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sinistra

Lo spettro della filosofia

di Salvatore Bravo

filosofia morta hero.pngLa filosofia come il comunismo è uno spettro che si aggira in Europa e nell’occidente. Il nostro è tempo di “spettri”, in cui il capitalismo lavora, affinché i nemici del capitale siano invisibili. Gli spettri sono temuti, verso di essi vi è repulsa e attrazione. La filosofia è uno degli spettri che inquieta il capitale, in quanto è critica sociale, definizione della verità, dialogo di senso e prassi trasformativa interiore e strutturale. La filosofia è panica presenza anche se invisibile, in quanto nel tempo dell’insensato e dunque del capitalismo pienamente realizzato mostra gli effetti sociali del nichilismo proprietario e narcisistico e del vuoto metafisico. Il sistema mediatico e culturale ufficiale è il servo fedele dei padroni e lavora per garantire al capitale l’eternità con la rimozione dall’orizzonte politico e culturale della natura umana veritativa e solidale da attualizzare nella storia e nelle storie. Il capitalismo ha condannato la filosofia a condizione di spettro, essa c’è, e la si esorcizza con l’iperspecialismo nelle Università, nelle Accademie e nei Licei. Dove la filosofia tace la storia degrada a semplice cronaca, in quanto la filosofia è lettura olistica e valutativa dei fatti per definire e indicare i fini oggettivi. Tutto è posto in opera pur di neutralizzare la verità e la metafisica e di sostituirla con la chiacchiera colta innocua per il sistema capitalistico, il quale trova spazio nelle istituzioni e nei salotti buoni. Si addomestica la natura umana e la si deforma con la chiacchiera e con l’edonismo decerebrato:

La filosofia. Un tempo potevamo incontrarla, la filosofia, in qualche corso universitario o in qualche aula di liceo, in qualche libro circolante tra la gioventù istruita o in qualche pubblica discussione. Oggi non più. La cultura socialmente riconosciuta è o iperspecialismo arido o chiacchiera infondata. Ciò che nelle università si chiama filosofia è, nel migliore dei casi, ermeneutica di testi o citazione erudita di pensieri, senza più domanda e responsabilità del vero, senza più comprensione significante dell’orizzonte storico. Nei licei in disfacimento le prime discipline di cui è collassato l’insegnamento sono state la storia e la filosofia. Il fatto è che una società plasmata dalla dinamica autoreferenziale dell’economia del plusvalore tende a spegnere ogni forma di autocomprensione e di strutturazione di significati, perché soltanto un’esistenza priva di riflessione e significato può sottomettersi alle modalità di vita imposte dall’economia, altrimenti invivibili1”.

L’abitudine alla chiacchiera e all’autoreferenzialità narcisistica porta Massimo Bontempelli, filosofo pisano, a una amara ipotesi, ovvero se i grandi filosofi fossero tra di noi sarebbero semplicemente ignorati, in quanto le loro parole per coloro che sono abituati alla chiacchiera risulterebbero distanti e incomprensibili, per cui essi sarebbero innocui. Il processo nichilistico in atto ha condotto l’umanità a uno stato di reificazione ed estraneità da se stessa tale da renderla insensibile a se stessa, mentre soffre e rovina nel nichilismo. Il vuoto veritativo non consente il discernimento etico. Il successo del capitalismo è la sconfitta dell’umanità, ciò malgrado lo spettro della filosofia è tra di noi, il pensiero dei “grandi” è il granaio a cui si può ancora attingere nell’inverno dello spirito. Ogni granello del pensiero filosofico è libertà, è resistenza dello spirito. Furono e sono grandi i filosofi, in quanto testimoniano l’eccellenza della natura umana, la quale resta, vive e inquieta, mentre il nichilismo sembra governare come un assoluto:

Un Socrate che tornasse a parlarci nelle nostre strade, come in quelle dell’antica Atene, non sarebbe ritenuto politicamente pericoloso, e non verrebbe costretto a bere la cicuta, perché sarebbe evitato da tutti come uno scocciatore un po’ fuori di testa, e finirebbe investito da un’automobile nel caos del traffico urbano. Un Platone redivivo non troverebbe un editore per i suoi dialoghi. Un Hegel che scrivesse oggi le sue opere non insegnerebbe in un’università (a meno che non sposasse la figlia di un cattedratico), e rimarrebbe un signor nessuno. Fortunatamente per il nostro futuro, Platone ed Hegel sono vissuti in altre epoche, che hanno consentito loro di entrare nel pantheon della storia della filosofia, cosicché la loro sapienza, come quella di altri giganti del pensiero, rimane almeno potenzialmente a disposizione dei nostri posteri”.

