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Notizie sull'operazione speciale condotta dall'esercito russo in Ucraina
I dibattiti intorno al caso Ranucci e la questione woke contraddistinguono l’arretratezza culturale di un Paese in perenne campagna elettorale. Temi e figure, che diventano segni di identificazione, feticci da sbandierare, opportunisticamente, ma che nella pratica sono divisivi. Soprattutto per chi, preso dalle difficoltà materiali, sa di essere stato per troppo tempo abbandonato da una parte politica e sindacale, ed oggi paga l’involuzione sociale e civile dell’Italia. L’imbarbarimento dei costumi, il clima d’odio, la mancanza di...
Alcuni recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale “made in Usa” – quella cinese ha seguito altre logiche, sfornando altri modelli – ripropongono molto concretamente l’antica contraddizione tra ciò che si può fare e ciò che conviene fare, ovvero su cui si ha il controllo sia nell’immediato che nei passi successivi. Si possono fare miliardi di esempi su scoperte o invenzioni il cui uso immediato è sembrato “fichissimo” ma che si sono rivelate ben più che problematiche una volta che si sono moltiplicate e diventate “un sistema di vita”. E’...
Il governo di Lula da Silva sta sperimentando una delle più grandi trasformazioni ideologiche nella storia della sinistra brasiliana. Dalla campagna presidenziale del 2022 ad oggi, il Partito dei Lavoratori (PT) si è prefissato l’obiettivo di sfidare il controllo di Bolsonaro sui simboli nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la nazionale di calcio e la rivendicazione della sovranità nazionale. In questa campagna, quest’ultimo tema è diventato un asse centrale per Lula: la costruzione di un nazionalismo sovranista, antimperialista e di...
L’industria della disinformazione digitale e della manipolazione elettorale è relativamente nuova: un settore giovane e innovativo… dedito a distorcere la realtà e spargere propaganda on line. Una florida industria clandestina capace di interferire nelle elezioni e manipolare il dibattito pubblico, che ha trovato in America Latina un terreno particolarmente fertile. I suoi clienti sono, in generale, direttamente Stati, mercenari al soldo di governi, o clienti privati che preferiscono operare nell’ombra, dove la morale non conta e i pagamenti...
Si è appreso nei giorni scorsi che i Curdi siriani, rinunciando a costruire la tanto decantata entità democratica, femminista, indipendente del Rojava, hanno deciso di aderire al nuovo stato siriano governato dall’ex terrorista dell’ISIS e di Al-Qaida Al-Jolani, di sciogliere le proprie milizie nel nuovo esercito siriano e di riconsegnare al governo siriano i pozzi di petrolio siriano che avevano gestito insieme alle truppe USA. Chi scrive è stato in anni passati un sostenitore della causa curda. Sono stato varie volte nel Kurdistan...
Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013. Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono fatti incantare dalle sirene “europeiste” negando alla Ue di poter aggiungere un altro tassello al proprio mosaico di controllo su tutta l’Europa. Neanche l’aver agitato il fantasma delle minacce di Trump sulla regione artica ha...
La questione, posta nei termini più brutali, sembra semplice: quando un articolo viene scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, chi ne è davvero l’autore? L’uomo che ha fornito le idee, oppure la macchina che le ha distese sulla pagina? La domanda è legittima, ma rischia di essere mal formulata. Presuppone infatti che la scrittura sia un atto unitario, compatto, indivisibile, mentre chiunque abbia scritto qualcosa di appena più complesso di una lista della spesa sa bene che essa è, al contrario, un processo stratificato: intuizione,...
C'è un momento, in ogni impero terminale, in cui la classe dirigente smette di governare la realtà e comincia a gestirne la percezione. L'Occidente collettivo — quella entità geopoliticamente confusa che si estende da Washington a Tokyo passando per Berlino, Parigi, Londra e Tel Aviv — ha superato quel momento da un pezzo. Oggi, alla fine dell'agosto 2026, non gestisce più nemmeno la percezione. Suona. Suona come l'orchestra del Titanic, ma con i cachet più alti della storia e nessun iceberg all'orizzonte, perché l'iceberg è stato...
