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intelligence for the people

Dall’Iran al Libano, il “modello Gaza” è ormai una tattica bellica standard di Israele e Stati Uniti

di Roberto Iannuzzi

Lo sterile ricorso a livelli esorbitanti di violenza non ha portato al collasso della Repubblica Islamica in Iran, né di Hezbollah in Libano, causando invece enormi sofferenze alla popolazione civile

https substack post media.s3.amazonaws.com public images 64908b91 6799 4962 afaf 6ba37b39ecf3 1900x1520Lo scorso 8 aprile, all’indomani del cessate il fuoco raggiunto con l’Iran (che avrebbe dovuto includere anche il Libano), Beirut è stata investita da un violentissimo bombardamento israeliano.

In pochi minuti, interi palazzi residenziali sono stati sbriciolati, lasciando al loro posto macerie fumanti di cemento e metallo contorto. Decine di aerei israeliani hanno sganciato bombe e missili su un centinaio di bersagli nella capitale e in altre zone del piccolo paese confinante.

Il bilancio iniziale annunciato dal ministero della sanità libanese è stato pesantissimo: oltre 350 morti e più di 1.200 feriti. Nella capitale, gli attacchi hanno colpito quartieri residenziali e alcune delle vie commerciali più affollate.

“Oscurità Eterna” è l’emblematico nome che Israele ha attribuito all’operazione, come a suggerire una volontà di totale annientamento del paese vicino.

All’indomani dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il governo israeliano guidato dal premier Benjamin Netanyahu aveva scatenato una campagna militare di inaudita violenza, supportata dal massiccio invio di armi americane, contro la Striscia di Gaza, polverizzando aree residenziali e infrastrutture civili.

In Libano, le forze armate israeliane hanno adottato le stesse tattiche: massicci bombardamenti aerei e arbitrari ordini di evacuazione su vasta scala, che hanno portato allo sfollamento forzato di centinaia di migliaia di persone.

Sono state rase al suolo infrastrutture civili, villaggi e città di confine per far spazio a “zone cuscinetto” occupate dalle forze israeliane. Sono stati presi di mira ospedali, personale sanitario, soccorritori, giornalisti. Tutto nella sostanziale indifferenza e apatia internazionale.

 

Un cessate il fuoco mai rispettato

Il fragile cessate il fuoco raggiunto con Hezbollah alla fine del 2024 era stato violato di continuo da Israele, che ha ripetutamente colpito varie zone del Libano uccidendo almeno 370 persone.

Nel frattempo, l’amministrazione americana aveva esercitato pressioni sul governo libanese affinché procedesse a disarmare Hezbollah, mentre Israele continuava a bombardare il paese. Ciò non ha fatto altro che accrescere le tensioni all’interno del Libano.

Pur non rispondendo alle violazioni israeliane, Hezbollah ha provveduto a un progressivo riarmo.

Solo all’assassinio della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei per mano israeliana, lo scorso 28 febbraio, il gruppo alleato di Teheran ha risposto con un lancio di razzi verso Israele che la stessa BBC ha definito “largamente simbolico”.

Ciò ha fornito a Tel Aviv il pretesto per lanciare l’operazione su vasta scala descritta sopra, che da inizio marzo ha provocato più di 2.500 morti e quasi 8.000 feriti.

All’inizio della campagna, alti responsabili israeliani avevano dichiarato che avrebbero riservato al Libano lo stesso trattamento di Gaza.

Dal canto suo, il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha affermato che i sobborghi meridionali di Beirut avrebbero presto ricordato Khan Younis, riferendosi alla città nel sud della Striscia completamente rasa al suolo da oltre due anni di bombardamenti.

 

Violenza verbale e crimini di guerra 

Analoghe tattiche della “terra bruciata” sono state adottate da Stati Uniti e Israele nella guerra di aggressione contro l’Iran, e accompagnate da dichiarazioni ufficiali di uguale violenza.

Nel corso di una conferenza stampa al Pentagono, il 4 marzo, il segretario della Guerra Pete Hegseth ha dichiarato che la campagna contro l’Iran “non è mai stata pensata per essere una lotta ad armi pari, e non lo è. Li stiamo colpendo mentre sono a terra, ed è esattamente così che deve andare”.

Egli ha aggiunto che gli Stati Uniti stavano vincendo in maniera “devastante e senza pietà”, e che gli aerei americani avrebbero portato “morte e distruzione dal cielo per tutto il giorno”.

Pochi giorni prima, presiedendo il suo primo servizio religioso al Pentagono dall’inizio della guerra, Hegseth aveva invocato una “violenza travolgente contro coloro che non meritano pietà”.

