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Il fondamentalismo occidentale

di Domenico Losurdo (a cura di Emiliano Alessandroni)

tintinSolo in seguito a una più profonda conoscenza [...]
l'elemento logico si eleva [...] fino a valere non già
semplicemente come un universale astratto, ma
come l'universale che abbraccia in sé
la ricchezza del particolare
Hegel - Scienza della Logica

Il testo che segue unisce brani tratti dal volume di Domenico Losurdo, Il linguaggio dell'Impero. Lessico dell'ideologia americana (Laterza, Roma-Bari, 2007, pp. 48-78). Si è qui deciso di riproporli in quanto appaiono particolarmente rilevanti per la fase storica che stiamo attraversando. L'Occidente registra infatti, da qualche tempo, l'assenza di una sinistra capace di rendersi promotrice di un Universale concreto (cfr. su ciò D. Losurdo, La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma 2014).

La reazione all'Universale astratto promosso dal liberalismo viene pertanto condotta dall'iniziativa delle destre, siano esse sociali o postmoderne, che per propria vocazione tendono a ripiegare lo sguardo su un'astrattezza egolatrica e particolaristica. È quest'ultima a scolpire oggi, in Europa e negli Usa, le forme della critica al liberalismo. Alla prospettiva cosmopolita di un mondo senza Stati e sans frontières che l'ideologia anarcocapitalista insegue, fanno fronte gli arroccamenti identitari e i tradizionalismi localistici, all'insegna di miti genealogici spontanei che sorreggono fisionomie sociali gelose e protettive. L'ideologia dell'imperialismo statunitense, a seconda dei governi e delle circostanze storiche, tende a muoversi su questi due fronti, oscillando tra cosmopolitismo e tradizionalismo, tra Universale e particolare astratto. Pur avversi tra loro essi risultano ancora più ostili all'Universale concreto, che ha bisogno di superare entrambe le unilateralità per realizzarsi.

Nel cammino che conduce a una simile realizzazione è possibile talvolta approfittare dello scontro tra i propri nemici, tendendo la mano ora all'uno e ora all'altro. Nondimeno, un punto tutt'altro che irrilevante va tenuto in considerazione: se sul piano militare e politico una disposizione particolaristica può caricarsi di un valore universale quando si trova a confliggere con una disposizione universalistico-astratta suscettibile di rovesciarsi nel proprio contrario (di trasformarsi, quindi, in una forza universalmente repressiva), diverso è il caso del piano culturale: qui è l'Universale astratto, anziché il particolare, a costituire un terreno più avanzato per la comprensione dell'Universale concreto e per il suo radicamento nelle coscienze.

Ai giorni nostri, in cui la sinistra occidentale risulta pressoché priva di capacità organizzativa e di forza politica, diverse anime che ancora si rivedono nel suo orizzonte pagano l'assenza di un collante e, a partire dall'ostilità istintivamente nutrita verso il cosmopolitismo astratto che ha egemonizzato il discorso politico degli ultimi decenni, cominciano ad avvertire una forte attrazione verso il particolarismo, recepito come elemento di novità e dotato di forza rivoluzionaria. Ma si tratta, a ben vedere, di un arretramento del discorso. La crescente fascinazione verso i conflitti altrui non è altro che il frutto della propria impotenza.

Contro l'idea per la quale il particolare possa costituire un punto di vista rivoluzionario da contrapporre all'astrattezza dell'Universale, i testi di Losurdo che qui proponiamo ci sembrano particolarmente eloquenti. Leggerli con attenzione può senz'altro aiutarci a comprendere in modo più adeguato il nostro presente, ovvero a diradare la nebbia che decenni di arretramenti sociali e politici hanno addensato tra le "ragioni della mente" e le "ragioni del mondo" [E. A.].

* * * * 

 Che cos'è il fondamentalismo?

[...] Per descrivere adeguatamente il fenomeno del fondamentalismo, occorre passare dal singolare al plurale. In effetti, vediamo in Italia un prestigioso giurista, Stefano Rodotà, denunciare una «spinta al fondamentalismo» nell’Enciclica Evangelium vitae e nella sua dura polemica contro la legislazione relativa all’aborto[1]. Fuorviante e provinciale si rivela la tendenza a ricercare il fondamentalismo sempre e soltanto al di fuori dell’Occidente, al di fuori del proprio mondo culturale. Epperò, la strada appena imboccata dev’essere percorsa sino in fondo: la tendenza al fondamentalismo è propria solo della coscienza religiosa? Si rivelerebbe singolarmente dogmatico un «laicismo» che così argomentasse. Sul piano filosofico, il dogmatismo è l’incapacità di applicare a se stessi i criteri di lettura che si enunciano per le teorie criticate [...] Una «spinta al fondamentalismo» può essere constatata anche in movimenti e comportamenti politici che non rinviano ad alcuna religione [...]

