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una citta

Il compromesso socialdemocratico

Gianni Saporetti intervista Salvatore Biasco

democrazia pallacordaLa fine del compromesso fra capitalismo e democrazia, fra mercato e controllo pubblico, causata anche da fattori oggettivi, e l’affermazione di un’ideologia neoliberista che, nella soggezione culturale della sinistra, ha finito per diventare pensiero unico; politica dell’offerta, alleggerimento dello Stato, flessibilizzazione del mercato del lavoro, arretramento sui canoni di protezione sociale; il fallimento del partito leggero, della “democrazia del pubblico”. Intervista a Salvatore Biasco.

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Pos­sia­mo par­ti­re dal "com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co”? Che co­s’è?

Il com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co è sta­to un con­nu­bio di prin­ci­pi de­mo­cra­ti­ci e par­te­ci­pa­ti­vi con il mer­ca­to, che la­scia­va al­le im­pre­se il com­pi­to di crea­re oc­cu­pa­zio­ne e in­no­va­zio­ne, ma al con­tem­po ne di­sci­pli­na­va il com­por­ta­men­to. Da que­sto pun­to di vi­sta, le im­pre­se era­no con­ce­pi­te co­me una sor­ta di be­ne pub­bli­co sog­get­te a uno scru­ti­nio pub­bli­co nel qua­le lo Sta­to ave­va una fun­zio­ne di di­re­zio­ne, sup­plen­za, au­si­lio. Quin­di le im­pre­se non so­no le ar­te­fi­ci in­con­tra­sta­te di de­ci­sio­ni che por­ta­no al be­nes­se­re so­cia­le. In più lo Sta­to ha il com­pi­to di as­si­cu­ra­re che quel be­nes­se­re sia ac­cet­ta­bil­men­te di­stri­bui­to. Cer­to, quel com­pro­mes­so era fa­vo­ri­to da una si­tua­zio­ne in­ter­na­zio­na­le che crea­va con­di­zio­ni fa­vo­re­vo­li -i sa­la­ri cre­sce­va­no, la pro­dut­ti­vi­tà cre­sce­va e i be­ne­fi­ci si di­stri­bui­va­no, la do­man­da in­ter­na ve­ni­va sor­ret­ta da que­sti ri­man­di e quel­la ester­na da ana­lo­ghi pro­ces­si che av­ve­ni­va­no in pa­ral­le­lo ne­gli al­tri pae­si- ma l’im­por­tan­te è che aves­se in­ter­na­men­te una sua coe­ren­za in ter­mi­ni di de­mo­cra­zia eco­no­mi­ca do­ve per de­mo­cra­zia eco­no­mi­ca dob­bia­mo in­ten­de­re la pro­te­zio­ne dai ri­schi so­cia­li, il di­sci­pli­na­men­to dei con­flit­ti di in­te­res­se, la ca­pa­ci­tà di man­te­ne­re un’oc­cu­pa­zio­ne sem­pre ele­va­ta e di pro­teg­ge­re il si­ste­ma da cri­si pro­dut­ti­ve, la ca­pa­ci­tà di con­trol­lo dei cit­ta­di­ni sul­le scel­te pri­va­te che in­fluen­za­no l’am­bien­te di cia­scu­no, la per­mea­bi­li­tà del­lo Sta­to al­le istan­ze po­po­la­ri as­si­cu­ra­ta at­tra­ver­so i par­ti­ti di mas­sa.

In de­fi­ni­ti­va, il com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co è sta­ta una con­ce­zio­ne a tut­to ton­do, do­ve ca­pi­ta­li­smo e de­mo­cra­zia si spo­sa­va­no in un con­nu­bio ab­ba­stan­za sod­di­sfa­cen­te.

 

Que­sto con­nu­bio fe­li­ce a po­co a po­co è an­da­to in cri­si. Per­ché?

In­nan­zi­tut­to per al­cu­ni ec­ces­si: ec­ces­si di spe­sa, for­se, un cer­to ap­pe­san­ti­men­to bu­ro­cra­ti­co, for­se una pre­sen­za mol­to este­sa del­lo Sta­to (la fa­mo­sa pro­te­zio­ne dal­la cul­la al­la mor­te), con­tro i qua­li, en­fa­tiz­zan­do­li mol­to, si è poi sca­glia­ta la cri­ti­ca neo­li­be­ra­le, che ve­de­va i cit­ta­di­ni pri­va­ti del­la li­ber­tà di scel­te, la strut­tu­ra del­lo Sta­to ir­ri­gi­di­ta, spe­se che ri­sul­ta­va­no in tas­sa­zio­ne. La so­cie­tà si era mol­to più aper­ta per crea­re sta­ti che non ve­de­va­no le pro­prie for­tu­ne le­ga­te a quel­le col­let­ti­ve. Or­mai un’é­li­te do­mi­nan­te era sta­ta re­sa mol­to più for­te, più si­cu­ra del pro­prio ruo­lo so­cia­le, gra­zie al­l’in­de­bo­li­men­to del­le con­tro­par­ti sin­da­ca­li do­vu­ta al­l’a­per­tu­ra in­ter­na­zio­na­le e al­l’in­fla­zio­ne. Re­cla­ma­va so­prat­tut­to che si ri­du­ces­se la tas­sa­zio­ne. E che si ri­por­tas­se l’in­fla­zio­ne (im­pu­ta­ta ai sin­da­ca­ti) sot­to con­trol­lo. La tec­no­lo­gia ha aiu­ta­to mol­to con­sen­ten­do lo spez­zet­ta­men­to del­le uni­tà pro­dut­ti­ve (cioè, il "de­cen­tra­men­to”, pri­ma al­l’in­ter­no e poi in­ter­na­zio­na­le). Con­si­de­ria­mo che una so­cie­tà più omo­ge­nea de­ter­mi­na coa­li­zio­ni più omo­ge­nee, grup­pi so­cia­li più de­fi­ni­ti, iden­ti­tà mol­to più for­ti. Quin­di è sta­to dif­fi­ci­le per la si­ni­stra, sia te­ne­re un ar­gi­ne di­fen­si­vo, sia pro­dur­re una con­trof­fen­si­va ve­ra e pro­pria sul pia­no cul­tu­ra­le e sul pia­no del­le pro­po­ste.

Quan­do poi c’è sta­ta la li­be­ra­liz­za­zio­ne com­ple­ta dei mo­vi­men­ti di ca­pi­ta­le, che han­no re­so il mer­ca­to mon­dia­le un tut­to uni­co, il po­te­re del­lo Sta­to è di­mi­nui­to mol­tis­si­mo, cia­scun pae­se è sta­to sog­get­to a uno scru­ti­nio del­la fi­nan­za in­ter­na­zio­na­le e an­che le op­zio­ni di po­li­ti­ca eco­no­mi­ca si so­no ri­stret­te mol­to; se ag­giun­gia­mo la cri­si fi­sca­le che ha toc­ca­to qua­si tut­ti i pae­si, ca­pia­mo an­co­ra di più co­me si de­ter­mi­ni­no con­di­zio­ni mol­to sfa­vo­re­vo­li al­la si­ni­stra, che len­ta­men­te han­no fat­to met­te­re da par­te po­li­ti­che in­ter­ven­ti­ste, di spe­sa, ma non so­lo, an­che di in­ter­fe­ren­za nel­le scel­te pri­va­te. Co­sì è di­la­ga­ta un’al­tra con­ce­zio­ne del mon­do che ave­va ov­vi con­no­ta­ti ideo­lo­gi­ci, ma che ini­zial­men­te è ap­par­sa co­me un in­sie­me di pre­cet­ti qua­si neu­tri per ri­con­qui­sta­re un di­na­mi­smo del­l’e­co­no­mia (che ave­va per­so nel frat­tem­po il mo­to­re do­man­da in­ter­na-do­man­da in­ter­na­zio­na­le). Il ca­pi­ta­li­smo, se vo­glia­mo usa­re que­sta ca­te­go­ria, o le éli­tes do­mi­nan­ti, o i set­to­ri be­ne­stan­ti del­la so­cie­tà, o il si­ste­ma so­cia­le che è pre­val­so, in real­tà non ave­va più sfi­de in­ter­ne, non ave­va più una con­trap­po­si­zio­ne in­ter­na, ed è per que­sto che l’in­sie­me del­le pro­po­ste di con­du­zio­ne del­le po­li­ti­che eco­no­mi­che è fi­ni­to per ap­pa­ri­re un fat­to og­get­ti­vo sen­za al­ter­na­ti­va, con im­pos­si­bi­li­tà di an­da­re al di là di cer­ti bi­na­ri. Ed è co­sì che sia­mo a og­gi.

