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L’anti-colonialismo di Karl Marx

di Thierry Drapeau

Dopo l'incontro con il movimento cartista e il poeta Ernest Jones, il filosofo tedesco maturò la convinzione dell'importanza delle caratteristiche multirazziali della classe e delle lotte contro la schiavitù, per combattere il capitalismo

la battaglia di dogali olio su tela cm 550 x 900 1888 1896 roma galleria nazionale d arte moderna homeNel suo film Il giovane Marx, il regista Raoul Peck include una scena in cui un francese di discendenze africane fa un accorato intervento a uno dei discorsi parigini di Pierre-Joseph Proudhon. In contrasto con la folla di lavoratori radunata lì davanti, un elegante gentleman nero, vestito di tutto punto, interrompe il famoso oratore per incalzarlo a parlare anche della libertà di proletari e sottoproletari – “muratori, meccanici, fonditori!” – oltreché di quella degli artigiani, il cui lavoro era minacciato dalla crescita dell’industria. Marx e la sua partner di vita e militanza, Jenny, siedono proprio accanto al citoyen de couleur, e sembrano entrambi deliziati dalla critica che questi ha mosso al padre dell’anarchismo francese.

La scena è certamente significativa, poiché non è Marx ma un nero – probabilmente legato, direttamente o indirettamente, a un passato di colonialismo e schiavitù – che esorta Proudhon ad avere una visione della working class inclusiva del proletariato industriale. Nella scena la discussione non tocca mai direttamente la questione dei proletari schiavizzati e razzializzati del mondo coloniale. Implicitamente, tuttavia, lo fa. Attraverso questo personaggio nero Peck ci ricorda che Marx viveva e pensava dal cuore dell’impero coloniale, con possedimenti oltreoceano ancora dominati dalla schiavitù razziale, e che tale contesto più ampio plasmava inesorabilmente anche la composizione della working class metropolitana.

Eppure, nel film come nella storia, il Marx parigino non era ancora interessato, intellettualmente e politicamente, al colonialismo e alla schiavitù. È per questo che Peck non fa parlare il suo Marx con l’interlocutore nero, del quale condivide chiaramente la prospettiva, ma con Proudhon, con cui era fortemente critico. Questo punto cieco di natura colonialista che il regista haitiano sottolinea nel pensiero del giovane Marx non è una semplice idiosincrasia personale. Rispecchia la visione politica della working class che Marx stesso aveva avuto modo di scoprire e con cui era entrato in contatto nei caffè, nei salotti e nei banchetti della Ville Lumière tra il 1843 e il 1845.

Pur non essendo apertamente a favore della schiavitù e pur avendo tenuto atteggiamenti diversi, negli anni Quaranta dell’Ottocento tutti i socialisti francesi più importanti, da Proudhon a Louis Blanc a Pierre Leroux, supportavano la causa coloniale, poiché la vedevano come un modo per risolvere la cosiddetta “questione sociale” in patria ed esportare il socialismo all’estero. Combattere per la liberazione degli oppressi in Algeria o Guadaloupe e perorarne la causa, dunque, non era certo una preoccupazione pressante all’interno del loro pensiero politico. E così, non divenne una preoccupazione pressante nemmeno per quel proletariato “astratto” sulle cui spalle Marx, prima nei Manoscritti parigini e in seguito nel Manifesto, aveva posto il compito di rovesciare il capitalismo.

Le cose iniziarono a cambiare quando Marx si trasferì a Londra. Il contatto con una cultura working class diversa, e in particolare gli stretti legami con i radicali cartisti e con il poeta operaio Ernest Jones, furono essenziali nel fargli cambiare idea.

 

Londra radicale

La polvere alzata dalle rivoluzioni si era appena posata sull’Europa continentale quando Marx raggiunse Londra, nel tardo agosto 1849, dopo essere stato espulso dalla Francia dal nuovo regime conservatore. Un anno prima, l’ala rivoluzionaria del cartismo – il primo movimento di massa inglese guidato dalla working class – aveva provato a far vivere un momento di gloria alla popolazione d’oltremanica.

