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Questa società è troppo ricca per il capitalismo!

di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle

La casalinga sveva e i parassiti della società

troppo casalinga6Due posizioni apparentemente inconciliabili caratterizzano la controversia politica su come vada affrontata la crisi. Mentre gli uni, per rilanciare la crescita economica, vogliono ancora continuare sempre ad aprire le valvole monetarie ed applicare dei nuovi programmi congiunturali, gli altri difendono un rigoroso orientamento all'austerità. I due campi pretendono che, nel caso venga applicato il loro piano, la crisi potrà essere superata, e che il modo di produzione capitalistico potrà essere ripristinato su delle solide basi. Si potrebbe pensare che ancora una volta stiamo assistendo al vecchio dibattito che opponeva l'orientamento keynesiano a quello liberale, un dibattito cui nel secolo passato abbiamo assistito tante volte. Ma dove il sistema di riferimento a tale controversia viene meno, in quanto la crisi indebolisce in maniera irrevocabile le basi della produzione della ricchezza capitalistica, ecco che la cosa degenera in sinistra farsa. Tuttavia, i protagonisti non se ne rendono nemmeno contro, oppure riescono benissimo a fare finta di niente. Continuano ad interpretare instancabilmente lo stesso spettacolo, mentre la scena sotto i loro piedi appare essere sempre più decrepita. Il conflitto fra le loro visioni non rimane tuttavia senza conseguenze, poiché, anche se nessuno dei due piani è in grado di offrire un'uscita dalla crisi, nondimeno assegnano il loro carattere alla gestione di tale crisi, e quindi anche alle ripercussioni concrete che tali misure hanno sulla società.

In Germania, la politica di austerità gode tradizionalmente di un favore particolare. Si sente dire dappertutto che la società avrebbe «vissuto a spese dell'avvenire», e che nel presente si tratta di dover fare delle economie.

La «casalinga sveva» [n.d.t.: sarebbe un po' come la famosa "casalinga di Voghera"], che viene celebrata come l'incarnazione della serietà tradizionale, e che viene elevata al rango di «modello per l'economia nel mondo» (Angela Merkel, sul Frankfurter Allgemeine Zeitung del 14 gennaio 2009), ne costituisce la figura simbolica. Perfino il capo della la Deutsche Bank, Josef Ackermann, che non è stato mai sospettato di avere una simile inclinazione alla serietà, scopre le cause della crisi nella «mentalità che porta alcune parti della società ad indebitarsi», e proclama che «l'economia farebbe bene ad ispirarsi un po' di più alla "casalinga sveva"» (Tagesspiegel, 28 maggio 2010). Se effettivamente qualche voce si leva a sinistra dello spettro politico, contro la politica dell'austerità, lo fa solo per criticarne l'orientamento: vale a dire che l'economia, i risparmi, verrebbero fatti nei posti sbagliati, a danno della parte più debole della società; sarebbe del tutto ovvio che andrebbero fatte delle economie, ma dovrebbero essere fatte in maniera «equa».

L'immagine della «casalinga sveva» non colpisce solamente per la ragione che questa si limita al buon senso comune quotidiano ed applica all'economia il punto di vista domestico di una famiglia privata idealizzata: ma allo stesso tempo veicola anche l'idea secondo cui l'«economia di mercato» sarebbe soggetta al principio della «produzione di beni», ed il denaro per natura non rappresenterebbe nient'altro che un semplice ingegnoso mezzo per la mediazione delle transazioni. In questa concezione, il credito appare come una semplice variante del prestito di oggetti materiali nella vita quotidiana, come quando si dà una mano al vicino, al quale serve un sacco di patate. Questo diventa logico, nella misura in cui il denaro qui non compare solo come un semplice oggetto, ma come uno strumento che serve a completare lo scambio. Ma questo significa ignorare una differenza essenziale fra il prestito di un oggetto ed il credito. Il primo può essere descritto come una forma di redistribuzione della ricchezza materiale per una determinata durata: una persona A detiene per esempio un'eccedenza di patate, e ne presta un sacco ad una persona B, la quale per l'appunto soffre di una mancanza di nutrimento, che B promette di restituire ad A in un momento successivo. Considerato nella sua globalità, si tratta di un gioco a somma zero. Uno dà, e l'altro prende, ma la ricchezza materiale esistente rimane invariata. Colui che concede il prestito, rinuncia al consumo del bene in questione, mentre il beneficiario può per l'appunto goderne. Il fatto è che il beneficiario restituirà il bene più tardi, e a quel momento dovrà rinunciare al suo consumo, oppure dovrà lavorare più a lungo, al fine di produrre un'eccedenza, mentre colui che ha concesso il prestito potrà allora fare bisboccia, oppure potrà ridurre quella che è la sua produzione attuale. Ma nel caso che il debitore non possa rendere il bene, ad esempio perché il suo raccolto sarà sempre scarso, allora a farne le spese sarà il creditore. Avrà rinunciato al consumo, e non può più recuperarlo.