 

Il neo­li­be­ri­smo ha con­qui­sta­to un’e­ge­mo­nia cul­tu­ra­le, ma sul­la ba­se di cam­bia­men­ti og­get­ti­vi, ine­vi­ta­bi­li. Ma la si­ni­stra po­te­va fa­re qual­co­sa?

Di quel­la tra­sfor­ma­zio­ne del­la so­cie­tà, di cui ab­bia­mo par­la­to, la si­ni­stra non è sta­ta in gra­do di da­re un’in­ter­pre­ta­zio­ne ade­gua­ta, men­tre ha avu­to una sin­te­si a de­stra. Ma an­che dal pun­to di vi­sta cul­tu­ra­le il cam­bia­men­to dei rap­por­ti di for­za, dei fat­ti im­po­si­ti­vi ester­ni, di ciò che era pos­si­bi­le e ciò che non era pos­si­bi­le, si è vol­to si­cu­ra­men­te con­tro la si­ni­stra. Il qua­dro cul­tu­ra­le è sta­to len­ta­men­te do­mi­na­to da un pen­sie­ro uni­co. Ed è pro­prio for­se il pia­no cul­tu­ra­le, più che il pia­no del­le po­li­ti­che, do­ve noi mi­su­ria­mo la scon­fit­ta del­la si­ni­stra. Que­sta è sta­ta in sog­ge­zio­ne ri­spet­to al­la cri­ti­ca so­cia­le por­ta­ta dal­la nuo­va or­to­dos­sia al­lo Sta­to "pa­ter­na­li­sti­co, inef­fi­cien­te e bu­ro­cra­ti­co”. Non ha avu­to idee su co­me af­fron­ta­re, sen­za sna­tu­ra­re la sua vi­sio­ne del mon­do, quel­la par­te di par­zia­lis­si­ma ve­ri­tà che quel­la cri­ti­ca ad "al­zo ze­ro” con­te­ne­va. Ha quin­di ac­cet­ta­to l’i­dea che non ci fos­se­ro al­ter­na­ti­ve, che la via in­di­ca­ta dal­l’or­to­dos­sia fos­se in fon­do la via da se­gui­re, quel­la cioè del mer­ca­to, del­la po­li­ti­ca del­l’of­fer­ta, del­l’al­leg­ge­ri­men­to del­lo Sta­to, del­la fles­si­bi­liz­za­zio­ne del mer­ca­to del la­vo­ro, del­l’ar­re­tra­men­to sui ca­no­ni di pro­te­zio­ne so­cia­le. In un cer­to sen­so ha ri­te­nu­to che la via del­la li­be­ra­liz­za­zio­ne del­l’e­co­no­mia fos­se l’u­ni­ca ca­pa­ce di ren­de­re di­na­mi­co il si­ste­ma pro­dut­ti­vo. Ac­cet­ta­to que­sto, ha fi­ni­to per ac­cet­ta­re an­che tut­to il co­rol­la­rio di ele­men­ti ideo­lo­gi­ci, che si pre­sen­ta­va­no co­me ap­pa­ren­te­men­te neu­tri: la so­vra­ni­tà del con­su­ma­to­re che si so­sti­tui­sce al cit­ta­di­no, il fat­to che non si par­li più di com­pro­mes­so so­cia­le e di pat­to di cit­ta­di­nan­za, che non ci sia più uno spa­zio pub­bli­co che va­da di­fe­so e con­di­vi­so con i cit­ta­di­ni, che sia ne­ces­sa­rio che le po­li­ti­che di­scre­zio­na­li re­ce­da­no ri­spet­to al­l’u­ni­ver­sa­li­smo del mer­ca­to.

Pen­sia­mo ai ser­vi­zi so­cia­li, pen­sia­mo al ruo­lo pro­tet­ti­vo del­lo Sta­to. Si è ac­cet­ta­to, co­me ho det­to, che le po­li­ti­che del­l’of­fer­ta fos­se­ro l’u­ni­co cri­te­rio di go­ver­no, per­ché so­lo da que­ste po­te­va ve­ni­re ef­fi­cien­za e sti­mo­lo al­l’in­ve­sti­men­to, men­tre le po­li­ti­che di do­man­da or­mai era­no ban­di­te. In­tor­no a quel­l’u­ni­co cri­te­rio si co­strui­va la po­li­ti­ca eco­no­mi­ca. La stes­sa ar­chi­tet­tu­ra isti­tu­zio­na­le eu­ro­pea non ha con­ce­pi­to al­tro che que­sto, ban­den­do strut­tu­ral­men­te la ge­stio­ne del­la do­man­da, o po­li­ti­che di oc­cu­pa­zio­ne co­me tar­get, pre­ve­den­do che non vi do­ves­se­ro es­se­re né stru­men­ti fi­sca­li cen­tra­liz­za­ti, né stru­men­ti mo­ne­ta­ri. Quel­li che so­no sta­ti mes­si in cam­po so­no sta­ti una for­za­tu­ra ri­spet­to a ciò che pre­ve­do­no i Trat­ta­ti e lo Sta­tu­to del­la Ban­ca cen­tra­le eu­ro­pea.

In più, que­sta idea del mer­ca­to, del­la com­pe­ti­zio­ne, è en­tra­ta an­che a li­vel­lo in­di­vi­dua­le;  cia­scu­no di noi è sol­le­ci­ta­to a fa­re un’a­na­li­si co­sti-be­ne­fi­ci, a pren­der­si le re­spon­sa­bi­li­tà del­le scel­te: de­ve sce­glie­re la scuo­la, de­ve sce­glie­re la sa­ni­tà, il for­ni­to­re di ser­vi­zi pub­bli­ci; in­som­ma una edu­ca­zio­ne a in­tro­iet­ta­re una con­ce­zio­ne to­tal­men­te di­ver­sa del mon­do, quel­la in cui una sog­get­ti­vi­tà si for­ma at­tor­no al­l’in­di­vi­duo che par­te­ci­pa al mer­ca­to. Que­sto è pe­ne­tra­to poi ovun­que. Pen­sia­mo al­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne: non è più la bu­ro­cra­zia che pre­si­dia lo Sta­to e la con­ti­nui­tà am­mi­ni­stra­ti­va, o che fa va­le­re un prin­ci­pio di sta­ta­li­tà; è una bu­ro­cra­zia che de­ve si­mu­la­re il set­to­re pri­va­to co­me se agis­se sul mer­ca­to, con cri­te­ri di va­lu­ta­zio­ne. Pen­sia­mo non so­lo al­l’o­pe­ra­to dei sin­go­li ma al­la scuo­la o al­l’u­ni­ver­si­tà, sog­get­te a una si­mu­la­zio­ne di com­pe­ti­zio­ne tra cen­tri di­ver­si se­con­do cri­te­ri che poi so­no sem­pre del tut­to ar­bi­tra­ri, co­me so­no del tut­to ar­bi­tra­ri i cri­te­ri di ef­fi­cien­za pri­va­ta ap­pli­ca­ti al­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne. Que­sti crea­no una pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne spez­zet­ta­ta, che in­cor­po­ra an­ch’es­sa il prin­ci­pio di com­pe­ti­zio­ne an­che den­tro se stes­sa. A tut­to ton­do, la so­cie­tà fun­zio­na se­con­do ca­no­ni che non so­no più di coo­pe­ra­zio­ne o di pri­ma­to del­l’in­te­res­se col­let­ti­vo. Il pri­mo è una pa­ro­lac­cia il se­con­do è de­man­da­to al­la com­pe­ti­zio­ne me­de­si­ma che lo as­si­cu­re­reb­be per de­fi­ni­zio­ne.

