Iran: anatomia di un effimero cessate il fuoco
di Roberto Iannuzzi
Sebbene Stati Uniti e Israele non abbiano più le carte per disegnare un Medio Oriente a guida israelo-americana, non hanno ancora accettato la nuova realtà strategica
Lo scorso martedì 7 aprile si è rivelato una giornata drammatica nella guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Nel giro di poche ore si è passati dal timore di un’escalation in grado di distruggere infrastrutture energetiche e industriali strategiche non solo per il Golfo Persico, ma per l’intero pianeta, alla speranza nella possibilità di una de-escalation.
La paura che si sprofondasse verso l’irreparabile era stata scatenata da un post del presidente Donald Trump nel quale egli minacciava che “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”, se l’Iran non avesse accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz attraverso il quale transitava, prima dell’inizio del conflitto, circa il 20% del petrolio mondiale.
Alcune ore più tardi, poco prima della scadenza dell’ultimatum di 48 ore imposto da Trump due giorni prima, veniva annunciato un cessate il fuoco di due settimane per negoziare la risoluzione del conflitto sulla base di dieci condizioni poste dall’Iran, segnando apparentemente una capitolazione statunitense.
I negoziati si sarebbero tenuti a Islamabad, capitale del paese ai cui sforzi di mediazione (supportati anche da Egitto, Turchia e Arabia Saudita) si doveva l’improvviso e inaspettato colpo di scena.
Sarebbe bastata una manciata di ore dopo l’annuncio ufficiale per comprendere che l’intesa era estremamente fragile, a causa dei violentissimi bombardamenti condotti da Israele sul Libano (paese che, secondo il comunicato ufficiale pakistano, sarebbe dovuto rientrare nel cessate il fuoco), dell’improvvisa decisione degli Emirati Arabi Uniti (EAU) di colpire alcune infrastrutture energetiche iraniane, e delle parziali ritrattazioni di Trump e di altri esponenti della sua amministrazione.
Un corsa contro il tempo
A prescindere dall’esito del cessate il fuoco, gli eventi del 7 aprile segnano un nuovo spartiacque nel conflitto dopo che la decapitazione della Repubblica Islamica, con l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei e di altri esponenti iraniani di spicco nei primissimi giorni dell’attacco israelo-americano, non aveva determinato il crollo del governo di Teheran.
Quel fallimento aveva portato a uno sforzo bellico prolungato, incentrato su una violentissima campagna di bombardamenti aerei rivelatasi disastrosa per l’economia mondiale (a causa della rappresaglia iraniana che ha comportato il blocco dello Stretto di Hormuz e la distruzione di impianti energetici e industriali strategici nei paesi limitrofi) quanto inconcludente dal punto di vista bellico.
Per l’amministrazione Trump, la campagna militare si è trasformata in una corsa contro il tempo. Era necessario far capitolare Teheran prima che i costi per l’economia mondiale e per i propri alleati diventassero insostenibili a causa dell’interruzione dell’approvvigionamento energetico e di altri prodotti vitali dal Golfo.
Era inoltre essenziale concludere l’operazione prima che cominciassero a scarseggiare gli intercettori necessari a proteggere i cieli di Israele e degli altri alleati regionali di Washington, e prima che si prosciugassero oltre il livello di guardia gli arsenali USA di missili da crociera e di altre armi offensive (Tomahawk, JASSM, ATACMS, ecc.) da utilizzare potenzialmente in altri scenari di guerra.
L’accecamento dei radar a protezione delle basi militari USA e di Israele da parte iraniana ha reso sempre più ardue le operazioni di contrasto alle ondate di missili provenienti dall’Iran.
L’incapacità di difendersi da tali ondate ha obbligato Washington a evacuare la base della V Flotta in Bahrein, simbolo della potenza navale USA nel Golfo, e altre basi nella penisola araba accontentandosi di operare da quelle europee, con enormi complicazioni logistiche che hanno ridotto l’impatto dei bombardamenti sull’Iran.
Israele ha a sua volta subito danni ingenti. Secondo un recente denuncia dell’israeliano Channel 13, la guerra ha paralizzato l’istruzione, ridotto le prestazioni del sistema sanitario, portato all’annullamento dell’80% dei voli civili, e bloccato importanti tratte ferroviarie, mentre la popolazione è costretta in continuazione nei rifugi.
Impasse militare
A differenza delle basi americane, le “città missilistiche sotterranee” disseminate sullo sterminato territorio iraniano al di sotto di decine di metri di solida roccia, non sono facilmente individuabili né neutralizzabili.