Il fondamentalismo è caratterizzato dalla tendenza a costruire un’identità immobile, cancellando i rapporti e le influenze reciproche tra le diverse culture. Una determinata tradizione culturale viene resa compatta, esclusiva e antagonistica rispetto alle altre; essa tende così ad assumere una configurazione etnica, vera o presunta... Il passaggio dal terreno della storia a quello dell’antropologia è la conferma della tendenza alla naturalizzazione del conflitto [...]

Non c’è cultura che in determinate circostanze non sia esposta al pericolo del fondamentalismo; esso non è il modo di essere di questa o quella cultura, bensì un modo di reagire nell’incontro-scontro tra due culture diverse, un modo di reagire caratterizzato dall’arroccamento e dalla costruzione di un’identità gelosa ed esclusiva; potremmo dire che il fondamentalismo è la reazione di rigetto di una cultura nei confronti di un’altra e la tendenza a naturalizzare entrambe.

Un tale modo di atteggiarsi insorge tanto più facilmente quanto più ampia è la divaricazione tra le due culture e più aspro è lo scontro. È quello che in particolare si verifica nel rapporto dell’Occidente con le altre parti del mondo; la resistenza e il risveglio dei popoli e delle culture sul punto di essere assoggettati o già assoggettati avviene anche attraverso crisi di rigetto.

 

Fondamentalismo e movimenti di liberazione nazionale in Occidente

Ma non è solo nei popoli coloniali ovvero di origine extra-europea e successivamente approdati in Europa (ebrei ed afroamericani) che si può osservare la reazione di tipo fondamentalista. La lunga lotta per l’indipendenza del popolo irlandese è stata descritta da uno storico dei giorni nostri come una lunga serie di «guerre sante»: incontestato è il ruolo dirigente del clero cattolico; almeno nell’Ottocento «ogni altare divenne una tribuna»[2]. La cosa ben si comprende: abbiamo a che fare con una colonia considerata dall’Inghilterra non meno barbara e selvaggia delle altre.

Vediamo ora quello che, in seguito all’espansionismo post-termidoriano e napoleonico, si verifica nel rapporto tra Francia da una parte e paesi come Spagna e Germania dall’altra. Avendo alle spalle l’illuminismo e il processo di decristianizzazione della rivoluzione ed essendo caratterizzata dalla netta egemonia della città e della cultura urbana, la Francia è decisamente più secolarizzata. Essa può inoltre contare su una struttura politica più avanzata; la Germania non solo è priva di unità nazionale ma è esposta da secoli, a partire dalla pace di Westfalia, all’espansionismo proveniente da oltre Reno. Per lungo tempo l’egemonia culturale esercitata a partire da Parigi sembra dispiegarsi in modo incontrastato: Federico II non solo parla francese ma non nasconde il suo disprezzo, oltre che per la cultura, anche per la lingua tedesca, di cui si serve solo per comunicare con la servitù. Al momento dello scoppio della rivoluzione del 1789, non c’è paese che più si entusiasmi per essa; si diffonde l’idea dell’alleanza intellettuale (e politica) con la Francia. Tanto più grave risulta poi la crisi provocata dall’espansionismo post-termidoriano e napoleonico: è a questo punto che si manifesta la reazione di rigetto di tipo fondamentalista.