 

La si­ni­stra ha ce­du­to com­ple­ta­men­te? Mi ha col­pi­to l’e­spres­sio­ne "Li­be­ra­li per di­spe­ra­zio­ne”.

"Li­be­ra­li per di­spe­ra­zio­ne” è un’e­spres­sio­ne che ha an­che una sua no­bil­tà. Io, co­me si ca­pi­sce, so­no al­quan­to av­ver­so al neo­li­be­ri­smo, ma ca­pi­sco an­che chi è con­vin­to che, per co­me è fat­ta l’I­ta­lia -per la bu­ro­cra­zia e la clas­se po­li­ti­ca che si ri­tro­va- for­se è me­glio non af­fi­da­re a que­sti cor­pi le scel­te di­scre­zio­na­li, for­se è me­glio che que­ste sia­no im­per­so­na­li, fat­te dal mer­ca­to, che in quan­to ta­le può ave­re fun­zio­ni uni­ver­sa­li­sti­che, nel sen­so che di­sci­pli­na tut­to in ter­mi­ni uni­for­mi. Ma il mer­ca­to non è que­sto e spes­so fa peg­gio. Ma non tut­ti so­no li­be­ra­li "per di­spe­ra­zio­ne”. A po­co a po­co, mol­ti an­che a si­ni­stra han­no as­sun­to la li­be­ra­liz­za­zio­ne del­l’e­co­no­mia co­me car­di­ne cul­tu­ra­le cen­tra­le. Il ri­fe­ri­men­to sto­ri­co im­por­tan­te l’han­no avu­to nel blai­ri­smo, una po­si­zio­ne che ne­gli an­ni No­van­ta si era di­mo­stra­ta elet­to­ral­men­te vin­cen­te. Per un cer­to tem­po, poi, è sem­bra­to che si po­tes­se ov­via­re al­la scon­vol­gi­men­to so­cia­le por­ta­to in Oc­ci­den­te dal­la glo­ba­liz­za­zio­ne per­ché l’e­co­no­mia e l’oc­cu­pa­zio­ne cre­sce­va­no. La cri­si ha fat­to giu­sti­zia di tut­to que­sto. Se non ci fos­se sta­to lo Sta­to a sal­va­re le ban­che, a sor­reg­ge­re l’e­co­no­mia e a tam­po­na­re le si­tua­zio­ni più di­spe­ra­te, non tan­to in Ita­lia quan­to in Eu­ro­pa e ne­gli Sta­ti Uni­ti, sa­rem­mo en­tra­ti in una cri­si spa­ven­to­sa. So­lo che or­mai lo Sta­to è quel­l’i­sti­tu­zio­ne che in­ter­vie­ne in ul­ti­ma istan­za. Non gli è sta­to re­sti­tui­to un ruo­lo, né se lo è ri­con­qui­sta­to. Ma le co­se stan­no cam­bian­do mol­tis­si­mo. Pen­sia­mo che fi­no a cin­que-sei an­ni fa l’e­spres­sio­ne "po­li­ti­ca in­du­stria­le” era una pa­ro­lac­cia. "Pub­bli­co” era una pa­ro­la dai con­no­ta­ti ne­ga­ti­vi. Og­gi la gen­te di­fen­de lo spa­zio col­let­ti­vo e par­la­re di pri­va­tiz­za­zio­ni è im­po­po­la­re. La po­li­ti­ca in­du­stria­le è tor­na­ta d’at­tua­li­tà, cer­to non con la for­za di pri­ma. E le po­li­ti­che in­du­stria­li si fan­no mol­to più ne­gli Usa, che la vul­ga­ta vuo­le co­me il "pae­se del­la li­ber­tà eco­no­mi­ca per an­to­no­ma­sia”, di quan­to non ac­ca­da in Eu­ro­pa, do­ve la Cor­te di giu­sti­zia del­l’A­ja cas­sa qual­sia­si in­ter­ven­to di­scre­zio­na­le. In que­sta par­te del mon­do agi­sce un mec­ca­ni­smo per­ver­so. L’Ue è na­ta sul­l’i­dea che la li­be­ra cir­co­la­zio­ne di mer­ci, per­so­ne, ca­pi­ta­li fos­se un di­rit­to di ran­go co­sti­tu­zio­na­le, e chiun­que si sen­ta dan­neg­gia­to in que­sti suoi "di­rit­ti”, o pen­si che la com­pe­ti­zio­ne sia osta­co­la­ta, va al­l’A­ja e si pren­de la ra­gio­ne che la Cor­te ine­vi­ta­bil­men­te gli dà, per di più quei pro­nun­cia­men­ti di­ven­ta­no im­me­dia­ta­men­te leg­ge che fa pre­mio su qual­sia­si leg­ge na­zio­na­le. È uno stru­men­to po­ten­te di dif­fu­sio­ne di un prin­ci­pio fon­da­men­ta­li­sta di com­pe­ti­zio­ne che ha sbi­lan­cia­to le ra­gio­ni del mer­ca­to ri­spet­to al­le ra­gio­ni del­la po­li­ti­ca, quel­le del­le im­pre­se ri­spet­to a quel­le dei la­vo­ra­to­ri e del­lo Sta­to. So­prat­tut­to se le ra­gio­ni del­la po­li­ti­ca, co­me spes­sis­si­mo suc­ce­de in Eu­ro­pa, si met­to­no in mo­to mol­to len­ta­men­te, e so­no dif­fi­ci­li da sta­bi­li­re su ba­se con­sen­sua­le.

 

Tu par­li del "wel­fa­re com­pas­sio­ne­vo­le”, un wel­fa­re che da fat­to­re di eman­ci­pa­zio­ne, di cit­ta­di­nan­za, di­ven­ta un mez­zo per aiu­ta­re i po­ve­ri.

Pri­ma, nel­l’e­ro­ga­zio­ne di al­cu­ni ser­vi­zi so­cia­li era im­pli­ci­to un pat­to di cit­ta­di­nan­za. Pen­sia­mo al­la sa­ni­tà per tut­ti, gra­tui­ta, fi­nan­zia­ta dal­la fi­sca­li­tà ge­ne­ra­le. Poi co­min­cia a es­se­re una sa­ni­tà se­let­ti­va, con i tic­ket, col fat­to che chi ha pos­si­bi­li­tà va nel pri­va­to e gli al­tri si met­to­no in li­sta d’at­te­sa, con le dif­fe­ren­ze ter­ri­to­ria­li.

