
Prefazione al libro di Michele Castaldo “Modo di produzione e libero arbitrio”
di Alessio Galluppi
A settembre del 2023, Colibrì Edizioni pubblicò l’ultimo libro di Michele Castaldo Modo di Produzione e libero arbitrio. Con orgoglio e su richiesta ho contribuito come curatore per la stesura del libro. Qui di seguito c’è la sua prefazione come da pubblicazione originale. Con il sodale Michele non abbiamo mai avuto modo di impegnarci più di tanto per una sua presentazione e diffusione. Altri fatti eccezionali di lì a poco, il 7 ottobre, sarebbero avvenuti focalizzando il massimo delle nostre attenzioni e il nostro entusiasmo. Un entusiamo che non è venuto meno fino a questi ultimissimi giorni, che vedono nella reazione dell’Iran alla aggressione imperialista di USA e Israele un fenomeno storico casuale di magnitudine di immensa portata, ben inserito nel moto causale della crisi generale di un modo di produzione incapace che scuote l’insieme dell’Occidente.
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Le difficoltà che si incontrano quando si scrive una prefazione a un libro sono molteplici, e anche per questo libro di Michele Castaldo non mancano, uno dei presupposti richiesti per una lettura proficua è quello di avere coscienza della necessità del superamento di questo modo di produzione capitalistico e del suo sistema determinato di sfruttamento dell’uomo nei confronti dell’uomo e della natura. Perché un libro che pone al centro della riflessione il modo di produzione capitalistico e il libero arbitrio? Soprattutto che cos’è il libero arbitrio e quali fattori storici hanno determinato una concezione della storia secondo la quale essa stessa è il risultato dell’azione di quegli uomini che hanno saputo mettere in pratica le proprie intelligenze e la loro forza di volontà, decidendo così sia il loro destino e con esso quello degli altri uomini e anche quello della natura.
In sostanza per libero arbitrio si intende quella qualità di cui ogni essere umano è dotato e che è indipendente dalle proprie condizioni e da forze esterne, un valore che origina dall’individuo e che gli fornisce la possibilità di decidere le finalità del proprio pensiero e del proprio agire. L’uomo attraverso il proprio libero arbitrio, ossia attraverso l’esercizio della propria forza di volontà, sarebbe capace di scegliere i propri obiettivi costruendone le premesse. Se tutti gli uomini hanno questa qualità specifica, le differenze tra essi consistono nel fatto che alcuni hanno saputo e voluto emergere e altri si sono rifiutati di farlo.
Il filosofo Popper, liberalista convinto, nonché feroce anticomunista, nella sua concezione filosofica della scienza sostiene una relazione duale tra mente e azione causale del cervello. Per chi mastica un po’ di meccanica quantistica, con duale si fa riferimento alla materia come risultato duplice di essere particella – ossia massa e onda – ossia energia in movimento; per cui il movimento tempo spaziale di un elettrone intorno al nucleo avviene secondo leggi di casualità indeterministiche, e non più spiegabile con le leggi fisiche causali della meccanica classica di Newton. Senza troppo richiamare la famosa polemica scientifica tra Bohr ed Einstein (quest’ultimo ricercava, oltre i limiti della meccanica classica, le leggi deterministiche e causali della materia prendendo atto delle scoperte della meccanica quantistica), lo sviluppo attuale della scienza fornisce a Popper la base filosofica del razionalismo critico, per cui in quel rapporto duale tra mente e reazioni causali del cervello, può esistere la possibilità del libero arbitrio, in sostanza la possibilità che l’idea preceda e vinca sullo stato di necessità (mondo fisico), facendo pendere lo sviluppo della storia da una parte o dall’altra secondo il prevalere dell’elaborato della mente umana.
Nel pensiero moderno forse tra i più ingegnosi filosofi fu Immanuel Kant a fondere il concetto di libero arbitrio nella definizione dell’illuminismo sintetizzandolo nel Saper aude , ossia forza dell’intelletto e forza di volontà di quegli uomini coraggiosi e intelligenti che superata la mancanza di decisione, l’ignoranza e lo stato di minorità nei confronti delle relazioni con il mondo esterno, sanno muovere la storia.
