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Lo Stato Italiano molla il Mezzogiorno

di Biagio Borretti e Italo Nobile

PrimailnordIl 15 febbraio – a Roma – in occasione della probabile approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri, del Decreto sull’Autonomia Differenziata, è stato convocato un presidio di lotta a Montecitorio per protestare contro questo dispositivo normativo che accentuerà gli squilibri territoriali del nostro paese, aumenterà il divario Nord/Sud, le disuguaglianze sociali ed il complesso degli strumenti deregolamentazione dell’unità politica e materiale dei settori popolari.

Si pone, quindi, di nuovo, la necessità di una ripresa della discussione su una nuova “Questione/Contraddizione Meridionale/Mediterranea” che sappia descrivere le attuali dinamiche del corso della crisi e delle conseguenti trasformazioni che stanno configurando la nuova mappa del comando economico e sociale del paese dentro le convulsioni che l’Azienda/Italia vive nel gorgo della competizione internazionale.

Ripubblichiamo – per favorire il dibattito dei compagni e degli attivisti – una scheda, redatta da Biagio Borretti ed Italo Nobile, su un libro che ha segnato la qualità del dibattito sul Sud e sulle trasformazioni della forma/stato nel Mezzogiorno d’Italia.

Nei prossimi giorni daremo conto di altri contributi che stanno giungendo al nostro sito[La redazione del sito della Rete dei Comunisti].

* * * *

Il lavoro di Ferrari Bravo, di cui di seguito si offre una scheda sintetica, è per molti versi superato dalle modifiche profonde che si sono susseguite sul piano materiale, della formazione economico-sociale negli ultimi decenni e, di conseguenza, anche nel campo del politico. L’analisi della forma-stato, di una particolare forma-stato, storicamente e socialmente determinata, risulta oggi, a tratti, addirittura “incomprensibile”, tali sono stati i cambiamenti, anche sul piano istituzionale.

L’importanza del lavoro di studio dell’Autore risiede, tuttavia, non soltanto nel metodo applicato, nella profondità e densità dell’analisi, nelle indicazioni puntuali su un preciso arco storico e sulle principali determinanti della dinamica “unitaria” che lega lo sviluppo ed il sottosviluppo dell’economia settentrionale e meridionale, ma anche sulla capacità di restituirci l’attualità di una teoria ed analisi integrata della complessità di fenomeni di sviluppo e sottosviluppo, visti non come poli contrapposti e frizionanti, ma addirittura come complementari, l’uno (il sottosviluppo) servente l’altro.

Un’analisi, quella dell’Autore, che peraltro fornisce anche spunti interessanti per “immunizzarci” da letture troppo semplicistiche, di recente ritorno in voga, sulla natura esclusivamente neocolonialistica dell’unificazione italiana, letta solo nell’ottica di un continuo saccheggio del Sud ad opera del Nord.

StatoesottosviluppoL’A. sin da subito si pone il seguente quesito: quale incidenza hanno avuto le politiche di intervento statale degli anni ’50 sulla trasformazione del Mezzogiorno? L’obiettivo è dimostrare l’esistenza di un nesso strumentale tra politica di intervento statale nel Mezzogiorno e politica di programmazione degli anni ’50, in un processo in cui, da un lato vi è un’indubbia crescita di numerosi indici economici, ma dall’altro un aumento anche del divario con il Nord.

Il Mezzogiorno è posto in una relazione di “integrazione subordinata”, sussunto nel dominio capitalistico ed il rapporto Nord-Sud (sviluppo/sottosviluppo), da esterno, diventa interno allo sviluppo.

Il Meridione, quindi, smette di essere omogeneo (nella sua arretratezza) per internalizzare il dualismo tra aree sviluppate e sottosviluppate: tale processo di sviluppo è imputabile all’intervento dello Stato nelle forme dello stato-piano (determinazione di un progetto generale di sviluppo; costruzione e gestione del processo). La pianificazione ed il sottosviluppo diventano complementari.

Nell’ideologia dell’interventismo statale il piano presuppone il sottosviluppo ed ha il fine di perseguire lo sviluppo, cosicché si rende superfluo una volta raggiunto l’obiettivo. La novità delle politiche di intervento degli anni ’50 è che esse presuppongono la convivenza del sottosviluppo con lo sviluppo.

