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intelligence for the people

Guerra ibrida, dal Venezuela all’Iran

di Roberto Iannuzzi

In Iran, come in Venezuela, Trump ha lanciato un’operazione destabilizzante quanto strategicamente incerta, questa volta manipolando e infiltrando, insieme a Israele, le proteste locali

c27deba6 d267 4918 a36a 0f84616b20dd 1500x988Un filo rosso lega le minacce rivolte all’Iran dal presidente americano Donald Trump, sullo sfondo delle proteste scoppiate nel paese, al recente sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro per mano delle forze armate USA.

La notizia del blitz che ha portato alla cattura di Maduro era giunta a Teheran mentre nel paese erano in corso manifestazioni di piazza già da alcuni giorni, a seguito del crollo del rial, la valuta iraniana.

Tale notizia aveva fatto scalpore negli ambienti politici della Repubblica Islamica, suscitando un dibattito sulla possibilità che l’Iran divenisse a breve il prossimo bersaglio di Washington. I timori iraniani sono corroborati da analisi americane.

 

Cosa unisce Iran e Venezuela

Sia l’Iran che il Venezuela fanno parte di quel fronte di paesi che si oppone all’imperialismo e all’eredità coloniale dell’Occidente.

Il legame tra Caracas e Teheran si era rafforzato nei primi anni 2000, quando l’allora presidente venezuelano Hugo Chavez aveva affermato che il suo paese era parte integrante di un “asse di unità” cui appartenevano anche l’Iran ed altri oppositori degli USA.

Entrambi sottoposti a dure sanzioni americane, i due paesi hanno stretto rapporti economici ed elaborato sistemi comuni per cercare di eluderle. Nel 2012, alla fine della presidenza Chavez, investimenti e prestiti iraniani in Venezuela ammontavano a circa 12 miliardi di dollari, secondo fonti statunitensi.

Il Venezuela è stato anche la porta di accesso all’America Latina per il partito sciita libanese Hezbollah, stretto alleato di Teheran, grazie all’ampia diaspora libanese emigrata nel paese durante la guerra civile in Libano (1975-1990).

Sotto Maduro, Iran e Venezuela hanno firmato nel 2022 un accordo ventennale di cooperazione nei settori dell’energia, dello sviluppo tecnologico e della sicurezza. L’accordo includeva una rafforzata cooperazione militare, in particolare sull’utilizzo dei droni.

Accogliendo Maduro a Teheran nel giugno di quell’anno, l’Ayatollah Ali Khamenei aveva affermato che Iran e Venezuela erano riusciti a opporsi alla guerra ibrida di Washington, e che la resistenza era l’unica via per contrastare l’oppressione americana.

Dal canto suo, Maduro aveva dichiarato a un’emittente iraniana che “tutti noi che lottiamo per decolonizzare le nostre menti e i nostri popoli, siamo parte dell’Asse della Resistenza che si oppone ai metodi con cui gli imperialisti impongono l’egemonia sul mondo”.

Egli aveva aggiunto che “l’imperialismo e il sionismo cospirano contro i processi progressisti e rivoluzionari che stanno avendo luogo in America Latina e nei Caraibi, soprattutto la Rivoluzione Bolivariana”.

Il Venezuela ruppe i rapporti diplomatici con Israele a seguito dell’operazione israeliana “Piombo Fuso” a Gaza tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. E, sotto Maduro, il paese è stato fra i più duri nel condannare la campagna militare genocidaria condotta da Israele nella Striscia dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

In occasione del sequestro di Maduro, una coincidenza ha contribuito a diffondere ulteriore sgomento negli ambienti politici iraniani: il blitz americano è avvenuto il 3 gennaio, nel sesto anniversario dell’assassinio del generale Qassem Soleimani, comandante della forza Quds della Guardia rivoluzionaria di Teheran (IRGC, secondo l’acronimo inglese).

Soleimani, alto ufficiale di un paese con cui gli Stati Uniti non erano in guerra, fu assassinato da un drone statunitense a Baghdad nel 2020 per ordine dello stesso Trump, il quale fu convinto ad autorizzare l’operazione dall’allora segretario di Stato Mike Pompeo.

Pompeo mentì affermando che il generale iraniano rappresentava una minaccia imminente per le truppe USA in Iraq. Soleimani era invece in missione diplomatica per attenuare le tensioni con l’Arabia Saudita.

 

Ricattare Teheran come Caracas

Ci hanno pensato diversi analisti statunitensi ad acuire negli ambienti politici iraniani la sensazione che la coincidenza del 3 gennaio fosse significativa.