Non sembri eccessivo o fuorviante il ricorso a questa categoria. Esaminiamo l’ideologia del movimento di lotta anti-napoleonico. A caratterizzarlo non è solo la volontà di scrollarsi di dosso il giogo politico e militare francese; esso mira a sbarazzarsi anche di ogni idea che rinvii all’odiato nemico «ereditario» della Germania; all’acritica gallomania è ormai subentrata un’indiscriminata gallofobia e teutomania. È a questo punto che la Dichiarazione dei diritti dell'uomo cominicia ad apparire, secondo l’osservazione di Heine, «come alcunché di estraneo, americano o francese, come qualcosa di non tedesco». La ricerca dell’autenticità germanica abbraccia ogni aspetto della cultura e della vita sociale e vede partecipi anche filosofi e intellettuali di primissimo piano. Particolarmente significativa è l’evoluzione di Fichte. Già lettore e ammiratore di Rousseau, della rivoluzione francese, della cultura del paese che ne era stato protagonista e della Grande Nation in quanto tale, dopo la disfatta di Jena s’impegna a celebrare in modo enfatico la nazione tedesca, i suoi costumi, i suoi valori, la sua lingua, alla quale attribuisce una originarietà, un’autenticità e un valore cui non sembrano poter aspirare le altre. E non è tutto. I Discorsi alla nazione tedesca annunciano e celebrano il sorgere dell'«autentica arte statale tedesca» in contrapposizione ai modelli stranieri, e in primo luogo francesi.

Fichte non è solo. Altri esponenti del partito anti-francese si spingono ancora oltre: alla morale sessuale liberale o libertina rimproverata alla Francia contrappongono il «costume tedesco» (deutsche Sitte) e la «fedeltà tedesca» (deutsche Treue), persino il «modo di vestire tedesco» (deutsche Tracht), che comporta ed esige la necessaria pudicizia per le donne: evidenti risultano a questo punto le analogie con l’odierno fondamentalismo islamico. D’altro canto, se, assieme agli invasori, i Boxer cinesi pretendono di espellere anche i telegrafi e la tecnologia proveniente dall’Occidente, non molto diversamente si atteggia sull’onda della guerra di liberazione nazionale contro la Francia uno dei suoi più grandi interpreti. Contro «la maledetta mania delle fabbriche», che in Germania è merce d’importazione e che minaccia l’antica e autentica anima tedesca, Ernst Moritz Arndt lancia un appello appassionato:

Rinunciamo a ogni macchina, piuttosto che correre il pericolo che tale macchinismo (Maschinenwesen) ci distrugga tutta la sana visione dello Stato e le classi e i mestieri, semplici e naturali, da cui dipende la conservazione di ogni virtù, forza e onestà. Se tutti gli artigiani diventano fabbricanti, se infine persino l'agricoltura viene considerata e gestita come una fabbrica, in breve, se scompare dalle istituzioni umane ciò che è semplice, stabile e solido, allora si mette male per la felicità e lo splendore della nostra specie.

Alla nazionalizzazione dei costumi e della cultura non sfugge neppure la religione. Fichte parla della Bibbia come di «un libro nazionale» tedesco[3]. In nome del «Dio tedesco» Arndt chiama i suoi compatrioti ad impegnarsi contro i francesi in una «grande e santa guerra tedesca». Il Catechismo da lui composto per i combattenti ha l'andamento dei versetti biblici.

Questa è la guerra che piace al Signore; questo è il sangue di cui Dio conta le gocce in cielo./ E chi cade in prima fila, percorrendo coi più valorosi il sentiero della vittoria, ha benedetti i suoi più tardi discendenti e i nipoti vivono nella gioia e nella celebrità./ E il suo ricordo è sacro presso il popolo e i nipoti pregano sul posto dove cadde per la patria.

E ancora: «E in spirito di concordia e di pace dovete riconoscere che avete un solo Dio, l'antico, fedele Iddio e che avete una sola patria, l'antica, fedele Germania». Per il movimento patriottico nel suo complesso, oggetto di culto tende a diventare il «nostro Dio tedesco». Si tratta del Dio cristiano di Lutero, come avviene in Arndt, o, procedendo più a ritroso, del Dio pagano-germanico? Per i teutomani non è questo il punto più importante: l’essenziale è il separatismo anche religioso dagli invasori. Nella Germania del 1813, in cui fortemente risuona l’eco della resistenza anti-napoleonica, Madame de Staël avverte presso «la gente del popolo [...] questa santa antipatia per i costumi, le usanze e le lingue straniere che fortifica in tutti paesi il legame nazionale»[4].

