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Per una inversione delle politiche economiche

di Riccardo Achilli

L'ossessione per il debito

Le politiche economiche attuali sono ossessionate dal moloch del debito, e risultano totalmente dominate da tale ossessione. La verità è però che la teoria liberista secondo cui non ci deve essere debito oltre una certa percentuale del PIL, base stessa della concezione monetarista dell'euro, non ha niente di tecnico, è solo ideologia.

Già Marx ci segnala chiaramente che il debito è il modo normale con cui funziona un'economia capitalista. Il debito è addirittura un fattore fondamentale per la nascita di un'economia capitalista: nel suo capitolo sull'accumulazione originaria nel Libro I del Capitale, Marx dice infatti che

“Il debito pubblico (...) imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita (...) Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario”.

 

Ma non basta. Come Marx spiega nel libro III, il debito è fondamentale per potenziare fino al massimo delle sue capacità il processo di accumulazione del capitale, perché consente di accentrare piccole riserve di capitale monetario, di per sé troppo piccole per essere utilizzabili, associandole al risparmio privato, per creare masse di capitale in grado di accelerare l'investimento e l'accumulazione di nuovo capitale, creando nuova moneta bancaria tramite il meccanismo del moltiplicatore dei depositi (“Con lo sviluppo del capitale produttivo di interesse e del sistema creditizio  ogni capitale sembra raddoppiarsi e in alcuni casi triplicarsi a causa dei diversi modi in cui lo stesso capitale o anche soltanto lo stesso titolo di credito appare in forme diverse in mani diverse. La maggior parte di questo “capitale monetario” è puramente fittizio. Ad eccezione del fondo di riserva, tutti i depositi non sono altro che crediti sul banchiere, che non si trovano però mai in deposito. In quanto essi servono alle transazioni di compensazione, hanno la funzione di capitale per i banchieri, dopo che questi li hanno dati in prestito. I banchieri si pagano reciprocamente i rispettivi assegni su depositi che non esistono, mediante cancellazione reciproca di questi crediti ... Nel sistema creditizio ... tutto si raddoppia e si triplica”). 

Quindi, se capitalismo e debito sono inscindibili fra loro, chi sostiene una guerra santa contro il debito, fatta di austerità, in realtà sostiene una posizione ideologica, in cui il debito non c'entra niente, e che è fatta per perseguire altri scopi. Non siamo noi i rivoluzionari: è lui. Il che ovviamente non significa che si debba spendere senza controllo, accumulando disavanzi e quindi debito sulla base di sprechi, o di spesa clientelistica o consociativa, come ha fatto il malinteso keynesismo dell'Italia degli anni buoni, giustamente deprecato da Marcello De Cecco.


Un saldo primario difficilmente migliorabile

In virtù di quanto sopra, già nel 2010 era illogico porsi obiettivi di contenimento del debito pubblico, essendo casomai necessario preoccuparsi del disavanzo primario (cioè della differenza fra spese ed entrate dello Stato al netto del pagamento degli interessi sul debito) oggettivamente fuori controllo, e indicativo di una spesa corrente non controllata in modo razionale ed alimentata da sprechi e inefficienze tipiche del Belpaese (nel 2009, in corrispondenza con il calo del PIL di quell'anno, il disavanzo primario arriva allo 0,8% del PIL, evidenziando una struttura delle finanze pubbliche fragile, esposta agli effetti del ciclo, in ragione di sprechi di spesa pubblica e di una anormale estensione dell'area dell'evasione/elusione fiscale e contributiva, il che rappresenta un problema anche in una ottica keynesiana, perché in fase recessiva un simile assetto non genera gli spazi per utilizzare in chiave anticiclica il bilancio, impedendo le politiche di stop and go).