Dal canto suo, il presidente Donald Trump ha più volte minacciato che avrebbe fatto saltare in aria le centrali elettriche, i ponti, e gli impianti di desalinizzazione del paese, che ne avrebbe “decimato” le infrastrutture, e avrebbe riportato l’Iran “all’età della pietra”.

Tali minacce sono culminate nell’ultimatum del 7 aprile, allorché egli ha ammonito che “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”, se l’Iran non avesse accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz.

Una simile violenza non è soltanto verbale, ma trova pieno riscontro nella campagna militare condotta contro l’Iran.

La Mezzaluna Rossa iraniana (IRCS) ha da poco consegnato alla Corte Penale Internazionale e ad altri organismi internazionali le prove raccolte sui possibili crimini di guerra commessi da USA e Israele a partire dal 28 febbraio scorso, data di inizio dei bombardamenti.

L’IRCS stima che gli attacchi israelo-americani abbiano distrutto più di 132.000 strutture civili, incluse abitazioni residenziali, ospedali, scuole, università, istituti di ricerca, ponti.

Il primo giorno del conflitto, gli Stati Uniti hanno bombardato la scuola elementare di Minab, nella parte meridionale dell’Iran. Essa è stata colpita due volte a 40 minuti di distanza, massimizzando il numero delle vittime (155 bambini e 26 insegnanti).

La violenza della campagna israelo-americana è stata tale da spingere persino il britannico Telegraph a descrivere Teheran come “un’apocalisse di ospedali in fiamme e bambini sepolti sotto le macerie”.

Il bilancio provvisorio è di almeno 3.375 morti e oltre 26.000 feriti. E’ interessante rilevare che la rappresaglia iraniana nel Golfo, malgrado gli ingenti danni provocati alle infrastrutture militari ed energetiche, ha causato solo poche decine di vittime.

Mentre, in proporzione, la campagna israeliana contro il Libano (che ha provocato oltre 2.500 morti) è stata ancor più feroce di quella israelo-americana in Iran.

 

Regole di ingaggio più permissive

E’ altresì importante sottolineare che la violenza soverchiante di queste operazioni militari non può essere addebitata esclusivamente agli attuali governi negli Stati Uniti e in Israele, ma va ricondotta a un più generale cambiamento nella cultura militare dei due paesi.

Naz Modirzadeh, professoressa presso la Harvard Law School e fondatrice del programma di diritto internazionale e conflitti armati presso quell’università, lo aveva definito “una trasformazione più profonda all’interno dell’esercito americano e del suo apparato giuridico”.

Come avevo scritto in un articolo di circa un anno fa,

Negli ultimi anni, il Dipartimento della Difesa si è concentrato sempre più insistentemente su come gli USA potrebbero combattere un conflitto su vasta scala contro un avversario in grado di rivaleggiare con l’esercito americano per tecnologia e forza militare.

In un simile scenario, denominato in gergo tecnico “large-scale combat operation” (LSCO), uno scontro militare violentissimo avverrebbe in molteplici domini (aereo, terrestre, marittimo), la superiorità aerea non sarebbe garantita, le perdite sarebbero centinaia di migliaia, intere città verrebbero rase al suolo.

“In pratica”, afferma Modirzadeh, l’esercito americano ha cominciato a “prepararsi per una guerra totale con la Cina”. Avendo in mente una conflagrazione di tale portata, gli esperti giuridici dell’esercito stanno reinterpretando le leggi di guerra.

Nel 2021, un articolo apparso su The Military Review a firma di due importanti esperti giuridici dell’esercito statunitense sosteneva che gli USA dovranno combattere sulla base di regole molto più permissive, se vorranno vincere una guerra su vasta scala.

A tale articolo ne sono seguiti altri dello stesso tenore.

Geoffrey Corn, professore di legge presso la Texas Tech University ed ex consulente senior delle forze armate USA sulle leggi di guerra, giudicando la condotta militare israeliana a Gaza ha sostenuto che “i sistemi e i processi implementati dalle IDF [Israeli Defense Forces] sono molto simili a quelli che adotteremmo noi in un simile teatro di guerra”.

Corn aveva rilasciato queste dichiarazioni alla rivista americana The New Yorker.

Nello stesso reportage si afferma che l’idea “che la condotta di Israele a Gaza sia in linea con l’interpretazione che l’esercito USA dà dei propri obblighi giuridici [in un contesto di guerra] è consensualmente accettata presso i legali militari americani, e i loro associati nell’accademia, negli ultimi anni”.