Tuttavia, la relazione di credito nella società capitalista segue una logica abbastanza diversa. Indubbiamente, ogni credito corrisponde sempre logicamente ad un debito di pari importo; non può essere altrimenti, dal momento che si tratta davvero di un rapporto di credito fra due persone o istituzioni. Ma l'analogia con i semplici prestiti e debiti finisce qui. E questo perché la relazione di credito non è esattamente un gioco a somma zero, e non è in alcun modo una redistribuzione della ricchezza esistente, ma è una forma di dominio sulla ricchezza astratta futura. Ne consegue che il creditore non rinuncia affatto al valore d'uso di questo denaro, che lui mette a disposizione di un altro per una determinata durata, ma che al contrario egli realizza, proprio nella relazione di credito, il valore d'uso del denaro in quanto capitale, applicando ad esso un tasso di interesse definito. Tuttavia, colui che sottoscrive un credito, il debitore, non deve rinunciare al valore d'uso del denaro preso in prestito, ma deve piuttosto utilizzarlo a suo piacimento come investimento di capitale, o per finanziare i suoi consumi. Attraverso il rapporto di credito, la somma di denaro è stata così duplicata. Essa esiste due volte: una volta nelle mani del debitore, come denaro, ed un'altra volta nelle mani del creditore, in quanto diritto garantito per iscritto su quella somma, in altre parole, come titolo di proprietà.

La differenza, rispetto al semplice fatto di prestare degli oggetti, non potrebbe essere più grande. A differenza di quanto pretende di sapere il «buon senso», l'atto di prestare del denaro non significa affatto che gli uni («i tedeschi») debbano rinunciare al consumo, nel momento in cui gli altri («i greci fannulloni») possono fare la bella vita, senza dover lavorare per questo. Esattamente al contrario, questa relazione di credito, così come numerose altre, è un atto di accrescimento di capitale, e pertanto è un momento essenziale della dinamica che ha permesso il proseguimento del processo di accumulazione dopo la fine del fordismo. Creditori e debitori ne hanno beneficiato allo stesso modo, anche se lo hanno fatto in maniera diversa. Senza il finanziamento a credito della congiuntura globale, negli ultimi decenni, la Germania, che vanta così tanto le sue capacità industriali, per esempio, avrebbe fatto fallimento. In tal senso, i pianti ed i lamenti per le preoccupazioni ed i risentimenti da parte di coloro che ora si sentono raggirati, come se si fossero privati di tonnellate di alimenti e di tante altre belle cose, in modo che gli altri si potessero riempire la pancia, sono del tutto ridicoli. Allo stesso tempo, questo atteggiamento è ideologicamente e politicamente pericoloso, in quanto personifica le origini della crisi e le situa nel comportamento dei presunti «parassiti della società», che per questo meritano di essere puniti.