Ora si ten­de a sor­reg­ge­re so­lo le fa­sce più bas­se di red­di­to. Que­sto fi­ni­sce per com­pri­me­re i ce­ti me­di, che in qual­che mo­do se la de­vo­no ca­va­re op­pu­re con­tri­bui­re pe­san­te­men­te ai co­sti. Ma poi non tut­to è sta­to sman­tel­la­to; ele­men­ti di sta­to so­cia­le in sa­ni­tà li tro­via­mo an­co­ra: tan­to per fa­re un esem­pio, ab­bia­mo an­co­ra un pron­to soc­cor­so to­tal­men­te gra­tui­to. Ma non ab­bia­mo in Ita­lia al­cun so­ste­gno per le ra­gaz­ze ma­dri; il so­ste­gno al­la po­ver­tà, poi, è re­la­ti­vo; avrem­mo do­vu­to in qual­che mo­do re­go­lar­lo, fi­nan­ziar­lo e pen­sar­lo per le fa­mi­glie nu­me­ro­se, o per chi ha a ca­ri­co per­so­ne non au­to­suf­fi­cien­ti. Si­cu­ra­men­te i co­sti del wel­fa­re au­men­te­reb­be­ro, ma se fac­cia­mo ban­die­ra del­la si­ni­stra la de­tas­sa­zio­ne e que­sta va ri­du­cen­do la pro­gres­si­vi­tà, cer­to non ci sem­pli­fi­chia­mo la vi­ta.

Ca­pi­sco per­fet­ta­men­te che chi com­pe­te al­le ele­zio­ni vo­glia i vo­ti de­gli elet­to­ri e che gli elet­to­ri so­no mol­to con­ten­ti quan­do ven­go­no sgra­va­ti fi­scal­men­te, pe­rò ci so­no dei li­mi­ti. Cre­do che ci sia al fon­do un pro­ble­ma di edu­ca­zio­ne a una vi­sio­ne col­let­ti­va del­le co­se. Fin­ché aval­lia­mo l’i­dea che cia­scu­no è so­lo con se stes­so, è cer­to che ten­te­rà di pa­ga­re me­no tas­se pos­si­bi­li. So­no cli­mi cul­tu­ra­li:  non sia­mo più edu­ca­ti a pen­sa­re che i bi­so­gni col­let­ti­vi (che im­pli­ca­no con­su­mi col­let­ti­vi) va­da­no fi­nan­zia­ti con la fi­nan­za col­let­ti­va. Ca­pi­sco an­che che se le per­so­ne si ri­tro­va­no una bu­ro­cra­zia inef­fi­cien­te che non le è d’a­iu­to ma d’o­sta­co­lo, si ri­bel­la­no e non rie­sca­no a ca­pi­re il va­lo­re del con­su­mo col­let­ti­vo. In più c’è chi sof­fia sul fuo­co e non fa per­ce­pi­re i van­tag­gi di que­sti ul­ti­mi, do­ve ci so­no e so­no evi­den­ti.

 

Una si­tua­zio­ne so­cia­le di fran­tu­ma­zio­ne, con le gran­di fab­bri­che e i quar­tie­ri ope­rai che non ci so­no più, ob­bli­ghe­reb­be un par­ti­to di si­ni­stra a la­vo­ra­re mol­to di più nel so­cia­le, per­ché la so­cia­li­tà, in un cer­to sen­so, va ri­crea­ta. La ten­den­za, in­ve­ce, è sta­ta esat­ta­men­te con­tra­ria, un par­ti­to d’o­pi­nio­ne, leg­ge­ro, vo­ta­to so­lo al go­ver­no del pae­se...

Sì, e que­sto pro­ces­so in Ita­lia ha avu­to ac­cen­tua­zio­ne spe­ci­fi­che. As­se­con­dan­do ten­den­ze del­la so­cie­tà, l’ap­piat­ti­men­to ver­so la "de­mo­cra­zia del pub­bli­co”, co­me si di­ce, ha avu­to la pre­va­len­za. E sta­to teo­riz­za­to che il par­ti­to do­ves­se es­se­re di fat­to un par­ti­to d’o­pi­nio­ne, di­ret­to a un pub­bli­co ge­ne­ri­co al qua­le, co­me di­ce Sal­va­ti, ven­de la sua mer­can­zia; quin­di, un par­ti­to non par­ti­co­lar­men­te strut­tu­ra­to, leg­ge­ro, af­fi­da­to ai me­dia (con tut­to quel­lo che ne con­se­gue: di fat­to ete­ro-orien­ta­to dai me­dia). La so­cie­tà si è ven­di­ca­ta, pe­rò. Per­ché poi non è che l’av­ven­to dei me­dia ab­bia can­cel­la­to le dif­fe­ren­ze so­cia­li. Gli ope­rai, per esem­pio, ci so­no an­co­ra an­che se non con la for­za, la coe­sio­ne, il ti­po an­che di ideo­lo­gia e di vi­sio­ne del mon­do che ave­va­no e po­te­va­no co­sti­tui­re il cen­tro di coa­li­zio­ni che lot­tas­se­ro per l’u­gua­glian­za. In ge­ne­ra­le, non si so­no can­cel­la­te le spac­ca­tu­re pro­fon­de nel­la so­cie­tà, an­zi que­ste so­no più for­ti di pri­ma e non so­no sol­tan­to di­vi­sio­ni la­vo­ra­ti­ve. C’è una par­te be­ne­stan­te -un po’ fa­vo­ri­ta dal­la glo­ba­liz­za­zio­ne, un po’ da al­tri pro­ces­si di pro­fes­sio­na­liz­za­zio­ne le­ga­ti al­l’in­for­ma­ti­ca, al­le pro­fes­sio­ni emer­gen­ti- che non ha pro­ble­mi di qua­li­tà del­la vi­ta. Ma c’è un’al­tra par­te del­la po­po­la­zio­ne che vi­ve un di­sa­gio che non è so­lo nel luo­go di la­vo­ro (do­ve co­mun­que con­ta­no le rou­ti­ne, con­ta la gra­ti­fi­ca­zio­ne, la mi­no­re si­cu­rez­za di sta­bi­li­tà, le pro­spet­ti­ve la­vo­ra­ti­ve di avan­za­men­to di car­rie­ra per mol­ti ri­dot­te), ma an­che nel­le con­di­zio­ni ge­ne­ra­li di vi­ta re­la­ti­ve ai tra­spor­ti, al­la ca­sa, al­l’am­bien­te in cui si vi­ve, e tan­to al­tro.

