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seminaredomande

Il buco nero d'Europa: Chi guadagna davvero con le macerie ucraine?

di Francesco Cappello

Dalla distruzione demografica alla speculazione dei mercati transatlantici: come la guerra d’attrito ha trasformato una nazione in un’idrovora finanziaria, nel silenzio complice e masochista dell’Europa. Caccia all’uomo per le strade, miliardi a fondo perduto e corruzione di regime: sotto il velo dello stato marziale si consuma la fine di una nazione sacrificata sull’altare dell’unipolarismo 

Gemini Generated Image iozfa5iozfa5iozf 1140x641.pngAiutarli!? Aiutarli a morire del tutto in lenta agonia?

Nel dicembre del 2025, tracciando un bilancio analitico dopo quasi quattro anni di conflitto, provavo ad analizzare e denunciare il collasso generalizzato e senza speranza che stava investendo l’Ucraina (qui l’articolo: https://www.francescocappello.com/2025/12/01/alcuni-aspetti-dello-stato-dellucraina-dopo-tre-anni-di-guerra/).

 

L’agonia terminale dello Stato ucraino: l’epilogo di un fallimento strategico e finanziario annunciato

Oggi, nel maggio 2026, quel quadro fosco che avevo delineato non solo si è confermato, ma è precipitato in un’agonia terminale. Quello che gli analisti allineati si ostinano a chiamare “stallo” è in realtà il definitivo fallimento strategico, demografico, economico e infrastrutturale di un intero Paese, scientificamente sacrificato sull’altare degli interessi geopolitici anglo-statunitensi e della cecità masochista dell’Unione Europea.

La risorsa più preziosa e insostituibile, l’essere umano, è stata interamente consumata da una logica di attrito spietata. Recenti analisi e report istituzionali indicano che le perdite totali complessive sul teatro di guerra si stanno inesorabilmente avvicinando alla spaventosa soglia di due milioni tra uccisi e feriti. Questo dissanguamento ha generato una piaga che i vertici politici non possono più censurare, ovvero l’esplosione delle diserzioni e dell’abbandono volontario delle unità, che ha ormai raggiunto picchi insostenibili per la tenuta dei fronti. Di conseguenza, la caccia all’uomo da parte dei centri di reclutamento si è fatta brutale nelle strade, mentre il governo tenta disperatamente di varare strette normative che vincoleranno i giovani tra i 18 e i 22 anni all’addestramento obbligatorio, vietando di fatto ogni speranza di espatrio. Il risultato finale è un deserto demografico irreversibile, con una popolazione reale stimata ormai ben al di sotto dei 30 milioni di residenti (quasi 44 milioni ad inizio conflitto) e un tasso di natalità che tocca il minimo storico mondiale, configurando un vero e proprio suicidio biologico e sociale di lungo periodo.

Oltre 6,8 milioni di ucraini si trovano attualmente all’estero come rifugiati, ai quali si aggiungono 4,5 milioni di sfollati interni. La disponibilità a tornare in patria sta crollando. Se nel 2023 oltre il 74% dei rifugiati esprimeva l’intenzione di rimpatriare, i sondaggi più recenti rilevano che la percentuale è precipitata a ridosso del 22%. La stabilizzazione dei profughi nei mercati del lavoro e nei sistemi scolastici dell’Europa occidentale, unita alla distruzione delle comunità d’origine, sta trasformando uno sfollamento temporaneo in un’emigrazione permanente. Questo fenomeno colpisce in particolare la fascia d’età tra i 18 e i 34 anni, privando il Paese della forza lavoro, dell’intelletto e della capacità riproduttiva necessarie a qualsiasi ipotesi di ricostruzione futura. Nel corso del 2025 e nei primi mesi del 2026, il tasso di mortalità ha superato quello di natalità con un drammatico rapporto di quasi tre a uno. La situazione è aggravata dal fatto che il tasso di fecondità è sceso all’anti-record storico di 0,9 figli per donna, ben lontano dalla soglia di rimpiazzo generazionale fissata a 2,1.