Come sempre, la personificazione delle relazioni sociali feticistiche, che si nasconde dietro tutto questo, segue qui una logica binaria. Appare evidente al cittadino normale, il quale ritiene di lavorare onestamente e di pagare scrupolosamente le sue tasse, che i «parassiti» ed i «refrattari al lavoro», in Grecia e a Kreuzberg-Berlino, abbiano abusato della meravigliosa prosperità. Ma il cittadino normale fa fatica a spiegarsi il decollo dei mercati finanziari. Una simile lacuna viene colmata per mezzo della rappresentazione antisemita latente dei banchieri e degli avidi speculatori, i quali avrebbero perseguito senza scrupoli quelli che sono i loro profitti, ed avrebbero così asservito e sfruttato l'«economia». Le due proiezioni si completano a vicenda, e proprio per questo motivo sono intercambiabili; ragion per cui si litiga per sapere se, nella crisi greca, la colpa adesso debba essere assegnata «ai greci» o piuttosto, meglio, «alle banche», le quali avrebbero spinto il paese ad indebitarsi, per poterlo poi, in seguito, dissanguare. Mentre la prima posizione viene sostenuta piuttosto dai conservatori e dai liberali, principalmente al di fuori della Grecia, e si contrappone alla rabbia popolare nazionalista, eccitata com'è, specialmente in Germania, dai media; la seconda posizione corrisponde per lo più a quella della sinistra tradizionale, e di quello che ne rimane. I suoi sostenitori la espongono con convinzione, come se questo riuscisse a fare di loro dei pionieri dello spirito critico, quando in realtà non fanno altro che essere al servizio dello spirito del tempo, quello la cui voce viene amplificata in quegli stessi media, poiché questa sorta di «critica del capitalismo» fa parte già da molto tempo del mainstream. Infine, conviene non dimenticare quel «sottotitolo» che tende ad imputare una parte della colpa ad entrambe le parti. Così facendo, non si rifiuta per niente la personificazione: semplicemente, la si divide fra due, dimostrando in tal modo che le due imputazioni appartengono alla medesima falsa griglia di analisi. Tutto questo non può essere spezzato per mezzo di un compromesso fra due false percezioni, ma solo mettendole entrambe in discussione, in quanto tali.

In realtà, l'enorme indebitamento della Grecia, così come quello, in misura minore, di altri paesi, non può essere compreso per mezzo di categorie soggettive come quella della «colpa». In primo luogo, esso deriva semplicemente dalle disparità strutturali esistenti all'interno dell'unione monetaria, che hanno assoggettato la Grecia ad una concorrenza aggravata. In simili circostanze, l'indebitamento è stato l'unico mezzo per poter salvare la situazione. Ma queste disparità sono allo stesso tempo l'espressione della crisi strutturale fondamentale della produzione di valore, la quale ha portato al fatto che ormai su tutto il pianeta non rimane più alcun impianto industriale concorrenziale; in seno all'Unione Europea, è la Germani ad occupare in particolare questa posizione, ed è quella che proprio grazie alle sua capacità di produzione superiore domina fortemente l'economia europea; la Cina gioca il medesimo ruolo a livello mondiale. Questa struttura squilibrata dell'economia mondiale, come abbiamo già spiegato, non poteva (e non può) funzionare se non grazie al potere di acquisto necessario al consumo di quelle montagne di merce che sono state create sotto forma di capitale fittizio, così come attraverso il forte indebitamento, sia degli Stati che delle famiglie.

Visto sotto questa angolazione, l'indebitamento di alcuni paesi non rappresenta solo l'indispensabile complemento alle enormi eccedenze di esportazioni degli altri; ancora più fondamentalmente, si può affermare che tutte le parti interessate hanno contribuito al mantenimento della produzione della ricchezza globale, anche se la base del valore era già stata compromessa fin dagli anni '80. Senza saperlo, sono state le protagoniste di una gigantesca operazione di aspirazione di valore fittizio futuro, che non aveva altro che un unico fine: allontanare il momento del crollo dell'accumulazione di capitale, e della produzione di ricchezza ad esso legato. Niente perciò è più grottesco dell'idea secondo la quale l'industria del debito avrebbe potuto essere bloccata su un fronte ampio. Se i commissari tedeschi per il risparmio dell'Unione Europea, o i rappresentanti del movimento dei «Tea Party» negli Stati Uniti, avessero veramente avuto l'intenzione di applicare alla lettera i loro precetti, alla fine di ridurre l'indebitamento degli Stati, avremmo assistito al collasso dell'enorme impalcatura del capitale fittizio, che è stata eretta da più di trent'anni. Non è il ritorno ad una «sana economia di mercato», comunque chimerica, quello che verrebbe rimesso quindi all'ordine del giorno, ma la contrazione violenta della produzione di ricchezza, la quale si vedrebbe ridotta all'esile livello di quella che è la produzione reale del valore che il livello della potenza produttiva rende ancora possibile, ed insieme ad essa, l'istituzione di un'amministrazione di emergenza autoritaria.

