemente spostato i riflettori verso il Sahel, una delle regioni più trascurate e povere del mondo, che pure con buone ragioni è stata definita la frontiera meridionale d’Europa (da ultimo in una lettera di Roberta Pinotti a Repubblica).
Nella presente serie di articoli mi propongo (1) di contestualizzare il golpe nigerino nella sua storia e motivazioni, e in particolare sullo sfondo della travagliata dissoluzione del neo/postcolonialismo francese, (2) di valutare le prospettive e le difficoltà di un eventuale intervento ECOWAS, e (3) di inserire queste considerazioni nello scenario internazionale più ampio, in particolare rispetto alle aspirazioni realistiche che l’Europa se non l’intero Occidente può mantenere rispetto al suo (dis)impegno in Sahel e in Africa.
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I. Niger: Le ragioni di un golpe
In un articolo del 1989, Guy Martin ricostruiva le relazioni franco-africane da un punto di vista spinoso: l’estrazione dell’uranio. Martin introduceva la questione del Niger chiarendo senza troppi giri di parole che esso “può anche essere descritto come un'enclave neocoloniale dominata dagli interessi politici, economici, culturali e strategici francesi” (p. 634). In conclusione, alla sua disanima, Martin suggeriva anche un’interpretazione inquietante quanto plausibile del golpe del ’74:
“Nel marzo 1974, i rappresentanti di Francia, Niger e Gabon si incontrarono a Niamey per discutere della domanda e dell'offerta di uranio, ma a causa del rifiuto della delegazione francese di prendere in considerazione qualsiasi aumento del prezzo per i produttori, si decise di sospendere i negoziati e di riprenderli il mese successivo. È difficile credere che sia stata una completa coincidenza che il Presidente Diori sia stato rovesciato da un colpo di Stato militare appena 72 ore prima della ripresa dei negoziati tripartiti, e appena 48 ore prima che Diori partisse per New York, dove era previsto un discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite sul tema delle materie prime.” (p. 637).
Insomma, storicamente, anche dopo la cessazione formale del colonialismo (1897-1960), è difficile descrivere i rapporti tra Francia e Niger se non come a una forma di imperialismo estrattivo, peraltro rivolto da uno degli stati più prosperi del mondo, una potenza nucleare e membro del Consiglio di Sicurezza, contro il paese che è terzultimo per indice di sviluppo umano.
Anche se scarseggiano analisi scientifiche altrettanto franche, comprensive e dettagliate quanto quella di Guy Martin, non ci si deve illudere che negli ultimi decenni la situazione sia sostanzialmente cambiata. E questo non a detta di media antioccidentali, siano essi russi o cinesi, o degli studiosi “radicali” che operano nello stesso occidente: sono invece le stesse testate occidentali, assieme alla diaspora nigerina, a testimoniare i problemi drammatici che hanno contribuito al rovesciamento di Bazoum.
Tra 2010 e 2014, il Guardian ha pubblicato una serie di articoli (ad esempio 1,2,3,4) che rivelavano non solo la mancata implementazione delle misure di sicurezza per le miniere di uranio promesse da parte della francese Areva (poi confluita in Orano), ma anche i difficili e poco trasparenti negoziati con il governo nigerino. I proventi del colosso francese dell’uranio superavano di 4 volte l’intero bilancio del Niger, e i negoziati riguardavano l’incremento delle royalties da un misero 5% al 12%. Nonostante non fosse neppure in discussione che circa nove decimi del ricavato dall’uranio rimanessero alla francese Areva, alla quale il Niger ha anche assicurato colossali esenzioni fiscali, Areva sosteneva che concedere un ulteriore 7% allo stato nigerino avrebbe reso insostenibile il suo modello d’affari. La conclusione dell’accordo non ha sostanzialmente intaccato questa relazione sbilanciata e, si sospetta, forzata. Addirittura, l’ONG “pubblica ciò che paghi” (Publish What You Pay) che monitora il pagamento ai governi da parte delle multinazionali che si occupano di risorse naturali, sostiene che Areva-Orano avrebbe diminuito le royalties grazie a un deprezzamento dell’uranio nigerino.