La filosofia è dunque sconfitta? Per nulla, la filosofia è compagna dell’uomo, pertanto lo spettro riuscirà sempre a uscire dall’invisibilità e dal silenzio. Il nichilismo non è mai assoluto, poiché la filosofia riappare e continua a manifestarsi improvvisa nella vita dei sudditi con le sue domande e nella ricerca di senso in un giovane come di un anziano. Il nostro è il tempo in cui la resistenza all’omologazione è eroismo che apre alla speranza e alla prassi. Eroismo del logos in cui la parola e l’umanesimo tornano a essere la fonte della vita. Il nichilismo è funebre, in quanto la “chiacchiera è deserto”, ma ciò malgrado le oasi del pensiero fioriscono e possono costruire la rete dei resistenti da cui la storia riprende il suo faticoso percorso di emancipazione:

Eppure anche nella situazione odierna è possibile, per una persona disposta all’impegno necessario, assimilare gli elementi teorici indispensabili a comprendere la filosofia. Ad un giovane che chiedesse cosa occorre aver compreso per considerare la realtà da un punto di vista filosofico, si può rispondere con verità che basta aver compreso, nella loro intrinseca articolazione, tre sole nozioni, quelle cioè di empirico, trascendente  e trascendentale”.

 

Empirico, trascendente e trascendentale

Il nostro è il tempo dell’empirico, è il tempo dei fatti e degli uomini di fatto, ma l’empirico che apparentemente pare roccioso e concreto, in realtà è astratto e inchioda a una realtà naturalizzata e statica che riproduce in qualche modo la rappresentazione percettiva, per cui il pensiero tace e si adegua ai fatti credendo religiosamente a essi. La religione dell’empirico ha le sue liturgie e i suoi sacerdoti che con la logica dei “fatti” strappano il consenso acefalo a molti:

L’empirico. Empirico è, nella sua nozione risultante dalla storia della filosofia, tutto ciò che è costituito come contenuto dell’esperienza percettiva, e che ha quindi una sua particolare posizione in riferimento alle coordinate dello spazio e del tempo. Il ciliegio di un giardino è un oggetto empirico, perché può essere visto e toccato posizionandosi in un determinato luogo dello spazio, quello appunto dove si trova il giardino, e in un determinato periodo di tempo, quello durante il quale il ciliegio esiste. Un sentimento provato in una qualsiasi circostanza è empirico, perché avvertito da una percezione della propria interiorità vissuta in un determinato momento del tempo. Un concetto è empirico quando la sua formulazione astratta rinvia, anche tramite altre astrazioni, a un elemento percettivo”.

La filosofia non è “fuga mundi”, ma immanenza critica e progettuale e dunque non è da confondere con il trascendente. Il fondamento proiettato al di là dello spazio e del tempo non è che la sacralizzazione dell’umano mediante il processo di alienazione. Il trascendente è indiscutibile ed eterno e pertanto la prassi è impossibile, poiché ciò che è indiscutibile è sottratto al dinamismo della storia. L’antropomorfismo del trascendente depaupera l’essere umano delle sue potenzialità rivoluzionarie. Massimo Bontempelli è filosofo hegeliano-marxiano, per cui l’eterno si rivela nella storia, ed è dunque posto dall’umanità che riflette su se stessa. L’eterno nella storia è pensabile ed è oggetto del “metodo filosofico”:

Il trascendente, dunque, non è mai davvero concepito secondo la sua definizione linguistica, che è come tale inconcepibile, ma è sempre concepito come un altro empirico sovrastante il nostro empirico. Questo sovraempirico è riempito di esigenze antropologiche, sia ontologiche che psicologiche, storicamente non legittimabili su base immanentistica, ed è tale suo contenuto che gli assicura una solida consistenza Trascendenza storica. I contenuti psicologici proiettati sul trascendente, che trascendente non è se non come sovraempirico, veicolano privilegi classisti, chiusure sociali e istanze repressive che hanno fatto la violenza crudele delle religioni. Ma sul trascendente sono stati proiettati anche contenuti genuinamente ontologici, che rendono così filosoficamente ricche di insegnamenti anche metafisiche compiutamente teologali, come, ad esempio, quelle di Agostino o di Eriugena. A questo proposito è particolarmente appropriata la tesi di Hegel secondo la quale certi saperi basati su assolutezze trascendenti non sono falsi saperi, nonostante che la trascendenza della loro assolutezza sia falsa, e non sono neppure veri saperi: sono piuttosto saperi apparenti, nel senso che un contenuto realmente umano vi appare nella forma illusoria di un ente extraumano”.