In confronto a tutto questo, nel contesto della logica di crisi capitalistica, il perseguimento della politica del «denaro a buon mercato» e dell'indebitamento dello Stato appare essere a prima vista relativamente razionale; perché è l'aspirazione al valore futuro quella che per trent'anni ha permesso di continuare la produzione di ricchezza astratta, nonostante il fatto che la produzione di valore fosse in calo da molto tempo. Ma questo modo di posticipare la crisi ha finito per andare a sbattere contro i propri limiti, poiché la quantità di nuovo capitale fittizio necessario non ha smesso di crescere , e la dinamica propria all'industria finanziaria non è mai veramente riuscita a rimettersi in sella dopo il crack del 2008. Inoltre, la politica monetaria e fiscale espansiva non esclude in alcun modo delle severe misure economiche di riduzione di costi nei confronti dei sistemi sociali e dell'infrastruttura pubblica. In generale, le due cose vanno di pari passo; perché quando si tratta di rilanciare l'accumulazione di capitale, ogni altra considerazione viene spazzata via come «non pertinente per il sistema». Le somme risparmiate attraverso queste misure di austerità rimangono poca cosa, se paragonate ai giganteschi debiti accumulati, solamente negli ultimi tre anni, per salvare il sistema finanziario dalla bancarotta. Quel che conta, è «mostrare la via». Si vuole dimostrare che esiste una «volontà» di fare economia, e che si è pronti ad imporla contro eventuali opposizioni schierate dalla parte della popolazione, al fine di riguadagnare la fiducia dei «mercati finanziari», e poter così prendere nuovamente in prestito del denaro. È con la vaga speranza di spingere indietro ancora una volta, per qualche anno, le forze di distruzione della crisi, che sono state sacrificate tutte le ricchezze materiali che non sono direttamente utili per il sistema. Evidentemente, si vede che il keynesismo di crisi non mette affatto in discussione i vincoli feticistici della produzione di ricchezza astratta, e che al contrario rimane sottomesso, non diversamente dalla «casalinga sveva».

Ma se l'aspirazione al valore futuro richiede sempre più sforzi e sacrifici, al fine di mantenere a galla la produzione sociale della ricchezza, va posta una domanda molto semplice: perché questa produzione non viene svolta al di fuori della logica della valorizzazione, anziché continuare a farla dipendere dal successo dell'accumulazione di capitale? L'estremo distendersi del legame esistente fra la produzione di ricchezza materiale e l'accumulazione di ricchezza astratta, attraverso l'anticipazione del valore futuro, ci mostra che il potenziale di produttività generato dal capitalismo ha già largamente superato il fine in sé limitato della produzione per la produzione. Non è «la società» ad aver vissuto «al di sopra dei suoi mezzi», ma è il capitalismo che si è sviluppato al di sotto dei rapporti sociali che aveva costituito, e che hanno creato un potenziale di ricchezza che non è più compatibile con la sua logica limitata del fine in sé.

Se ci si ostina a legare questo potenziale di ricchezza alla forma della ricchezza astratta, sarà inevitabile una nuova scalata del processo di crisi, con tutte le sue disastrose conseguenze per la società. Se invece si riuscisse a strapparlo a questa forma feticistica, potrebbe essere messo al servizio della soddisfazione dei bisogni concreti della società. Ciò richiederebbe in maniera imperativa, evidentemente, il superamento della produzione di merci e dell'economia monetaria. Perché la produzione sviluppata di merci è sempre già produzione capitalistica di merci, e in quanto tale è governata dal fine in sé della valorizzazione. Una «produzione semplice di merci», come sistema sociale di scambio generale, nel quale il denaro non sarebbe un mezzo di pagamento e di scambio e «servirebbe la società», esiste solamente nelle pagine introduttive ai manuali di economia, così come nei fantasmi della comune immaginazione borghese. È questa la ragione per cui ogni tentativo di «riformare» il denaro, ad esempio abolendo gli interessi, non solo è regressivo, in quanto celebra l'«economia di mercato» situando nella sfera finanziaria la fonte dei mali del capitalismo, ma è inoltre destinato a fallire nella pratica. Dei buoni regionali di scambio, possono funzionare per un certo tempo come moneta parallela, oppure, nel caso di una situazione di crisi estrema, come è accaduto in Argentina alla fine del 2001, possono assumere la funzione di una moneta sostitutiva, cosa che ricorda il ruolo avuto dalle sigarette sul mercato nero durante il dopoguerra; ma non appena escono da questa nicchia, si trasformano in del denaro del tutto normale, che non è affatto un mezzo, bensì un fine in sé della produzione.