 

L’infrastruttura fantasma e il territorio compromesso

Il livello di distruzione materiale ha raggiunto proporzioni che surclassano le capacità di autofinanziamento dello Stato. Il quinto rapporto congiunto di valutazione dei danni e dei bisogni (RDNA5), pubblicato nel febbraio 2026 dalla Banca Mondiale, dal governo ucraino e dalle Nazioni Unite, stima che il costo totale per la ricostruzione e la ripresa economica nei prossimi dieci anni ammonti a quasi 588 miliardi di dollari, una cifra che rappresenta quasi il triplo dell’intero Prodotto Interno Lordo nominale stimato per il Paese.

I danni diretti alle sole infrastrutture civili hanno superato i 195 miliardi di dollari. Il settore abitativo è devastato: circa il 14% dell’intero patrimonio immobiliare ucraino risulta danneggiato o raso al suolo, compromettendo la vita di oltre tre milioni di nuclei familiari. I settori dell’energia e dei trasporti affrontano un collasso strutturale. Gli attacchi sistematici alle centrali termiche, idroelettriche e alle sottostazioni di trasmissione hanno ridotto la capacità di generazione interna a una frazione del fabbisogno, costringendo il Paese a una perenne dipendenza dalle importazioni di emergenza dall’Europa e a razionamenti cronici che bloccano l’attività industriale. A ciò si aggiunge una catastrofe ecologica e logistica senza precedenti: circa 138.000 chilometri quadrati del territorio nazionale sono considerati a rischio di contaminazione da mine e ordigni inesplosi, paralizzando l’agricoltura in vaste aree e rendendo la bonifica un processo lungo decenni.

Sul piano economico-finanziario, l’Ucraina ha cessato di esistere come Stato sovrano per trasformarsi in un’entità in liquidazione assistita, tenuta in vita artificialmente dal drenaggio continuo di risorse pubbliche occidentali. Il rapporto tra debito e PIL ha ampiamente sfondato la barriera del 110% (più che raddoppiato dall’inizio del conflitto), una traiettoria totalmente insostenibile per un’economia ormai priva di apparato produttivo reale, mentre il deficit di bilancio (la differenza tra quello che uno Stato spende e quello che incassa) è saltato dal 3,6% al 19% nel 2025. Il fabbisogno esterno (il conto) che Kiev presenta all’Occidente per il biennio 2026-2027 supera abbondantemente i 130 miliardi di euro, necessari solo a coprire la pura spesa militare e la sussistenza minima per tentare di evitare lo sfacelo burocratico. In altre parole, l’economia ucraina non è autosufficiente; è un sistema in totale stato di sottomissione finanziaria. Tra il 2023 e il 2025, il sostegno estero sotto forma di sovvenzioni e prestiti ha coperto circa l’80% del gigantesco deficit di bilancio statale. Per l’anno in corso, il bilancio nazionale prevede una spesa per la difesa record pari a circa 2.800 miliardi di grivnie, equivalente al 27,2% del PIL, assorbendo la quasi totalità delle entrate fiscali interne del Paese e destinandole a logistica militare e stipendi dei soldati. Il deficit commerciale si è allargato in modo insostenibile, con il valore delle importazioni che ha raggiunto gli 84,8 miliardi di dollari, circa il doppio rispetto a quello delle esportazioni, stroncate dalla perdita dei distretti industriali del Donbas, dal blocco o dal rallentamento delle rotte marittime e dalla carenza di manodopera. Le aziende private rimaste faticano a sopravvivere a causa dei costi energetici esorbitanti e della mancanza di personale qualificato, decimato dalla mobilitazione militare e dalle fughe all’estero.