“Il caso Maduro è strategicamente rilevante meno come modello che come segnale”, ha osservato Kirsten Fontenrose dell’Atlantic Council, che prese parte alla definizione delle politiche mediorientali della Casa Bianca durante il primo mandato Trump.

Secondo Fontenrose, tale caso “suggerisce una propensione americana ad agire in maniera decisa contro leader già criminalizzati e sanzionati [dagli USA]”, malgrado i rischi di escalation.

Danny Citrinowicz, ex dirigente dell’intelligence israeliana, ha sostenuto che “anche se le proteste saranno represse, i sottostanti problemi strutturali dell’Iran rimarranno irrisolti”, e in tali condizioni potrebbe emergere una “finestra di opportunità” per costringere Teheran a scendere a patti con l’Occidente, in particolare rinunciando all’arricchimento dell’uranio.

Diversi analisti negli USA hanno intravisto l’opportunità di “replicare il modello venezuelano” ricattando un regime prostrato dalle sanzioni e dal disastro economico interno.

Secondo Ali Alfoneh, dell’Arab Gulf States Institute con sede a Washington, per stabilizzare il paese la leadership iraniana deve fare i conti con le sanzioni, ed è dunque costretta a dialogare con gli USA.

“Un accordo in stile venezuelano rimane plausibile”, ha scritto Alfoneh. “La leadership collettiva dell’Iran potrebbe emarginare o rimuovere Khamenei, aprire negoziati con Trump, invitare le compagnie petrolifere USA nel paese, e assicurarsi un alleggerimento delle sanzioni sufficiente a stabilizzare l’economia”.

Altri, pur ritenendo poco plausibile un simile scenario, non rinunciano all’idea di accrescere le pressioni su Teheran per indebolirne ulteriormente il governo.

 

L’ossessione del cambio di regime

Fin dalla nascita della Repubblica Islamica nel 1979, gran parte dei presidenti avvicendatisi alla Casa Bianca è stata ossessionata dall’idea di “addomesticarla” o rovesciarla del tutto (ne ho parlato più diffusamente qui).

Un noto studio strategico, pubblicato dalla Brookings Institution nel 2009 con il titolo “Which Path to Persia? Options for a New American Strategy toward Iran”, discuteva le diverse opzioni per raggiungere un simile obiettivo.

Esse andavano dalla persuasione fino allo strumento militare, passando per l’assedio economico e la destabilizzazione interna. Il documento non escludeva la possibilità di impiegare simultaneamente le varie opzioni.

Suzanne Maloney, fra gli autori di quello studio, ha parlato oggi di una rinnovata opportunità strategica, alla luce della presunta debolezza senza precedenti della Repubblica Islamica, caratterizzata dall’incombente avvicendamento dell’anziano Khamenei, dai rovesci sofferti a livello regionale a seguito delle batoste militari subite da Hamas e Hezbollah, e dal malcontento interno favorito dalla rovinosa situazione economica in cui versa il paese.

Maloney ha sostenuto che, se gli Stati Uniti avessero esercitato “una pressione senza precedenti sul regime” e fornito “addizionale supporto all’opposizione”, i manifestanti avrebbero potuto prevalere.

Think tank di orientamento filoisraeliano e neocon hanno a loro volta passato in rassegna tutti gli strumenti con cui gli Stati Uniti sarebbero potuti intervenire militarmente contro l’Iran o avrebbero potuto favorire la destabilizzazione interna del paese.

E’ perfino apparsa un’analisi secondo la quale l’inizio del 2026 presenterebbe condizioni di mercato insolitamente favorevoli per intensificare la pressione sulle esportazioni petrolifere di Teheran.

 

Le ragioni della protesta

Le proteste in Iran sono scoppiate negli ultimi giorni del 2025, in particolare fra i Bazaari, la classe mercantile da tempo considerata come il “barometro economico” del paese.

A differenza delle manifestazioni del 2022, originate da rivendicazioni sulle libertà sociali, e da quelle del 2009 provocate da dispute elettorali, l’attuale ondata di protesta è infatti motivata da ragioni eminentemente economiche.

Appena reinsediatosi alla Casa Bianca, Trump il quale durante il suo primo mandato era uscito unilateralmente dall’accordo nucleare con l’Iran, ha inasprito il sistema di imposizione della sanzioni in base alla sua politica di “massima pressione” nei confronti del paese.

Il regime sanzionatorio, oltre ad affossare l’economia iraniana, favorisce il proliferare di una corruzione endemica nel paese, a causa dei sistemi intrinsecamente opachi a cui gli iraniani sono costretti a ricorrere per eludere le penalità americane.