Ancora nel 2017, un eccellente reportage di due giornalisti, il belga Lucas Destrijcker e il maliano Mahadi Diouara, rivelava al mondo l’impatto devastante dell’estrazione dell’uranio nella città nigerina di Arlit. Citando organizzazioni e testimonianze locali, Destrijcker e Diouara spiegavano ad esempio che, mentre la popolazione locale era priva di acqua corrente, la miniera consumava miliardi di litri della falda acquifera locale, e delle interviste condotte su 688 impiegati nel sito mostravano che circa un quarto aveva sofferto gravi problemi di salute, al punto che 125 avevano dovuto abbandonare il lavoro per disturbi presumibilmente legati alla tossicità dell’uranio. Nel 2012, un tribunale francese ha condannato Areva per la morte di tumore di Serge Venel, ma ovviamente l’accesso a un tribunale è ben al di là delle possibilità dei minatori nigerini.
Anche il convincimento della stampa occidentale sulla “democraticità” di Bazoum sembra essere cosa recente. Il 25/6/20 Libération parlava di “politica repressiva nel silenzio colpevole della Francia” e di “degrado delle libertà pubbliche” in un articolo sugli arresti di attivisti anti-corruzione. Nel 2021, Amnesty International segnalava arresti di massa, violenze, e censura di internet in seguito alle contestate elezioni. Ancora più chiari sono una serie di comunicati ed editoriali apparsi negli ultimi anni sul sito ufficiale della diaspora nigerina, www.nigerdiaspora.net. Il 24/06/23, quindi un mese prima del colpo di stato, uno di questi si rivolgeva accoratamente al presidente Bazoum, spesso accusato di essere un fantoccio nelle mani della Francia, riguardo alla conferma della presenza militare francese in Niger: “Vi avrei consigliato di prendere le distanze dalla Francia, incapace di liberarsi del suo spirito neocoloniale e di fornire al nostro Paese ciò di cui ha davvero bisogno, senza dover subappaltare la sua sicurezza a nessun altro”.
Altrettanto negativo è quindi ben diverso dalla narrazione giornalistica, è il giudizio sul governo di Bazoum espresso da Padre Mauro Armanino, un missionario italiano che risulta tuttora presente in Niger. Scrive Armanino sul suo blog:
“Mohamed Bazoum è il successore – nonché il prescelto – di Mahamadou Issoufou, entrambi fondatori del PNDS. Il decennio di potere del suo mentore, contrariamente all’opinione occidentale e africana, ha gradualmente contribuito ad affossare la fragile democrazia nel Paese. Demoliti i partiti, eliminato l’oppositore principale Hama Amadou, divisa per compravendita la società civile e, infine, l’operazione seduzione ‘pecuniaria’ per la classe intellettuale del Paese, la democrazia si è trasformata nel regno tentacolare e fondamentalmente corrotto del PNDS. Bazoum, malgrado la complicità degli osservatori internazionali che hanno ratificato i risultati dello scrutinio delle ultime presidenziali del 2021, è stato eletto in modo fraudolento.”
Infine, il drammatico deterioramento della sicurezza in Niger è pure segnalato a margine delle ambiziose – e fallimentari – iniziative di cooperazione che in anni recenti l’Unione Europea ha rilanciato con il “G5 Sahel”. Questo gruppo di stati, formalizzato nel 2014 e con sede a Nouakchott, comprende Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad: cioè, paesi la cui maggioranza è nel frattempo passata al di fuori dell’orbita d’influenza europea per una serie di colpi di stato. Limes lo presentava come un “consesso regionale fortemente sponsorizzato (anche economicamente) dall’Unione [Europea]”. Ebbene in questo quadro già nel 2018 l’ISPI definiva il Niger “il perno instabile della politica UE nel Sahel” e nel rilevare il protagonismo dell’allora Ministro dell’Interno Mohamed Bazoum, ne citava il (poco) democratico compiacimento nel sopprimere le manifestazioni della società civile: ““li abbiamo arrestati come polli”, si rallegrava Bazoum. Le motivazioni dei manifestanti? “Aumento dell’IVA e delle imposte su beni di prima necessità, dal riso all’acqua corrente, avrebbero colpito le fasce deboli della popolazione”. E nel 2018, più generalmente, prima di rilanciare le ambiziose affermazioni di Tajani su un “Piano Marshall” per il continente africano, lo IAI riportava che “il Sahel è negli ultimi anni diventato una regione fuori controllo in cui, grazie alla vastità dei luoghi e al caos politico, trovano rifugio jihadisti pronti a riorganizzarsi”.
