Il pianeta Marx ancora nel dettaglio: la mercanzia come feticcio
Cronache marXZiane n. 20
di Giorgio Gattei
«La merce è una cosa imbrogliatissima»
(K. Marx, Il Capitale)
1. Così come la reificazione indotta dalla presenza della “forma di merce”, quale connotato universale dei rapporti economici, produce effetti radicali sulla figura del suo produttore (vedi la Cronaca precedente), altrettanto succede per il consumatore che non gode più di un valor d’uso autoprodotto, ma consuma qualcosa che altri hanno prodotto e che ha acquistato sul mercato e la differenza non può non esserci, proprio come «la fame è la fame, ma la fame che viene placata con carne cotta mangiata con forchetta e coltello è una fame diversa da quella che divora carne cruda con l’aiuto di mani, unghie e denti» (K. Marx, Introduzione del 1857). È per questo che nel Capitale più non si parla di “alienazione ideologica”, come negli scritti marxiani giovanili, bensì di «feticismo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci». La differenza è decisiva (benché ci sia ancora chi considera i due termini equivalenti) perché, se «l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, nella produzione capitalistica è dominato dall’opera della propria mano». Si capisca bene: un conto sono le alienazioni religiose, politiche o filosofiche che producono nella coscienza le categorie astratte di Dio, dello Stato e della Idea alle quali ci si sottomette nella pratica, ben diverso è invece il caso della merce il cui acquisto è maledettamente concreto e il cui consumo assicura una soddisfazione materiale, che in dottrina si chiama “utilità” e che all’aumentare delle dosi consumate decresce fino al punto limite di massimo godimento della sazietà, che non è affatto illusoria. E così, se ci vuole tanta fede per credere che nell’ostia consacrata sia presente il corpo di Cristo o che la bandiera nazionale rappresenti la Patria o che il partito persegua sempre e comunque l’Idea, nulla occorre per avvertire nel consumo della madeleine di Proust quel sapore di vaniglia che «di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità allo stesso modo in cui agisce l’amore, colmandomi di una essenza preziosa: o meglio questa essenza non era in me, era me stesso.
Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale» (M. Proust, Dalla parte di Swann, 1913). Ma se questo era l’effetto di un solo biscotto inzuppato nel tè della zia, che sarebbe mai stata la felicità del consumo di un intero carrello della spesa fatta al mercato, dentro quel luogo economico miracoloso in cui si affermano veramente i sacri valori del 1789, e perciò la libertà perché nessuno è costretto ad accedervi controvoglia, l’eguaglianza perché nello scambio compratore e venditore giuridicamente pari sono, ed infine la fraternità perché non vi si attuano discriminazioni di sorta, dato che “il cliente ha sempre ragione” purché abbia denaro da spendere? «Consumo, dunque sono» è stata l’efficace intitolazione di un libro di Zygmunt Bauman (2008) perché le merci trasformano gli acquirenti in consumatori compulsivi di oggetti “usa e getta” a cui assicurano la soddisfazione dei propri bisogni. O non piuttosto dei loro desideri, veri o illusori, giusti o sbagliati, leciti o illeciti che siano? Certamente i moralisti (Bauman compreso) inveiscono contro tanta mercificazione, ma i consumatori non se ne danno per inteso e insistono ad affollare i luoghi dello smercio collettivo, che poi se per caso li disertano sono tutti a preoccuparsi per quel “calo dei consumi” che minaccia d’intaccare la produzione e quindi l’occupazione e perciò quei salari e profitti che, poi spesi, servono per rialimentare proprio quegli stessi consumi. Ma è così che funziona la modernità della produzione capitalistica, come Marx aveva illustrato in una pagina di quei suoi appunti preparatori denominati Grundrisse: «ciascun capitalista pretende, è vero, che i suoi operai risparmino, ma vuole anche che siano soltanto i suoi a risparmiare perché gli stanno di fronte come operai, ma per l’amor del cielo non lo faccia il restante mondo degli operai, giacché questi gli stanno di fronte come consumatori. A dispetto di tutta la “pia” fraseologia, egli ricorre allora a tutti i mezzi pur di stimolarli al consumo, di dare nuove attrattive alle sue merci, di convincerli a crearsi nuovi bisogni ed è proprio questo lato del rapporto tra capitale e lavoro che è un momento essenziale di incivilimento, sul quale si basa la giustificazione storica, ma anche la forza attuale del capitale»…