Corruzione e malgoverno aggravano ulteriormente una situazione economica già estremamente pesante a causa delle sanzioni.

La scintilla che ha scatenato la protesta è stata il crollo della valuta iraniana, l’inflazione galoppante, e il tentativo del governo di implementare una riforma del sistema di tassi di cambio multipli esistente nel paese, ritenuta dolorosa ma necessaria.

Il malcontento è apparso decentralizzato e geograficamente disperso, diffuso inizialmente soprattutto nelle provincie occidentali. Le manifestazioni sono state inizialmente pacifiche, con sporadici episodi di violenza.

Sia Khamenei che il presidente Masoud Pezeshkian avevano riconosciuto la legittimità delle rivendicazioni dei manifestanti, pur condannando le rare violenze.

 

Sovversione israelo-americana

Le ingerenze statunitensi sono state però pressoché immediate. Il 2 gennaio, Trump ha minacciato un intervento americano a sostegno dei manifestanti se Teheran avesse represso le proteste con la violenza.

Le dichiarazioni del presidente americano sono giunte dopo che si era diffusa la notizia di alcuni incidenti, in particolare l’uccisione di tre manifestanti nel corso di un attacco a una stazione di polizia, durante il quale sarebbero state date alle fiamme alcune auto delle forze dell’ordine, nella provincia del Lorestan.

Ma le ingerenze straniere si sono spinte molto al di là di mere intimidazioni verbali. Non va dimenticato che l’Iran è da mesi sotto costante minaccia di un’aggressione militare da parte di Israele e degli stessi Stati Uniti.

Tale minaccia si è tradotta in realtà lo scorso giugno con la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” lanciata da Israele, a cui l’amministrazione Trump diede manforte.

A fine dicembre, il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è recato a Washington dove ha ottenuto da Trump una sostanziale luce verde a un eventuale nuovo attacco all’Iran.

Le minacce di Trump del 2 gennaio sono state seguite da preparativi militari per una possibile operazione contro Teheran.

Ma, già il 29 dicembre, il Mossad israeliano aveva incoraggiato i manifestanti iraniani a “protestare contro il regime” attraverso il suo account X (Twitter) in lingua Farsi, affermando che gli agenti dell’intelligence israeliana li avrebbero sostenuti “sul campo”.

A sua volta, l’ex direttore della CIA Mike Pompeo aveva augurato “buon anno ad ogni iraniano in strada” sul suo account X, ed anche “ad ogni agente del Mossad che cammina dietro a loro”.

Va ricordato che durante la guerra dei 12 giorni l’Iran fu infiltrato da decine di uomini dell’intelligence israeliana.

Le affermazioni fatte su X dal Mossad e da Pompeo apparentemente non erano mera propaganda.

Alcuni giorni dopo, Tamir Morag (corrispondente dell’israeliano Canale 14) ha riferito che “attori stranieri” stavano armando i rivoltosi in Iran, e che ciò spiegava le “centinaia di uomini del regime uccisi”.

Dal canto suo, l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Tamir Hayman ha rivelato al quotidiano Maariv che gli Stati Uniti stavano orchestrando una “significativa operazione d’influenza” sul terreno in Iran, nell’ambito cibernetico ma anche “in disordini e sovversioni locali”.

Tamir ha anche riconosciuto che le sanzioni erano la causa principale delle difficoltà economiche dell’Iran.

La potenza di questo strumento punitivo, del resto, è confermata da un recente studio della rivista medica Lancet, secondo il quale le sanzioni imposte da USA ed Europa sono responsabili della morte di oltre 500.000 persone all’anno nel mondo.

 

Confronto internazionale sul suolo iraniano

La società privata di intelligence Stratfor ha a sua volta parlato di “operazioni d’influenza” americane in corso sul territorio iraniano.

Fra tali operazioni va certamente inclusa quella che ha fatto pervenire in Iran i ricevitori della rete satellitare Starlink del magnate americano Elon Musk, per permettere agli oppositori iraniani di avere connettività malgrado il blocco di internet imposto dal governo.

Teheran sarebbe però riuscita ad “accecare” almeno parzialmente questi ricevitori con strumentazione di jamming fornita, a seconda delle versioni, da Mosca o da Pechino.

Durante il mese di dicembre, sono giunti in Iran diversi aerei militari da trasporto russi. Mosca ha anche consegnato a Teheran i primi elicotteri d’attacco Mi-28 e decine di blindati Spartak.