Analizzare la situazione venezuelana richiede di mantenere uno sguardo critico sulla complessità dei processi reali: le rinegoziazioni con i colossi energetici, le sanzioni internazionali, i nodi dell'economia rentier e le contraddizioni di una gestione statale condizionata dal ricatto USA. Tuttavia, c'è una differenza sostanziale tra la critica politica basata sui fatti e l'assimilazione passiva delle favole di intelligence. Accettare, così, la favola dei "87 ufficiali venduti" o dei "miliardi ombra" inviati da Washington alla presidenta...
Sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di quell’Alfredo che fu tra le menti più fini della sinistra italiana (sic transit gloria patris), ci spiega con lieve sussiego che capire l’ascesa dei tassi americani non è un esercizio accademico perché i Treasury sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie. È il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste. E offre...
Il povero Massimo Giannini è stato subissato di sghignazzi e sberleffi per la sua frase sullo scontro con la Russia, da lui indicato come una occasione per forgiare nel fuoco della battaglia un vero progetto di difesa europea. Lo svolazzo retorico del “forgiare nel fuoco della battaglia”, ha catturato quasi tutta l’attenzione, mentre invece la questione è un po’ più insidiosa. In realtà la tesi dell’articolo pubblicato il 15 agosto scorso da Giannini sul quotidiano “la Repubblica”, è che la guerra in Ucraina avrebbe potuto rappresentare...
Mentre il segretario al tesoro USA Bessent promette sfracelli contro l'economia iraniana l'amministrazione USA, sempre più disperata, attinge al conto di tesoreria per riacquistare bond così da abbassare i tassi. Nel frattempo Deutsche Bank su autorizzazione cinese apre la prima camera di compensazione europea per lo Yuan Come avevo ipotizzato, nell'attuale situazione di stallo del conflitto con l'Iran, l'amministrazione di Washington ha puntato sulla guerra economica contro Teheran al fine di riuscire a piegare la volontà del regime degli...
C’è una scena che si ripete attualmente con regolarità nei piani strategici delle aziende. Un dirigente, con lo sguardo perso nel vuoto digitale, dichiara: “Dobbiamo investire nell’IA”. Seguono, come un rituale pagano, stanziamenti per software, automazioni, corsi di formazione tecnica. Tutto sacrosanto, tutto doveroso. E mentre l’intelligenza artificiale corre, sollevando polvere di dati e promesse, un silenzio imbarazzato cala sulla domanda successiva. Quella che nessuno osa formulare ad alta voce, per timore di apparire retrogrado: “E noi,...
La segretaria del Partito democratico ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al direttore del "Corriere della sera" in cui ha esortato il governo Meloni ad adottare, subito, un'imposta sugli extraprofitti energetici. Si tratta di una proposta molto interessante che, però, a mio parere, dovrebbe essere integrata da due ulteriori considerazioni. La prima riguarda la necessità, per avere un gettito davvero in grado di fare la differenza, di non limitare l'imposizione al settore energetico. L'adozione di una sovrimposta temporanea...
Sovranità, interesse nazionale, patria: parole che ricorrono ossessivamente nel lessico meloniano. Resta da capire quale sia il vero significato, quando dalla retorica si passa ai fatti. L’ultima crisi dell’acciaio a Taranto offre un rilevante banco di verifica. Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale». A ben vedere, però, le azioni del suo governo sembrano muovere in direzione esattamente opposta....
Il 4 agosto 2026, nel corso di una conferenza stampa ospitata al Senato, esponenti della maggioranza hanno presentato quella che il governo definisce la propria “Rivoluzione Welfare”: 52 miliardi complessivamente destinati, secondo quanto rivendicato, alle politiche sociali in meno di quattro anni, con l’obiettivo di superare finalmente “la logica dell’assistenzialismo”. Poco più di un mese prima, commentando l’approvazione del decreto Lavoro, la presidente del Consiglio aveva adoperato la stessa parola d’ordine: sostenere il lavoro e non la...
Domanda: e se alla fine il Melonellum saltasse del tutto? Sia chiaro, la nostra è solo un’ipotesi. Non una previsione, ma un’ipotesi che conviene considerare, che comunque ci aiuta a ragionare su certe dinamiche in atto. E forse è soltanto una suggestione, ma di quelle suggestioni che hanno un loro perché. Il 20 luglio scorso così concludevamo un articolo sul tema: «Davvero si voterà con il Melonellum (come sembrerebbe), oppure il trasversale “partito del pareggio”, che guarda ad una sorta di “Union Sacrée” in nome della guerra alla Russia,...