L'altra opzione non può evidentemente essere un'economia diretta, come nel «socialismo reale», la quale è felicemente finita nella pattumiera della storia. Essa non solo è stata autoritaria e repressiva, ma inoltre non ha mai veramente costituito una reale alternativa al capitalismo. Perché l'«economia pianificata» continua a fare riferimento alle categorie della ricchezza astratta, alle merci, al valore ed al lavoro astratto, che non devono essere superate, devono semplicemente essere pilotate dallo Stato. Il grandioso fallimento di questo tentativo dimostra una cosa soltanto, ossia che il capitalismo e l'economia di mercato sono in fin dei conti fatti l'uno per l'altra, e che allo Stato, nei suoi tentativi di regolare, vengono fissati degli stretti limiti. La soluzione non risiede né nell'economia di mercato né nell'economia diretta. Sarebbe piuttosto necessario sviluppare delle forme e dei metodi di auto-organizzazione e di auto-amministrazione della società, che facciano direttamente riferimento alla produzione della ricchezza materiale, anziché accettare eternamente come presupposto implicito quella che è la logica capitalista del fine in sé, ed i suoi vincoli.

Per una tale opzione non esiste alcun piano regolatore. Può essere sviluppato solamente da dei movimenti di emancipazione sociale, che assumeranno la forma di un'opposizione alla gestione della crisi. Quello che evidentemente sarà determinante, è sapere come si definirà tale opposizione, e quali prospettive formulerà. Malgrado tutti i loro sforzi di presentarsi come un'opzione radicale, i movimenti di protesta attuali non sono granché altro se non l'ala chiassosa del mainstream. Ciò che domina, è la personificazione dell'origine della crisi, una celebrazione del «popolo» (il «99%»), come se quest'ultimo rimanesse al di fuori della logica capitalista, ed un fissarsi sulla redistribuzione della ricchezza monetaria. Ma radicale, potrebbe essere solo una critica, espressa dal punto di vista della ricchezza materiale, del preteso «obbligo a fare economia», a risparmiare. Il vero scandalo non consiste nella concentrazione dei mezzi monetari nelle mani di alcuni - per quanto disgustoso questo sia -, ma il fatto che una società che ha sviluppato, come non era mai accaduto prima, simili potenzialità di ricchezza, corre verso la loro perdita, anziché metterle al servizio della soddisfazione dei bisogni concreti. All'argomento secondo il quale si «dovrebbero» fare delle economie, bisogna obiettare che un simile «imperativo» si fonda unicamente sulla logica della produzione di ricchezza astratta. Il vincolo per cui ogni ricchezza materiale dovrebbe sempre passare attraverso la cruna dell'ago della forma merce e della valorizzazione del capitale, è sempre stato insensato. Ma il fatto di rimanere legati a quest'obbligo, mentre il lavoro produttore di valore è arrivato alla fine della sua corsa, e quindi si polverizza la base della valorizzazione del capitale, porta ad un programma di soppressione massiccia delle risorse sociali, e diventa il motore di una gigantesca spinta all'impoverimento. Mentre la gestione della crisi insegue la Fata Morgana di un capitalismo sano, essa distrugge progressivamente le basi della produzione sociale.

Di fronte a tutto questo, bisogna affrontare con fermezza la questione della «sostenibilità finanziaria». La costruzione di alloggi, il funzionamento degli ospedali, la produzione alimentare o la manutenzione della rete ferroviaria non devono dipendere dalla questione di sapere se il «potere di acquisto» necessario sia disponibile. Il criterio relativo a questo soggetto non può essere altro che la soddisfazione dei bisogni concreti. È proprio questo il punto focale per la formazione di nuovi movimenti sociali di emancipazione contro la logica delirante della gestione della crisi. Se devono essere soppresse delle risorse, perché «mancano i soldi», bisogna appropriarsene, trasformarle e sfruttarle consapevolmente in aperta ostilità contro la logica feticistica della moderna produzione di merce. Il mito liberale fondatore, secondo il quale il modo di produzione capitalistico garantirebbe «la più grande felicità del maggior numero» (Jeremy Bentham), è sempre stato crudelmente ironico, quando si pensa agli immensi sacrifici che ha richiesto; nelle circostanze della crisi fondamentale che conosciamo, sconfina nel puro cinismo. Una buona vita per tutti può esistere solo al di là della forma della ricchezza astratta. Non abbiamo altro che un'unica opzione di fronte alla svalorizzazione catastrofica del capitale: la svalorizzazione emancipatrice della produzione sociale di ricchezza.


Da "La Grande Svalorizzazione: Perché la speculazione e il debito dello Stato non sono le cause della crisi ". (Post-éditions, 2014, p. 325-334.)

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme
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