Nel giugno 1848 Ernest Jones aveva pronunciato un discorso incendiario nell’East London, dichiarando alla folla che a sparare il primo colpo per la libertà sarebbe stata l’Irlanda nell’atto di rivendicare la propria autonomia dal giogo inglese. Jones venne immediatamente arrestato e condannato a due anni di isolamento. Subito all’interno del movimento radicale cartista fu elaborato un piano per fomentare e armare un’insurrezione nella capitale, far evadere Jones, rovesciare il governo e proclamare la Repubblica.

Tra i cospiratori c’erano William Dowling e Thomas Fay, due combattenti indipendentisti irlandesi, e il sarto nero cartista e abolizionista William Cuffay, figlio di uno schiavo delle Indie Occidentali. La cospirazione aveva dunque una dimensione profondamente atlantica, e se avesse avuto successo avrebbe rilanciato la lunga trazione insurrezionalista urbana del “proletariato meticcio” del bacino oceanico, come hanno documentato gli storici Peter Linebaugh e Marcus Rediker in The Many-Headed Hydra.

Quando Marx mise piede sui docks in riva al Tamigi il complotto era già stato scoperto e prontamente sventato. Jones era in carcere da almeno un anno, e Cuffay, Dowling, Fay e altri tre cospiratori erano sulla strada dell’ergastolo sotto forma di lavori forzati da scontare in Australia. Il cartismo ne risultava fortemente indebolito, ma la sua tradizione politica radicale continuava a vivere.

Guidato da un editore di giornali, l’ex-sarto self-made man e leader dei Fraternal Democrats George Jiulian Harney, il movimento cartista attraversava un periodo di rinnovamento grazie a una corrente interna progressista. Imparando dalla lezione della rivoluzione sconfitta in Inghilterra, Harney stava riorganizzando il cartismo come un movimento working class indipendente su una base nuova, socialista – «il cartismo e qualcosa di più», era il suo motto.

Marx, che aveva interrotto le relazioni con la Lega Comunista dei tedeschi di stanza a Londra, era attratto dal repubblicanesimo rosso di Harney, e si unì con entusiasmo al suo circolo nel 1850. Nel novembre dello stesso anno, il giornale di Harney, The Red Republican, pubblicò la prima traduzione inglese del Manifesto. Nel frattempo, Jones era uscito di prigione e aveva ripreso l’attività politica nel cartismo unendosi ai “rossi” di Harney, dove conobbe Marx.

 

Marx e Jones

Nel 1850 Marx e Jones avevano entrambi trentadue anni, ed erano entrambi tedeschi di nascita. Nato a Berlino da una famiglia aristocratica inglese ed educato lì fino all’età adulta, Jones poteva comunicare fluentemente nella lingua madre di Marx e ne condivideva lo stesso retroterra culturale, cosa che sicuramente li aiutò a consolidare la loro amicizia. Ma fu la politica a farli incontrare.

Marx rimase subito impressionato dalla bravura oratoria di Jones. Andò a seguire le sue lezioni e i suoi discorsi diverse volte tra il 1850 e il 1851, mentre Jones era in viaggio per l’Inghilterra cercando di mobilitare nuovamente la base cartista. Jones, nella visione di Marx, era allora «il più talentuoso, coerente ed energico rappresentante del cartismo», cosa che infatti lo portò ad assumere il ruolo di leader all’interno del movimento. Quando nel maggio 1851 Jones decise di lanciare il suo settimanale personale, Notes to the People, Marx non esitò a diventarne un collaboratore.