C’è un’immagine dell’Unione Europea che i suoi apologeti vendono quotidianamente: quella di un faro di democrazia, dialogo, stato di diritto. Poi, però, basta aprire gli occhi o semplicemente riflettere oltrepassando la cortina fumogena della propaganda mainstream per scoprire il volto vero. L’ultima conferma arriva dalla Germania, il cuore pulsante dell’UE, l’ormai ex locomotiva d’Europa. Secondo quanto reso noto da Politico, i partiti del cosiddetto “establishment” starebbero già studiando un arsenale di misure straordinarie per impedire di...
Il libro di Alessandra Ciattini è un importante contributo al dibattito sulle grandi questioni che, dal 1989, hanno trasformato il mondo, non soltanto dal punto di vista geopolitico, con la fine della contrapposizione tra i due blocchi e l’affermazione di una fase dominata dagli Stati Uniti, ma anche sotto l’aspetto culturale e filosofico. È cambiato infatti il modo stesso di interpretare gli avvenimenti e le trasformazioni della società contemporanea. Per affrontare queste complesse questioni, l’autrice ha raccolto nel volume una serie di...
Il modo di produzione capitalista nella sua fase imperialista non solo esporta merci e capitali, ma impone e propaga sofisticati dispositivi di controllo sociale, occupazione territoriale e guerra ideologica. Nello scenario contemporaneo, subordinato alle direttive geopolitiche di Washington e alla dottrina dell'atlantismo militarista, assistiamo al consolidamento di una trama in cui il regime sionista di Tel Aviv opera non come un mero attore esterno, ma come un ingranaggio organicamente integrato nell'architettura di dominazione e...
Il leader del M5S, Giuseppe Conte, ha detto che “l’ideologia woke non serve alla sinistra perché il nemico vero da battere sono le diseguaglianze sociali”. Naturalmente lo ha dichiarato con quella cautela e quel cerchiobottismo tipici del democristiano qual è, nella sostanza. “Il Woke – ha spiegato – ha avuto anche aspetti positivi, ha spinto ad allargare il concetto di giustizia, ad adottare un linguaggio più rispettoso, ha contribuito a creare spazi simbolici e pratiche di riconoscimento che si sono diffuse nei luoghi di lavoro, nelle...
Ho letto con molto interesse l’articolo di Lucio Baccaro uscito giorni fa sulle pagine del Fatto quotidiano. Vi sono riassunte brillantemente le tesi di coloro che, nell’area del dissenso, si schierano contro il progetto europeo, privilegiando il ritorno allo Stato nazionale. Naturalmente, la sinistra (che oggi non è rappresentata dai socialisti europei o dal PD in Italia) si distingue dalle destre in quanto considera possibile il ritorno allo Stato nazionale senza dover necessariamente sfociare nel nazionalismo sovranista caldeggiato dalle...
Da “donatori” di soldi e armamenti a partner vincolati e vincolanti. La Ue sta utilizzando e si sta facendo utilizzare dall’Ucraina – il “porcospino d’acciaio voluto dalla Von der Leyen – per accelerare i passaggi verso un complesso militare-industriale integrato e la guerra in Europa come exit strategy dalla propria crisi. Un interessante servizio de Il Sole 24 Ore segnala come negli ultimi due anni, l’Unione europea ha dovuto trasformare la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento...
Il confronto tra i peggiori è aperto, e per la traballante armata imperialista (“l’Occidente unito” di cui fantastica Giorgia Meloni) è il momento di rifarsi i conti. La notizia del giorno è il mandato di cattura internazionale emesso dal ministero della giustizia turco contro Netanyahu e altri dirigenti politici e militari di Israele. Formalmente è una segnalazione all’Interpol (una “red notice”) che riguarda anche il funzionario Afek Moskovitch per l’intervento armato contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla che tentava di portare...
Uno dei problemi, se non il problema principale, della sinistra italiana degli ultimi quarant’anni – per lo meno da quando il Partito Comunista, perso il faro dell’Unione Sovietica, individuò nell’Europa il nuovo sol dell’avvenire – è stata l’esaltazione fideistica dell'”Europa”. In nome dell’Europa, la sinistra italiana ha ingollato di tutto: l’impronta ordoliberale del trattato di Maastricht, la rinuncia alle partecipazioni statali e alla politica industriale, la deflazione interna, l’austerita come risposta (fallimentare) alla crisi dei...