Mentre la nuova amministrazione Trump sembrerebbe, almeno apparentemente, adottare un approccio strettamente transazionale, esigendo concessioni territoriali e ventilando elezioni e referendum forzati per liquidare rapidamente la pratica, la classe dirigente europea continua a foraggiare questa voragine a fondo perduto, sacrificando il proprio welfare in nome della finanza armata, mentre i grandi fondi d’investimento speculativi attendono solo di spartirsi le macerie della ricostruzione. Si tratta di conquista finanziaria: prima si presta denaro a un paese in ginocchio (creando dipendenza), poi si incassano interessi sul debito, infine si acquisiscono a prezzi vantaggiosi le sue risorse e infrastrutture come condizione per i prestiti stessi. Chi detiene il credito e finanzierà la ricostruzione si trova così davanti a un mare di soldi e possibili profitti (vedi spiegazione più dettagliata in nota [1]).

Un elemento cruciale, costantemente trascurato dalle cronache giornalistiche superficiali ma evidente per chi analizza la sicurezza energetica, è la mutazione della distruzione infrastrutturale in una letale vulnerabilità tattica diretta sul campo. Al maggio 2026, combinando i territori perduti e i bombardamenti sistematici sulle centrali termiche, idroelettriche e sui nodi di alta tensione, l’Ucraina ha perso circa il 48% della sua capacità di generazione elettrica originale. Questa devastazione non si traduce soltanto in stagioni catastrofiche per la popolazione civile, ma paralizza le prime linee della difesa. Gli analisti militari evidenziano infatti come il collasso energetico abbia privato le truppe della capacità di alimentare costantemente i sistemi di guerra elettronica e i dispositivi anti-drone. Senza una rete stabile, i soldati sono costretti a dipendere interamente da generatori mobili, la cui catena logistica di rifornimento carburante viene continuamente intercettata e azzerata dai droni avversari nelle retrovie.

Il livello di masochismo geoeconomico dell’Unione Europea ha contestualmente raggiunto il suo apice storico, rivelando un corto circuito logico ed economico macroscopico. Mentre i cittadini europei subiscono le politiche di austerità, l’inflazione e il caro vita per consentire ai propri governi di inviare sussidi a Kiev e finanziare piani biennali miliardari a debito, l’Europa continua ad acquistare risorse energetiche della Russia. Solo nell’ultimo periodo monitorato, i Paesi dell’Unione, con la Francia in prima fila, hanno continuato ad acquistare idrocarburi russi per una cifra vicina a 1,7 miliardi di euro mensili. Si delinea così un paradosso grottesco: l’Europa si svena finanziariamente per sostenere il bilancio fallimentare ucraino e al contempo acquista l’energia russa (che dice di voler sanzionare [2]) necessaria a non far collassare del tutto le proprie industrie già ampiamente deindustrializzate, alimentando contemporaneamente entrambe le sponde del conflitto.

In pratica l’Ucraina è stata trasformata in un immenso laboratorio di distruzione bellica e finanziaria globale. La strategia dell’attrito a medio raggio intrapresa ultimamente da Kiev con attacchi dimostrativi nelle retrovie non fa che accelerare la spirale delle rappresaglie, allontanando ogni residua ipotesi di composizione diplomatica rischiando peraltro di spingere l’intero continente verso il baratro di un’escalation incontrollabile.

 

Il macroscenico finanziario continentale

L’analisi dei flussi di risorse estratti dalle casse pubbliche europee e indirizzati verso l’Ucraina rivela una trasformazione profonda della geoeconomia dell’Unione, ormai strutturalmente condizionata dalle esigenze di una finanza di guerra a lungo termine. Dall’inizio del conflitto fino al maggio del 2026, l’Unione Europea e i suoi Stati membri hanno mobilitato complessivamente una cifra astronomica che ha ampiamente superato la soglia dei 200 miliardi di euro tra assistenza finanziaria, militare, umanitaria e di gestione dei rifugiati. Bruxelles si è trasformata nel principale polmone finanziario per la sopravvivenza dell’apparato statale ucraino, specialmente a seguito del progressivo stallo e disimpegno dei finanziamenti diretti da parte di Washington con il cambio di amministrazione statunitense. Questa immensa massa di denaro non è stata destinata a investimenti produttivi, ma è servita in gran parte a coprire direttamente il deficit di bilancio di Kiev, pagando stipendi pubblici e pensioni, e a sostenere la macchina bellica attraverso meccanismi di debito comune e fondi intergovernativi che hanno di fatto aggirato i rigidi parametri di austerità normalmente imposti ai cittadini europei.