 

La “dottrina della Dahiya” 

Le tattiche militari adottate da Israele a Gaza a loro volta traggono origine dalla guerra combattuta dall’esercito israeliano contro Hezbollah nel 2006.

Fu allora che le forze armate israeliane elaborarono la cosiddetta dottrina della Dahiya”, in riferimento al sobborgo meridionale di Beirut, abitualmente considerato come la “roccaforte” di Hezbollah ma al tempo stesso abitato da migliaia di civili sciiti che non hanno necessariamente rapporti con questa organizzazione.

Tale dottrina, concepita dal generale Gadi Eisenkot, all’epoca a capo del Comando settentrionale delle forze israeliane, prevede la deliberata distruzione di infrastrutture civili come metodo di punizione collettiva volto a far sollevare la popolazione locale contro l’entità militare che controlla quel territorio.

Eisenkot successivamente dichiarò che “ciò che è accaduto nel quartiere della Dahiya a Beirut nel 2006 accadrà in ogni villaggio da cui verranno lanciati attacchi contro Israele... Useremo una forza sproporzionata e causeremo gravi danni e distruzione. Dal nostro punto di vista, non si tratta di villaggi civili, ma di basi militari... Questa non è una raccomandazione. È un piano. Ed è stato approvato”.

Israele sta nuovamente applicando questa tattica in Libano dove, malgrado il nuovo cessate il fuoco, continua a radere al suolo villaggi e infrastrutture civili, spesso attraverso vere e proprie demolizioni controllate.

Si stima che dall’inizio di marzo le forze armate israeliane abbiano distrutto o danneggiato oltre 62.000 unità abitative nel paese. L’obiettivo è quello di creare una zona cuscinetto permanente che impedisca una volta per tutte il ritorno dei residenti.

A fine marzo, il ministro della difesa israeliano Israel Katz aveva affermato che ai 600.000 libanesi che vivevano a sud del fiume Litani (situato a circa 30 km dal confine con Israele) non sarebbe mai stato permesso di tornare, e che le loro case sarebbero state distrutte.

 

Stato di guerra permanente 

Da un punto di vista strategico, Israele ha adottato quella che alcuni hanno definito la dottrina della “sicurezza permanente”, e altri quella della “guerra preventiva”, in opposizione alla teoria della guerra di contenimento precedentemente abbracciata dallo Stato ebraico.

Comunque la si voglia definire, essa non prevede una soluzione negoziata dei conflitti, ma esclusivamente una soluzione militare perseguita attraverso l’uso massiccio della forza. In concreto, tale dottrina si traduce in una guerra permanente che include, oltre a Gaza e alla Cisgiordania, anche Libano, Siria, Iraq, Yemen e Iran (molti in Israele l’hanno definita la “guerra dei sette fronti”).

Questa campagna contempla il totale disprezzo del diritto internazionale, non prevede un compromesso politico, e punta esclusivamente all’eliminazione dell’avversario, attraverso la decapitazione dei suoi vertici politici e militari o l’annientamento tramite una superiorità bellica soverchiante.

Ma il conflitto con l’Iran, rapidamente sfociato in una guerra regionale, ha rivelato tutti i limiti di questa teoria.

Il ricorso agli omicidi mirati, e a livelli esorbitanti di violenza e distruzione, non ha portato al collasso della Repubblica Islamica in Iran, né di Hezbollah in Libano. Perfino Hamas è ancora al potere nella devastata Striscia di Gaza.

Per contro, Israele è logorato da oltre due anni di conflitto ininterrotto, il suo esercito è usurato dalle perdite di uomini e mezzi, dalla continua mobilitazione dei riservisti, dalla necessità di combattere su molteplici fronti.

Gli Stati Uniti hanno dilapidato enormi quantità di armamenti e messo a dura prova le capacità logistiche della propria marina e della propria aviazione, per trovarsi infine costretti a evacuare le proprie basi nella penisola araba.

Washington ha perso il controllo del Golfo Persico, e deve fare i conti con la crisi globale originata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz per mano dell’Iran.

Sia gli USA che Israele si trovano in una paralisi strategica, politica e morale senza precedenti. La tentazione di ricorrere a livelli sempre maggiori di ferocia e violenza per uscire dall’impasse, se ascoltata, è destinata a farli sprofondare sempre più in un abisso nel quale rischiano di trascinare la regione e il mondo.

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Comments

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Enzo Rossi
Wednesday, 06 May 2026 11:38
Questo è uno degli articoli chiave che ci permette di leggere il futuro che ci aspetta se non ci opponiamo alla nuova forma di nazismo, in ogni ambito, fin da oggi.

grazie Jannuzzi!
un vecchio compagno
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