2. Eppure nel Capitale Marx non ha mantenuto l’analogia dell’“universo feticistico delle merci” con la «regione nebulosa del mondo religioso dove i prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini»? Ma si è colta tutta la differenza tra la percezione invertita nella mente dell’alienazione ideologica di un mondo che comunque è diritto (effetto ottico del rovesciamento di posto come nello specchio oppure del sottosopra come nella camera oscura) rispetto a un mondo di merci in cui è «il rapporto sociale tra le persone che si presenta per così dire rovesciato, cioè come un rapporto sociale tra le cose» (Per la critica, 1859), così che le relazioni sociali si pongono alla coscienza «come quel che sono, cioè non come rapporti immediatamente sociali fra persone nei loro stessi lavori, ma anzi come rapporti di cose tra persone e rapporti sociali tra cose» (Il Capitale, 1867)? Qui sono le merci a essere i soggetti attivi e i consumatori gli oggetti passivi con un rovesciamento di fatto del “rapporto di predicazione” per cui il soggetto (ossia colui che materialmente produce) è ridotto, nella realtà e non soltanto nella idea, a prodotto di quel suo prodotto che è la merce, ed è per questo che di “alienazione ideologica” non si può più parlare, bensì di feticcio che «restituisce agli uomini l’immagine dei caratteri sociali del loro proprio lavoro facendoli apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose,… come un rapporto sociale fra oggetti esistente al di fuori di essi produttori». Qui non ci sono trucchi ottici! Qui è nella realtà che le merci prendono a scambiarsi fra di loro e Marx è meticoloso nell’illustrare come l’oggetto prodotto assuma una vita propria quando si presenta “in forma di merce”, dato che «finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in esso,… ma appena si presenta come merce, ad esempio un tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile che non solo sta con i piedi per terra, ma di fronte a tutte le altre merci si mette a testa in giù e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare». Infatti «l’arcano della forma di merce» sta proprio in questo: che «quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato che esiste fra gli uomini stessi», ma «facendolo apparire come un rapporto sociale fra oggetti esistenti al di fuori di essi produttori». Infatti ciò che importa a quelli che si scambiano i prodotti è solo quante merci potranno ricevere in cambio delle loro, e non appena «queste proporzioni sono maturate fino a raggiungere una certa stabilità abituale, sembrano sgorgare dalla natura stessa dei prodotti del lavoro, così che una tonnellata di ferro e due once d’oro saranno di egual valore allo stesso modo che una libbra d’oro e una libbra di ferro sono di egual peso nonostante le loro differenti qualità chimiche e fisiche». E’ una stranezza che smentisce qualsiasi pretesa di “sovranità del consumatore” per cui sarebbe costui a decidere liberamente che cosa comperare («il re del mondo economico, in un libero mercato, è il consumatore ed egli ha, ministro ubbidente, esecutore fedele dei suoi ordini, il prezzo», recitava feticisticamente Luigi Einaudi nelle Lezioni di politica sociale, 1949), quando invece è tutto alla rovescia con le merci che spingono all’acquisto mettendo in atto tutte le astuzie commerciali di cui dispongono (dalla “marca”, il brand, alla pubblicità, il marketing) per farsi scegliere dai consumatori e non restare miseramente invendute. E siccome la generale dipendenza degli individui nella società moderna si manifesta soprattutto attraverso lo scambio di quei loro prodotti di cui non controllano più il movimento perché lo decide il mercato, ecco che «il loro proprio movimento sociale assume la forma di un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano invece che averle sotto il proprio controllo».