L’identità da contrapporre al nemico invasore è costruita mediante un ritorno alle origini, miticamente trasfigurate. Odiati e disprezzati sono gli intellettuali infranciosati, ai quali viene contrapposto il popolo semplice e fedele all’autentica germanicità, indagata e venerata quanto più essa si avvicina alle sue remote scaturigini: è per questo che ai più recenti termini Deutschland e deutsch vengono talvolta preferiti i più antichi Teutschland e teutsch. Di qui scaturisce altresì la celebrazione degli antichi Germani, puri e incorrotti (così come vengono descritti da Tacito). I loro costumi e consuetudini vengono ad assumere una funzione analoga a quella attribuita alla Sharia ovvero alla Halakhà dagli odierni fondamentalisti islamici o ebraici: è lì che bisogna cercare la soluzione dei problemi politici della Germania piuttosto che in costituzioni o istituzioni estranee all’autentica anima tedesca.

Agli occhi dei teutomani del tempo, i Germani sono da sempre in lotta contro i Romani invasori e oppressori, che si tratti delle legioni di Varo e di Augusto, del clero e dei rappresentanti del papato romano ovvero delle truppe di Richelieu, Luigi XIV e Napoleone (l’esercito di quei nuovi Romani che sono i francesi).È evidente in questa lettura la tendenza alla naturalizzazione delle tradizioni culturali e politiche dei due paesi: tra le due identità in lotta non c’è reciproco scambio o rapporto diverso da quello dell’antagonismo permanente. Dimenticata è l’influenza profonda esercitata sulla filosofia e la cultura tedesca da autori come Voltaire, Descartes, Rousseau. La caratterizzazione dei Romani-Francesi come eterni invasori comporta la rimozione di interi capitoli di storia, ad esempio quello relativo al duca di Brunswick che, dopo il 1789, si pone alla testa della Crociata sterminatrice minacciata contro la Francia rivoluzionaria.

Qualcosa di analogo si verifica in Spagna. L’invasione napoleonica spazza via i rapporti feudali di produzione, introduce in qualche modo la modernità; al tempo stesso soggioga e umilia l’identità religiosa e nazionale. Il popolo spagnolo risponde con una insurrezione che, assieme all’esercito napoleonico, pretende di espellere anche la tradizione culturale francese nel suo complesso e in particolare le idee dell’illuminismo e della rivoluzione.

Lo stesso Risorgimento italiano può essere esaminato alla luce del conflitto tra culture. Ridotta a semplice espressione geografica dal paese che la domina e la occupa, l’Italia deve costruire la sua identità per poter rivendicare e affermare la sua indipendenza anche sul piano politico. Non mancano tendenze a costruire un’identità fondamentalmente sottratta alla storia e quindi di tipo in qualche modo fondamentalistico. Si spiegano certi tratti della filosofia di Gioberti: celebra il «primato morale e civile degli italiani», si rifà ad una mitica popolazione originaria (i Pelasgi); si propone di creare una scuola filosofica «cattolica, moderata, antifrancese, antigermanica e veramente italiana; la quale colla sua influenza distrugga il male fatto da tre secoli»[5]. In questo quadro vanno collocati alcuni motivi presenti nello stesso inno di Mameli che inneggia all’«elmo di Scipio» e alle glorie degli antichi Romani.

Naturalmente, i movimenti nazionali di liberazione possono trovare e trovano anche espressioni più mature. Nel polemizzare con coloro che esigono l’espulsione patriottica dall’Italia della «filosofia tedesca», i cui testi parlano la stessa lingua delle truppe austriache d’occupazione, Bertrando Spaventa contrappone la tesi della circolazione del pensiero: non è pensabile senza il Rinascimento italiano la filosofia classica tedesca; richiamarsi a quest’ultima non è un atto di tradimento; è privo di senso storico contrapporre tradizioni nazionali stereotipe e senza rapporti reciproci. Alla spalle di questa tesi agisce la lezione di Hegel che, in precedenza, combatte la teutomania mediante un bilancio storico che individua la genesi della rivoluzione francese già in Lutero. Anche per il filosofo tedesco l’espulsione patriotticamente motivata delle idee dell’89 non ha ragion d’essere: gli illuministi e i rivoluzionari francesi si collocano in qualche modo sulla scia della Riforma luterana, conferendo concretezza mondana a un movimento che, agli occhi di Lutero, ha una dimensione essenzialmente intimistica[6].

[...]