 

Il ruolo dell’Italia e la trappola dei costi occulti

All’interno di questo quadro continentale, il posizionamento dell’Italia si sviluppa lungo un binario di forte opacità documentale, spesso denunciato dagli osservatori indipendenti sulle spese militari come l’Osservatorio Mil€x. La narrazione istituzionale tende a ridimensionare l’impegno italiano, quantificando il solo supporto militare bilaterale diretto in circa 3 miliardi di euro stanziati attraverso la successione dei decreti interministeriali prorogati fino a oggi (vedi anche LA MELONI ARRUOLA L’ITALIA E GLI ITALIANI AGLI ORDINI DI ZELENSKY, SU RICHIESTA DI BIDEN, CALPESTANDO LA COSTITUZIONE). Questa stima rappresenta tuttavia solo una frazione del costo reale scaricato sulla collettività. Secondo molte stime accreditate supera i 15 miliardi di euro. I decreti che regolano l’invio dei materiali bellici sono infatti coperti dal segreto di Stato, il che impedisce un reale controllo parlamentare e sociale sulla natura delle forniture. Inoltre, non viene quasi mai calcolato il cosiddetto valore di sostituzione: la cessione di sistemi d’arma complessi e ad altissima tecnologia estratti dai nostri arsenali, come i sistemi di difesa aerea Samp-T e le relative munizioni Aster dal costo di milioni di euro per singolo vettore, costringe lo Stato italiano a pianificare riacquisti ex novo presso l’industria privata della difesa a prezzi correnti fortemente gonfiati dall’inflazione bellica, generando un imponente trasferimento di liquidità pubblica verso i bilanci dei colossi industriali del comparto militare.

 

L’asimmetria sociale e il dividendo dei mercati

Alla spesa strettamente militare e bilaterale va aggiunta la pesante quota di partecipazione italiana ai canali multilaterali di assistenza. In quanto terzo contribuente netto al bilancio dell’Unione Europea, l’Italia co-finanzia in via proporzionale i giganteschi programmi di assistenza macrofinanziaria europei, tra cui i piani pluriennali da decine di miliardi e i prestiti internazionali garantiti dagli interessi sui fondi sovrani russi congelati nelle piazze finanziarie europee. Questo drenaggio permanente di risorse configura una macroscopica asimmetria politica e sociale. Mentre i servizi essenziali interni, la sanità pubblica, la scuola e i salari reali della popolazione italiana subiscono gli effetti di costanti tagli lineari e politiche di rigore in nome del risanamento dei conti pubblici, i canali per il finanziamento a fondo perduto della guerra rimangono flessibili e privi di tetti massimi. Si è strutturato così un modello in cui il rischio economico e il debito pubblico vengono interamente socializzati a carico dei contribuenti e dei lavoratori, mentre i futuri dividendi legati alla privatizzazione degli asset strategici e alla ricostruzione dell’Ucraina restano saldamente opzionati dalle grandi centrali della speculazione finanziaria internazionale [2].

 

Il buco nero del collaborazionismo finanziario: corruzione strutturale e totalitarismo sotto il velo dello stato marziale