Ma come si è arrivati a tanto esito? Ce lo dice una lunga citazione dei soliti Grundrisse che qui si può solo scorciare malamente: in assenza di scambio gli individui possono stare in relazione reciproca soltanto come individui in una determinazione personale (come il padrone e lo schiavo oppure il servo e il signore), ma «nel sistema di scambio sviluppato (e questa parvenza seduce la democrazia) i vincoli di dipendenza personale in effetti sono saltati… e gli individui sembrano entrare in un contatto reciproco libero e indipendente, … ma tali essi sembrano soltanto a chi astrae dalle condizioni di esistenza nelle quali questi individui entrano in contatto, ove queste condizioni sono a loro volta indipendenti dagli individui e, sebbene prodotte dalla società, si presentano per così dire come condizioni di natura, ossia incontrollabili da parte degli individui… Questi rapporti di dipendenza materiali opposti a quelli personali non sono altro che l’insieme di relazioni sociali che si contrappongono autonomamente agli individui apparentemente indipendenti, ossia l’insieme delle loro relazioni di produzione reciproche diventate autonome rispetto a loro stessi. e si presentano anche così: che gli individui sono ora dominati da astrazioni, mentre prima essi dipendevano l’uno dall’altro, con l’astrazione o l’idea che non è però altro che l’espressione teoretica di quei rapporti materiali che li dominano». Per questo i filosofi in prima battuta hanno potuto concepire come caratteristica della modernità il suo essere dominata dalle idee (è stata questa l’alienazione ideologica) e «l’errore è stato tanto più facile da commettere in quanto quel dominio dei rapporti di dipendenza materiale (che del resto si rovescia di nuovo in determinati rapporti di dipendenza personali, solo spogliati di ogni illusione) si presenta come dominio di idee nella stessa coscienza degli individui, e la fede nella eternità di queste idee, cioè di quei rapporti di dipendenza materiali, viene naturalmente consolidata, nutrita, inculcata in ogni modo dalle classi dominanti».
Sta tutta qui la caratteristica materiale del feticismo che per G. Bedeschi (Alienazione e feticismo nel pensiero di Marx, 1968), è «il fenomeno specifico di un tipo di società nella quale i prodotti del lavoro assumono la forma di merce, nella quale il lavoro stesso è merce e dove il nesso sociale complessivo, la coesione sociale fra gli individui e i loro lavori privati si ottiene mediante lo scambio di merci», mentre A. Bihr (La critica del feticismo economico, filo rosso del “Capitale”, “Quaderni materialisti 2008-2009, pp. 104-105) vi ha aggiunto che «al centro del feticismo si trova così una inversione del soggettivo e dell’oggettivo, una oggettivazione reificante dei soggetti (dei rapporti e delle pratiche umane) e una soggettivazione deificante dell’oggetto che istituisce questo “mondo al contrario” che è il capitalismo, in cui i produttori sono in definitiva dominati dai loro stessi prodotti, in cui le cose comandano gli uomini… Ciò che Marx ci vuol dire è che l’essenza del mondo economico capitalista è veramente di ordine religioso, che esso è un mondo religioso secolarizzato o meglio realizzato in atti, in pratiche, in organizzazioni, in istituzioni e ovviamente in rappresentazioni in cui gli uomini non sono sottomessi alle loro creature divinizzate soltanto nel pensiero, ma, ancor di più e assai di più, nella realtà stessa dei rapporti che li legano tra gli uni agli altri per mezzo dei loro prodotti sociali». Insomma, e tanto per chiudere in bellezza, davanti al fenomeno del feticismo non si può più dire che si prendono lucciole per lanterne (come nella religione con Dio, nella politica con lo Stato e nella filosofia con l’Idea), perché qui sono addirittura le stesse lanterne che prendono il volo come le lucciole!