In questo contesto, sebbene sia già stato scritto ampiamente in proposito, è impossibile non sottolineare gli effetti destabilizzanti della distruzione della Libia scientemente voluta dai poteri occidentali, come del resto denunciava già nel 2014 lo stesso Bazoum, stavolta da Ministro degli Esteri.
Insomma, a conclusione di una pur rapida carrellata sull’argomento, e rivedendo la stessa stampa occidentale ed europea, inclusi alcuni articoli di analisi, accanto all’imprescindibile voce della diaspora nigerina e delle (poche) voci indipendenti dal posto, si riscontrano gli stessi problemi di instabilità, impoverimento, corruzione, e sfruttamento coloniale denunciati dai golpisti come motivazione per il loro atto di forza. Al contrario, l’insistenza sulla cristallina democraticità del deposto presidente Bazoum suona perlomeno esagerata, anche perché il medesimo ha occupato posizioni di responsabilità al vertice della politica nigerina per più di un decennio, durante il quale i gravi problemi che affliggono il popolo nigerino non sono stati risolti.
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II. Macron, Ecowas e Niger: i “cani senza denti” e le minacce d’intervento militare
Il “vaso di Pandora”
Nella prima parte ho riassunto alcuni dei principali problemi economici, di sicurezza e di corruzione antidemocratica che hanno portato al golpe in Niger, oltre a richiamare lo strapotere coloniale occidentale e in particolare francese e il suo esercizio iniquo, il quale ha imposto ai nigerini condizioni inaccettabili e insopportabili nell’ambito dell’estrazione e commercio dell’uranio e non solo.
In questa seconda parte rifletterò invece sulle prospettive del paventato intervento militare da parte dell’ECOWAS: sul perché paia irrazionale e, nel caso si concretizzi, potenzialmente disastroso.
La premessa necessaria a questo ragionamento è la considerazione delle capacità dei golpisti e del loro sostegno popolare, secondo quanto possiamo desumere dalla dinamica e dagli sviluppi del colpo di stato.
Tecnica del colpo di stato
Il rivolgimento nigerino è stato inizialmente presentato dai media occidentali come l’abborracciata protesta personale del capo della Guardia Presidenziale, Abdourahamane Tchiani, contro il suo licenziamento. Secondo un copione che abbiamo sentito raccontare su tutt’altri scenari, le “fonti militari citate dalla stampa francese” parlavano inizialmente “di un «ammutinamento» e di «richieste corporative su bonus e le carriere di alcuni soldati»”. Questa ricostruzione stravagante, volta forse a minimizzare l’accaduto e a screditare i golpisti, potrebbe essere stata alimentata dagli stessi con buone ragioni. Infatti l’esercito nigerino si è inizialmente dichiarato contrario, salvo poi cambiare completamente e repentinamente posizione – o, a seconda delle interpretazioni, gettare la maschera – non appena la presa del potere è stata consolidata ed è stato scongiurato il pericolo di un precoce intervento esterno.
Tchiani è emerso quasi immediatamente come figura di riferimento del nuovo corso, e sebbene le caricature personalistiche non aiutino la comprensione, il personaggio esemplifica in qualche modo l’operazione nigerina, analogamente a quanto Meloni o Biden sono emblematici dei relativi establishment.
Tchiani è un esperto militare quasi sessantenne che, lavorando dal 2011 nella Guardia Presidenziale, ha sventato almeno 3 tentativi di putsch. Ha ricevuto un addestramento e una formazione d’élites e internazionali, tra Sénégal, Francia, Marocco, Mali e Stati Uniti. Nel 1989, è stato decorato con una medaglia per essere giunto per primo in soccorso delle vittime di un disastro aereo nella zona di Bilma. Ha partecipato a missioni delle Nazioni Unite in Costa d’Avorio, nel Darfur Sudanese, e nella Repubblica Democratica del Congo. Ha servito in una missione dell’ECOWAS/CEDEAO (Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale) in Costa d’Avorio, e in una task force internazionale con truppe da Niger, Chad, Nigeria e Camerun nel contrasto ai guerriglieri islamisti di Boko Haram (alcune fonti: RFI, France24 e la BBC.) France24 descrive la Guardia Presidenziale come una forza di 700 uomini, armata di tutto punto con strumenti modernissimi.