So­no dif­fe­ren­ze no­te­vo­li e que­sta par­te sen­te or­mai sem­pre più i pro­pri de­sti­ni stac­ca­ti dal­la par­te più be­ne­stan­te. Si sta de­ter­mi­nan­do una frat­tu­ra ve­ra, an­che spa­zia­le, per­ché chi vi­ve in zo­ne re­si­den­zia­li ed è istrui­to si spo­sa con chi vi­ve in zo­ne re­si­den­zia­li ed è istrui­to e chi vi­ve in pe­ri­fe­ria si spo­sa con chi vi­ve in pe­ri­fe­ria ed è sot­to­po­sto agli stes­si pro­ces­si cul­tu­ra­li. Quel po­co di mo­bi­li­tà so­cia­le che as­si­cu­ra­va la scuo­la og­gi è ri­dot­tis­si­mo. Se non c’è un par­ti­to po­li­ti­co ca­pa­ce di tra­dur­re que­sto di­sa­gio in pro­po­sta di go­ver­no, in pro­ta­go­ni­smo po­li­ti­co per cam­bia­re i mec­ca­ni­smi, quel di­sa­gio di­ven­ta pro­te­sta in­di­stin­ta. Lo stia­mo ve­den­do ades­so, con l’af­fer­ma­zio­ne dei po­pu­li­smi un po’ ovun­que. Leg­ge­vo su un so­cial un ti­zio che af­fer­ma­va, nel­l’am­bi­to del­la po­le­mi­ca po­li­ti­ca di que­sti gior­ni, che la si­ni­stra non ca­pi­sce che la clas­se ope­ra­ia non c’è più e quin­di non c’è più nem­me­no la lot­ta di clas­se e, non es­sen­do­ci la lot­ta di clas­se, la si­ni­stra in­se­gue dei fan­ta­smi. La pre­sen­ta­va co­me un’a­na­li­si so­cio­lo­gi­ca pro­fon­da, co­me se tut­to ruo­tas­se at­tor­no al­la clas­se ope­ra­ia. Ma di­co, le spac­ca­tu­re di que­sta so­cie­tà che so­no co­sì pro­fon­de non le ve­de­te? Cer­to non so­no clas­si co­me le ab­bia­mo in­te­se noi nel­la no­stra tra­di­zio­ne, "clas­se in sé”, "clas­se per sé”; ora so­no una se­rie va­rie­ga­ta di grup­pi so­cia­li, di si­tua­zio­ni so­cia­li, ca­rat­te­riz­za­ti dal­l’as­sen­za di iden­ti­tà spe­ci­fi­ca (men che me­no col­let­ti­va) do­ve poi, co­me sem­pre av­vie­ne, cia­scu­no se la pren­de col grup­po che sta sot­to, non con quel­lo che sta so­pra. Pe­rò è ve­ro an­che che i pro­ces­si cul­tu­ra­li so­no sta­ti la­scia­ti a se stes­si per­ché una pro­po­sta ag­gre­gan­te, un la­vo­ro di edu­ca­zio­ne, una mo­bi­li­ta­zio­ne, una riap­pro­pria­zio­ne di que­sto di­sa­gio al­la po­li­ti­ca non li ab­bia­mo più avu­ti. Il par­ti­to li­qui­do ha por­ta­to a que­sto. Man­ca un ele­men­to pe­da­go­gi­co. Si è so­li con se stes­si nel giu­di­zio sul­la so­cie­tà e quin­di pre­da del­l’an­ti­po­li­ti­ca. Ba­sta guar­da­re i so­cial per ve­de­re qua­le do­vi­zia di di­scus­sio­ni e di giu­di­zi po­li­ti­ci vi sia, ma che van­no tut­ti per con­to lo­ro sen­za os­sa­tu­ra (e si trat­ta di una par­te più ac­cul­tu­ra­ta del­la po­po­la­zio­ne). È un gran­de fat­to de­mo­cra­ti­co, pe­rò, nel­lo stes­so tem­po, te­sti­mo­nia di un qual­co­sa che si sta sfi­lac­cian­do nel­la con­sa­pe­vo­lez­za col­let­ti­va dei pro­ble­mi.

 

Par­lan­do di va­lo­ri do­mi­nan­ti, an­che la ric­chez­za è di­ven­ta­ta un va­lo­re...

Sì, que­sto si sta ve­ri­fi­can­do e fa par­te di una cul­tu­ra an­tro­po­lo­gi­ca dif­fu­sa. La ric­chez­za è un va­lo­re, e va per­se­gui­ta, e se non la rag­giun­go è col­pa mia, non dei mec­ca­ni­smi del­la so­cie­tà. So­no io che non so­no riu­sci­to a "sfan­gar­la”. Se vo­glio, pos­so ri­sol­ve­re tut­to in­di­vi­dual­men­te, emi­gran­do, fa­cen­do al­tro, at­ti­van­do­mi; si è per­so il va­lo­re col­let­ti­vo del­la lot­ta in­sie­me ad al­tri che si ri­co­no­sco­no co­me ap­par­te­nen­ti a una stes­sa si­tua­zio­ne so­cia­le, per cam­biar­la. Ora ognu­no vuo­le cam­bia­re per con­to suo la pro­pria con­di­zio­ne, per­se­guen­do ciò che la so­cie­tà e i va­lo­ri do­mi­nan­ti gli pro­pon­go­no, e se non ci rie­sce per­de pu­re l’au­to­sti­ma.

Pe­rò è an­che ve­ro che esi­ste un al­tro pez­zo di so­cie­tà, quel­la che si espri­me nel ter­zo set­to­re, nel vo­lon­ta­ria­to, che non è pic­co­lo e non è sol­tan­to di te­sti­mo­nian­za, an­zi. È mol­to este­so, e com­pren­de per­so­ne che si spen­do­no per gli al­tri e con­ser­va­no una vi­sio­ne co­mu­ni­ta­ria. Lì si espri­me un al­tro ti­po di uma­ni­tà, che vie­ne in es­se­re spon­ta­nea­men­te, for­se co­me rea­zio­ne al ma­te­ria­li­smo dif­fu­so. Cer­to, in­di­vi­dual­men­te in quel­l’a­rea ope­ra­no pre­va­len­te­men­te or­fa­ni del­la si­ni­stra, ma que­sto mon­do non rie­sce a tra­sfe­ri­re i prin­ci­pi e i va­lo­ri che lo muo­vo­no fuo­ri dal suo rag­gio di azio­ne, tra­va­san­do­lo nel­la so­cie­tà, in un pro­get­to po­li­ti­co. E for­se non sta nem­me­no a lo­ro con­ce­pir­lo.

Se pen­sia­mo al­le lot­te ope­ra­ie de­gli an­ni 50-60, un con­to era che cia­scu­na fab­bri­ca lot­tas­se per con­to suo, al­tro con­to era da­re un rac­cor­do a quel­le lot­te e fa­re di­ven­ta­re i pro­ta­go­ni­sti sog­get­ti po­li­ti­ci e por­tar­li a un li­vel­lo di con­sa­pe­vo­lez­za so­cia­le che in­ve­sti­va la so­cie­tà co­me un tut­to. È ciò di cui ab­bia­mo bi­so­gno in re­la­zio­ne a que­sto mon­do. In de­fi­ni­ti­va, c’è una so­cie­tà che si sfran­gia, per­de tes­su­ti con­net­ti­vi, pe­rò c’è an­che una par­te che la­vo­ra a ri­com­por­la, e che an­dreb­be rap­pre­sen­ta­ta po­li­ti­ca­men­te, ma tut­te le vol­te che si ha oc­ca­sio­ne di par­la­re con suoi espo­nen­ti si sco­pre che non si sen­te rap­pre­sen­ta­ta po­li­ti­ca­men­te. Tor­nia­mo, al so­li­to, al­la po­li­ti­ca, al par­ti­to…

 

Il vo­lon­ta­ria­to, quin­di. Tu nel li­bro par­li di coo­pe­ra­zio­ne, an­che di mu­tua­li­smo, e pe­rò ve­di un ruo­lo mol­to for­te del cen­tro...