Marx all’epoca provava a guadagnarsi un reddito nel New York Daily Tribune come corrispondente capo dall’Europa, ma collaborare come giornalista con un organo della stampa cartista era anche un modo per intrecciare un legame diretto con il movimento operaio inglese. Firmò due articoli per il Notes, entrambi sulla rivoluzione del 1848 in Francia, e ne co-firmò almeno sei con Jones. Inoltre, come disse più tardi a Engels, Marx forniva supporto, e a quanto si dice anche aiuto diretto, per gli articoli della sezione economica che apparvero sul giornale di Jones tra il 1851 e il 1852, e che ammontavano a circa due terzi del totale pubblicato.

Un tale coinvolgimento immerse Marx in un nuovo ambiente intellettuale, dove era esposto e influenzato dalle idee e dalla visione politica del cartismo, che includeva l’anti-imperialismo.

 

Il cartismo contro l’Impero

Attraverso la collaborazione giornalistica e la partnership politica con Jones, e a differenza dei suoi anni parigini, Marx si legò a un movimento operaio che aveva una lunga storia di resistenza alla conquista coloniale, che partiva con i Diggers e i Levellers del Diciassettesimo secolo per arrivare ai giacobini di Tom Paine del secolo successivo. Negli anni Cinquanta dell’Ottocento Jones era senza dubbio il più acceso e fervente sostenitore di questa tradizione all’interno del cartismo. Il suo anti-colonialismo lo aveva spedito in prigione nel 1848; quando uscì, non fece altro che rafforzarlo.

Fu proprio nella sua cella che Jones iniziò a scrivere la poesia “The New World”. Il componimento aprì il primo numero di Notes to the People, e divenne il pezzo più famoso di Jones. Nella poesia Jones immagina una rivoluzione mondiale che parta dall’India colonizzata, in cui

Rolls the fierce torrent of a people’s rights, And Sepoy-soldiers, waking, band by band, At last remember they’ve a fatherland! [Si snoda il fiero torrente dei diritti del popolo, / e i soldati indiani, svegliandosi, uno dopo l’altro / ricordano infine di avere una madrepatria!]

La tempesta rivoluzionaria si diffonde alla vicina Africa e vendica gli abusi commessi dagli schiavisti, unendosi agli spiriti dei rivoluzionari haitiani.

Deep in the burning south a cloud appears, The smouldering wrath of full four thousand years, Whatever name caprice of history gave, Moor, Afrit, Ethiop, Negro, still meant slave! … And, dire allies! to make their vengeance sure, Behind them tower Ogé, and L’Ouverture. [Nel rovente sud appare una nuvola, / un’ira che brucia lentamente da quattromila anni, / qualunque sia il nome che diede loro il capriccio della storia, / Mori, Africani, Etiopi, Negri, in ogni caso schiavi! / […] / Osate, o alleati!, di vendicarli senza indugi, / dietro di loro svetta Ogé, e L’Overture].

Finalmente, la rivoluziona dilaga dall’Africa al Sud e al Centro America, dove i ribelli rovesciano secoli di dominio spagnolo a beneficio popolazione indigena.

Laugh Mexico! and clap thy hands Peru! Old Montezuma! break thy charnel through. Relight your lamps, poor Vestals of the Sun! That you may see Pizarro’s work outdone! [Ridi Messico! Perù, batti le mani! / Vecchio Montezuma! Rompi il tuo ossario. / Riaccendo la tua lampada, povera Vestale del Sole! / Che tu possa vedere disfarsi l’opera di Pizarro!]

L’esperienza militante nella Londra radicale insegnò a Jones che la battaglia per il cartismo era strettamente legata all’abolizionismo e all’anti-colonialismo, e che la working class era globale e multirazziale. Ma la cocente sconfitta del 1848-49 e l’apatia politica che aveva causato in Inghilterra e in tutta l’Europa aveva ribaltato l’importanza delle lotte, e Jones ora era convinto che la rivoluzione globale contro la repressione di quegli anni non sarebbe stata iniziata dai lavoratori europei, ma dalle masse oppresse delle colonie.