Negli ultimi giorni diverse testate internazionali hanno dato spazio al lancio di “Gaza GenoLIE”, una campagna promossa da 40 organizzazioni per smontare le accuse di genocidio rivolte a Israele. L’iniziativa viene presentata ai lettori come una “analisi indipendente“, ma basta esaminare la composizione e i finanziatori del cartello per capire che non ci si trova di fronte a osservatori terzi. Dietro questa operazione si muove infatti una fitta rete di lobby politiche, gruppi di pressione finanziari e organizzazioni direttamente collegate...
C'è una contraddizione intrinseca in quanto scrivo. Cerco una forma leggera, colloquiale pur sapendo che i potenziali destinatari sono abituati ad altro linguaggio. Quello quasi gergale dell'area in cui pur mi riconosco. Che comunque esiste, e meno male... Se non altro a tener viva una fiammella. A volte, leggendo meravigliosi articoli, mi sembra che, tramite essi, si faccia un passettino verso la comprensione(la parola verità mi sembra un po' grossa..). Ma se la disquisizione, pur lucida, pur colta, ci stacca ulteriormente dagli altri, dalla...
Per un paese come l’Italia, la domanda su come si combatte l’inflazione da offerta non è un esercizio accademico. L’episodio del 2021-23 lo ha mostrato con chiarezza: uno shock originato fuori dai confini, nei mercati dell’energia e degli alimentari e nelle catene globali di fornitura, si è trasmesso ai prezzi interni ed è stato affrontato con l’unico strumento disponibile a livello di area, una restrizione monetaria rapida e severa. Ne è seguita una compressione della domanda e degli investimenti che ha colpito in modo asimmetrico proprio le...
Con il termine ”cleptocrazia” non si intende la semplice corruzione, bensì un sistema di corruzione legalizzata, un apparato di potere specificamente finalizzato alla predazione delle risorse pubbliche. Tutti i regimi manifestano aspetti e componenti di carattere cleptocratico, ma qui si tratta di capire quale tipo di regime possa essere considerato una cleptocrazia compiuta e integrale, cioè un sistema chiuso e automatico che non lasci spazio ad altre opzioni. Il termine “cleptocrazia” è stato applicato a regimi post-coloniali, come le...
Quando esce un nuovo libro di Luciano Canfora, sono uno di quelli che corre a leggere il suo lavoro e parto pregiudizialmente ben predisposto verso l’ultimo grande esponente di una prestigiosa scuola storica e filologica che ha avuto nel secolo scorso una lunga tradizione. In questo caso la sua ultima fatica, “Comunismo, un’altra storia”, edito da Feltrinelli qualche mese fa, è di particolare interesse per il taglio che l’autore dà a un tema così aperto, controverso e necessario, come quando si discute del socialismo-comunismo...
Era l’ultima settimana di marzo del 1999. Il 12 maggio, mia data di nascita, sarei dovuto andare in pensione dalla RAI. Ma il TG3, nella persona del direttore Ennio Chiodi, mi aveva già offerto un contratto di collaborazione di diversi anni, con quindi una buona prospettiva di sostentamento. Che si volatilizzò all’indomani della mia corsa a Belgrado per raccontare cosa vi stavano facendo, in nome della NATO e della sua soluzione finale per la Jugoslavia, i bombaroli di D’Alema premier e Mattarella vice. Attaccando, uccidendo e devastando un...
L’America sta considerando di usare l’atomica contro Teheran. A lanciare l’allarme è stata l’ex deputata Marjorie Taylor Greene che ha sottolineato: “Non sto facendo supposizioni, lo so”. Evidentemente qualche esponente dell’amministrazione Usa inquieto per questa deriva deve averla informata. D’altronde il recente mutamento della dottrina nucleare statunitense qualche allarme l’aveva suscitato. Ne aveva parlato la NBC spiegando che Elbridge Colby, numero due del Pentagono, stava mettendo a punto, e ne aveva parlato in un forum riservato, una...
La foia guerrafondaia dei media occidentali supera ormai per cialtroneria ed estremismo qualsiasi idiozia possa uscire dalla tastiera di Trump. La dimostrazione solare è arrivata ieri da un presunto scoop del Financial Times – giornale attendibile “fino ad un certo punto” sui temi economici, ma inevitabilmente esposto come tutti alla stupidaggine quando copre temi geostrategici – che è stato ripreso, modificato, manipolato fino alla falsificazione da tutti i media italioti. Sia stampati che in video. Andiamo con ordine perché è bene cogliere...