Nel 2013, poi, preoccuparsi del debito è addirittura demenziale, e rivela come le politiche della Trojka siano orientate verso obiettivi politici di ristrutturazione delle nostre società in senso liberista, e non verso ragionevoli obiettivi tecnici. Nel 2012, infatti, l'Italia ha raggiunto un avanzo primario, in percentuale del PIL, che è il più alto dal 2008 in poi (2,5%) e per il 2013 le previsioni parlano di un 2,9% del PIL, fino al 3,7% nel 2014, il valore relativo più alto dell'avanzo primario dal 2000 ad oggi. In termini assoluti, considerando il saldo primario di bilancio valutato a prezzi 2000, nel 2014 saremo al quinto anno consecutivo di saldo positivo e crescente, con un valore che sarà tornato al picco pre-crisi del 2007. 
 
 
Andamento del saldo primario italiano in termini reali 
 
Fonte: elaborazioni su dati Istat

Parlare ancora di tagli al funzionamento della P.A., cioè di ulteriore spending review, significa ignorare che la spesa pubblica corrente di funzionamento (la spesa per stipendi dei funzionari della P.A e per consumi intermedi per il funzionamento del settore pubblico) nel 2014, scenderà al 18% del PIL, dal picco del 19,8% registrato nel 2010, e le innumerevoli regole automatiche già previste dalla spending review del 2012 (inasprimento del blocco del turnover, riduzione progressiva di numerose spese per acquisti intermedi e passaggio automatico alle centrali uniche di acquisto) comporteranno, se non modificate, effetti discendenti anche per gli anni successivi. Di fatto, nel 2014 la spesa corrente di funzionamento della P.A., in termini reali, tornerà ai livelli del 2004, cioè di 10 anni prima! Si tratterà del più importante e prolungato processo di riduzione della spesa corrente di funzionamento della P.A. come minimo degli ultimi 35 anni, da quando cioè esistono serie storiche comparabili.

 
Andamento della spesa corrente di funzionamento in termini reali
 
Fonte: elaborazioni su dati Istat

È quindi evidente che un ulteriore miglioramento del già ingente avanzo primario non potrà essere ottenuto tramite la spesa corrente di funzionamento, da cui è stato spremuto quasi tutto ciò che era possibile spremere, se non, ovviamente, smantellando integralmente interi livelli di governo (ad es. le province) o interi comparti di attività della P.A. (ad es. privatizzando settori del welfare pubblico) e modificando la normativa ed i contratti collettivi sul pubblico impiego in modo da licenziare contingenti di dipendenti pubblici analoghi a ciò che si sta facendo in Grecia, e/o riducendo  salari e prestazioni sociali. Cioè al prezzo di una guerra sociale.

E' altresì evidente che non è possibile toccare la spesa pubblica per prestazioni previdenziali. Con la riforma del 2010 e quella del 2011, infatti, la spesa pensionistica italiana, che veleggia di poco sopra il 16% del PIL (valore inferiore a quello di Germania, Francia, Olanda e Svezia, quindi un valore povero, se confrontato con il resto d'Europa) secondo le previsioni della RGS aggiornate al 2013, già dal 2015 dovrebbe iniziare a scendere, fino a toccare un punto di minimo nel 2027, attorno al 15,1-15,2% del PIL. Un calo di un punto di spesa rispetto al PIL, mentre la popolazione con 65 anni e oltre crescerà, sullo stesso periodo, di quasi il 22%,  portando quindi a pensioni medie future di livello miserrimo, tali da non poter più essere toccate ulteriormente senza scatenare una rivoluzione.
Naturalmente, non è nemmeno possibile toccare ulteriormente la spesa in conto capitale, già scesa su livelli a dire poco squallidi (pari ad una previsione del 2,9% del PIL nel 2014, a fronte del 4,4% registrato nel 2009). A meno di non rinunciare definitivamente a qualsiasi speranza di ripresa della crescita.