Il prolungamento indefinito del conflitto in Ucraina ha svelato la natura profonda del legame che unisce le élite politiche di Kiev e i flussi di capitale riversati dall’Occidente. Quello che viene spacciato per un generoso programma di sostegno alla sovranità nazionale si è configurato, viceversa, come un gigantesco sistema di collaborazionismo finanziario transnazionale. In questo schema, le risorse estratte dalle economie europee tramite il debito comune non servono a edificare la difesa di una democrazia, ma alimentano una vera e propria idrovora oligarchica. Il potere dei vecchi oligarchi è stato drasticamente ridimensionato dalla distruzione fisica dei loro asset industriali e dalle sanzioni, ma questo vuoto non è stato colmato da un mercato libero e trasparente, bensì da una nuova élite burocratica e militare strettamente legata alla gestione dei flussi finanziari internazionali. La prolungata vigenza dello stato di guerra ha reso permanente la sospensione a tempo indeterminato delle consultazioni elettorali presidenziali e parlamentari ha congelato il quadro politico, concentrando il potere decisionale effettivo nelle mani dell’amministrazione presidenziale e dell’apparato di sicurezza nazionale. Il pluralismo politico e il dibattito democratico sono totalmente compressi; l’informazione televisiva rimane centralizzata sotto lo schema del “Telethon a reti unite”, uno strumento di controllo editoriale statale che limita lo spazio per le voci dissenzienti o per una critica radicale alla gestione del conflitto. Lo stato marziale, lungi dall’essere una misura temporanea di sicurezza eccezionale, è divenuto lo scudo giuridico e repressivo perfetto per blindare un sistema di corruzione sistemica, sterilizzando alla radice ogni residua possibilità di dissenso interno, di controllo sindacale o di controllo democratico sui flussi economici.

 

La genesi del modello: I fattori conosciuti della parassitizzazione statale

Per comprendere l’attuale livello di decomposizione delle istituzioni ucraine, occorre ricordare come la corruzione non sia un fenomeno emergenziale o esogeno, ma la spina dorsale stessa su cui si è retto l’apparato statale post-Maidan. Prima ancora dell’escalation militare, i centri studi indipendenti e le inchieste giornalistiche avevano ampiamente documentato i fattori classici di questa parassitizzazione. Si trattava della sistematica spartizione dei beni pubblici operata dalle dinastie oligarchiche, della conversione dei ministeri chiave, in primis quello della Difesa, in stazioni appaltanti private votate alla falsificazione dei costi di approvvigionamento, e della costante distrazione degli “aiuti umanitari” verso i mercati neri internazionali. Questo consolidato ecosistema criminale ha trovato nei primi anni di guerra un’incredibile opportunità di espansione, capitalizzando sull’assenza originaria di tracciabilità delle forniture occidentali e trasformando l’emergenza logistica in un formidabile moltiplicatore di profitti privati per la classe dirigente protetta dal governo.

 

Il buco nero del bilancio: I report del 2026 e il fallimento del controllo esterno

Le rassicurazioni retoriche di Bruxelles e Washington sulla presunta trasparenza nella gestione dei fondi europei e statunitensi sono state sonoramente smentite dai dati e dai monitoraggi emersi nei primi mesi del 2026.

Ecco il verdetto degli ispettori internazionali:

Il Semiannual Report del USAID Office of Inspector General, formalizzato proprio nel mese di maggio 2026, ha ammesso esplicitamente che i meccanismi di supervisione sui miliardi di dollari erogati come supporto diretto al bilancio di Kiev offrono una garanzia estremamente limitata sul fatto che tali contributi siano utilizzati per le finalità previste, configurando una totale opacità nella gestione dei fondi fiduciari.

A confermare questa traiettoria di assoluta stagnazione interviene il Corruption Perceptions Index di Transparency International, che colloca l’Ucraina a un deprimente 104° posto a livello globale con un punteggio di appena 36 su 100. Questo dato certifica un quadro di immobilismo strutturale dove i rari processi farsa e le rimozioni coreografiche di funzionari di secondo piano non rappresentano una reale volontà di risanamento, ma pura cosmesi politica orchestrata per non spaventare i donatori internazionali, mentre i canali primari della finanza armata continuano a inghiottire liquidità pubblica senza restituire alcuna rendicontazione reale.