3. Ma insomma, cos’è mai un feticcio? È un oggetto materiale inanimato, eventualmente modificato (“artefatto”), a cui si rivolgono rituali di venerazione perché lo si considera dotato di poteri sovrannaturali. Il termine è stato introdotto nel 1760 da Charles des Brosses per descrivere la religiosità di popolazioni così primitive da essere incapaci a produrre concetti astratti e quindi indotte a venerare direttamente le cose concrete, come i legni o le pietre, promosse a divinità, sgomentando missionari ed etnologi che ritenevano impossibile adorare degli oggetti senza rinviare a una qualche entità spirituale superiore. Invece era proprio così, come ha spiegato M. Augé (Il dio-oggetto, 1988), dato che nel feticismo è «la materialità più bruta a costituire l’oggetto di un culto», e ciò accade perché quelle coscienze primitive sono incapaci di concepire una separazione netta tra la materia e il vivente da cui conseguirebbe l’«impossibilità di ogni pensiero», a meno che la stessa materia bruta non venisse animata per poter essere pensata, e siccome ciò che risulta immediatamente evidente è la vita, ecco che il sovrannaturale e il divino non possono che collocarsi «dalla parte della inerzia bruta», della materialità cosale del non-vivente. Il feticcio rende così una cosa inanimata il ricettacolo della forza della vita e non soltanto come un oggetto che poi viene divinizzato, ma proprio come un oggetto- dio, un «dio-oggetto», e lo stupore delle successive religioni spirituali, che sono così tanto elaborate di fronte alla vita, non è altro che «l’inverso dello stupore primario (e non solo primitivo) dinnanzi all’esistenza del non-vivente».
Ma se questa è stata la religiosità dei nostri progenitori più antichi, che altro è l’attuale atteggiamento feticistico che rivolgiamo nei confronti delle merci, questi artefatti materiali da noi pur prodotti che ci si impongono sul mercato per indurci all’acquisto del necessario sì, ma anche del superfluo con quel rovesciamento del rapporto di predicazione tra oggetto e soggetto di cui abbiamo detto)? Marx si era precocemente misurato con il feticismo polemizzando nel 1842 dalle pagine della “Gazzetta renana” con la pretesca “Gazzetta di Colonia” e ci aveva ironizzato sopra: «il feticismo, poi! È una cultura da bazar da un soldo! Ben lungi dal sollevare l’uomo sopra i desideri, il feticismo è proprio la ‘religione dei desideri sensuali’ che adesca il feticista facendogli credere che una cosa inanimata perderà il proprio carattere specifico per diventare il soddisfacimento dei suoi desideri». E in precedenza, a proposito della libertà di stampa proibita dall’acquiescenza altrettanto feticistica al dettato costituzionale allora vigente: «senza dubbio si ha il diritto, sotto prescritte condizioni, di crearsi cotesti dei, ma subito dopo la creazione, non si deve scordare, come l’adoratore del feticcio, che sono dei di nostra manifattura» (K. Marx, Scritti politici giovanili).
Il tema doveva però venire sopraffatto da quello dell’alienazione ideologica di matrice feuerbachiana dove l’inganno è solo nella mente, così da poter anche credere che, siccome «da tempo il mondo possiede il sogno di una cosa, non ha che da possederne la coscienza per possederla realmente» (Lettera a Ruge, settembre 1843) – come se bastassero le “idee giuste” per cambiare il mondo! Tuttavia, il feticismo doveva rientrare prepotentemente in scena dopo lo studio approfondito dell’organizzazione economica del presente in cui – memorabile incipit del Capitale – «la ricchezza delle società in cui predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una immane raccolta di merci e la merce singola si presenta come sua forma elementare». E siccome le merci non sono affatto idee, bensì cose maledettamente concrete che pure abbiamo prodotto, davanti a loro non ci comportiamo come se fossero delle divinità, i nostri “dei-oggetti” ai quali ci inchiniamo come fedeli devoti? (E Marx: «Queste determinazioni della riflessione sono poi in genere una cosa strana: per esempio un dato uomo è re soltanto perché altri uomini si comportano come sudditi nei suoi confronti e viceversa essi credono di essere sudditi perché egli è re»). In un testo giovanile Walter Benjamin doveva denunciare Il capitalismo come religione (1921), ma come una religione sui generis perché «di puro culto e senza dogma» e «senza tregua e senza pietà», sebbene «capace di soddisfare le stesse ansie, tormenti e inquietudini a cui in passato davano risposta le cosiddette religioni». E infatti come ci comportiamo con le merci? Se per Hegel la lettura dei quotidiani doveva costituire la «preghiera del mattino dell’uomo moderno» (Aforismi jenensi, 1803-1806) che così al risveglio si rimette al passo con il corso del mondo, la prima colazione che facciamo al bar che altro è se non la “messa quotidiana” con cui ci riconciliamo con quell’ordine degli scambi che abbiamo interrotto durante il riposo notturno?