Anche sul versante delle entrate, non sembrano esservi grossi margini. E' vero che l'area dell'evasione di imposta è vicina al 20% del PIL, per un mancato incasso pari a circa 310-340 miliardi all'anno. Tuttavia, nonostante la feroce stretta impressa dal Governo Monti, nel 2012 sono stati accertati 41 miliardi, ovvero poco più del 10% dell'evasione totale. L'esperienza dice poi che, fra somma accertata e somma effettivamente riscossa, vi è una caduta dell'80% circa, per cui, nonostante la feroce stretta sull'evasione fiscale, si recuperano spiccioli (10-13 miliardi all'anno circa). Margini di ulteriore incremento di tale somma possono passare per il tramite di accordi internazionali che riducano l'operatività dei paradisi fiscali, ma la stretta sui capitali illecitamente portati all'estero, che sembra, dalle parole di Letta, l'ultima frontiera della battaglia del governo sul fronte dell'evasione, non può che portare a risultati molto aleatori e piuttosto differiti nel tempo. Ed inoltre, anche un eventuale incremento del recupero di evasione dovrebbe essere portato, almeno in parte, a riduzione della pressione fiscale, che oramai giunta al 44% apparente ed a circa il 54% reale, ha raggiunto livelli assolutamente insostenibili, soprattutto per un tessuto di imprese soffocato da una crisi economica di dimensioni incredibili.

E' chiaro quindi che non ci sono spazi, né sul versante della spesa né su quello delle entrate, per migliorare ulteriormente il saldo primario, che tutt'al più potrà migliorare molto lievemente e progressivamente, rispetto ai livelli attuali, solo in ragione di effetti di inerzia di provvedimenti di blocco automatico delle spese o di incremento delle entrate, o grazie alla piccola ripresa che sembra profilarsi per fine 2013/2014.

L'unico modo per  dare uno scossone significativo all'avanzo primario senza creare scenari greci di smantellamento di interi comparti della P.A.o di rivolte sociali, atteso che l'attuale premier intende puntare su un autunno che sia socialmente il meno caldo possibile, come ha dichiarato di recente, è quello della dismissione di asset immobiliari e mobiliari in mano allo Stato: la vendita di immobili o beni demaniali e di quote azionarie in aziende partecipate dallo Stato. Anche qui, però, c'è un “ma”. Il DEF prevede già introiti per dismissioni pari a 1,5 miliardi all'anno circa. Per avere un impatto significativo sul saldo primario tale cifra dovrebbe essere quantomeno moltiplicata per dieci. E come dovrebbe fare il tesoro per rimediare 10-15 miliardi all'anno di introiti da dismissioni? Premesso che il demanio storico ed artistico e naturale è da considerarsi inalienabile, altrimenti andrei a incatenarmi davanti a viale XX Settembre, e non sarei il solo, e premesso che il patrimonio immobiliare dello Stato è ben difficile da piazzare, atteso che, secondo Nomisma, il mercato immobiliare ha già perso il 20% del prezzo medio delle abitazioni nel periodo 2008-2013, ed una massiccia immissione sul mercato di abitazioni di proprietà dello Stato rischierebbe di dare il colpo di grazie finale ad un mercato che agonizza per eccesso di offerta. Non resterebbero che le privatizzazioni. Ma incassare 10 miliardi all'anno con le privatizzazioni significherebbe privarsi, nel giro di tre-quattro anni, di tutta la quota statale nell'ENEL ed in Finmeccanica, di tutto il capitale di Poste Italiane, e scendere sotto la quota di controllo in ENI, oltre che cedere un bel pacchetto di azioni di Trenitalia. Peraltro, se l'operazione fosse fatta a riduzione diretta del debito pubblico, non vi sarebbero effetti sul saldo primario. E ci si ritroverebbe ad aver perso il controllo strategico di imprese di interesse nazionale, senza aver prodotto effetti significativi neanche sul debito, atteso che un aumento di pochi punti dello spread azzererebbe l'effetto degli incassi da privatizzazione, posto che 10 miliardi di incasso per qualche anno non sarebbero niente, di fronte a un servizio del debito che oggi costa 95 miliardi e che nel 2015, secondo le proiezioni ufficiali della Rgs, arriverà a 100 miliardi. Basti ricordare che, secondo le stime Bankitalia, ogni aumento di un punto dello spread genera un incremento di spesa per interessi sul debito pari a 19 miliardi in tre anni, ceteris paribus. Senza contare poi che l'ulteriore privatizzazione di energia elettrica e trasporti ferroviari richiede, pena l'impossibilità di trovare un compratore interessato, una operazione preliminare di neutralizzazione del potenziale effetto monopolistico del gestore della rete, che rallenterà le procedure di vendita. Il sospetto evidente è che il piano di privatizzazioni serva soltanto per accontentare l'appetito vorace di qualche potentato internazionale, affamato di bocconi imprenditoriali pregiati del nostro Paese, cui il Governo italiano si piega.