L’Autore fornisce una definizione politica di sviluppo, sottosviluppo e piano che differisce da quelle classiche, sia borghesi che marxiste: «definiamo… lo sviluppo come nient’altro che un processo di conquista e ridefinizione continue di un rapporto di forza politico tra le classi, il piano come forma necessaria di questo processo a certi livelli di maturità della produzione capitalistica e, d’altra parte, il sottosviluppo, l’arretratezza bensì “disgregazione”, ma come disgregazione delle stesse possibilità materiali di un attacco politico proletario al rapporto di classe fondamentale».

Il sottosviluppo è la funzione politica e materiale dello sviluppo (del potere capitalistico sull’intera società).

Il Mezzogiorno negli anni ’50 è una risorsa decisiva dello sviluppo grazie alla sua sovrabbondanza di forza-lavoro proveniente dall’agricoltura. I due grandi obiettivi delle politiche di questo periodo sono, difatti, i seguenti: 1) perequazione reddituale tra Nord e Sud (obiettivo definito dai più “maggiore”); 2) produzione di un processo di sviluppo autonomo e autopropulsivo (obiettivo “minore”), con un massiccio ricorso alla industrializzazione del Sud, ma politicamente impossibile nella misura in cui il modello di sviluppo del Nord presuppone abbondanza di forza-lavoro del Sud.

Tuttavia, anche il primo obiettivo non poteva essere perseguito oltre alcuni livelli, sia per l’impossibilità finanziaria (enorme sostegno al reddito meridionale/stagnazione), ma soprattutto perché avrebbe inciso sul serbatoio di riserva di forza-lavoro.

Le politiche di intervento degli anni ’50 sono una risposta alla accesa conflittualità del Mezzogiorno nel dopoguerra (quando si costituisce anche la prima grande organizzazione di massa). Esse si muovono su queste direttive: i) “stralcio” della riforma agraria; ii) Cassa del Mezzogiorno.

La riforma agraria e la Cassa operano nel senso di aumentare la produttività del settore agricolo e sradicare da esso molta forza-lavoro a produttività nulla (c.d. “disoccupazione occulta”) ed inserirla – mobilizzandola – in settori a produttività superiore.

La novità è che ora le migrazioni dal Sud sono “governate” dallo Stato. La Cassa assume i connotati dello strumento di controllo indiretto delle migrazioni da settori a bassa produttività a settori ad alta produttività (un “volano” per questi movimenti).

L’obiettivo perseguito è un difficile equilibrio: sostenere la domanda industriale al Nord ed il reddito al Sud, incentivando lo sviluppo meridionale e la funzione del Sud di riserva di forza-lavoro.

I movimenti migratori dal Sud rappresentano il nesso materiale tra sviluppo (politicamente) equilibrato del Mezzogiorno e sviluppo squilibrato complessivo del sistema negli anni ’50.

Lo sviluppo complessivo lo si ottiene, dunque, mediante la separazione delle due grandi aree: 1) area di sviluppo (Nord), ove lo stato assume – almeno apparentemente – le forme di quello liberista;

2) area di non sviluppo (Sud), ove prevale lo stato interventore, il modello keynesiano, con una funzione complementare e non alternativa all’area dominante.

Tali interventi sono caratterizzati dall’eccezionalità degli strumenti e dalla globalità dell’intervento, quali effetti delle lotte meridionali che impongono una risposta “centralizzata”

L’intervento statale è di natura “programmatoria” e qualificato dalla seguenti caratteristiche:

1)straordinarietà: non emerge solo in riferimento all’aspetto finanziario ma soprattutto in rif. alle procedure decisionali, gestionali e di erogazione. Alcune caratteristiche di tali procedure sono l’intersettorialità in luogo delle rigide divisioni di competenza dei singoli Ministeri e l’abbandono della annualità di bilancio. Tuttavia, la straordinarietà dell’impegno finanziario statale, aggiuntivo rispetto a quello ordinario, col tempo finirà per essere meramente sostitutivo di quest’ultimo;

2) strumento di “governo”: il Comitato dei Ministri è al contempo organo di governo e pianificatore; il governo opera tramite il piano (entro cui opera la Cassa, con una sua relativa autonomia).

Tale modello di intervento straordinario diviene punto di riferimento per un’ipotesi di riforma ed informa l’operatività dello Stato nel Mezzogiorno in una prospettiva ordinaria.

Il “secondo ciclo” dell’intervento dello Stato nel Sud si caratterizza per i tentativi di pianificazione industriale in questa area, con i relativi suoi fallimenti.

Si pensi al progetto di piano c.d. “Schema Vanoni”, con i suoi limiti interni ed esterni e la sua intempestività (arriva troppo in ritardo, quando era stata già assegnata una particolare destinazione d’uso al Sud – governo della forza-lavoro eccedente e a produttività zero; ed al contempo troppo in anticipo rispetto agli effetti “negativi” prodotti dalle politiche degli anni ’50: tendenza della forza-lavoro a raggiungere l’area della piena occupazione).