Da tali basi fortificate, l’Iran può continuare a bersagliare i propri avversari grazie a un arsenale di missili e droni che è stato ampiamente sottostimato dai servizi di intelligence occidentali.
Con tale arsenale, la rappresaglia iraniana è in grado all’occorrenza di distruggere le fragili infrastrutture energetiche e industriali (come i vitali impianti di desalinizzazione) dei paesi vicini, incluso Israele, eventualmente mettendone a rischio l’esistenza stessa.
Militarmente, Stati Uniti e Israele si trovano dunque in un’impasse. Da questo vicolo cieco Washington potrebbe uscire solo con una invasione di terra che risulterebbe però estremamente dispendiosa in termini finanziari e di perdite sul terreno.
Il mistero di Isfahan
Ciò potrebbe spiegare i misteriosi eventi accaduti fra il 2 e il 5 aprile sul suolo iraniano.
Quella che dai mezzi di informazione occidentali è stata descritta come un’operazione di recupero (combat search and rescue) di un pilota disperso in territorio nemico dopo l’abbattimento del suo F-15, a una più attenta osservazione degli esperti militari è apparsa come un’impresa di ben altra portata per il numero di mezzi coinvolti, del tutto sproporzionato per il salvataggio di un singolo uomo.
L’area d’intervento non era molto distante dal complesso nucleare di Isfahan, che include strutture sotterranee a grande profondità nelle quali si ritiene che l’Iran abbia immagazzinato una parte consistente, se non la totalità, degli oltre 400 kg di uranio arricchito al 60% con i quali, secondo alcune stime, potrebbe produrre una decina di ordigni nucleari.
Alcuni ritengono che il vero obiettivo dell’operazione americana fosse il recupero dell’uranio.
Tale impresa, se coronata dal successo, avrebbe permesso a Trump di uscire dal conflitto affermando di aver messo l’Iran nell’impossibilità di costruire un’arma atomica dopo averlo privato del combustibile necessario e aver nuovamente bombardato i siti nucleari.
L’esito è stato tuttavia fallimentare, con la perdita di un aereo A-10 da supporto ravvicinato, di due elicotteri HH-60 (forse solo danneggiati), di almeno due elicotteri MH-6 Little Bird, di un drone MQ-9, e di due giganteschi aerei da trasporto MC-130.
Lo spettro di un attacco nucleare
E’ questo terribile insuccesso che potrebbe aver spinto Trump a lanciare l’ultimatum del 7 aprile (in realtà l’ultimo di una lunga serie), minacciando la distruzione delle infrastrutture civili iraniane a partire da ponti e centrali elettriche qualora Teheran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz.
Il timore che Trump potesse addirittura ricorrere ad armi non convenzionali è cresciuto alla luce degli ammonimenti del noto commentatore conservatore Tucker Carlson (secondo il quale il consigliere di Trump Mark Levin aveva ventilato l’impiego di armi nucleari) e delle dichiarazioni del vicepresidente JD Vance, il quale aveva affermato che “abbiamo strumenti a disposizione che finora non abbiamo deciso di utilizzare”.
Anche nel caso di un attacco convenzionale su vasta scala alle infrastrutture dell’Iran, la citata capacità di rappresaglia iraniana sui paesi vicini faceva temere una catastrofe regionale.
I raid israeliani, che hanno colpito ponti e linee ferroviarie, e lo strategico impianto petrolchimico di Asuliyeh nell’area del giacimento iraniano di South Pars prima ancora della scadenza dell’ultimatum trumpiano, hanno accresciuto il timore che la situazione potesse precipitare.
Mentre in Iran si formavano catene di civili attorno alle principali infrastrutture del paese, in Occidente si sono moltiplicate le critiche alla minaccia di Trump di cancellare “un’intera civiltà” e alla conseguente prospettiva di crimini di guerra su vasta scala.
Mentre alcuni negli USA hanno invocato il XXV emendamento della Costituzione americana (che consente di sostituire il presidente per manifesta incapacità), la stessa voce di Papa Leone XIV si è levata per condannare come “totalmente inaccettabile” la minaccia pronunciata da Trump.
Spiraglio negoziale
E’ in questo quadro drammatico che ha preso corpo la mediazione del Pakistan, supportata da Arabia Saudita, Egitto e Turchia, per un cessate il fuoco di due settimane durante il quale negoziare una possibile risoluzione del conflitto.
Secondo il Financial Times, l’idea di un cessate il fuoco temporaneo è stata proposta a Islamabad dalla stessa Casa Bianca la quale, evidentemente, mentre continuava a proferire minacce, cercava una via d’uscita dal vicolo cieco nel quale si era cacciata.