 

Che fare

Riassumendo: non c'è modo di incidere sul saldo primario, né agendo sulle uscite o le entrate correnti, né agendo sugli introiti da  dismissioni. Ovviamente gli interessi sul debito pubblico dipendono dai comportamenti dei mercati, e non sono influenzabili dal nostro Governo. Formalmente, infatti, abbiamo la seguente relazione:

Dt = Dt-1(1+i) + Spt

Ovvero: il debito pubblico D al tempo t dipende dal suo valore al tempo precedente, incrementato del servizio sul debito al tasso di interesse i e del deficit di bilancio primario (spese – entrate al netto degli interessi).

Dividendo entrambi i membri dell'equazione per il PIL Yt, il cui tasso di variazione fra t-1 e t è (1+n), e dividendo numeratore e denominatore dell'espressione Dt-1/Yt al secondo membro per Yt-1, otteniamo:

dt = dt-1 (1+i)/(1+n) + spt

dove dt è il rapporto debito/PIL al tempo t, e spt è il rapporto saldo primario/PIL.

Quindi, assumendo esogeno spt, perché, per le ragioni sopra espresse, non c'è niente di significativo che l'attuale Governo possa fare per migliorarlo, e considerando il tasso di interesse “i” fissato dal mercato finanziario, l'unico modo per ridurre il rapporto fra debito pubblico e PIL è incrementare n, cioè fare politiche che alimentino la crescita economica, anche se tali politiche inducono, inizialmente, maggior debito, perché consistenti in iniezioni di nuove risorse a supporto della domanda aggregata, senza copertura.
Allora è chiaro che è del tutto illusorio pensare di promuovere la ripresa con l'attuale direzione di politica economica, impressa dal Governo attuale, e basata su piccole concessioni di spesa a parità di saldo finale, cioè a bilancio invariato, sfruttando artifizi contabili come la differenza fra competenza e cassa (nel caso ad esempio dei rimborsi dei debiti della P.A. con le imprese) o somme già destinate al cofinanziamento dei fondi strutturali europei, quindi già esistenti, sbloccate grazie alla cessazione della procedura di infrazione per il superamento del rapporto deficit/PIL del 3%, o ancora erogando con una mano per poi riprendere con l'altra. Questi trucchi o hanno effetto neutro sull'economia, oppure, nel migliore dei casi, costituiscono un pannicello caldo assolutamente insufficiente.

Occorrono robuste iniezioni di spesa a sostegno dei consumi e degli investimenti pubblici, prioritariamente rispetto alle riduzioni di imposte, perché queste ultime esercitano effetti anticiclici soltanto nell'anno fiscale successivo, ed occorre operare trasferimenti finanziari a favore delle fasce più povere di popolazione, che hanno una propensione marginale al consumo più alta, che quindi impatta maggiormente sulla crescita del PIL tramite il noto meccanismo del moltiplicatore del reddito. Gli investimenti pubblici vanno indirizzati verso settori ad immediata potenzialità di creazione di occupazione (ad esempio tramite un programma nazionale di lavori di messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico, nel Mezzogiorno tramite un programma di creazione di infrastrutture di “attraversamento interno”, che non siano cioè mirate al collegamento con il Centro-Nord, già ampiamente assicurato, ma al collegamento interno fra le varie aree del Mezzogiorno, privilegiando progetti che colleghino fra loro aree produttive dotate di elevato livello di compatibilità produttiva, che potrebbero quindi integrarsi come meta-filiere o meta-distretti, un grande programma nazionale di potenziamento della produzione di energie rinnovabili e di efficientamento energetico degli edifici, iniziando da quelli pubblici, ecc.). L'investimento privato va riattivato sia facendolo compartecipare ai programmi di investimento pubblico sopra evidenziati, laddove siano generatori di entrate, però con modalità meno farraginose del project financing all'italiana, sia autorizzando l'emissione di mini-bond a garanzia pubblica su progetti di investimento strategico, che consentano alle imprese di finanziarsi fuori dal mercato creditizio, che rimarrà bloccato per anni. Una leva fondamentale per riattivare meccanismi di investimento pubblico può essere la riforma della Cassa Depositi e Prestiti, per farne una sorta di omologo della Kfw tedesca, in grado di raccogliere sul mercato liquidità tramite l'emissione di bond garantiti dalla raccolta postale dell'istituto, o tramite i prestiti della Bce a tasso quasi nullo (sfruttando la sua qualifica di operatore bancario), per investirla in progetti strategici di sviluppo.