4. Ma come opera la merce in quanto feticcio? Marx è attentissimo nel descriverne le acrobazie nel Capitale: intanto, «cinica e livellatrice dalla nascita, essa è sempre pronta a fare scambio non solo dell’anima ma anche del corpo con qualunque altra merce», soprattutto se l’altra merce è il denaro che è la merce universale perché accettata da tutti; però la merce è una cosa inerte, e allora ha bisogno che il suo possessore «integri con i suoi cinque e più sensi questa insensibilità della merce per la concretezza del corpo delle merci», così da poterla fare «cambiare di mano da ogni parte». Però le merci, che non hanno gambe, «non possono andarsene da sole al mercato» e quindi vi si devono far portare da quei loro stessi tutori, e siccome «sono cose e quindi non possono resistere all’uomo, se non sono ben disposte egli può usare la forza, in altre parole può prenderle». Dopo di che esse devono dialogare fra di loro, ma siccome non hanno nemmeno lingua, è sempre quel loro tutore che deve «ficcare la propria lingua nella loro testa, ossia attaccare loro dei cartellini per comunicare al mondo esterno i loro prezzi», così che, finalmente così agghindate, possano come le prostitute di Amsterdam far bella mostra di sé nelle vetrine dei negozi per invogliare i clienti che passano per via ad acquistarle. E per attirarli meglio che fanno ancora? Si concentrano tutte assieme in quegli spazi specifici, a dimensione addirittura colossale, che sono deputati allo scambio collettivo e che il solito Marcel Augé ha chiamato «non luoghi» (M. Augé, Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, 1996) dato che i clienti vi si affollano per nessun altro motivo se non quello di riempire di merci il carrello della spesa e fare la fila per pagarlo alla cassa. Il non luogo è infatti «uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale né storico»: essendo incapace di produrre aggregazione di qualsiasi tipo, non è altro che un luogo di transito dove dominano «somiglianza e solitudine»: solitudine perché ciascuno si muove indifferente da tutti gli altri, ma somiglianza perché ciascuno finisce poi per comperare ciò che vede comperare dal vicino, restando legato al “non luogo” dalla sola relazione di scambio che gli viene ricordata solo al momento di passare al pagamento. Per questo il “non luogo” è uno spazio urbano atipico che viene «consumato piuttosto che vissuto», sempre pieno di gente che non vuole affatto conoscersi e che si muove singolarmente seguendo l’istinto d’imitazione del gregge.
