Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

comedonchisciotte.org

L’effetto domino e il “momento Pearl Harbor”

di Fabrizio Bertolami

Riceviamo e pubblichiamo da Fabrizio Bertolami per ComeDonChisciotte.org

Des tirs de missiles de l Iran au dessus de Jerusalem le 14 juin 2025 2097229.jpgE alla fine l’attacco all’Iran è arrivato. Come nel caso precedente, nel bel mezzo di negoziati tra le parti, ma questa pare essere ormai la firma di questa amministrazione americana.

Ogni presidente dall’epoca di Reagan in poi ha ha avuto sul proprio tavolo, nello studio ovale, un dossier relativo a un attacco militare alla Persia, e Trump lo ha infine messo in atto.

La decapitazione delle leadership di quella che fu la mezzaluna sciita è totale: Nasrallah, Hanyeh,Suleimani, Assad e Khamenei non ci sono più e l’Iran è obiettivamente in difficoltà.

La grande strategia di portare il gas iraniano nel Mediterraneo e quindi in Europa, attraversando l’Iraq del sud, la Siria e il Libano, è sfumata, forse per molto tempo e ora l’Iran è nelle ridotte, ma essendo preparato ha risorse per sopportare un conflitto di media durata.

Dobbiamo d’altronde pensare che una grande Nazione di Terra come la Russia, non riesce ad avere la meglio di una media Nazione di terra come l’Ucraina dopo 4 anni e non è quindi in prima battuta immaginabile che una Nazione con 90 milioni di abitanti e grande 3 volte l’Ucraina non possa resistere ad una Nazione di mare, come gli USA, senza più appoggio di terra nei paesi del Golfo.

Oltre al mare, gli USA possono ancora contare su Israele come base logistica nell’area, ma devono contemporaneamente difenderlo in quanto ampiamente raggiungibile dai missili iraniani, esaurendo così le scorte proprie. Se la guerra si prolungasse e avesse un’intensità maggiore nei prossimi giorni, la necessità di rifornimento per la Marina USA dovrebbe coinvolgere anche le basi nordeuropee e mediterranee della NATO, in Italia primariamente, allargando il fronte delle Nazioni coinvolte.

La durata della guerra è legata alla solidità del sistema di Potere iraniano e sulla confidenza sulla propria capacità non solo di resistere ma anche di infliggere costi pesanti al nemico. Se, dicevamo, il regime non imploderà, dopo la morte del suo capo supremo, possiamo anche immaginare una durata maggiore di quella precedente di 12 giorni. Non possiamo infatti pensare che l’uccisione di Khamenei valga meno di quanto accaduto per scatenare la precedente guerra con Israele del Giugno 2025.Senza considerare che l’Iran si aspetta un attacco da almeno 20 anni ed è preparato a riceverlo.

Ma l’Iran è solo nella sua lotta?

Russia e Cina hanno condannato subito quanto avvenuto, con le felpate e dovute regole delle diplomazie del XX° secolo, ma il XXI° segue cerimoniali differenti.

Le guerre non si dichiarano più, ed è tutto un fiorire di “Operazioni”,e agli effetti della Guerra “cinetica” si sommano quelli della Guerra economica, che possono ampliarsi ben oltre la regione. Già ora Hormuz è bloccato e le petroliere si accumulano al suo imbocco. Il prezzo del greggio subirà un immaginabile aumento, ma l’Iran non potrà beneficiarne. Ricordiamo che l’80% della produzione iraniana (sanzionata) va in Cina, su petroliere (sanzionate) che devono necessariamente passare da Hormuz.Pechino ha quindi un oggettivo interesse a che la questione si risolva bene e presto, o comunque a suo favore, considerato che non solo il petrolio iraniano non arriverà più alle raffinerie nel Guangdong, ma neanche quello saudita, qatariota o emiratino, il cui totale rappresenta il 25% del suo import, che si somma al 10% iraqeno. In totale, Pechino potrebbe dover rinunciare al 48% del suo import di petrolio dall’area mediorientale. Se poi contiamo anche quel 5% che forniva il Venezuela, ormai blindato da Trump, le fonti di approvigionamento di idrocarburi per Pechino si stanno riducendo drasticamente.

Ai cinesi resta il solido rapporto con i russi, che forniscono loro il 20% del petrolio e con fornitori in varie aree che provvedono al restante fabbisogno, ma potrebbe non bastare.

Quella di Trump pare essere una strategia del Domino, nella quale una per una cadono le tessere delle rotte energetiche e commerciali cinesi dai paesi petroliferi e verso i ricchi mercati occidentali.