Oltre alla cattura del potere, i golpisti hanno organizzato efficientemente la comunicazione, ostentando un plateale appoggio popolare. Hanno raccolto nello stadio di Niamey decine di migliaia di sostenitori festanti con bandiere nigerine e russe, e più recentemente un appello per integrare volontari nell’esercito è stato raccolto da altre migliaia, pronti a mettersi in fila di notte per farsi arruolare. L’Economist, che certo non può essere sospettato di simpatie per la giunta, ha mostrato con un sondaggio che il 78% dei nigerini la sostiene. Di più: il 54% sono generalmente contrari a interferenze da parte di organismi regionali o internazionali, ma l’ambiguità della domanda è parzialmente dissipata dal fatto che il 53% dei favorevoli sarebbero in realtà ben disposti verso un intervento della Russia, il 13% vedrebbe di buon occhio un’azione degli Stati Uniti, e solo il 6% invoca le armate dell’ECOWAS.
I golpisti hanno anche presentato un governo di 21 membri che pare relativamente moderato: il Primo Ministro è Ali Mahaman Lamine Zeine, già Ministro delle Finanze nel governo di Mamadou Tandja fino al golpe del 2010, e 3 ministri sono generali (l’esercito non era invece rappresentato nel precedente governo di 43 ministri a guida Bazoum).
Le reazioni ufficiali al golpe sono state disparate: gli stati e i media occidentali sono precipitati nella confusione e nell’incertezza, con la Francia ostinata a ignorare le autorità non elette del Niger, incluse le richieste di ritirare militari e diplomatici francesi. Gli USA sono restii a denunciare il colpo di stato per non dover troncare la cooperazione. Infatti, dal 2012, hanno profuso 500 milioni di dollari in aiuti militari e il Niger è, per dirla con Joshua Meservey (ricercatore dell’Hudson Institute), “il paniere dove gli USA hanno riposto tutte le loro uova”. Senza scendere nei dettagli, il resto della comunità internazionale ha formalmente invitato a rispettare i meccanismi della democrazia. La Cina ha dichiarato di aspettarsi un ripristino dell’ordine e una soluzione politica da parte dei poteri locali e regionali, nella protezione della sicurezza di tutte le parti coinvolte, incluso Bazoum, senza però chiamare l’accaduto “un golpe”. La portavoce del ministero degli esteri russo, Maria Zakharova, dapprima ha invocato una soluzione pacifica, basata sul dialogo, e poi con i consueti toni sferzanti ha deriso la fallimentare missione diplomatica di Victoria Nuland, le cui richieste sono state respinte. Diametralmente all’opposto dell’irritazione francese, i governi militari di Mali e Burkina Faso, notoriamente filorussi, hanno garantito fin da subito assistenza al Niger in caso di intervento militare esterno. Anche il famigerato leader della “Wagner”, Yevgeny Prigozhin, che nel frattempo è deceduto per la seconda volta, ha offerto i suoi servigi ai nigerini.
I “cani senza denti” e le minacce d’intervento militare
Assieme a quella francese, la più forte reazione di condanna è giunta dall’ECOWAS/CEDEAO, che ha subito imposto sanzioni, intimato un ultimatum, ed al suo scadere ha annunciato di aver fissato un “D-Day” per l’attacco. Mentre il Chad, altro vicino bene armato del Niger, ha escluso decisamente ogni soluzione militare, la comunità di 15 stati (da cui vanno esclusi i 4 “ribelli” Guinea, Mali, Burkina e ora appunto Niger) sarebbe pronta a schierare qualcosa come 5 000 uomini (ma altre fonti parlano di 25 000). Il presidente neoeletto della Nigeria Bola Tinubu ha infatti spiegato che l’ECOWAS da lui attualmente presieduto non può permettersi di apparire come dei “cani senza denti”.
A fronte dei proclami bellicosi, tuttavia, gli ostacoli sono seri. Ad esempio, J. Peter Pham, distinguished fellow dell’Atlantic Council, ritiene che l’ECOWAS si sia screditato con minacce che non può concretizzare. L’esercito nigerino dispone di 5000 uomini solo nei dintorni di Niamey, e una spedizione ECOWAS dovrebbe inviarne almeno tre volte tanti: ma secondo Pham, numeri del genere sono fuori discussione.