La leva fiscale va utilizzata selettivamente, incentivando la destinazione degli utili a riserva per incrementare il capitale proprio delle PMI, detassando non tanto le nuove assunzioni alle dipendenze (come fatto da Governo-Letta, una vera e propria stronzata priva di addizionalità) ma detassando i progetti di creazione di nuova impresa giovanile, non nei primi cinque anni (perché in tali anni le start-up sono generalmente in perdita) ma per i cinque primi esercizi in utile, nonché le cooperative di lavoratori che intendono rilevare la propria azienda o il proprio stabilimento dismessi dalla precedente proprietà, o che intendono varare progetti di cooperativa sociale ad elevata rispondenza rispetto ai fabbisogni sociali locali, creando zone speciali a burocrazia zero ed a imposizione fiscale molto limitata in determinate aree industriali colpite da processi di deindustrializzazione ma ancora dotate di fattori localizzativi attrattivi, anche sfidando il rischio che la Commissione europea avvii nei nostri confronti una procedura d'infrazione, ed imbarcandoci in un lungo contenzioso giudiziario che dia il tempo per attrarre e consolidare nuove attività produttive in dette aree, che poi difficilmente potrebbero essere rimosse, anche dopo un esito sfavorevole del contenzioso (imprese da attrarre non in modo generico, ma in settori di attività coerenti con le vocazioni di sviluppo dell'area di insediamento). Un trattamento fiscale di favore andrebbe poi riservato ad esperimenti cooperativistici mirati all'autoproduzione di beni essenziali fra i soci, ed alla loro vendita sul mercato a prezzi “sociali” (magari azzerando l'IVA per i beni “sociali” o a produzione sociale).

Il tutto ovviamente va realizzato continuando a perseguire obiettivi di razionalizzazione della spesa corrente, riducendo le sacche di spesa pubblica improduttiva che permangono, anche dopo la robusta cura che ha portato in avanzo il bilancio primario, e rimesso sotto controllo i principali driver di spesa. E non esclude, ma anzi rafforza, la necessità di condurre severe politiche di contrasto all'evasione fiscale, al fine di preservare, e nei limiti del possibile migliorare ancora leggermente l'avanzo primario, che è precondizione fondamentale per una sana gestione delle finanze pubbliche. Ed ovviamente richiede anche che gli interventi di spesa pubblica di tipo anticiclico, sopra descritti, rientrino nelle fasi di crescita economica, in modo da consentire una riduzione del debito nelle fasi del ciclo positive e non, come pazzescamente avviene oggi, un aggiustamento in una fase recessiva. In sostanza, una vera politica di stop and go.