Prima l’ondata di dazi che ha colpito le merci cinesi importate negli USA, poi l’attacco al Venezuela, e quindi quello all’Iran sono punti di un percorso che mira a ridurre lo spazio di azione di Pechino, prima di affrontarla direttamente, e ricade nella strategia generale utilizzata dalla fine della guerra fredda in poi: isolare la Nazione da colpire con sanzioni o no-fly zone, escluderla dal sistema di pagamenti internazionali, fiaccarla dall’interno e demonizzarla verso il mondo e infine attaccarla nel suo momento di maggior e debolezza. E’ avvenuto con l’Iraq , la Libia e il Venezuela, e sta avvenendo con l’Iran, la Russia la Corea del Nord e Cuba. La Cina ha una dimensione continentale ed economicamente globale, quindi la strategia deve allargarsi al mondo intero. I cinesi devono ora reagire, l’attendismo e la “lenta marcia” di Pechino dovrà lasciare il posto ad una gestione più dinamica, poichè un punto di non ritorno esiste e va evitato.

I cinesi e i russi hanno ognuno un proprio motivo per sostenere l’Iran come entità statuale e impedire che esso imploda e si disgreghi. Probabilmente non sono strettamente interessati a chi governerà l’Iran, ma sicuramente al mantenimento degli accordi commerciali da 400 Mld di $ stipulati nel 2021 (25 anni di durata) i primi, e alla copertura del fianco sud e del prezioso Mar Caspio i secondi. Russi e iraniani hanno firmato un trattato nel 2025 che sebbene non costituisca un’alleanza militare formale tra Iran e Russia, formalizza le relazioni già consolidate tra i due paesi nel settore. Diversi aerei cargo di grosse dimensioni hanno volato tra Teheran e Mosca nel mese scorso, trasportando sistemi radar avanzati,secondo diversi siti di OSInt.

I russi possono anche essere interessati a impegnare gli USA in una guerra di logoramento, ma Trump difficilmente potrà mantenere navi al largo dell’Iran senza supporto logistico a terra e sotto il fuoco di yemeniti e iraniani. Sarà una partita di scacchi e majong insieme, giochi che russi, iraniani e cinesi padroneggiano più di americani e israeliani.

Ecco che allora si avvicina il “Momento Pearl Harbor” , ovvero quell’insieme di situazioni che costringono a scelte drammatiche e irrevocabili, per difendere il proprio interesse nazionale. Non è detto che per Pechino esso sarà rappresentato da Taiwan ma per il Giappone, nel 1941 fu l’attacco alle forze navali americane alle Hawaii.

Il bombardamento di Pearl Harbor, avvenuto il 7 dicembre 1941, è stato infatti determinato da una combinazione complessa di fattori geopolitici, economici e militari.

In primo luogo, il Giappone stava seguendo una politica di espansione in Asia, cercando di accrescere il proprio impero per accedere a risorse naturali cruciali. Questa ambizione lo portò a invadere Cina e Corea e creò un clima di tensione crescente con le potenze occidentali, in particolare con gli Stati Uniti, che vedevano in prospettiva ridotta la loro capacità di operare nel Pacifico.

Per limitare l’effervescenza economica giapponese, gli Stati Uniti nel 1941 imposero quindi un embargo su petrolio e altre risorse vitali, misura che ebbe un impatto devastante sull’industria giapponese, dipendente in gran parte dalle importazioni per il suo funzionamento. Le restrizioni economiche alimentarono ulteriormente il desiderio del Giappone di agire, rendendo la situazione insostenibile.

In questo contesto, il Giappone elaborò una strategia militare mirata a un attacco preventivo contro la flotta del Pacifico degli Stati Uniti, posizionata a Pearl Harbor. L’idea era quella di neutralizzare una minaccia potenziale prima che gli Stati Uniti potessero mobilitare le loro forze contro di esso. L’attacco fu concepito per essere rapido e decisivo, sfruttando l’effetto sorpresa per ottenere un vantaggio strategico.

Queste dinamiche interconnesse portarono così il Giappone a dover fare una scelta drammatica, fornendo un “causa” all’ingresso degli Stati Uniti nell’arena della Seconda Guerra Mondiale.

Perso l’Iran, a Pechino resterebbe l’area del Mar Cinese Meridionale come ultima ridotta e tutto il tragitto che va da Malacca a Suez sarebbe interamente sotto controllo (israelo)americano, o presidiato da una forza non sempre amica, anche se parte dei BRICS, come l’India. La possibilità di una chiusura dell’area dall’Oceano Indiano sino al Mediterraneo a merci e idrocarburi rappresenterebbe una riduzione drastica delle possibilità di azione cinese.