 

La fusione tra la mercificazione dell’essere umano e la mercenarizzazione dell’apparato pubblico nello stato marziale: Il racket del reclutamento coatto

La quota di cittadini che vivono al di sotto del minimo di sussistenza è aumentata enormemente dall’inizio del conflitto, creando una massa di nuovi poveri che grava su un sistema di welfare statale fragile e quasi interamente dipendente dalle risorse delle ONG e dei programmi di assistenza internazionali. La quota di popolazione ucraina che vive al di sotto della soglia di povertà nazionale ha raggiunto il 41,6%. L’intersezione più drammatica e perversa tra il regime di eccezione giuridica e l’arricchimento illecito si manifesta oggi nella gestione della mobilitazione militare forzata a cui si è precedentemente accennato. Sotto la copertura dello stato marziale, che vieta l’espatrio e sospende i diritti costituzionali fondamentali dei lavoratori e dei cittadini, la salvezza biologica individuale è diventata una merce costosa. Le mastodontiche operazioni di polizia condotte nelle scorse settimane, che hanno visto oltre quaranta raid simultanei in sedici diverse regioni del Paese, hanno scoperchiato una rete tentacolare gestita dai Centri Territoriali di Reclutamento e dalle Commissioni Mediche Militari. I funzionari statali, abusando del potere assoluto di vita e di morte conferito loro dai decreti governativi, hanno strutturato un vero e proprio mercato dei visti di esenzione e delle riforme mediche false, estorcendo ai cittadini cifre astronomiche comprese tra i tremila e i trentamila dollari per evitare il fronte o per garantire un posizionamento fittizio nelle retrovie con l’appropriazione indebita degli stipendi militari. Questo dimostra che lo stato marziale si è convertito in una macchina economica spietata, dove la classe svantaggiata viene prelevata con la forza per strada, mentre le borghesie e i funzionari corrotti accumulano patrimoni illeciti protetti dall’impunità della legge marziale.

 

L’assolutismo esecutivo e la liquidazione dello spazio civico

Questo immenso apparato di malversazione finanziaria necessita intrinsecamente di una struttura politica autoritaria per poter sopravvivere senza incontrare resistenze sociali.

I ministri ucraini della giustizia e dell’energia si sono dimessi nel novembre 2025 nell’ambito di uno dei più gravi scandali di corruzione dall’invasione russa: la procura anticorruzione aveva smantellato un vasto sistema di tangenti nel settore energetico, orchestrato da un collaboratore stretto del presidente (vedi L’idiocrazia europea continua a foraggiare masochisticamente il sistema politico ucraino, corrotto e pericolosissimo).

Come evidenziato anche dalle analisi del Freedom House Country Report, il potere esecutivo a Kiev ha utilizzato lo stato di guerra permanente per accentrare ogni funzione di controllo e neutralizzare i contropoteri istituzionali. I tentativi sistematici di sottoporre i corpi speciali anticorruzione, come il Bureau Nazionale Anticorruzione, sotto la diretta influenza della presidenza testimoniano la volontà politica di impedire qualsiasi indagine che possa lambire i vertici del potere politico o i grandi fondi d’investimento speculativi internazionali che gestiscono il debito del Paese [2]. Attraverso la militarizzazione dell’informazione, il divieto di sciopero e di associazione sindacale, e la totale censura operata sui media unificati, il collaborazionismo finanziario tra le oligarchie locali e i mercati finanziari occidentali ha edificato un modello di autoritarismo perfetto, in cui la distruzione dei diritti sociali interni e il sacrificio della popolazione civile camminano di pari passo con la tutela geometrica dei profitti della speculazione transatlantica.

Questo conflitto provocato sfacciatamente dall’Occidente nel tentativo riuscito di interrompere violentemente il virtuoso rapporto tra URSS prima, e Federazione russa poi, con l’Unione europea e di rinnovare e riaffermare l’egemonia unipolare anglo statunitense serve, in ultima analisi, esclusivamente a rigenerare i profitti del complesso militare-industriale e a sostenere coattivamente l’egemonia del dollaro e dei grandi mercati finanziari.

L’unica via d’uscita risiede nel blocco immediato del foraggiamento bellico, nel rifiuto radicale della logica del debito e nella restituzione dell’economia al suo unico scopo legittimo, ovvero la risposta ai bisogni interni, sociali e reali delle popolazioni. Soprattutto togliere il sostegno ai quadri politici guerrafondai europei prima che sia troppo tardi e che l’intera Europa diventi una sola cosa con l’Ucraina ed il suo tragico destino.