Caro Carlo, non lo facevo così disattrezzato il nostro amico Moreno. Come tutti i marxisti dovrebbero sapere, Lenin scriveva: «Non si può comprendere a pieno Il Capitale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita tutta la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!». Ora, o si pensa che Lenin non fosse marxista o bisogna prenderlo sul serio, perché le riflessioni di Lenin avevano sempre un fondo e un intendimento politico. Concetti fondamentali di Hegel...
E’ simile a quella del Dr. Jekill e Mr. Hyde, emblematico racconto di Stevenson, la vicenda del più sfrenato dei nostri moderati, Paolo Mieli, già fondatore de La Classe, forse il primo foglio rivoluzionario del movimento ’68-’77, poi direttore del Corriere della Sera e colpevole della sua degenerazione da grande e autorevole portavoce della borghesia sedicente illuminata a capofila di una stampa degenerata in voce del padrone con il pugnale tra i denti. Il padrone essendo un poliziotto picchiatore, un generale guerrafondaio e un padrone alla...
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Un mese di conflitto: nessuna exit strategy dall’inferno di Gaza
di Roberto Iannuzzi
Tutti gli scenari post-bellici nella Striscia appaiono problematici, mentre il prolungarsi della campagna militare mantiene alto il rischio di escalation
A poco più di un mese dallo scoppio della guerra, l’inferno di Gaza non sembra avere vie d’uscita. Sicuramente non per i residenti di questa prigione a cielo aperto, sottoposta a uno dei più violenti bombardamenti della storia contemporanea. Ma apparentemente nemmeno per coloro (Israele, USA) che dovrebbero disegnare i futuri assetti dell’area.
I raid dell’aviazione di Tel Aviv sono in corso dal 7 ottobre, dopo che 1.200 - 1.400 israeliani erano rimasti uccisi nell’attacco terroristico senza precedenti condotto da Hamas quel giorno. Israele ha sganciato oltre 25.000 tonnellate di bombe su un’esigua lingua di terra, lunga 41 km e larga da 6 a 12 km.
In questo spazio ristretto – una delle aree più densamente popolate al mondo – vivono circa 2 milioni e 300 mila palestinesi (circa metà dei quali hanno meno di 18 anni), impossibilitati ad uscirne a causa di un blocco terrestre, aereo e navale in atto dal 2007.
I bombardamenti hanno provocato finora circa 11.000 morti fra i residenti della Striscia, in gran parte civili – per il 70% anziani, donne e bambini. Le stime sono fornite dal ministero della sanità di Gaza, controllato da Hamas ma ritenuto affidabile da organismi internazionali come l’ONU e da osservatori come Human Rights Watch.
E’ anzi probabile che il bilancio delle vittime sia molto più elevato, a causa dei numerosi cadaveri tuttora non estratti dalle macerie.
Secondo l’ONU, coloro che hanno dovuto abbandonare le loro case, e sono ormai sfollati all’interno della Striscia, ammontano a 1,5 milioni. Sulla base di immagini satellitari, si stima che circa un terzo degli edifici nella parte settentrionale della Striscia siano danneggiati o distrutti.
In tutta Gaza, compresa la parte meridionale, almeno 38.000 edifici sono stati colpiti, fra il 13 e il 18% del totale.
Dal 9 ottobre, Israele ha imposto un assedio totale alla Striscia, tagliando i rifornimenti di cibo, acqua, elettricità, carburante, medicine ed altri beni essenziali. Da allora, in un mese sono entrati nella Striscia appena 526 camion di aiuti attraverso il valico di Rafah con l’Egitto. Tali aiuti, già di per sé scarsi, in minima parte raggiungono il nord di Gaza.
Prima del 9 ottobre, una media di 500 camion di rifornimenti al giorno faceva il proprio ingresso in questa enclave palestinese, 100 dei quali trasportavano cibo. Secondo l’Oxfam, è entrato a Gaza appena il 2% delle derrate alimentari che venivano abitualmente consegnate in precedenza.