Un altro problema è rappresentato dall’opinione pubblica: recentemente l’Economist ha pubblicato una rilevazione forse ancora più significativa di quella precedentemente citata poiché estesa all’intera Africa Occidentale. Ebbene non solo un prevedibile 78% di “amici” maliani sostiene la giunta nigerina, ma anche in Ghana, Nigeria, e Costa d’Avorio la gran parte dell’opinione pubblica vede favorevolmente il colpo di stato. Addirittura, in Costa d’Avorio c’è più fiducia verso la Russia (quasi 40%) che verso gli USA (meno del 20%). Anche i vescovi cattolici dell’intera Africa Occidentale hanno condannato preventivamente un intervento militare, mentre le voci di una contrarietà del senato della Nigeria sono state smentite. Persino alcuni attivisti europei sono arrivati a ribattezzare sarcasticamente l’ECOWAS “Controllo Europeo Consolidato Sull’Africa Occidentale” (European Control Over West Africa Solidified).
I riflettori sono puntati sulla Nigeria, il più popoloso paese africano, e sul suo esercito, il quarto del continente secondo Global Firepower. Tuttavia, già nel febbraio di quest’anno il ministro della difesa Bashir Magashi sosteneva che l’esercito fosse in sofferenza ed andasse accresciuto per poter far fronte ai suoi compiti di repressione del terrorismo, in particolare nella lotta contro Boko Haram. Sono infatti le stesse tribù ad abitare tra il sud del Niger e le regioni settentrionali della Nigeria, che sono anche fra le più instabili per via dell’attività islamista, e un attacco al Niger vi scatenerebbe inevitabilmente gravi tensioni, mentre le sanzioni sono mitigate dai mercati informali. Un think-tank governativo nigeriano, l’Ufficio per la Preparazione Strategica e la Resilienza (OSPRE) ha sconsigliato categoricamente ogni conflitto, e allertato che il ritiro delle truppe nigerine dall’Unità Operativa Multinazionale Congiunta (Multinational Joint Task Force-MNJTF) che attualmente contrasta il terrorismo ne potrebbe provocare il collasso, con il ritorno dei jihadisti nei territori faticosamente liberati. Nel lungo termine, un conflitto nell’aerea rischierebbe inoltre di pregiudicare il gasdotto transahariano (Trans-Saharan Gas Pipeline-TSGP), che doveva essere realizzato congiuntamente da Algeria, Niger, e Nigeria, assieme ad altre gravi ripercussioni geoeconomiche. Nigeria e Niger condividono anche un vitale interesse energetico rispetto alla diga di Kandadji, che il Niger ha iniziato a costruire nel 2019 e che avrebbe dovuto essere ultimata nel 2025. L’accordo prevede infatti che la Nigeria fornisca elettricità al Niger in cambio della garanzia di quest’ultimo di non ostruire significativamente il corso del fiume omonimo: l’ultimazione della diga avrebbe quindi comunque portato a nuovi negoziati. Al di là dell’ECOWAS, ed oltre al già discusso flusso dell’uranio, che copre circa un quarto del fabbisogno europeo, il Niger è assolutamente strategico per il controllo della migrazione, a livello europeo ed anche italiano, al punto che il sistema vigente era anche chiamato “piano Bazoum” dal nome del presidente su cui l’Europa aveva scommesso tutto.
Un’altra tra le difficoltà principali e di per sé, parrebbe, sufficiente ad abbandonare ogni velleità militaristica viene dall’opposizione dell’Algeria. Lo stato più esteso dell’Africa, che detiene anche l’esercito più potente del continente dopo l’Egitto, ha chiarissimamente condannato ogni piano di intervento come “una minaccia diretta alla sua sicurezza”, nelle parole del presidente Abdelmadjid Tebboune. Il principale fornitore dell’Algeria è la Russia, e il crescente volume delle commesse si aggira ormai ben al di sopra dei dieci miliardi di dollari. Ora, poiché l’Algeria possiede un confine comune col Niger di quasi mille chilometri, ed al contrario degli stati saheliani dispone di un ampio accesso al mare, potrebbe far filtrare rifornimenti ed armi. In particolare, al recente summit Russia-Africa Putin ha promosse forniture gratuite di grano a Mali, Burkina Faso, e altri stati amici.
Inoltre, l’ECOWAS non suona particolarmente coerente quando condanna come “provocatoria” la proposta dei golpisti di ritornare al regime elettorale e democratico in 3 anni, mentre l’Africa francofona subsahariana ha conosciuto 27 golpe negli ultimi 33 anni e, al di fuori dell’ECOWAS, il regime filofrancese di Mahamat Idriss Déby detiene il potere in Chad dall’aprile 2021 in deroga alla costituzione, senza che si propongano non solo interventi militari, ma nemmeno sanzioni o altre iniziative per ritornare alla democrazia.