Mol­ti stu­dio­si del­la so­cie­tà pen­sa­no che non ci sia al­tra stra­da che co­strui­re dal bas­so ini­zia­ti­ve e ag­gre­ga­zio­ni po­li­ti­che. Pe­rò co­strui­re dal bas­so, se fos­se so­lo que­sto, im­pli­ca an­che una dia­gno­si pes­si­mi­sta che pun­ta a man­te­ne­re una co­scien­za vi­va in at­te­sa che una cri­si del­la so­cie­tà pro­du­ca le op­por­tu­ni­tà po­li­ti­che. C’è al fon­do uno scet­ti­ci­smo sul­la pos­si­bi­li­tà di cam­bia­re le co­se al­tri­men­ti. Io pen­so, in­ve­ce, che le due co­se, co­stru­zio­ne dal bas­so e uti­liz­zo del­lo Sta­to, do­vreb­be­ro an­da­re as­sie­me nel sen­so che ci vuo­le sem­pre un pro­get­to che uni­fi­chi, an­che quan­do non c’è un par­ti­to o una coa­li­zio­ne che ab­bia­no la for­za di far avan­za­re rea­li­sti­ca­men­te e si­gni­fi­ca­ti­va­men­te un di­se­gno al­ter­na­ti­vo per la so­cie­tà. Mol­te del­le rea­liz­za­zio­ni so­cia­li, di tra­sfor­ma­zio­ne del­la real­tà, si pos­so­no ave­re sol­tan­to at­tra­ver­so l’a­zio­ne pub­bli­ca. Co­sì co­me at­tra­ver­so l’a­zio­ne pub­bli­ca so­no sta­ti di­fe­si e fat­ti va­le­re di­rit­ti so­cia­li, ci­vi­li, ec­ce­te­ra, ec­ce­te­ra. Per me le due co­se de­vo­no an­da­re as­sie­me; al­me­no pen­so che il com­pi­to de­gli in­tel­let­tua­li sia di ar­ma­re una clas­se po­li­ti­ca a con­ce­pi­re un di­se­gno com­ples­si­vo per la so­cie­tà.

 

Tu de­scri­vi una se­rie di mi­su­re eco­no­mi­che.

Sia­mo mol­to vin­co­la­ti dal­l’Eu­ro­pa. Co­me for­za po­li­ti­ca sin­go­la -qua­le che sia que­sta for­za rap­pre­sen­ta­ti­va del­la si­ni­stra- cer­to non pos­sia­mo in­ci­de­re mol­to e da­re i com­pi­ti al­l’Eu­ro­pa, pe­rò mi sor­pren­de mol­to che le for­ze so­cia­li­ste, an­che quel­le mol­to cri­ti­che ver­so l’Eu­ro­pa, non chia­mi­no a rac­col­ta le al­tre for­ze so­cia­li­ste.

L’I­ta­lia ha avu­to una con­te­sta­zio­ne con l’Eu­ro­pa, ma per co­sa? Per ot­te­ne­re la pos­si­bi­li­tà di spen­de­re di più, non per cam­bia­re i mec­ca­ni­smi. Cer­ta­men­te co­me pae­se sia­mo mol­to vin­co­la­ti. Non pos­sia­mo aspet­tar­ci di po­ter svol­ge­re po­li­ti­che per la pie­na oc­cu­pa­zio­ne, né pos­sia­mo pe­rò aspet­tar­ci di cam­bia­re mol­ti cri­te­ri. Co­mun­que, non è che in at­te­sa di Go­dot non ci sia nul­la da fa­re. Per quan­to vin­co­la­to, non è ve­ro che lo Sta­to na­zio­na­le sia mor­to. Lo Sta­to na­zio­na­le è an­co­ra re­spon­sa­bi­le del­la coe­sio­ne so­cia­le, del­lo spa­zio pub­bli­co, del­la fi­sca­li­tà in­ter­na (par­zial­men­te); è re­spon­sa­bi­le del­l’as­set­to am­mi­ni­stra­ti­vo, del ti­po di rap­pre­sen­tan­za. In­som­ma, si fa pre­sto a di­re "è mor­to”! Qual­che al­ter­na­ti­va c’è sem­pre, an­che nel­le po­li­ti­che ma­croe­co­no­mi­che.

Io pen­so che una for­za di si­ni­stra deb­ba en­tra­re nel­lo spe­ci­fi­co dei mec­ca­ni­smi. Dif­fi­ci­le ave­re l’i­dea-chia­ve ri­so­lu­ti­va e mo­bi­li­tan­te. Bi­so­gna go­ver­na­re que­sta so­cie­tà an­dan­do nel­lo spe­ci­fi­co. Non pos­sia­mo pen­sa­re di go­ver­na­re il Mez­zo­gior­no at­tra­ver­so in­cen­ti­vi. Bi­so­gna piut­to­sto coor­di­na­re le Re­gio­ni con pro­get­ti di in­ve­sti­men­to spe­ci­fi­co, ve­de­re, che so, per­ché i por­ti non so­no con­nes­si ai cen­tri tu­ri­sti­ci, chie­der lo­ro per­ché non fun­zio­na­no le aree in­du­stria­li, il tra­sfe­ri­men­to tec­no­lo­gi­co e quan­t’al­tro. E, ov­via­men­te, aiu­tar­le. È tut­to un la­vo­rio da fa­re, di ma­nu­ten­zio­ne.

Pen­sia­mo al­le ri­for­me: or­mai "ri­for­ma” è di­ven­ta­ta una pa­ro­la mi­ti­ca. Non sap­pia­mo più nem­me­no che ag­get­ti­vo met­ter­ci die­tro. Il pro­ble­ma in­ve­ce è go­ver­na­re ef­fet­ti­va­men­te, fa­re po­li­ti­che in­du­stria­li. Pos­si­bi­le che non sia­mo riu­sci­ti an­co­ra a in­for­ma­tiz­za­re il pae­se?! Di fat­to l’in­for­ma­tiz­za­zio­ne non è an­co­ra par­ti­ta, an­che se qual­co­sa si muo­ve do­po an­ni per­si e do­po la pri­va­tiz­za­zio­ne di Po­ste, che, in­ve­ce, avreb­be po­tu­to es­se­re un per­no di que­sto pro­get­to (men­tre ora, pri­va­tiz­za­ta, si met­te nel bu­si­ness del­la ge­stio­ne dei pa­tri­mo­ni pri­va­ti).

Poi dob­bia­mo ca­pi­re do­ve vo­glia­mo an­da­re. Non c’è mai sta­to un di­bat­ti­to, e que­sto è an­che re­spon­sa­bi­li­tà del­la si­ni­stra del Pd che non l’ab­bia aper­ta. Che co­sa ne fac­cia­mo di que­sto pae­se? Por­tia­mo a si­ste­ma le pic­co­le im­pre­se? Raf­for­zia­mo quel po­co di in­du­stria pub­bli­ca che an­co­ra c’è? Fac­cia­mo del­l’I­ta­lia un hub del­la lo­gi­sti­ca nel com­mer­cio in­ter­na­zio­na­le? Ne fac­cia­mo il cen­tro di un rap­por­to del­l’Eu­ro­pa col Me­di­ter­ra­neo? Ognu­na di que­ste scel­te por­ta del­le con­se­guen­ze.

Non ve­do un’i­dea spe­ci­fi­ca per la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne, che pu­re do­vreb­be es­se­re l’os­sa­tu­ra di un pro­get­to di go­ver­nan­ce nel me­ri­to. Quan­do si fa una ri­for­ma del­l’am­mi­ni­stra­zio­ne con­tro i di­ri­gen­ti in una vi­sio­ne or­ga­ni­ca del­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne, non si va lon­ta­no. Al con­tra­rio, oc­cor­re­reb­be en­tra­re nel­la real­tà spe­ci­fi­ca di ogni am­mi­ni­stra­zio­ne, pre­ve­der­ne un go­ver­no se­con­do le sue re­go­le spe­ci­fi­che, sen­za mor­ti­fi­ca­re, an­zi, dan­do re­spon­sa­bi­li­tà a chi la di­ri­ge, in­di­vi­duan­do la mis­sio­ne e ca­so­mai ri­cor­ren­do a una for­ma­zio­ne per­ma­nen­te.