Marx non aveva mai collaborato così da vicino con qualcuno che sostenesse posizioni tanto apertamente anti-colonialiste. Come collaboratore e lettore del Notes, non poteva né aver ignorato il “New World” di Jones, né il suo editoriale, “Our Colonies”, nel quale denunciava l’imperialismo britannico e provava a convincere i lettori della working class a supportare i movimenti che resistevano al dominio britannico all’estero.

Questa linea editoriale fu portata avanti anche dal People’s Paper, lanciato da Jones nel maggio 1852, rimpiazzando il Notes e diventando l’organo di stampa principale del cartismo. Marx continuò la sua collaborazione editoriale e giornalistica con il nuovo settimanale, contribuendo per un totale di venticinque articoli, alcuni dei quali ristampati dal Tribune. Il primo numero del People’s Paper dichiarò apertamente il suo anti-colonialismo in un appello ai lavoratori: «Abbiamo dato molta importanza agli interessi della democrazia europea; ora sta a noi dare importanza anche alle lotte nelle nostre colonie». La liberazione dal dominio inglese nelle colonie, in altre parole, avrebbe fatto da leva alla liberazione del proletariato nelle nazioni del mondo capitalista.

Possiamo solo immaginare cosa pensasse Marx e cosa abbia detto a Jones. Quattro anni prima, nel Manifesto, lui ed Engels reputavano l’imperialismo occidentale una forza progressiva e benefica che portava le società sottosviluppate a un livello di civilizzazione borghese. Ora Marx collaborava con qualcuno che la pensava esattamente all’opposto, una situazione che l’aveva spinto verso quello che la sua educazione hegeliana avrebbe definito come una posizione di criticismo immanente – cioè un criticismo che si sottomette e si appropria delle premesse di un punto di vista opposto al fine di trascenderlo dialetticamente.

Il primo segno dell’effetto dialettico dell’anti-colonialismo di Jones sul pensiero di Marx è rintracciabile nel suo articolo “The Chartists”, scritto per il Tribune nel 1852, nel quale cita uno dei discorsi di Jones in cui denuncia gli abusi e la coercizione del dominio inglese in Sri Lanka. Un anno dopo quel testo cruciale, l’India entrò nel radar giornalistico di entrambi e divenne evidente che Marx stava entrando a far parte – fino ad esserne assorbito – della comunità intellettuale cartista intorno cui gravitava.

 

L’iniziativa anti-coloniale

Il dibattito parlamentare sul rinnovo dei privilegi della Compagnia delle Indie Orientali dal 1852 al 1853 rese noti i dettagli su come l’India veniva gestita e governata, e suggerì a Jones e Marx di guardare con attenzione alle lontane colonie orientali. A quell’altezza l’interesse giornalistico di entrambi, così come la loro visione politica, non poteva che viaggiare in parallelo.

Jones all’inizio pubblicò una serie di articoli nel People’s Paper che denunciavano il dominio inglese in India come una forma di saccheggio legalizzato della popolazione nativa. Nella serie pubblicata nel maggio 1853 Jones si riferisce all’Inda come all’«Irlanda dell’est», dove decenni di «barbarie britannica» – così è definito il dominio coloniale – hanno avuto come effetto non il progresso ma la miseria. Un’inversione dei diffusi luoghi comuni di stampo orientalista era tipica della critica cartista all’impero, in cui venivano additati come barbari non i colonizzati ma i governatori inglesi.

Eppure Jones, a differenza di altri cartisti e in accordo con la prospettiva sviluppata in “The New World”, fece un passo avanti e si dichiarò a favore dell’indipendenza indiana, augurandosi che l’esercito dei nativi – conosciuto come sepoys – prendesse le armi contro i governatori inglesi e lanciasse un movimento di liberazione nazionale. In un articolo successivo, Jones collegò lo sfruttamento dei lavoratori inglesi all’oppressione coloniale della popolazione indiana, ripetendo che un’India indipendente sarebbe stata cruciale per la lotta di classe in patria.