Rivoluzione modernizzatrice dall’alto, flussi migratori e reazione nativista e fondamentalista

 L’incontro-scontro tra culture non è necessariamente provocato da guerre. A stimolarlo può essere talvolta una rivoluzione modernizzatrice, come quella di cui è protagonista in Russia Pietro il Grande. Viene promossa dall’alto con pugno di ferro l’occidentalizzazione del paese; un impietoso dispotismo regolamenta persino gli aspetti più minuti della vita privata e, senza risparmiare in alcun modo la nobiltà, prescrive «di radersi la barba e di vestirsi alla tedesca». Contro questa imposizione che, in nome della «civiltà occidentale» aveva «dimenticato la nazionalità» russa[7], si sviluppa il movimento slavofilo che rifiuta la modernizzazione assieme ai metodi autocratici con cui era stata imposta e che recupera il senso della nazione condannando l’Occidente nel suo complesso e auspicando il ritorno alla Russia anteriore a Pietro il Grande, miticamente trasfigurata. Il difficile equilibrio tra rigenerazione e involuzione, già messo in evidenza da Marx in relazione alla rivolta anti-napoleonica della Spagna, lascia rapidamente il posto al prevalere sempre più netto del secondo aspetto, man mano che slavofilia e pan-slavismo diventano lo strumento ideologico della politica estera zarista e delle sue aspirazioni espansionistiche.

Infine, a provocare l’incontro-scontro tra culture possono essere i massicci flussi migratori, soprattutto poi se questi si sviluppano in connessione con aspri conflitti. È un fenomeno che caratterizza in primo luogo la storia degli Stati Uniti. A presiedere alla loro fondazione è un duplice conflitto delle civiltà: persuasi di essere la Nuova Israele e il popolo eletto da Dio, i puritani fuggono da un’Europa da loro avvertita e bollata come il luogo del peccato e della corruzione, per approdare in un Nuovo Mondo dove li attende l’ostilità dei pellerossa selvaggi e pagani. E questo duplice conflitto viene continuamente rinnovato, per un verso dalla progressiva espansione dei coloni e dalle guerre contro gli indiani, per un altro verso dalle successive ondate di immigrati (compresi gli schiavi neri deportati dall’Africa), che provengono da ogni angolo del mondo e che portano con sé una cultura di volta in volta diversa. L’identità cristiana del popolo eletto, in netta contrapposizione rispetto al mondo profano o pagano che lo circonda, è ribadita dai periodici movimenti di risveglio religioso, che rammentano al popolo eletto il patto unico che lo lega a Dio e la missione sacra che gli compete di edificare una Città sulla Collina, chiamata ad essere di esempio per tutta l’umanità.

È in questo terreno che affonda le sue radici il fondamentalismo americano, che storicamente può assumere e ha assunto contenuti assai diversi. Negli anni che precedono la guerra di Secessione, il movimento di lotta contro la schiavitù, l’abolizionismo, è profondamente attraversato dal fondamentalismo cristiano: bolla e brucia pubblicamente la Costituzione federale come un «accordo con l’Inferno» e un «patto con la Morte»; denuncia i «corresponsabili del peccato della schiavitù» quali complici del «Demonio»; individua l’«Anticristo» nei governi che non si conformano alla legge divina, la cui assoluta preminenza in nessun caso è lecito misconoscere («non conosco altri governanti all’infuori di Dio»); assieme al peccato della schiavitù, chiama a sradicare tutta una serie di altri vizi, quali il «Deismo», l’«Eresia», il «capitale bancario», i «bordelli», le osterie[8].

Altre volte, il fondamentalismo cristiano assume contenuti ben diversi. Torniamo al movimento a partire dal quale fa la sua apparizione il termine «fondamentalismo», esaminiamo dunque la situazione degli Stati Uniti negli ultimi decenni dell’Otto e nei primi decenni del Novecento. Con la fine della guerra di Secessione si sviluppa un gigantesco processo di indutrializzazione e urbanizzazione, con l’afflusso massiccio di irlandesi cattolici, ebrei dell’Europa orientale ecc. A ciò bisogna aggiungere il fenomeno della crescita delle chiese afroamericane, reso possibile dall’abolizione della schiavitù e stimolato dalla necessità per gli ex-schiavi di trovare un qualche rifugio dalla persecuzione bianca. Oltre che fungere da veicolo di religioni o confessioni diverse, la nuova ondata di immigrati favorisce la penetrazione o la diffusione del socialismo e dell’anarchismo. Sul piano più strettamente culturale le idee, i valori, i costumi dominanti sono sfidati anche dal processo di secolarizzazione, dal diffondersi della teoria evoluzionistica darwiniana che getta un’ombra di dubbio sul racconto biblico della creazione, dall’emergere di una nuova morale sessuale in connessione sia col processo di urbanizzazione e l’attenuarsi del controllo sociale sia con l’incipiente emancipazione femminile. Sul piano economico-sociale, la nuova ondata di immigrati provenienti dall’Europa aggrava la concorrenza sul mercato del lavoro (si è chiusa ormai la valvola di sfogo del Far West). Il conflitto politico-sociale s’intreccia strettamente con una grave crisi di identità.