E’ importante tuttavia rilevare che l’intero processo di mediazione è stato condotto da paesi non occidentali, mentre l’Europa non ha giocato alcun ruolo. Un segnale indicativo dello spostamento complessivo degli equilibri mondiali.
L’iniziale contrarietà di Teheran, ostile a un cessate il fuoco temporaneo in assenza di garanzie, è stata probabilmente smussata anche dall’intervento cinese, dopo che Mosca e Pechino hanno posto il veto in sede ONU a una risoluzione promossa dal Bahrein che proponeva misure per ottenere la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Israele si è invece opposto alla mediazione pakistana esortando l’amministrazione Trump a non accettare una tregua, apparentemente senza successo.
La svolta è giunta quando la Casa Bianca ha accettato un elenco di 10 condizioni avanzate dall’Iran come base negoziale.
Sebbene siano circolate diverse versioni di questo elenco, tra le condizioni principali figurano:
garanzie che l’Iran non sarà più attaccato; la cessazione definitiva della guerra contro tutti i membri dell’asse iraniano della resistenza; il ritiro di tutte le forze armate USA dalla regione; la riapertura dello Stretto di Hormuz sotto il controllo iraniano in coordinamento con l’Oman (sotto la cui sovranità ricade la penisola di Musandam situata a sud dello Stretto); la piena compensazione dei danni di guerra; la rimozione delle sanzioni primarie e secondarie contro l’Iran.
La reazione iraniana all’accettazione USA di un cessate il fuoco su questi termini è stata cautamente positiva, fondata sulla consapevolezza (frutto delle passate esperienze) che l’approccio americano poteva essere ingannevole.
In base all’accordo, durante le due settimane di tregua l’Iran avrebbe riaperto lo Stretto di Hormuz pur mantenendone il controllo e imponendo un pedaggio di transito insieme all’Oman.
Perdurano rischi e incertezze
Il cessate il fuoco rischia di essere effimero. Subito dopo l’intesa, Israele ha bombardato il Libano con una violenza senza precedenti, facendo oltre 250 vittime in pochi minuti nella sola giornata di mercoledì 8 aprile.
Esponenti dell’amministrazione Trump hanno negato che il Libano rientrasse nell’accordo di cessate il fuoco. Anche l’accettazione dell’elenco iraniano in 10 punti come base negoziale è stata rimessa in discussione.
Ciò conferma l’inaffidabilità americana agli occhi di Teheran, dove molti vedono la prosecuzione dei bombardamenti in Libano come una manovra per frammentare l’asse della resistenza.
Con una mossa senza precedenti, gli EAU hanno colpito una raffineria sull’isola iraniana di Lavan.
Così facendo, Abu Dhabi di fatto scende in campo al fianco di Israele e aggrava la frattura con l’Arabia Saudita, favorevole al negoziato.
A seguito di queste violazioni, dopo poche ore l’Iran ha nuovamente chiuso lo Stretto di Hormuz, considerato dall’Iran il principale strumento per esercitare pressioni su Washington.
Se il conflitto ucraino e quello di Gaza costituiscono un precedente, le speranze di tenuta del cessate il fuoco e di un negoziato proficuo sono bassissime.
Ma lo spostamento degli equilibri nel Golfo è ormai un fatto difficilmente reversibile. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz e con le sue capacità di ritorsione nei confronti dei paesi vicini, l’Iran ha dimostrato di avere in mano un’arma che gli Stati Uniti non possono sconfiggere.
Per contro, Washington non ha ottenuto nessuno degli obiettivi prefissati all’inizio del conflitto: né un cambio di regime, né la distruzione del programma nucleare iraniano o dell’arsenale missilistico di Teheran, né lo smantellamento del suo sistema di alleanze regionali.
Israele ha subito danni notevoli, vede tramontare l’illusione di spazzar via la Repubblica Islamica, e si trova impantanato in una guerra di logoramento su più fronti che può erodere la tenuta dello stato.
Gli USA hanno perso il controllo del Golfo, punto nevralgico dell’economia mondiale, e la credibilità di garante della sicurezza dei propri alleati nella regione. E’ un colpo durissimo alla declinante egemonia statunitense.
Lo scenario di una catastrofe regionale non è ancora scongiurato.
Stati Uniti e Israele non hanno più le carte per disegnare un Medio Oriente a guida israelo-americana, ma certamente non hanno ancora accettato la nuova realtà strategica. L’impatto della crisi sull’economia mondiale deve ancora manifestarsi in tutta la sua dirompenza.










































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