Marx si trovava d’accordo con questo genere d’argomentazioni. Distanziandosi dal tono generale del Manifesto, i suoi articoli sul Tribune riconoscevano che l’imperialismo britannico in India non avesse affatto portato progresso e civilizzazione, ma morte e distruzione. Anche Marx impiegò la metafora dell’«Irlanda dell’est» per descrivere l’India, indizio del fatto che Jones era sicuramente coinvolto nell’evoluzione multilineare del suo pensiero.

Nel famoso articolo dell’8 agosto 1853, “The Future Results of British Rule in India”, Marx tacciò il dominio britannico in India di essere un esempio della «barbarie insita nella civiltà borghese», facendo riferimento a un topos della retorica cartista sull’impero. Nello stesso articolo, si allineò al discorso anti-colonialista dichiarando che la liberazione dell’India sarebbe potuta avvenire sia grazie a una rivolta working class in Inghilterra, sia grazie a un movimento di emancipazione guidato dalle stesse masse colonizzate. Fu un grosso cambiamento nel pensiero di Marx: per la prima volta aveva delineato uno scenario in cui i popoli coloniali prendevano l’iniziativa di un cambiamento sociale rivoluzionario, posizione che coincideva perfettamente con quella di Jones.

Nel 1854 Marx supportò il movimento locale di Jones che portò alla creazione di un’assemblea nazionale dei lavoratori – il cosiddetto Parlamento del Lavoro – a Manchester. Nell’aprile del 1856 presenziò al banchetto celebrativo per il quarto anniversario del People’s Paper, nel quale fece il discorso d’apertura. Come disse a Engels, quel discorso puntava a consolidare la sua posizione come membro e collaboratore del movimento cartista. Con lo stesso spirito militante, quell’anno Marx scese in strada e partecipò a una manifestazione in supporto del cartista John Frost, che era appena tornato da un periodo di lavori forzati.

Così, mentre in India era sul punto di scoppiare una rivolta anti-coloniale, l’attivismo cartista continuava a occupare un posto significativo nella vita di Marx.

 

Lo spettro indiano

Nella primavera del 1857 iniziarono ad arrivare in Inghilterra notizie di un ammutinamento nell’esercito coloniale inglese guidato da sepoy ribelli. Immediatamente, Marx e Jones si interessarono alla cosa. Ciò che avevano immaginato a livello teorico quattro anni prima si presentava finalmente come una possibilità reale, e loro non esitarono a supportarla.

Mentre la stampa britannica fabbricava fonti atte a denigrare e ridicolizzare i ribelli, Marx e Jones lavoravano a reportage giornalistici di stampo differente e simile a un tempo. Entrambi sin dall’inizio simpatizzarono con le sofferenze della popolazione indiana e denunciarono il governo inglese nella colonia, tutt’e due convinti che sarebbe stato inevitabile per l’ammutinamento trasformarsi in un movimento di liberazione più ampio, nazionale. Entrambi individuarono nell’attivismo e nella razionalità politica degli indiani colonizzati i fattori decisivi per l’evolversi degli eventi. E Marx, come Jones, vide l’insurrezione come il nuovo spettro che si aggirava per l’Europa, che avrebbe potuto causare una serie di crisi e aprire le porte a una nuova offensiva dei lavoratori. «L’India adesso è il nostro miglior alleato», scrisse Marx a Engels con entusiasmo.

Per tutta l’estate e l’autunno del 1857, Jones approcciò e scrisse dell’insurrezione leggendola attraverso il topos cartista del contrappasso – e cioè l’idea, di stampo religioso messianico, che la storia sia guidata da un processo di giustizia immanente che punisce e riequilibra i torti storici. Il 4 agosto 1857 Jones affermò che «le iniquità tra nazioni portano inevitabilmente a punizioni ri-equilibratrici», e che l’insurrezione indiana era un «esempio incalzante di questo genere di compensazione storica – un agente punitivo ed equilibratore», mettendola al fianco dei movimenti di liberazione in Polonia, Ungheria, e Italia.