È a tutto ciò che il fondamentalismo americano dell’inizio del secolo intende dare una risposta. Il nemico, il veicolo della diffusione del disordine politico, sociale e ideologico è individuato negli immigrati e in tutti coloro che, pur cittadini statunitensi, sotto l’influsso rovinoso di elementi e dottrine straniere, hanno volto le spalle al «puro americanismo». Si comprende allora l’incontro coi movimenti nativisti e, in particolare, col Ku Klux Klan. Come antidoto alle contaminazioni, deviazioni e distorsioni verificatesi viene raccomandato il ritorno alle origini, al «Vangelo dei tempi antichi e di antico stampo» (old-time, old-fashioned Gospel), finalmente liberato dalle incrostazioni della critica razionalistica e storica e restituito al suo significato originario e letterale, il ritorno alla «religione di antico stile» (old style religion) ovvero alla «religione dei tempi antichi» (old-time religion), da considerare come «la vera fondazione della nostra incomparabile civiltà»[9].È in questo quadro che va inserito il divieto della diffusione della teoria darwiniana dell’evoluzione, varato in alcuni stati sotto la pressione del fondamentalismo.

La religione originaria così recuperata fa tutt’uno con la nazione: «La Costituzione degli Stati Uniti è basata sulla Sacra Bibbia e sulla religione Cristiana e un attacco all’una è un attacco anche all’altra»: bisogna allora «collocare una Bandiera e una Bibbia» in ogni scuola in modo che l’America possa superare la crisi recuperando la sua identità autentica di nazione e di civiltà cristiana[10].

Al processo di etnicizzazione non sfugge la morale. Ecco allora la teorizzazione di una «morale Anglo-Sassone» che condanna severamente la dissolutezza e il libertinismo dilaganti. Come manifestazioni di decadenza sono denunciati ballo, jazz e abiti femminili sconvenienti; in alcuni stati vengono presentati progetti di legge che mirano a colpire con contravvenzioni o con l’arresto ragazze e donne vestite in modo troppo audace. Non a caso, i fondamentalisti svolgono un ruolo essenziale nel varo della legislazione proibizionistica[11].

E anche in questo caso emerge la tendenza a rendere compatte e stereotipe e a naturalizzare le diverse tradizioni culturali. Ecco in che modo uno studioso sintetizza l’immagine della Germania presso i fondamentalisti protestanti: «L’essenza e l’influsso rovinoso della cultura tedesca si manifestano da un lato nel razionalismo tedesco nella forma della critica biblica storico-filologica (che cerca di dissolvere dall’interno i fondamenti della fede), dall’altro nella filosofia evoluzionistica (socialdarwinistica) di Friedrich Nietzsche, che attacca il Cristianesimo dall’esterno. Diretta espressione di queste due correnti è la barbarica guerra mondiale scatenata dai tedeschi. Inoltre, la birra tedesca mina i fondamenti della morale cristiana»[12]. Rimossi, per fare due esempi, il contributo di Spinoza all’esegesi razionalistica del testo sacro e il ruolo decisivo svolto da Darwin, Galton e dalla cultura inglese nell’elaborazione della teoria evoluzionistica e del socialdarwinismo, il nemico tedesco acquista una fissità senza smagliature; la sua definizione tende a slittare dal terreno della storia a quello dell’antropologia (e della natura). Sul versante opposto, una ferrea linea di continuità conduce, secondo i fondamentalisti americani, dal cristianesimo originario e da Paolo di Tarso ai Padri Pellegrini che fondano le colonie nel Nuovo Mondo e da questi ai Padri Fondatori che danno origine agli Stati Uniti e ad una storia che è sacra sul piano politico e religioso: identico è infatti il contenuto di verità della Bibbia e della Costituzione americana[13].