È ov­vio poi che ci so­no dei cri­te­ri mi­ni­mi da ri­spet­ta­re: non spre­ca­re i sol­di, met­ter­li in pro­get­ti che ac­cre­sca­no il ca­pi­ta­le fis­so so­cia­le e il ca­pi­ta­le so­cia­le tout court; ve­de­re sem­pre nel lun­go pe­rio­do co­sa que­sti pro­get­ti pos­so­no da­re. In­ve­ce ab­bia­mo spre­ca­to mol­ti sol­di, an­che quan­do pre­si a pre­sti­to. Que­sta vi­cen­da re­fe­ren­da­ria è sta­ta un di­sa­stro dal pun­to di vi­sta di una sen­sa­ta po­li­ti­ca eco­no­mi­ca per­ché ha re­so ne­ces­sa­rio com­prar­si i vo­ti at­tra­ver­so una po­li­ti­ca di bo­nus: se hai le scar­pe ne­re hai di­rit­to a un bo­nus! Se te le al­lac­ci il bo­nus cre­sce. Se uno va sul si­to del Mi­ni­ste­ro e ve­de l’in­sie­me di in­cen­ti­vi che so­no sta­ti con­ce­pi­ti e per qua­li azio­ni (mol­te vol­te per azio­ni che le im­pre­se avreb­be­ro in­tra­pre­so co­mun­que) ca­pi­sce co­sa vo­glio di­re. Bi­so­gna con­ce­pi­re una stra­te­gia.

An­che gli 80 eu­ro rien­tra­no in que­sto, an­che se non rie­sco a con­dan­nar­li com­ple­ta­men­te. Ma mol­ti miei ami­ci e col­le­ghi in­ve­ce sì, per­ché, se mes­si su un pia­no di in­ve­sti­men­ti, avreb­be­ro crea­to più oc­cu­pa­zio­ne, so­ste­nu­to la do­man­da, cam­bia­to le aspet­ta­ti­ve; avreb­be­ro co­sti­tui­to for­se quel­la svol­ta per l’I­ta­lia; svol­ta che in­ve­ce non c’è sta­ta. Si po­te­va pre­ve­de­re che i tra­sfe­ri­men­ti da­ti in que­sto mo­do non avreb­be­ro ge­ne­ra­to un equi­va­len­te di con­su­mi. Ca­pi­sco an­che che un go­ver­no si vo­glia ac­cre­di­ta­re con una po­li­ti­ca ac­cat­ti­van­te, pe­rò è co­sta­ta tan­tis­si­mo e non c’è sta­ta nes­su­na ana­li­si co­sti-be­ne­fi­ci. Ma il gua­io ve­ro è sta­to per­se­ve­ra­re, an­dan­do al­la ri­cer­ca del­l’i­dea ge­nia­le che ac­cat­ti­vas­se una se­rie di ce­ti so­cia­li.

 

An­che la de­tas­sa­zio­ne sul­la pri­ma ca­sa...

La pri­ma ca­sa, cer­to, poi ab­bia­mo ri­dot­to la tas­sa­zio­ne al­le im­pre­se dal 27% al 24%, per non par­la­re del­la quan­ti­tà di sol­di che stan­no an­dan­do ai pri­va­ti nel­l’in­for­ma­tiz­za­zio­ne, do­ve for­se il go­ver­no avreb­be po­tu­to agi­re in pro­prio.

 

Il fe­de­ra­li­smo, il de­cen­tra­men­to non po­treb­be es­se­re una so­lu­zio­ne?

L’e­spe­rien­za ha di­mo­stra­to che non è co­sì. Qui en­tra­no in gio­co di nuo­vo i "li­be­ra­li per di­spe­ra­zio­ne”. In­som­ma, se c’è sta­ta una clas­se po­li­ti­ca com­ples­si­va­men­te ina­de­gua­ta quel­la a li­vel­lo re­gio­na­le è sta­ta la peg­gio­re. Le re­gio­ni so­no im­por­tan­ti, ma pen­so che una go­ver­nan­ce cen­tra­le ci deb­ba es­se­re pro­prio per ciò che di­ce­vo pri­ma. Non pos­sia­mo ave­re ven­tu­no po­li­ti­che in­du­stria­li di­ver­se per le pic­co­le im­pre­se, gli in­se­dia­men­ti, le aree in­du­stria­li, la ri­cer­ca ap­pli­ca­ta, ecc. C’è bi­so­gno di un coor­di­na­men­to per­lo­me­no di qual­cu­no ca­pa­ce di dif­fon­de­re le be­st prac­ti­ces, cioè le azio­ni che han­no fun­zio­na­to, e non far ri­pe­te­re gli er­ro­ri che so­no sta­ti fat­ti.

Va con­ce­pi­to in mol­ti cam­pi un di­se­gno cen­tra­le che poi af­fi­di com­pi­ti al­le re­gio­ni. Ci vuo­le la for­za pro­pul­si­va di uno Sta­to cen­tra­le do­ta­to di vi­sio­ne. So­lo co­sì il de­cen­tra­men­to di­ven­ta qual­co­sa di ef­fi­cien­te, pro­pul­si­vo. In­ve­ce, ab­bia­mo la­scia­to le re­gio­ni so­le con se stes­se, e ognu­na s’è in­ven­ta­ta quel che si po­te­va in­ven­ta­re. De­vo con­fes­sa­re che la par­te del­la ri­for­ma co­sti­tu­zio­na­le che ri­cen­tra­liz­za­va mol­te fun­zio­ni ver­so l’Am­mi­ni­stra­zio­ne cen­tra­le non mi tro­va­va in di­sac­cor­do.

 

Ma co­me ci si può di­fen­de­re, nel­la sce­na in­ter­na­zio­na­le, da una com­pe­ti­zio­ne al ri­bas­so che è for­mi­da­bi­le?

Qui en­tra in gio­co sem­pre la Cor­te di giu­sti­zia del­l’A­ja che ha can­cel­la­to mol­te mi­su­re di in­ter­ven­to per pau­ra che ci fos­se qual­che con­trad­di­zio­ne con la li­ber­tà di sta­bi­li­men­to o di mo­vi­men­to di per­so­ne, co­se e ca­pi­ta­li. L’I­ta­lia ave­va con­ce­pi­to la sua exit tax: se te ne vai, mi re­sti­tui­sci quel­lo che ti ho da­to. Og­gi leg­ge­vo un’in­ter­ro­ga­zio­ne avan­za­ta da una se­na­tri­ce ri­guar­dan­te una fab­bri­ca che ha vis­su­to an­che di pre­ben­de sta­ta­li e che ha de­ci­so di an­da­re in Po­lo­nia li­cen­zian­do 160 per­so­ne nel suo ter­ri­to­rio. Non è una fab­bri­ca in cri­si, fa pro­fit­ti, ma si giu­sti­fi­ca par­lan­do di ri­du­zio­ne del­la do­man­da in­ter­na, men­tre in real­tà vi­ve del 75% di espor­ta­zio­ni. In­som­ma, non è una giu­sti­fi­ca­zio­ne. Van­no via per fa­re più pro­fit­ti. Lo Sta­to de­ve po­ter pre­ten­de­re che quel­lo che ha da­to per far pro­spe­ra­re un’at­ti­vi­tà gli ven­ga re­sti­tui­to. Non ha mes­so so­lo sol­di di­ret­ti, ma for­ma­zio­ne, in­fra­strut­tu­re e quan­t’al­tro.