Sia le politiche degli anni ’50 che lo Schema Vanoni condividono la stessa idea del ruolo che lo Stato deve assumere in questo processo: stimolo non ai settori trainanti dello sviluppo (riservati ai privati) ma a quelli capaci di promuovere indirettamente un aumento generali del reddito (miglioramento fondiario; imprese di pubblica utilità – lavori pubblici). Non un intervento diretto come capitale produttivo ma un ruolo integrativo.

Dallo Schema Vanoni in poi, e soprattutto dall’ampio dibattito che il suo fallimento genererà, comincia a cambiare l’idea di intervento statale nel Mezzogiorno: si comincia a puntare sull’intervento intensivo, sulle grandi imprese pubbliche, sull’industrializzazione diretta (in presenza dell’”inerzia dei privati”).

Tale soluzione è anche la risposta alla concorrenza internazionale (nel 1958 nasce il M.C.E.): puntare sull’investimento intensivo (labour-saving) per affrontare la concorrenza, ma tale scelta implica necessariamente l’accettazione, almeno nel breve periodo, di una quota di persistente disoccupazione determinata dall’investimento in capitale fisso (per cui le ragioni dello sviluppo – del reddito del Sud – e quelle dell’occupazione, che prima erano coniugate, ora si dissociano).

Dalla “Legge Pastore” in poi l’impresa pubblica (di Stato) assume centralità nella politica di intervento nel Mezzogiorno: l’impresa di Stato ambisce ora ad una posizione di avanguardia, egemonica ed autonoma rispetto a quella privata.

I punti essenziali di questo processo sono: 1) impresa pubblica/statale; 2) poli di sviluppo e consorzi; 3) coordinamento tra sviluppo e sottosviluppo su un piano generale.

L’impresa di Stato si articola nei cosiddetti “poli di sviluppo”: obiettivo politico è quello di immettere nel Mezzogiorno dei “poli di sviluppo” controllabili (anche politicamente). I Consorzi, che opereranno nelle zone industriali, fungeranno anche da sedi di gestione politico-tecnica e mediazione tra il livello nazionale e quello locale, nonché da sedi di formazione di un nuovo tipo di personale politico. L’industrializzazione assume una forma pubblica, direttamente statale.

Il secondo ciclo di intervento statale (avviato nel ’57-‘58) coincide con un nuovo ciclo di lotte operaie (’59). La concorrenza internazionale stimola l’economia italiana export-oriented, determina un aumento dell’occupazione e la riduzione sensibile dell’esercito salariale di riserva (sebbene si tratti di un’abolizione provvisoria “relativa”, poiché la domanda di lavoro specializzato non è soddisfatta dell’offerta). Ciò comporta una rigidità del salario, che diviene di nuovo arma in mano agli operai. Si aprono le prospettive delle politiche dei redditi, proposte in particolare dai meridionalisti come soluzione al problema del Sud quale “problema nazionale”.

In questo clima va letta la Nota aggiuntiva La Malfa (’62): non è il Sud a servire come grande mercato interno di forza-lavoro, ma è lo sviluppo che “serve” per fuoriuscire dalla depressione meridionale (è evidente l’inversione dell’ordine dei presupposti e degli obiettivi). Il rilancio dello sviluppo e dell’accumulazione si ottiene, secondo La Malfa, con il mantenimento dell’equilibrio tra consumi e investimenti (quindi controllo dei salari).

Per la prima volta il nesso tra Mezzogiorno e pianificazione assurge ad un piano politico generale, tanto da innescare anche un grosso dibattito sull’esigenza di uno strumento centrale di pianificazione e sulla relativa riforma dello Stato.

Il Primo Piano quinquennale di sviluppo (’65) è il risultato del compromesso con le politiche speciali per il Sud: esso prevede una vera e propria figura pianificatoria; piano pluriennale; poteri di coordinamento interministeriale conferiti al Ministro; fornisce i primi elementi di quello che poi sarà il CIPE.

Si poteva già allora parlare di sconfitta della programmazione? L’Autore sosteneva che il blocco della programmazione andasse imputato alla irriducibilità dei movimenti di classe ad esso (che peraltro, sulla questione salariale, trovavano la loro unità su scala nazionale).


L. Ferrari Bravo, “Forma dello Stato e sottosviluppo”, in Luciano Ferrari Bravo, Alessandro Serafini, Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano, Milano, Feltrinelli, 1972
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