 

Fondamentalismo nativista e Lega Nord

A questo fondamentalismo può essere accostato l’odierno fenomeno della Lega Nord in Italia. L’immigrazione massiccia proveniente dal Sud e il conseguente incontro-scontro tra due culture non provocano particolari problemi negli anni del miracolo economico. Diversa è la situazione venutasi a creare in tempi più recenti: per un verso si è esaurito il miracolo ed è divenuta più aspra la concorrenza sul posto di lavoro; per un altro verso il processo di secolarizzazione e la crisi del marxismo hanno indebolito in misura più o meno grave le ideologie capaci di svolgere una funzione di integrazione. Ed ecco emergere un movimento di tipo nativista e fondamentalista. In questo caso l’old-time religion dev’essere chiaramente inventata. Si spiegano così le oscillazioni della Lega Nord: abbiamo da un lato le pressioni sul Vaticano (e i tentativi di piegare in senso nativistico il cattolicesimo), dall’altro le tentazioni di fondare una sorta di religione neopagana fondata sul culto del Po e dei penati della Padania, chiamata a liberarsi dalle influenze contaminatrici di culture e gruppi estranei alla sua anima autentica. Chiara è la tendenza a costruire una mitica identità, caratterizzata da valori peculiari e incomprensibili e per sempre preclusi ai «sudici». Il processo di naturalizzazione giunge sino alla teorizzazione di una stirpe padana e celta, impegnata a recuperare la sua purezza.

[...]

Come valutare concretamente i diversi fondamentalismi e i loro conflitti 

Allorché ci si imbatte in un conflitto in cui si scontrano culture diverse e attestate ad un diverso stadio di sviluppo, una tendenza assai diffusa si risparmia la fatica dell’analisi concreta per schierarsi immediatamente col contendente che incarna o sembra incarnare la cultura più moderna e più avanzata. Il risultato oggettivo di questo modo di atteggiarsi è la giustificazione dell’espansionismo coloniale persino nelle sue espressioni più brutali e più sanguinarie. Per fare solo un esempio: alla fine dell’Ottocento si consuma il genocidio degli aborigeni negli Stati Uniti, in Australia e in Nuova Zelanda; a perpetrarlo sono paesi e popoli di radicate tradizioni liberali e democratiche, i quali vantano una cultura nettamente superiore a quella delle loro vittime. Dobbiamo prendere posizione a favore dei vincitori? Il rigore intellettuale e morale esige che si proceda diversamente: piuttosto che tracciare una banale classifica dei popoli e delle culture che di volta in volta si scontrano, occorre indagare la natura concreta del conflitto [...].

La storia ci mette continuamente in presenza di movimenti nei quali, sia pure in modo confuso, torbido e talvolta barbarico, si agitano aspirazioni legittime all’indipendenza nazionale o al recupero di un’identità culturale e di una dignità umana a lungo conculcate. Ciò vale anche per movimenti sviluppatisi in Europa. Ritorniamo per un attimo alla sollevazione contro Napoleone in Germania e in Spagna. Pur duramente critico di ogni gallofobia e teutomania (e quindi di ogni tendenza fondamentalista), Hegel finisce col riconoscere il carattere ineluttabile e progressivo di tale rivolta. Nell'età napoleonica, per dirla con Marx, «tutte le guerre d'indipendenza condotte contro la Francia, portano l'impronta comune di una rigenerazione che si accoppia con la reazione». Si tratta di movimenti inclini a vedere nella cultura illuministica e rivoluzionaria proveniente dalla Francia un veicolo di snazionalizzazione e di assimilazione, uno strumento al servizio di una politica espansionistica e di oppressione nazionale; essi sono cioè portati a identificare la lotta contro gli invasori con la lotta contro l'illuminismo e la rivoluzione francese. In questo senso, la rigenerazione (il processo reale di liberazione dall'occupazione straniera) si accoppia alla reazione (l'ideologia confusa e torbida che accompagna tale processo e che è foriera di successive involuzioni e regressioni)[14].

È un intreccio che può essere constatato anche nei movimenti nazionali sviluppatisi in Irlanda e Polonia, protagonisti di una grande lotta di liberazione, caratterizzata però dall’identificazione immediata tra coscienza nazionale e coscienza religiosa cattolica (un tratto di tipo chiaramente fondamentalista). Alla fine del Settecento Federico II di Prussia e D’Alembert nella loro corrispondenza si facevano beffe del popolo polacco che affidava alla «Santa Vergine Maria» le sue speranze di riscatto nazionale[15], ma non erano il filosofo e il «re illuminista» a rappresentare la causa della libertà e del progresso. Agli inizi del Novecento, oltre che al clero cattolico (bollato come oscurantista e fondamentalista ante litteram dai campioni dell’Impero liberale inglese), il movimento nazionale irlandese ripone le sue speranze nell’improbabile rinascita della lingua e della cultura gaelica, ma ciò non ci impedisce di riconoscere la legittimità dell’aspirazione all’indipendenza del popolo irlandese [...].