Rischio di pulizia etnica
Il 12 ottobre, in previsione della propria offensiva di terra, Israele ha ordinato l’evacuazione in tempi ristrettissimi di tutta la parte settentrionale della Striscia, un’area abitata da oltre un milione di palestinesi, che include Gaza City. L’ONU ha denunciato che un’evacuazione di simili proporzioni avrebbe avuto conseguenze umanitarie disastrose.
A causa della mancanza di farina, acqua e carburante, nessuna panetteria nel nord è più funzionante. Da una settimana neanche le bottiglie d’acqua vengono più distribuite. A causa della sospensione delle forniture mediche, gli ospedali del nord eseguono operazioni chirurgiche senza anestesia.
Serbatoi idrici, pozzi, e sistemi fognari sono stati bombardati. Gli impianti di dissalazione sono stati chiusi a causa della mancanza di carburante. Anche ospedali, scuole e luoghi di preghiera sono stati colpiti. L’OMS ha messo in guardia sul crescente rischio di epidemie a causa del collasso del sistema sanitario. Oltre a diverse infezioni respiratorie, più di 33.000 casi di diarrea sono stati registrati da metà ottobre, in gran parte in bambini sotto i 5 anni.
L’ordine di evacuazione forzata del nord di Gaza, i violentissimi bombardamenti, e l’esistenza di almeno due piani israeliani – uno di un think tank vicino al premier Benjamin Netanyahu, e l’altro del ministero dell’intelligence – per il trasferimento della popolazione di Gaza nel Sinai egiziano, hanno suscitato allarme a livello internazionale sul rischio concreto di una imminente pulizia etnica.
Per il momento, tali piani sembrano essere perlomeno rinviati a causa della durissima opposizione manifestata dai paesi arabi, ed in particolare dall’Egitto. Ma la prospettiva non può essere definitivamente esclusa nel caso in cui la già drammatica situazione all’interno della Striscia dovesse precipitare ulteriormente.
Accerchiamento
Nel frattempo, le forze armate israeliane stanno procedendo ad una manovra di accerchiamento di Gaza City (considerata la roccaforte di Hamas) nella regione settentrionale dell’enclave, dove però si trovano tuttora centinaia di migliaia di persone che non sono evacuate, o perché impossibilitate da malattie o ferite, o perché temono che, se decidessero di andarsene, non farebbero mai più ritorno alle loro case.
Tre divisioni israeliane sono penetrate nella Striscia da nordovest, da nordest e dalla zona mediana dell’enclave. Esse usufruiscono di copertura aerea fornita da elicotteri, droni e caccia. Secondo ufficiali e riservisti che hanno preso parte a precedenti operazioni a Gaza, in quest’occasione l’esercito israeliano sta impiegando una potenza di fuoco enormemente superiore.
Hamas al momento non sta tentando di bloccare l’avanzata delle forze avversarie. I miliziani del gruppo compiono operazioni di disturbo, utilizzando armi anticarro, droni e cariche esplosive contro i mezzi corazzati israeliani.
I vertici militari di Tel Aviv stimano di aver eliminato fra i 1.500 e i 2.000 miliziani, oltre ad una quindicina di ufficiali al livello dei comandi tattici. Ma le strutture di comando e controllo di Hamas appaiono funzionanti. E man mano che i combattimenti si intensificano, il rischio di causare vittime civili cresce ulteriormente.
In analoghe operazioni americane in Iraq e Afghanistan vi era un rapporto di 1 a 10 fra le vittime militari e quelle civili: per ogni miliziano ucciso, si registravano dieci morti fra i civili.
Solo quattro giorni fa, il generale israeliano in congedo Giora Eiland ha espresso pessimismo sui progressi dell’operazione di terra: “Non vi sono segni che Hamas stia cedendo”, ha affermato. “Li vediamo compiere operazioni coordinate e complesse con droni, mortai, missili anti-tank. Non si tratta di poche persone che lottano per la loro vita, ma di un sistema funzionante. Possono muovere le loro forze di luogo in luogo, controllano almeno l’80% del sottosuolo, e sanno come rispondere rapidamente a ciò che facciamo”.
La metro di Gaza
Eiland faceva riferimento al sistema di tunnel sotterranei che si estendono per centinaia di chilometri sotto la superficie della Striscia, una rete costruita nell’arco di decenni.