Note
[1] Ecco come funziona la “spartizione delle macerie”:
Il meccanismo del debito come leva
L’Ucraina, devastata dalla guerra, ha bisogno di soldi urgentemente. Li chiede in prestito a FMI, Banca Mondiale, fondi privati. I prestiti di queste istituzioni sono però sempre accompagnati dalle cosiddette “condizionalità”: liberalizzazioni economiche e privatizzazione dei beni pubblici. Questo significa che gli asset statali devono essere venduti ai grandi gruppi privati secondo le logiche del mercato. In pratica sarebbe come se qualcuno ti prestasse soldi per rifare casa, ma pretendesse in cambio il diritto di comprare i tuoi mobili a prezzo scontato.
Le privatizzazioni forzate
La guerra ha cambiato le carte in tavola: se in un primo momento i favoriti alle privatizzazioni erano considerati gli oligarchi ucraini, ora in pole position ci sono i grandi player internazionali. Il settore agricolo è l’esempio più clamoroso: l’Ucraina ha circa 43 milioni di ettari di terra fertile coltivabile (è sempre stata considerata il granaio d’Europa) e come tale soggetta alle mire di attori esterni.
L’impegno a tagliare il debito: una trappola
Già nel 2023 il governo ucraino si era impegnato con gli investitori a riportare il rapporto debito/PIL sotto il 60% entro il 2033. Per farlo, un paese devastato, che ha perso infrastrutture, industrie, ospedali e scuole, sarà costretto ad applicare tagli feroci alla spesa pubblica (la cosiddetta austerità) e a vendere tutto il vendibile.
Chi sono i protagonisti
BlackRock (il più grande investitore al mondo) e JPMorgan (la più grande banca) non hanno nel mirino solo la ricostruzione dell’Ucraina, ma anche il settore pubblico ucraino, destinato ad essere privatizzato.
[2] L’Unione Europea ha varato il suo 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia. L’energia costa di più a causa della guerra all’Iran, voluta da Trump e Netanyahu, che ha causato il blocco dello stretto di Hormuz e che continua ora – così ci dicono – nel tentativo di riaprirlo. Ed ecco il problema: il tetto automatico imposto dall’Unione Europea (ideona di Draghi) al petrolio russo si alza; il che significa che Mosca, non sia mai, incasserebbe di più. Il meccanismo attuale è infatti automatico; ogni sei mesi il tetto si aggiorna automaticamente, restando al 15% sotto il prezzo medio del greggio russo Urals. Se i prezzi globali salgono per via della guerra in Iran, il tetto si alza di conseguenza — e la Russia incassa di più ma ecco la soluzione geniale della commissione UE: congelare il tetto. Così la Russia che vende tranquillamente il suo petrolio che prima destinava all’Europa a Cina e India e ad altri a prezzi di mercato, non guadagna di più grazie a noi ma guadagna di più senza di noi… Nel frattempo, in Europa le industrie chiudono o si trasferiscono perché l’energia costa troppo, gli operai vengono messi in cassa integrazione o licenziati, il PIL ristagna o arretra, l’inflazione sale e non perché i cittadini spendano troppo, ma perché l’energia costa troppo… la domanda interna collassa e in questo stato di cose ecco quelle menti luminosi della banca centrale europea che pensano già di alzare i tassi di interesse (il costo del denaro) per combattere questa inflazione da costi con strumenti pensati per l’inflazione da domanda: come tentare di dimagrire amputandosi un arto… I debiti pubblici di conseguenza cresceranno ancora più velocemente, ed ecco arrivare puntuale il Patto di Stabilità a imporre austerity, togliendo risorse proprio quando servirebbe sostenere famiglie e imprese per tentare di uccidere il malato che si voleva curare e che si ostina a sopravvivere… Ventuno pacchetti e la guerra è ancora lì. L’economia europea è in fase di estinzione e con quanto prima (si spera) anche l’Unione.
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