Liquidate sbrigativamente in Occidente come semplici espressioni di xenofobia, di rifiuto della modernità, le rivolte dei Sepoys, del Mahdi e dei Boxer sono considerate o tendono ad essere considerate nei paesi in cui esse sono scoppiate come rivoluzioni nazionali ovvero come prime, incerte e rozze espressioni di una rivoluzione nazionale: la rivolta dei Boxer è da Mao Tsetung inserita tra le «guerre giuste» contro l’imperialismo[16]. Ma già Lenin, impegnato a sollevare la questione nazionale e coloniale, rifiuta di leggere quella rivolta secondo lo schema caro ad un campione dell’imperialismo qual è Guglielmo II, come semplice espressione dell’insensatezza dei «selvaggi cinesi», dell’«ostilità della razza gialla verso la razza bianca» ovvero dell’«odio dei cinesi per la cultura e la civiltà europea»[17].

Lettore di Hegel e Marx, il rivoluzionario russo non è certo un esponente del fondamentalismo anti-occidentale. Esplicita è la sua polemica contro gli slavofili e la sua irrisione nei confronti di coloro che all’«Occidente materialista» e «putrefatto» pretendono di contrapporre «la luce [che] splende solo dall'Oriente mistico, religioso». La denuncia impietosa della politica di saccheggio, di aggressione e di genocidio condotta dalla metropoli capitalistica non sfocia affatto nella trasfigurazione di un mondo non ancora contaminato dalla modernità capitalistica ed occidentale. Ben lungi dall’essere sinonimo di liquidazione sommaria della tradizione culturale europea, la condanna del colonialismo e dell’imperialismo è da Lenin pronunciata in nome anche dello «spirito europeo» e della «cultura europea» irrompenti nelle colonie le quali, prese dalle «idee di libertà», cominciano a ribellarsi ai loro padroni. Non c’è posto in questa visione per una contrapposizione stereotipa di identità statiche senza «circolazione del pensiero» dall’una all’altra. Ancora dopo la conquista del potere, se per un verso chiama i rivoluzionari occidentali a studiare e assimilare creativamente la lezione dell’Ottobre, per un altro verso Lenin sollecita i rivoluzionari e il popolo russo a far tesoro, sul piano politico-statuale, dei «migliori modelli dell’Europa occidentale» sia pure per trasformarli e superarli[18].

Chi vuole seriamente lottare contro il fondamentalismo nelle sue diverse manifestazioni deve impegnarsi a ricostruire, in condizioni del tutto nuove, una posizione capace di congiungere la critica dell’Occidente al riconoscimento dei suoi punti alti.


Note
[1] In Spataro 1996, p. 27.
[2] Tanner 2001, p. 236.
[3] Fichte 1971, pp. 537-8.
[4] Staël-Holstein 1968, vol. I, p. 57.
[5] Garin 1978, p. 1153.
[6] Per la lettura qui proposta delle guerre antinapoleoniche cfr. Losurdo 1983, pp. 189-216 e Losurdo 1997 a, capp. I, 2, IX, 6 e XIV, 1; per le diverse tendenze nel Risorgimento italiano, cfr. Losurdo 1997 b, cap. V.
[7] Herzen 1994, pp. 82 e 148.
[8] Losurdo 2005, cap. V, § 11.
[9] MacLean 1994, pp. 22 e 92-3.
[10] MacLean 1994, pp. 92 e 11; Riesebrodt 1990, p. 57.
[11] MacLean 1994, pp. 126 e 31; Riesebrodt 1990, pp. 62 e 13.
[12] Riesebrodt 1990, p. 64.
[13] Riesebrodt 1990, pp. 73-4.
[14] Losurdo 1983, pp. 189-192.
[15] Fréderic II 1791, pp. 169-70.
[16] Mao Tsetung 1969, p. 182.
[17] Lenin 1955, vol. IV, pp. 408-9.
[18] Losurdo 1997d, pp. 69-74.

Riferimenti bibliografici:
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