I cinesi potrebbero vedere in quella iraniana un’anticipazione di quella modalità di approccio militare che potrebbero subire nel Mar Cinese Meridionale e potrebbero volerla sfruttare a proprio favore. In quest’ottica, il conflitto in Iran può essere anche un ottimo banco di prova per armi che i cinesi potrebbero doversi trovare ad usare nei pressi delle loro coste, senza doverli necessariamente usare in prima persona. Quella in Iran sarà principalmente una guerra fatta di aviazione,di missilistica e droni,ma anche navale e satellitare, tutti elementi che Pechino padroneggia “sulla carta” ma ha avuto pochi modi di sperimentare.Recentemente, immagini satellitari cinesi di basi americane sono apparse su diversi media prima del conflitto, il che è già una notizia. I cinesi non hanno l’abitudine di schierarsi in maniera aperta e le immagini non sono “trapelate” ma diffuse da essi stessi suggerendo, ben più di una dichiarazione diplomatica, che il puntamento dei missili iraniani è garantito, o almeno aiutato, dai sistemi satellitari cinesi. Vedremo se missili balistici anti-nave colpiranno il gruppo d’appoggio della Portaerei Ford, al largo di Hormuz, e se quelli sulla sulla costa saranno capaci di mantenere libero il mare di fronte a Bandar Abbas.

Intanto i missili a medio raggio iraniani hanno già colpito tutti i paesi nell’area, raggiungendo i beni più cari ad emirati e sauditi: i siti turistici, e gli impianti petroliferi oltre che le basi militari americane. Una guerra di lunga durata azzererebbe gli introiti turistici dei paesi del golfo e i diritti di scalo per gli aereoporti di Dubai e Abu Dhabi crollerebbero. Le aerolinee cinesi festeggereranno, essendo rimaste le uniche a poter sorvolare la Russia, accorciando il tragitto da e verso l’Asia. Avendo già detto dell’impossibilità di esportare attraverso Hormuz, si capisce come il destino delle monarchie del Golfo sia determinato dall’esito di questa guerra.

Il loro destino è legato alla capacità di Israele e USA di “debellare” la minaccia iraniana per sempre, normalizzando le elite iraniane per cooptarle nel prossimo grande business immaginato a Tel Aviv e Washington: fare di Israele l’Hub attraverso il quale far necessariamente transitare le vie energetiche che correranno dal Golfo (Iran incluso) al Mediterraneo ed essere il “Guardio di Porta” del Canale di Suez, diventando così il dominus del commercio tra Asia ed Europa, con ricadute piuttosto peculiari per quest’ultima. L’altra via, quella che passa dalla Russia è già stata recisa e quella che passa a nord di essa, nell’Artico, è già nel mirino degli americani. Resta ancora aperta la via turca ai gasdotti, ai petrodotti ed alle vie commerciale verso l’Asia Centrale, Ma Tel Aviv ha già avvertito che i turchi saranno i prossimi, dopo l’Iran.Nel caso,capiremo poi quali acrobazie dovrà fare l’amministrazione americana per sostenere Tel Aviv contro un paese NATO.

D’altronde non possiamo non notare che già oggi la Turchia si ritrova con la guerra in Ucraina a nord sul Mar Nero, a est in Iran, e in Siria a sud ed i Turchi saranno quindi parte attiva per evitare di essere circondati dagli israeliani. O potrebbero entrare nel conflitto (magari fornendo armi e droni all’Iran, come già fanno con l’Ucraina) se dovessero sentire il cappio stringersi troppo.

Solo l’Elite iraniana potrà dire quanto durerà questa guerra e quali altre Nazioni si aggiungeranno ad essa, ma il mondo non può più essere solo spettatore: se la guerra a Gaza o in Siria sollecita i cuori, quella in Iran tocca il portafoglio, che purtroppo sappiamo essere un “organo” ben più sensibile per i grandi attori che compongono la scena globale.

“C’è grande confusione sotto il cielo, la situazione è ottima” diceva il Grande Timoniere cinese.

Da europeo mi permetto di dissentire.

Di Fabrizio Bertolami per ComeDonChisciotte.org

02.03.2026

FONTI

immagine: https://images.wsj.net/im-70179535?width=1280&height=720

immagine: https://a57.foxnews.com/static.foxnews.com/foxnews.com/content/uploads/2025/06/1200/675/iran-israel-map-irans-missile-range.jpg?ve=1&tl=1

Pin It

Add comment

Submit