Come ha osservato l’analista Nikita Smagin, questo equipaggiamento non può difendere l’Iran da un eventuale attacco USA o israeliano, ed è superfluo per contenere le proteste di piazza. Ma potrebbe essere utilissimo nel caso un cui Teheran dovesse fronteggiare un’eventuale insurrezione armata dall’esterno.

Ulteriormente indicativa della battaglia che si sta combattendo in Iran è la notizia secondo cui gruppi armati curdi (vicini a Israele) hanno tentato di infiltrarsi in territorio iraniano dal confinante Kurdistan iracheno.

Essi hanno però incontrato l’immediata risposta della Guardia rivoluzionaria iraniana (IRGC) allertata dalla vicina Turchia. Ankara è preoccupata da una possibile destabilizzazione dell’Iran per mano di Israele, degli USA e dei loro agenti curdi.

 

Un leader costruito all’estero

I mezzi di informazione occidentali, che hanno dato una copertura distorta e sensazionalistica degli eventi in Iran, hanno parlato di manifestanti inneggianti a Reza Pahlavi, il figlio del deposto Scià.

In realtà, il gradimento nei confronti di Pahlavi è alto nella diaspora iraniana, relativamente basso nel paese. Egli ha vissuto la sua vita adulta interamente negli Stati Uniti.

Nel 2023 si è recato in visita in Israele, dove si è incontrato con Netanyahu. La sua simpatia per Israele, un paese che minaccia l’Iran, è vista come un tradimento da molti iraniani in patria.

Alle manifestazioni pro-Pahlavi all’estero, invece, la bandiera imperiale iraniana (con la corona aggiunta al leone e al sole) viene sventolata insieme a quella israeliana.

Durante la campagna genocidaria condotta da Israele a Gaza, il sostegno di Pahlavi per lo stato ebraico è rimasto inalterato.

Mentre Israele bombardava l’Iran nel corso della guerra dei 12 giorni, non soltanto egli non ha condannato l’attacco, ma ha esortato gli iraniani a sfruttare l’opportunità per sollevarsi contro la Repubblica Islamica.

Il quotidiano Haaretz ha rivelato che Israele ha condotto una campagna online in Farsi per promuovere la figura di Pahlavi in Iran.

Egli ha anche sostenuto di aver reclutato circa 50.000 membri dell’esercito e delle forze di sicurezza a sostegno della sua causa, i quali sarebbero stati pronti a disertare al momento opportuno.

Durante le proteste di questi giorni, tuttavia, non si sono registrate defezioni tra le forze armate o nella polizia, malgrado i ripetuti appelli di Pahlavi.

 

Disinformazione occidentale

A causa del blackout di internet imposto nel paese, e della copertura distorta fornita dai media occidentali, è difficile ricostruire esattamente quanto avvenuto in Iran.

Ma se vogliamo attenerci a un grafico del Guardian fondato su dati raccolti da think tank americani, le manifestazioni sono state in realtà relativamente contenute.

Seppure diffuse nel paese, esse sono state esigue in termini di partecipazione. Solo alcune decine avrebbero superato il migliaio di persone.

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Alle proteste hanno fatto da contraltare numerose manifestazioni filogovernative.

Gli episodi di violenza si sono moltiplicati con il passare dei giorni, molto probabilmente a causa delle infiltrazioni esterne. In diversi incidenti sono stati dati alle fiamme edifici pubblici, banche, e moschee, e sono stati uccisi uomini delle forze di sicurezza.

Secondo dati forniti da Human Rights Activists in Iran (HRA), un’organizzazione che in realtà ha sede negli Stati Uniti ed è finanziata dal governo americano (attraverso il National Endowment for Democracy), la repressione dura da parte del governo, che avrebbe portato a centinaia di vittime, è iniziata solo dopo il 9 gennaio.

Fino ad allora le vittime fra i manifestanti non superavano la cinquantina. Le minacce di Trump e le infiltrazioni straniere hanno di fatto reso le proteste ostaggio di dinamiche internazionali.

E’ evidente che, di fronte a ingerenze di questo tipo, non può aver luogo una normale dialettica democratica nel paese. Tale dialettica, del resto, è stata soffocata dalle ingerenze coloniali occidentali in Iran fin dai primi del ‘900.

Dopo che le proteste sono state contenute o represse, lo stesso Trump è sembrato tornare sui propri passi, lasciando intendere che la prospettiva di un intervento militare sarebbe per il momento tramontata.

Si tratta probabilmente solo di una pausa temporanea. Ma, in Iran come in Venezuela, Washington ha ancora una volta mostrato di essersi lanciata in un’avventura destabilizzante quanto strategicamente incerta se non inconcludente.

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