I tunnel di Gaza cominciarono ad essere scavati ben prima dello scontro tra Fatah e Hamas che portò quest’ultimo a prendere il potere nella Striscia nel 2007. Essi erano inizialmente rudimentali gallerie, utilizzate per il contrabbando o per compiere imboscate in territorio israeliano.
Dopo l’imposizione dell’embargo israeliano a Gaza nel 2007, i tunnel cominciarono a svilupparsi enormemente, in particolare quelli costruiti da Hamas a scopo militare, che avevano muri in cemento, sistemi di ventilazione e reti di comunicazione.
Questa rete di tunnel, a cui si aggiunsero veri e propri bunker, alcuni dei quali scavati anche a 50 metri di profondità (allo scopo di resistere ai bombardamenti più violenti), è divenuta famosa come “la metro di Gaza”.
Israele sostiene che alcuni fra i bunker più importanti si trovino proprio sotto l’ospedale al-Shifa, il più grande della Striscia, e fa capire che presto o tardi neanche questa struttura ospedaliera sarà risparmiata dalle operazioni militari.
Ad ogni modo, la conoscenza di questa estesa e sofisticata rete di tunnel, da parte delle forze armate israeliane, sembra essere tuttora alquanto limitata. Ma a Tel Aviv vi è la crescente consapevolezza che Hamas l’abbia concepita con l’obiettivo di resistere all’interno di questi tunnel per mesi.
Il fattore tempo
In questa devastante guerra asimmetrica, mentre l’obiettivo dichiarato di Israele è quello di assassinare o catturare l’intera leadership del gruppo palestinese, di uccidere i responsabili dell’attacco del 7 ottobre, e di distruggere il potenziale militare dell’organizzazione e la sua capacità di governare la Striscia, per Hamas l’obiettivo è semplicemente resistere: emergere dai tunnel con una struttura ancora funzionante infliggerebbe un ulteriore colpo al prestigio militare di Israele già intaccato dall’attacco del 7 ottobre.
L’estrema violenza della campagna israeliana obbliga Tel Aviv a una corsa contro il tempo: si tratta di debellare Hamas prima che le pressioni internazionali, provocate dall’orrore per la drammatica situazione umanitaria di Gaza, giungano al punto di spingere Washington, il principale protettore di Israele, a ritirare il proprio appoggio all’operazione, obbligando il governo israeliano a capitolare.
Washington sostiene Israele non solo politicamente, ma con l’invio di armi e con lo schieramento di un’impressionante forza navale nel Mediterraneo al fine di scongiurare l’intervento nel conflitto degli alleati regionali di Hamas (Hezbollah e altre milizie filo-iraniane).
Ma a causa del doppio standard applicato alle due crisi internazionali nelle quali sono impegnati (Gaza e Ucraina), gli Stati Uniti vedono franare la propria credibilità soprattutto di fronte a quei paesi del sud del mondo che la Casa Bianca vorrebbe sottrarre alla sfera di influenza di Cina e Russia.
Americani ed israeliani si trovano in una situazione paradossale: per gestire la Striscia nella fase post-bellica, stanno cercando la cooperazione dei paesi arabi, quegli stessi paesi – primo fra tutti l’Egitto – dei quali si stanno alienando le simpatie portando avanti una azione militare così distruttiva.
Il governo israeliano, dal canto suo, deve anche fare i conti con le pressioni delle famiglie degli ostaggi in mano a Hamas e alle altre organizzazioni armate della Striscia. Tali famiglie in massima parte preferirebbero un negoziato con i rapitori ad un’operazione militare devastante e rischiosa nella quale i loro cari potrebbero finire uccisi.
Per il momento gli Stati Uniti, pur dichiarandosi favorevoli all’introduzione di “pause umanitarie”, si sono detti contrari ad un cessate il fuoco. Ma il segretario di stato Antony Blinken ha dovuto subire critiche e umiliazioni da parte dei partner regionali di Washington in occasione dei suoi ripetuti viaggi in Medio Oriente.
Ad eccezione di Qatar e Turchia, i regimi della regione non vedono di buon occhio Hamas. La loro irritazione nei confronti di USA e Israele non è dovuta tanto all’angoscia per ciò che avviene in Palestina, quanto ai timori per ciò che potrebbe accadere in casa loro se il conflitto dovesse prolungarsi.