Detto in soldoni, la filosofia e il pensiero liberale (o liberista) contemporaneo sono il risultato di un processo storico sempre più raffinato, conseguentemente il movimento storico del modo di produzione capitalistico piuttosto che essere il fattore determinante, il nesso causale, è, viceversa, il risultato della volontà imprenditoriale dell’uomo che precede la formazione economica, il sistema sociale, politico e l’insieme complesso di tutte le relazioni che da esso derivano. In sostanza per dirla con Popper, lo sviluppo nasce laddove nel rapporto duale tra mente e azione causale del cervello, il libero arbitrio riesce a far precedere l’idea all’azione. L’uomo capitalistico bianco e occidentale assegna a sé questa virtù e quella di aver creato ed esportato, seppure in modo diseguale, un sistema economico di civiltà e di progresso (nel quale è compresa la barbarie del colonialismo), nonché i diritti individuali che può vantare nel confronto con il comunismo realizzato in terra. Attenzione, questo libro ci suggerisce che di fronte alla forza storica dell’oggettività di un modo di produzione ascendente a nulla vale replicare che quel comunismo non era autentico.
Mentre gli epigoni del socialismo hegeliano di Marx ed Engels si sono fermati contrapponendo un modello ideale, il comunismo ideale, il liberismo presenta sul piatto il dato compiuto della storia. Negli ultimi decenni, di fronte a una crisi generale del modo di produzione che manda segnali di irreversibilità della propria crisi, con forza la concezione liberista della storia insiste che è appunto il saper aude ad aver mosso la storia e che questo continua a essere l’unico e miglior mondo possibile, nonostante l’inevitabile carico di violenza, ingiustizia sociale, miseria, devastazioni delle popolazioni e della natura a ogni livello. Messa così la cosa, la critica al libero arbitrio diviene uno snodo decisivo per una critica rivoluzionaria al modo di produzione capitalistico. Il libro di Michele Castaldo è la necessità – tutta rivoluzionaria – di dimostrare la validità del determinismo storico contro il liberalismo contemporaneo; una necessità risultante dalla relazione degli uomini con i mezzi della produzione e con la natura che sono il motore della storia. Il riflesso capovolto è il liberismo dell’uomo europeo e bianco che pretende di essere l’inventore della cosiddetta civiltà compiuta grazie ai suoi valori etici e morali che affondano nel cristianesimo, nel rinascimento e poi nell’illuminismo.
Questo libro, ancor più dei suoi due precedenti, Marx e il torto delle cose e La crisi di una teoria rivoluzionaria, risulterà indigesto per molti. Perché non contrappone al modo di produzione capitalistico un altro modello ideale e non pretende di fornire una “ricetta” per il che fare. Per seguirne la lettura serve sganciare il sentimento che incaglia il comunista al presupposto ideologico del socialismo scientifico ed hegeliano, che inizialmente non poteva che assumere la concezione del libero arbitrio trasferendola, suo malgrado, dall’individuo alle classi sociali e in particolare a quella del proletariato, che avrebbe fatto la rivoluzione una volta che avrebbe – popperianamente – fatto prevalere la mente nel rapporto duale con la causalità del cervello, ossia preso coscienza per sé. La sua lettura inoltre richiede il coraggio di uscire fuori dalle secche ideologiche, che guardano al passato con i se e con i ma, interrogandosi sugli errori del comunismo internazionale, immaginando che la storia sarebbe potuta procedere per altri versi e finendo, come vediamo, in un nulla di fatto circa la comprensione della fase storica attuale che si prepara.
Questo scritto ci fornisce elementi di analisi preziosi per una teoria critica rivoluzionaria frontale contro il modo di produzione capitalistico, il quale si trova costretto a fare i conti con l’impossibilità di far perdurare il movimento storico dell’accumulazione
. È il movimento storico dell’accumulazione di un modo di produzione che determina il riflesso del saper aude e non viceversa, ma questo moto ha esaurito la sua propulsione espansiva. Si intravede sempre con maggiore forza, insieme allo scricchiolio dell’accumulazione del valore quello della sua produzione e lo sbriciolamento di questo mondo monista. Tutto questo mette a dura prova la tenuta della contraddizione esistente tra democrazia e diritti della collettività versus i diritti dell’individuo, che per tutto il XX secolo lo sviluppo dell’accumulazione è riuscito a promuovere ed estendere, seppure in maniera ovviamente diseguale.
Quel moto storico si sta definitamente inceppando.
Di fronte all’inevitabile, mentre il proletariato è atomizzato lungo la catena globale e generale della produzione del valore, tutto il pensiero liberista contemporaneo, che fino a qualche decennio fa con il crollo del socialismo reale aveva intonato il compimento, il fine della storia, avverte che il paziente è morente e rinnova anche, con uno stato di disperazione, una rinnovata difesa della comunità sociale capitalistica.