La filosofia cerca il “trascendentale”. Ovvero il fondamento del molteplice. Il trascendentale rende l’astratto concreto, in quanto riporta il molteplice alla sua processualità genealogica e alla sua unità di senso. Il fatto diviene, di conseguenza, concreto e valutabile e ciò consente di giudicare se il fondamento del molteplice sia conforme alla natura umana e, qualora non lo sia, la prassi politica e sociale consente di orientarsi verso fini oggettivi che liberano dalla “menzogna e dall’errore”:

Il trascendentale. Approdiamo così a quella che può essere considerata la nozione più genuinamente filosofica, e per questo più comunemente oscura e più facilmente equivocabile e distorcibile. Darne una definizione rigorosa serve solo fino a un certo punto a renderla comprensibile, in quanto tale definizione ha un significato soltanto nella dimensione aperta dalla filosofia, dimensione alla quale molti intelletti sono esistenzialmente estraneiIl trascendentale. Approdiamo così a quella che può essere considerata la nozione più genuinamente filosofica, e per questo più comunemente oscura e più facilmente equivocabile e distorcibile. Darne una definizione rigorosa serve solo fino a un certo punto a renderla comprensibile, in quanto tale definizione ha un significato soltanto nella dimensione aperta dalla filosofia, dimensione alla quale molti intelletti sono esistenzialmente estranei. Partiamo comunque da una definizione formalmente precisa. Trascendentale è la condizione universale del manifestarsi della realtà come tale. Ovvero è la forma della rivelazione delle cose nella loro compiuta realtà. Il trascendentale non esiste, nel senso in cui esistono gli enti, ma è l’essere di tutte le cose che esistono, cioè la loro verità”.

Il trascendentale è dunque l’essere e quindi è la condizione che rende la realtà razionale. Il capitalismo lavora per l’irrazionale, esso trasforma i fatti in realtà sclerotizzate e in un mistero immanente che si sottraggono alla valutazione alla prassi:

Partiamo comunque da una definizione formalmente precisa. Trascendentale è la condizione universale del manifestarsi della realtà come tale. Ovvero è la forma della rivelazione delle cose nella loro compiuta realtà. Il trascendentale non esiste, nel senso in cui esistono gli enti, ma è l’essere di tutte le cose che esistono, cioè la loro verità”.

 

Nichilismo

Il compiuto nichilismo è il capitalismo, poiché il modo di produzione capitalistico è sistema economico che produce ed è sostenuto da una organizzata e capillare egemonia culturale che espelle l’essere (trascendentale) per ripiegarsi sull’empirico. Il postmodernismo e la fine delle grandi narrazioni vorrebbe esssere il requiem della filosofia e la vittoria del capitalismo, poiché l’essere umano non pone fini oggettivi ma si adegua passivamente e senza speranza al capitalismo:

La realtà scompare così nel compiuto nichilismo, che la sostituisce con l’effettività sempre flessibile, anche nell’esistenza umana. Postmoderno non è, insomma, che un altro nome per il nichilismo compiuto, che a sua volta non è che un altro nome per il capitalismo assoluto. La potenza nichilistica del capitalismo, d’altra parte, non ha dovuto superare grosse resistenze, perché le idealità che hanno preceduto il capitalismo assoluto, da quella cristiana a quella marxista, erano trascendenze già in loro stesse potenzialmente nichilistiche. Non è possibile, infatti, credere in un Dio che non impone alcuna lotta concreta contro le ingiustizie del mondo, ed essere poi in grado di lottare contro le ingiustizie che più hanno colonizzato le menti, quelle insite nella potenza del capitale. Non è possibile credere nell’identità tra storia e progresso, identità che è implicita nel marxismo storicamente esistito, e poi essere in grado di contrastare, almeno sul piano intellettuale e morale, il capitalismo assoluto, che è un portato della storia e una sua potenza effettiva”.

Riprendere laLunga marcia della storia” è possibile, ma affinché ciò si trasformi in realtà è necessario riportare lo spettro della filosofia tra di noi e con noi al fine di rendere razionale il reale e procedere alla prassi per sanare le contraddizioni. Senza tale postura la progettualità non potrà che avvitarsi su se stessa e precipitare nell’irrazionale. La notte del nichilismo non è eterna e le guerre e le tragedie che punteggiano le cronache sono il sintomo della decadenza del capitalismo che agonizza per la sua stessa violenza, in tale contesto si aprono spazi di visibilità progettuale e, non narcisistica, per riaffermare l’umano contro il disumano e il logos contro la chiacchiera.


Note
1Massimo Bontempelli, Lo spettro della Filosofia, La Fionda 27 maggio 2024
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