Però non occorreva attendere i “non luoghi” commerciali del Novecento per riconoscere tutte le furbizie della merce in quanto feticcio, dato che tutto si era già consumato nei Grandi Magazzini del secolo precedente, in quella straordinaria Parigi, capitale del XIX secolo (W. Benjamin, 1935) che poi verrà sostituita da New York nel XX (e quale sarà mai la capitale del XXI?). Il Grande Magazzino delle novità degli abiti confezionati e delle stoffe stampate è stata la geniale innovazione commerciale introdotta da Aristide Boucicaut quando ha fondato nel 1852 “Al Buon mercato” (cfr. P. Perrot, Il sopra e il sotto della borghesia. Storia dell’abbigliamento nel XIX secolo, 1981), un edificio intero in cui più che oggetti si vendevano desideri e che Emile Zola frequentava col taccuino alla mano per annotarvi diligentemente i fatti e i comportamenti da utilizzare come cornice del suo romanzo Al paradiso delle signore (1883). Il romanzo ha una trama banale (la commessa del grande magazzino finisce per farsi sposare dal padrone) ma vi è descritto a tinte impietose quel «meccanismo del gran commercio moderno» che avrebbe spiazzato il piccolo commercio dei negozietti di strada: dall’abbondanza delle merci ammassate una accanto alle altre e continuamente in cambiamento all’ingresso libero che eliminava l’obbligo morale dell’acquisto, dal prezzo segnato che escludeva il fastidio della contrattazione alla possibilità del “reso” che era «un capolavoro di seduzione gesuitica: “Pigli, pigli, signora; se non le piace più, lo riporterà. E la donna che resisteva trovava una ultima scusa nel poter pentirsi di una sciocchezza fatta; comprava e la sua coscienza stava zitta». E in una pagina straordinaria l’inventore del “Paradiso delle signore” avrebbe rivelato l’intimo segreto per il successo della sua impresa al barone che l’avrebbe dovuta finanziare: «“Lei capisce, signor barone, che tutto il meccanismo sta lì… Non abbiamo bisogno di molto denaro, il nostro unico sforzo è di far presto a disfarci delle mercanzie comperate per comprarne delle altre. Così il capitale dà frutto tante volte quante è reinvestito e noi possiamo contentarci di un guadagno piccolissimo… ma saranno milioni quando si tratterà di una grande quantità di merce e la rinnoveremo continuamente” … “Capisco, rispose il barone, voi vendete a buonissimo prezzo per vendere molto. Ma bisogna vendere però e io vi domando: a chi venderete? Come potete sperare di tener viva una vendita così enorme?”
… “Ma ho la donna io e m’infischio del resto!” … E in poche parole bisbigliate in un orecchio al barone… terminò di spiegargli il meccanismo del gran commercio moderno. Allora anche più in alto, proprio in vetta, come fine ultimo, apparve lo sfruttamento della donna. Tutto andava a finir lì, dal capitale rinnovato incessantemente al sistema di ammucchiamento delle merci, dalla esposizione che attrae ai prezzi in numeri veri che impediscono ogni sospetto di frode. La donna era quella che i magazzini si disputavano con la concorrenza, quella che pigliavano continuamente nel tranello delle loro “occasioni straordinarie” dopo averla stordita con il lusso delle vetrine. Avevano svegliati in lei nuovi desideri, erano una tentazione immensa alla quale ella soccombeva fatalmente, cedendo da principio alle compere necessarie, poi alla civetteria e poi divorata. Facendo dieci volte maggiore la vendita, democratizzando il lusso, divenivano un terribile incitamento alle spese: buttavano all’aria le famiglie, eccitavano la pazzia della moda sempre più cara. E se la donna nei magazzini era regina, adulata e accarezzata nelle sue debolezze, circondata di cortesie, era una regina di cui i sudditi facevano mercato e che pagava con una goccia di sangue ciascuno dei suoi capricci… “Abbiate dalla vostra le donne”, disse a voce bassa al barone ridendo audacemente, “e venderete il mondo!” Il barone aveva capito. Gli erano bastate poche frasi per indovinare il resto, e un commercio fatto con tanta galanteria lo infiammava… Guardava ammirato l’inventore di quella macchina che s’ingoiava le donne. Era una bella trovata davvero. Ma pure ebbe a dire, per la sua vecchia esperienza: “Badate che loro si vendicheranno”».
Il romanzo di Zola è stato pubblicato nel 1883, lo stesso anno della morte di Marx, ma noi stiamo ancora aspettando la vendetta di quelle donne che continuano imperterrite e festosamente a fare shopping (in copertina di questa Cronaca l’opera artistica di Duane Hanson, Supermarket Lady, 1969).










































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