Una settimana dopo, Marx scrisse “The Indian Revolt” per il Tribune, nel quale riconobbe che l’insurrezione incarnava una dinamica trasformativa sociale e dialettica comparabile a quella che aveva attraversato l’Europa – un’inversione totale rispetto alle sue posizioni iniziali sull’Oriente. Sottolineò:

«C’è qualcosa nella storia umana di simile a un meccanismo punitivo; ed è una legge del contrappasso storico che questo strumento sia forgiato non dagli offesi, ma da coloro che offendono. Il primo colpo inferto al monarca francese fu scagliato dalla nobiltà, non dai contadini. La rivolta indiana non è cominciata dai Ryots, torturati, disonorati e fatti denudare dagli inglesi, ma dai Sepoys, ben vestiti, nutriti, accuditi, viziati e coccolati».

È incredibile constatare in questo passo come la fraseologia di Jones fosse penetrata nella prosa di Marx, segno di quale impronta avesse lasciato il cartismo nel suo pensiero via via che l’insurrezione indiana proseguiva. La rivolta anti-coloniale all’altro capo dell’impero britannico fu la molla che spinse Marx a rivedere le sue posizioni e a integrare il colonialismo all’interno della sua concezione materialistica della storia.

E sembrerebbe proprio che Marx, per fare questo passo avanti, abbia preso spunto da Jones, trovando negli scritti del suo vecchio compagno argomenti che andavano oltre l’antagonismo binario tra borghesia e proletariato, tipico delle nazioni in cui era nato il capitalismo, per includervi anche il processo anti-coloniale che mirava a ribaltare il dominio imperiale.

Jones, all’epoca, aveva iniziato a contemplare l’ipotesi di formare una coalizione elettorale con la borghesia radicale per portare avanti le istanze dei lavoratori. Marx non fu contento di questa mossa, cosa che nel 1858 lo portò a separarsi, sebbene temporaneamente, da Jones. La disillusione, tuttavia, fu politica, e non intaccò in nessun modo la stima che Marx nutriva per Jones come scrittore e critico sociale, come indicano le omologie tra i loro scritti sull’insurrezione indiana.

Per certi versi, possiamo dire che gli anni Cinquanta dell’Ottocento furono il decennio cartista del Marx londinese. Una decade nella quale Marx imparò molto dalla sua relazione con Jones e, più in generale, dalla sua esperienza col movimento cartista. Quando quel decennio finì, Marx poteva non essere d’accordo con le scelte politiche di Jones, ma ne risultava trasformato intellettualmente. E, cosa più importante ancora, proprio grazie a Jones si era convinto della bontà del percorso anti-coloniale, che avrebbe continuato a modellare il cuore del suo progetto politico negli anni a venire.


*Thierry Drapeau è docente di Relazioni industriali all’Université du Québec en Outaouais in Canada. Attualmente sta lavorando a un libro sulla storia atlantica dell’internazionalismo della classe operaia. Qui l’articolo originale uscito su Jacobin Mag. La traduzione è di Gaia Benzi.
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Comments   

#1 Zenobia van Dongen 2019-02-05 11:01
Non sono d’accordo col uso della parola “orientalista” come sinonimo di “esponente dello sfruttamento coloniale”. Questa idea è stata diffusa dal propagandista antiscientifico Edward Said ma non ha alcun sostento nella realtà. È vero che c’erano specialisti europei che sostenevano il colonialismo, ma all’inversa c’erano altri quanti che appoggiavano le lotte anticoloniali.
Insomma, il librino di Said no ha alcun appoggio empirico. È una fantasia ideologica.
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