Nel breve periodo, nelle fasi di “go” della spesa pubblica, ovviamente, il debito pubblico aumenterà, ma nel medio periodo tale aumento sarà compensato dall'effetto della crescita economica. Certo, ci sarà chi dirà che questa idea è impossibile, perché i mercati finanziari non accetteranno, nel breve periodo, un ulteriore incremento del debito. La mia tesi è che i mercati vadano sfidati. L'Italia non è la Grecia, o Cipro. Se l'Italia fallisce, gli effetti sistemici sui mercati finanziari globali saranno molto, molto dolorosi. Dolorosi per i mercati. Se i mercati vorranno realmente far affondare definitivamente il Paese, ciò si ripercuoterà in enormi perdite patrimoniali di banche e fondi di investimento che hanno in pancia i titoli del nostro debito pubblico, che a quel punto saranno irrimborsabili. Fintanto che rimarremo dentro il bozzolo della paura nei confronti delle divinità dell'Olimpo finanziario globale, rimarremo sottomessi a prendere un sacco di botte. Un po' come quel bambino che, per paura di essere picchiato dai compagni di classe, resta in casa anziché scendere in strada a giocare, ovviamente rischiando qualcosa. Poi il rischio potrebbe essere ridotto irrobustendo le comunità locali, costruendo meccanismi di autoproduzione ed autoconsumo e mutualismo locale, che possano fungere da ammortizzatori, sul territorio, di eventuali scossoni macroeconomici inflitti da mercati infuriati dalla “ribelle Italia”.

Si dirà che una simile politica riattizza l'inflazione, facendoci perdere competitività di prezzo. Ma è uno scherzo di cattivo gusto. L'indice orario delle retribuzioni contrattuali cresce di 4 punti fra 2010 e giugno 2013, ma nel medesimo periodo l'inflazione è cresciuta di 7,3 punti, traducendosi in una deflazione reale del 3% in tre anni e mezzo. Il salario medio italiano, espresso in parità di potere di acquisto, quindi in termini che incorporano le differenze nei livelli dei prezzi, e che quindi può esprimere le differenze di potere di acquisto reale, è pari all'88% del salario del francese, all'83% di quello del tedesco, al 75% di quello del britannico, all'89% di quello dello svedese, ed è persino inferiore a quello dello spagnolo (essendo pari al 97%). In pratica, in ambito europeo, il tenore di vita di un lavoratore italiano medio è migliore solo rispetto al greco, al portoghese, al polacco o all'ungherese. Abbiamo quindi già livelli di competitività di costo ampiamente al di sopra di quelli dei nostri principali concorrenti. Nonostante ciò, siamo in recessione. Il problema competitivo itlaiano è infatti quello della produttività, non del costo dei fattori. Ma sulla produttività l'inflazione non incide, poiché la produttività dipende da altri fattori (capitale umano, innovazione, efficienza della PA, sistema educativo, livelli di legalità nel sistema economico, ecc.). Un po' di inflazione in più, quindi, non incide sulla nostra competitività.

Poi si dirà che una politica keynesiana in un Paese dell'euro è irresponsabile, perché significa mettere a repentaglio l'intera area-euro. Ragionamento idiota: è proprio l'austerità cieca che sta mettendo a repentaglio l'euro e l'intero edificio europeo. Questa politica ha infatti messo i Paesi periferici ed iper indebitati in una spirale di bassa crescita potenziale e debito in ulteriore aumento. Ed ha messo i Paesi centrali dell'area germanica e nordica in condizioni di perdere alcuni sbocchi di mercato importanti, ed al contempo di ritrovarsi dentro quella che io chiamo la “trappola dell'eurocinismo”: rimanere dentro l'euro, pagando costi progressivamente sempre più alti, tramite i meccanismi di aiuto come l'ESM, per impedire che i PIIGS, sempre più allo sbando, escano dalla moneta unica, oppure uscire unilateralmente, ritrovandosi alle proprie frontiere Paesi euromediterranei con la competitività di costo di Taiwan, e con la possibilità di svalutare? I cittadini tedeschi dovrebbero riflettere sulla trappola in cui la loro cara Merkel li ha messi. La festa sta per finire. Dopo aver scaricato la crisi sui paesi periferici per anni, questa si sta affacciando anche in Germania.

In questa fase, occorre osare. Osare non per puerili ritorni al sovranismo monetario, ma osare per avere l'Europa che meritiamo. Osare, morire o scappare, magari rispolverando la valigia di cartone dell'emigrante.
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