Nessuna proposta credibile
Vi sono poi divergenze fra Washington e Tel Aviv sui possibili scenari post-bellici. Il premier israeliano Netanyahu ha recentemente dichiarato che Israele dovrà assumersi la responsabilità della sicurezza a Gaza, “perché abbiamo visto cosa succede quando non ce l’abbiamo” (salvo poi tornare parzialmente sui propri passi).
Dal canto suo, la Casa Bianca ha più volte ribadito di essere contraria ad una rioccupazione di Gaza, per i rischi e i costi che ne deriverebbero. Alla riunione dei ministri degli esteri del G7 a Tokyo, Blinken ha cercato di rassicurare la platea mediorientale ed internazionale affermando che gli elementi chiave di una soluzione per la Striscia dovrebbero includere: “nessun trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza, né ora né dopo la guerra, […] nessuna rioccupazione di Gaza dopo la guerra, nessun tentativo di sottoporre Gaza ad un embargo o ad un assedio, e nessuna riduzione del territorio di Gaza”.
L’amministrazione Biden preferirebbe vedere il ritorno nella Striscia dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) del presidente Mahmoud Abbas. Ma l’ANP è debole e corrotta, da tempo sull’orlo del collasso perfino in Cisgiordania, e certamente sarebbe vista a Gaza come uno strumento nelle mani di USA e Israele.
Lo stesso Abbas, pur offrendo a Blinken la propria disponibilità a prevedere un ritorno dell’ANP nella Striscia, ha chiarito che ciò sarà possibile solo “nel quadro di una soluzione politica complessiva”, ovvero di un percorso finalizzato alla soluzione dei due stati – un’ipotesi irrealizzabile, sia per l’opposizione del governo Netanyahu, sia per la massiccia presenza di insediamenti e coloni israeliani in Cisgiordania, dove i palestinesi sono ormai costretti a vivere in 167 enclave separate fra loro.
Nessun orizzonte rassicurante
Le stesse parole pronunciate a Tokyo da Blinken non costituiscono una garanzia: i fatti sul terreno sono altri.
Israele sta effettivamente spopolando la parte settentrionale di Gaza, concentrando la popolazione nel sud. E la prospettiva di un ritorno a casa dei residenti del nord potrebbe non concretizzarsi. L’area settentrionale potrebbe essere parzialmente annessa o trasformata in una zona militare.
Col passare del tempo, la pressione demografica al confine con l’Egitto potrebbe crescere a tal punto da provocare la ridislocazione di almeno una parte della popolazione nel Sinai.
Hamas, una vasta e complessa organizzazione che ha un’ala militare, un’ala politica e un’ala amministrativa (per citare solo le sue componenti più estese e radicate) forse cambierà a seguito della perdita di numerosi combattenti e del licenziamento di molti amministratori, ma probabilmente non svanirà.
Se Hamas non sarà smantellata, o considerevolmente ridimensionata, la Striscia potrebbe essere sottoposta ad un embargo ancora più duro di quello subito fino allo scoppio dell’attuale conflitto.
Lo stesso panorama politico interno in Israele è profondamente lacerato. Vi sono divisioni nell’apparato militare e nell’establishment politico. Netanyahu è fortemente impopolare. Ciò aggiunge incognite al quadro complessivo.
Un’occupazione militare di Gaza, secondo alcune stime, potrebbe richiedere il dispiegamento di 40.000 soldati per diversi anni. Ciò avrebbe l’effetto di “saturare” le capacità dell’esercito israeliano e costituirebbe un peso enorme per l’economia di Israele.
Una gestione internazionale della Striscia appare altrettanto problematica, visto che i paesi limitrofi non vogliono assumersi questo compito temendo un trasferimento di fatto della questione palestinese sulle loro spalle.
Che Israele si assuma la responsabilità di Gaza o meno, i bisogni della popolazione della Striscia saranno immensi, richiedendo un imponente piano di ricostruzione.
In tutti questi scenari, talvolta incompatibili fra loro, la Striscia rimarrà una polveriera, un concentrato di povertà e disperazione ancor più di quanto non lo sia stata in passato, e una permanente fonte di instabilità.
E prima ancora che alcuni di questi scenari si concretizzino, il prolungarsi e l’inasprirsi delle operazioni belliche (il cui esito, bisogna ricordarlo, rimane incerto) continua a mantenere elevato il rischio di un’escalation al confine settentrionale con il Libano, e di una propagazione del conflitto a livello regionale.
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008
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