Non è necessario addentrarsi in considerazioni più dettagliate su ciascuno stato ECOWAS, non solo perché come detto la Nigeria rappresenta la principale potenza militare, ma anche perché solo essa e il più piccolo Benin (13 milioni di abitanti) confinano con il Niger. Vale invece la pena ricordare alcuni fattori macroscopici prima di trarre conclusioni. Attualmente, dei 5,2 milioni di km quadri su cui si estende l’ECOWAS, 3 appartengono agli stati “ribelli” e sotto sanzioni. La popolazione complessiva di Mali, Burkina Faso, Guinea e Niger è di 82 milioni di persone. Il Niger è inoltre il paese che ha il più alto indice di fertilità al mondo (6,73 figli per donna), e difatti la sua popolazione è cresciuta di 8 volte dall’indipendenza, mentre quella del vicino Mali è “solo” quadruplicata.
I dati obiettivi sinora richiamati dovrebbero essere sufficienti per passare dal piano fattuale a quello interpretativo, e terminare sulla politica che è ragionevole intraprendere – o evitare.
La giunta nigerina è composta di uomini discreti ma capaci, simili al profilo del leader Tchiani. Si tratta di militari e politici con vaste esperienze e conoscenze internazionali, oltre che di spionaggio, controspionaggio, antiterrorismo. Appare altamente probabile che, prima di avventurarsi in un’impresa tanto delicata in un contesto centrale per Stati Uniti, Francia, e Unione Europea, si fossero già procurati gli appoggi che si sono poi chiaramente manifestati, sia pure sotto il velame dell’usuale gergo diplomatico. Se in passato la Francia non ha voluto o potuto ricondurre nella sua orbita Mali e Burkina con la forza (forse nell’illusione di recuperarli in un momento geopoliticamente più favorevole, magari proprio a partire dal Niger) sembra assurdo giocarsi la carta militare con quest’ultimo, che è meglio armato e conta ora del chiaro appoggio dei primi. I golpisti nigerini godono di un evidente sostegno popolare, e al di là della risposta militare hanno a disposizione varie e importanti leve per infliggere colpi energetici, migratori, securitari a livello regionale e anche oltre. La capacità e determinazione dei leader è stata dimostrata dalla spettacolare e raffinata operazione con cui hanno restituito al popolo nigerino la sua sovranità, sotto lo sguardo incredulo e confuso di qualche migliaio di soldati stranieri: un risultato che molti paesi “avanzati” possono solo ammirare con languida invidia.
Appare pertanto non solo anacronistico e contraddittorio, ma anche pericoloso, che oggi Macron, mentre proclama la fine della Francafrique, si congratuli con il suo ambasciatore Sylvain Itte per l’ostinazione a rimanere in Niger con le truppe francesi e contro la volontà di almeno quattro quinti dei nigerini. È pur vero che, allo scadere dell’ultimatum, le voci secondo cui il Niger avrebbe tagliato acqua ed elettricità ai francesi si sono rivelate infondate, e le missioni diplomatiche e militari degli stati occidentali in quelle regioni sono solitamente dei vasti bunker dove vengono ammassati denaro contante, provviste, e altri beni di prima necessità per resistere mesi o più. Costringersi però a questo braccio di ferro appare miope e irresponsabile, tanto più che Macron se l’è presa persino con “Washington e altre capitali europee” (inclusa probabilmente Roma) per il mancato appoggio alla sua linea oltranzista. Quando poi Macron dichiara che il problema principale per i nigerini è il governo golpista che “si rifiuta di combattere il terrorismo e devia da politiche economiche benefiche” sembra mostrare più coraggio che realismo, non fosse altro perché i nigerini si sono ripresi il potere da un mese, mentre dopo 126 anni di dominio francese i “benefici” delle politiche economiche e la sincerità della “lotta contro il terrorismo” sono a tutti sufficientemente evidenti.
La disamina qui proposta delle forze in campo, degli interessi in gioco, e delle capacità dei protagonisti inviterebbere invece ad accogliere con serietà e prudenza le dichiarazioni di Abdourahamane Tchiani per cui un’interferenza militare esterna nel paese “scoperchierebbe il vaso di Pandora” e non sarebbe “la salutare passeggiata alla quale certuni vogliono credere.”










































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