“ … A volte ho l’impressione che vi sia un atteggiamento passivo nei confronti del presente, un atteggiamento che sta sgretolando i pilastri del nostro stare insieme e del nostro modo di guardare al futuro. E come se si pretendesse ad un diritto ad un domani migliore senza essere consapevoli che bisogna saperlo conquistare. Io non sono professore di storia né di sociologia, ma mi è capitato ogni tanto di pensare da dove nasca tutto ciò. La risposta che mi sono dato che ogni tanto le grandi conquiste portano risvolti imprevedibili e non voluti. Così è successo nel ’68, un movimento di lotta pienamente condivisibile che ci ha permesso di compiere enormi passi avanti nelle conquiste sociali e civili, ha avuto purtroppo un effetto devastante nei confronti dell’atteggiamento verso il dovere. Oggi viviamo nell’epoca dei diritti… il diritto a pretendere. Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati, ma se continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo. Perché questa evoluzione della specie crea una generazione molto più debole di quella precedente, senza il coraggio di lottare, ma con la speranza che qualcun altro faccia qualcosa. Una specie di attendismo che è perverso e involutivo… ”.
Sergio Marchionne morirà casualmente, ma non per caso, quale mese dopo questo suo accorato appello al sapere aude di Kant. Negli ultimi 3 anni, nel cuore pulsante del capitalismo mondiale, gli Stati Uniti, abbiamo visto e sentito risuonare più volte l’infrangersi della cristalleria, mentre a Tel Aviv, in Israele, si assiste al persistere dei raduni di centinaia di migliaia di israeliani nelle proteste denominate “giornata della disgregazione”. Mentre scrivo questa prefazione, dalla California al cuore dell’Europa i capitali fuggono dalle banche, che inevitabilmente collassano e questa fuga non può più essere spiegata dallo schema delle bolle finanziarie che occasionalmente esplodono.
Il libro di Michele Castaldo prova a riannodare i fili del determinismo storico riaffermando, deterministicamente, che sono state le leggi del modo di produzione e le condizioni storiche materiali a determinare – per dirlo con le parole di De Tocqueville – “l’eccezionalità” del mondo Occidentale, centrato negli Stati Uniti d’America come perno della catena unitaria e diseguale, del movimento storico del modo mondiale monista dell’accumulazione capitalistica. Non fu viceversa la vantata superiorità dell’uomo bianco occidentale. Il sapere aude degli stessi coloni del continente Nord Americano del XVI secolo fu il portato delle necessità insopprimibili dello sviluppo dei commerci verso l’oriente e della crisi dei rapporti di produzione nell’agricoltura del feudalesimo morente. Quei coloni però non potevano rieditare nel nuovo continente quelle stesse forme della produzione in agricoltura che si erano determinate in Europa. Mentre fin dal XII secolo, per far fronte alla necessità di aumentare la resa e la produttività delle merci agricole, sia per il commercio che per la riemersione della crescita demografica, si materializzò la mezzadria. Viceversa, i coloni dei vasti territori del Nord America del XVI secolo erano una popolazione troppo scarsa e lo sviluppo della mezzadria non poteva determinarsi nel nuovo contesto nella stessa modalità del basso medioevo Europeo.
Si materializzò quindi la necessità di importare una “nuova mano d’opera”, che fu trovata per nesso di causalità nella violenza della tratta schiavista dei popoli africani venduti in catene nel nuovo continente. Si determinò una forma diversa dell’uso della schiavitù già esistente nel vecchio mondo, che produsse un ulteriore impulso al colonialismo degli Europei e al conseguente razzismo. Schiavitù e razzismo che si ripropongono con maggiore violenza nel tempo contemporaneo, seppure attraverso percorsi e forme diverse.
Lo sviluppo e la crisi del modo di produzione presenta oggi il suo conto storico. La stessa democrazia liberale, che trovò linfa dall’originaria tratta degli schiavi, si sente “soffocare” per eccesso di diritti di cui tanto si è fatta vanto – grazie al saccheggio secolare dell’intero mondo. Ma questo soffocamento è solamente il riflesso della crisi storica della legge della accumulazione del valore svelata da Marx, che questo libro ha il pregio di riaffermare, sfuggendo da una impostazione ideologica di contrapposizione idealistica tra modelli dei modi di produzione.









































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