Ades­so è an­che ve­ro che i sa­la­ri ci­ne­si stan­no au­men­tan­do, ma per­ché si por­ti­no a li­vel­li non com­pe­ti­ti­vi ci vor­ran­no an­co­ra 30-40 an­ni. Tut­ta­via, van­no re­gi­stra­ti an­che fe­no­me­ni di rien­tro vo­lon­ta­rio vi­sto che tan­te fab­bri­che che han­no in­ter­na­zio­na­liz­za­to han­no man­te­nu­to buo­na par­te del­la pro­du­zio­ne in Ita­lia, l’han­no raf­for­za­ta e so­prav­vi­vo­no tran­quil­la­men­te. Evi­den­te­men­te que­sto è in­di­ce del fat­to che non sia­mo de­sti­na­ti a per­de­re tut­ta la no­stra in­du­stria. Mol­te vol­te, poi, chi se ne va via lo fa an­che per sfug­gi­re al­la bu­ro­cra­zia.

Pen­so che la chia­ve stia nel­la ca­pa­ci­tà di sal­to tec­no­lo­gi­co del­le im­pre­se. Do­vrem­mo aiu­tar­le in que­sto sen­so. Al­cu­ne ce la fan­no da so­le, pe­rò la ri­cer­ca pub­bli­ca la­ti­ta. Pren­dia­mo la Ger­ma­nia: per­ché è co­sì for­te? Per­ché c’è un si­ste­ma che gi­ra a tut­to ton­do per pro­teg­ge­re e pro­muo­ve­re la com­pe­ti­ti­vi­tà, dal mo­do con cui pre­di­spon­go­no le scuo­le pro­fes­sio­na­li, a quel­lo in cui con­ce­pi­sco­no l’ap­pren­di­sta­to (che non è una for­ma di con­trat­to ma un ca­na­le di for­ma­zio­ne che fa par­te del­l’i­ter sco­la­sti­co), per ar­ri­va­re al­le uni­ver­si­tà, do­ve han­no un si­ste­ma di lau­ree più vi­ci­ne al­la crea­zio­ne di pro­fes­sio­ni di al­to li­vel­lo; c’è, poi, l’I­sti­tu­to sta­ta­le di ri­cer­ca che pro­du­ce piat­ta­for­me tec­no­lo­gi­che aper­te e aiu­ta le pic­co­le e me­die im­pre­se nel tra­sfe­ri­men­to tec­no­lo­gi­co.

Do­vrem­mo fa­re qual­co­sa vi­ci­no a tut­to que­sto, da la­bo­ra­to­ri di so­ste­gno ai di­stret­ti nel­la ri­cer­ca ap­pli­ca­ta a una ri­cer­ca di al­tis­si­ma qua­li­tà che com­pe­ta nei ban­di in­ter­na­zio­na­li e sia in­di­riz­za­ta a pro­get­ti stra­te­gi­ci. Il no­stro mo­del­lo di ri­cer­ca pub­bli­ca non è de­fi­ni­to: ab­bia­mo per­so le im­pre­se che fa­ce­va­no ri­cer­ca, per­ché era­no quel­le poi pri­va­tiz­za­te, e non sia­mo riu­sci­ti a ri­crea­re un mo­del­lo coe­ren­te. For­se una co­sa buo­na che ha fat­to il go­ver­no Ren­zi è sta­to crea­re un’al­ter­na­ti­va scuo­la-la­vo­ro. Ma di isti­tu­ti in­ter­me­di che crea­no pro­fes­sio­ni di al­ta spe­cia­liz­za­zio­ne ce ne so­no 7-8 in Ita­lia, non di più, e an­che al­l’u­ni­ver­si­tà il trien­nio è pro­pe­deu­ti­co al­la spe­cia­li­sti­ca e quel­lo pro­fes­sio­na­liz­zan­te non de­col­la. È que­sto che in­ten­de­vo pri­ma quan­do af­fer­ma­vo che c’è una go­ver­nan­ce dei pro­ces­si che ci man­ca. Ma la clas­se po­li­ti­ca è sta­ta im­pe­gna­ta nel re­fe­ren­dum o a so­prav­vi­ve­re a se stes­sa.

 

Tu ve­di del­le pos­si­bi­li­tà, ve­di una stra­da. Ma vie­ni sen­ti­to dal­le for­ze po­li­ti­che? Ti chia­ma­no?

Ades­so ten­go in pie­di un net­work di stu­dio­si che un mi­ni­mo di at­ten­zio­ne la ri­ce­ve. Ma fac­cio un esem­pio: so­no sta­to chia­ma­to una vol­ta in un se­mi­na­rio te­ma­ti­co del­la si­ni­stra ri­for­mi­sta, quel­la ber­sa­nia­na. Un bel se­mi­na­rio, in cui ho par­la­to più o me­no, ma in det­ta­glio, di que­ste co­se che ti ho espo­ne­vo, men­tre Tri­gi­lia ha par­la­to del­le cit­tà e di po­li­ti­che cen­tra­te sul­la ri­qua­li­fi­ca­zio­ne ur­ba­na, Vie­sti del Mez­zo­gior­no.

Quel­lo che ab­bia­mo scrit­to e man­da­to è ap­par­so per due gior­ni sul si­to del­la si­ni­stra ri­for­mi­sta poi è spa­ri­to, non ave­va più un ri­man­do dal­la ho­me­pa­ge. Il si­to era pie­no di no­ti­zie ti­po il di­scor­so dei va­ri lea­der qui e lì per l’I­ta­la, l’in­ter­vi­sta a quel o quel­l’al­tro di­ri­gen­te po­li­ti­co sul­la po­li­ti­ca con­tin­gen­te (a suo tem­po sul­le ra­gio­ni del no). Beh, in­som­ma, que­sto mi ha fat­to un po’ ar­rab­bia­re. An­che dal pun­to di vi­sta stret­ta­men­te stru­men­ta­le, sa­reb­be sta­to ne­ces­sa­rio far ve­de­re che si sta­va pen­san­do al­l’I­ta­lia in ter­mi­ni stra­te­gi­ci. Quel­le in­di­ca­te non sa­ran­no le li­nee da se­gui­re, non sa­ran­no nien­te, ma so­no un pri­mo ra­gio­na­men­to che avreb­be con­sen­ti­to di mo­stra­re che c’e­ra un set­to­re po­li­ti­co che sta­va guar­dan­do in avan­ti. E in­ve­ce no, quel­le re­la­zio­ni non si tro­va­no più. Né ci­ta­te, né c’è trac­cia di un al­tro in­con­tro te­ma­ti­co. So­lo di­chia­ra­zio­ni e di­scor­si dei lea­der. Ec­co, è un po’ tut­to co­sì. Non è che non ti chia­mi­no: ti chia­ma­no in fun­zio­ne del con­su­mo di quel­la tua ri­fles­sio­ne in quel mo­men­to. Que­sto mi fa sof­fri­re per­ché so­no le­ga­to a quel­la si­ni­stra e ve­do que­sto ec­ces­so di at­ten­zio­ne al con­tin­gen­te e al­la "po­li­ti­ca” co­me di­fet­to che in­dub­bia­men­te c’è sta­to e che li fa tro­va­re più de­bo­li nel­la scis­sio­ne.


Sal­va­to­re Bia­sco ha in­se­gna­to Eco­no­mia In­ter­na­zio­na­le al­l’U­ni­ver­si­tà La Sa­pien­za di Ro­ma. Au­to­re di te­sti ac­ca­de­mi­ci a uno dei qua­li è sta­to con­fe­ri­to il pre­mio St. Vin­cent per l’E­co­no­mia, si è de­di­ca­to, spe­cie ne­gli ul­ti­mi an­ni, a te­mi di ana­li­si po­li­ti­ca. Nel 2016 è usci­to il suo ul­ti­mo li­bro Sta­to Re­go­le e ugua­glian­za. La po­sta in gio­co nel­la cul­tu­ra del­la si­ni­stra e nel nuo­vo ca­pi­ta­li­smo, Luiss Uni­ver­si­ty Press.

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