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effimera

Sull’intervista del capo della polizia Franco Gabrielli

di Turi Palidda

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C’è un quadro di Paul Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova unangelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa losguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovesciaai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti ericomporre l’infranto. Ma una tempesta che spira dal paradiso si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

Così Walter Benjamin interpreta la celebra tela del pittore Paul Klee.

“L’attesa perpetuamente insoddisfatta della salvezza … un’attesa in cui l’essere umano è trascinato dal tempo e dal progresso, lasciando alle spalle le tragedie e gli orrori di cui i dominanti sono stati capaci, seminando morte e distruzione ovunque. Redimere questi orrori, cioè dare senso e rendere giustizia alle vittime, non è un compito che viene assunto e garantito dalla divinità o dalla storia dell’umanità. Le macerie della storia restano mute, non trovanogiustificazione … la storia dell’umanità è rimasta storia di sangue e morte. Così l’Angelo di Klee guarda angosciato il passato, mentre il vento (il tempo) lo spinge via, quando vorrebbe restare tra quelle vittime per tenerle strette asé, per garantire ad esse un significato di qualche tipo[1].

Per Walter Benjamin l’unica redenzione possibile è nella memoria: solo serbando il ricordo delle vittime, testimoniando della loro dipartita, dell’insensatezza della loro sconfitta e delle loro sofferenze, si può interrompere il giogo del “tempo mitico” dei vincitori, ovvero della storia ufficiale e del suo incontrovertibile “dato di fatto”.

* * * * *

Il 17 luglio Repubblica ha pubblicato una lunga intervista del capo della polizia Gabrielli a cura di C. Bonini: “Il G8 di Genova fu una catastrofe”: Gabrielli e le responsabilità di quei giorni. “Al posto di De Gennaro mi sarei dimesso”

Ricordiamo che da oltre 25 anni mister Bonini è stato accreditato come uno dei più importanti giornalisti italiani nel campo dell’informazione sulle polizie e sui servizi segreti. Sono note sia le laudi al suo lavoro sia le critiche a volte assai pesanti, nonché diverse accuse di essere il giullare di queste istituzioni (se non il velinaro del nostro tempo), ma anche di pretendere di passare per giornalista democratico[2]. Lui e prima D’Avanzo per un certo tempo difesero De Gennaro & C. ma poi D’Avanzo –poco prima di morire- scrisse anche un articolo di rottura totale con i media embedded e Bonini rimase l’esperto di Repubblica in questo campo sempre con articoli di incensamento delle polizie democratiche e qualche finta velata critica per avere ancora credibilità fra il “popolo di sinistra” (credito assai redditizio grazie al suo ACAB libro+film).

In questa lunga intervista non sorprende che mister Bonini dia al capo della polizia Gabrielli una straordinaria occasione di darsi un’aura di funzionario di stato “aperto”, democratico, “libero” (come ripete più volte lui stesso).

Ma qual è il percorso istituzionale del prefetto Gabrielli? In realtà Bonini non dice nulla della cerchia morale e sociale di cui ha fatto parte per ottenere i sostegni indispensabili per arrivare lì. Eppure si sa che ai vertici di un’istituzione come la Polizia di Stato non si arriva senza avere “santi in paradiso” e anche in vari meandri del potere politico e burocratico. E – ovviamente – Bonini non dice nulla sul perché il prefetto Gabrielli abbia voluto quest’intervista (che come tutte le interviste del genere sono l’esito del do ut des fra intervistato e intervistatore …

Ma ecco qualche passaggio significativo di questa intervista.

Bonini comincia affermando che i fatti del G8

“sono un fantasma che non ha mai smesso di abitare il secondo piano della palazzina del Dipartimento della Pubblica sicurezza, gli uffici del capo della Polizia”.

Peccato che chiunque può ricostruire questi 16 anni trovando costantemente uno straordinario impegno non solo per contrastare ogni tentativo di accertare le responsabilità penali ma anche per coprire quelle simili dei dirigenti e agenti per le violenze, gli abusi e le torture praticate da allora sino a oggi.

E il prefetto Gabrielli afferma:

“a impedire quella che lei definiva la “costruzione della memoria condivisa” è stata la rappresentazione abnorme e strumentale, spesso speculare e contrapposta, di quanto è accaduto”.

Ma Mister Gabrielli di che condivisione intende parlare? Quand’è che i dirigenti della PS hanno effettivamente accettato di discutere dei fatti? Ma se sono stati omertosi con gli stessi giudici dei processi del G8 ! Omertosi tanto quanto dei mafiosi! Perché questo non lo dice visto che pretende ora mostrarsi come il nuovo volto della PS del XXI secolo? E mister Bonini perché non chiede nulla a tal proposito? Cosa ha fatto il prefetto Gabriellinei confronti dei funzionari e poliziotti che dal 2001 per anni sono stati “dedicati” a minacciare e intimorire con ogni mezzo i magistrati genovesi impegnati nei processi del G8?.

Ma Gabrielli “svirgola” dicendo:

“è altrettanto falso che Genova fu la prova generale di una nuova gestione politica dell’ordine pubblico, orientata alla nuova Italia del nascente berlusconismo”.

Fa finta di non sapere che da tempo era evidente che ex-sinistra e destra erano uguali rispetto all’OP e che anzi la sinistra era diventata il principale referente delle polizie e dei militari … ed è anche per questo che ora si permette di fare il “santerello” e addirittura “più aperto” di Minniti … E accusa

“una cultura dell’ordine pubblico che scommetteva sul ‘pattuglione’. Una modalità di polizia transitata dalla stagione del centro-sinistra a quella del centro-destra”.

Il prefetto Gabrielli fa finta di non sapere che la modalità operativa oscilla sempre far gestione violenta e gestione pacifica e che dal 1990 la prima tende a prevalere … per le ragioni che gli stessi think tanks dei servizi segreti e delle polizie indicano nel descrivere il paradigma neo-liberista che ha sempre più paura di rivolte …

Ma, difronte alla cultura dei ‘pattuglioni” e del “fare numeri” (più arresti o ciò che in Francia è stato chiamato il sarkomètre), lei, Mr. Gabrielli, cosa hai fatto nei confronti dei funzionari e poliziotti anche recentemente coinvolti o responsabili di violenze e torture?

A proposito della gestione dell’ordine pubblico alG8 di Genova il prefetto Gabrielli ha il culot (come dicono di francesi) di affermare che a Genova “saltò tutto” per colpa dell’incapacità dei due leader dei “disobbedienti” Casarini e Agnoletto che avevano stabilito un accordo alcuni dirigenti di polizia … fa finta di non sapere che “il coltello dalla parte del manico” ce l’ha sempre chi è più forte e ha la legittimità dell’uso della forza, della discrezionalità che diventa libero arbitrio perché coperto da impunità[3] … Ma, peggio, Mr. Gabrielli non dice chi nei ranghi delle polizie e dei servizi segreti voleva far fallire ogni gestione pacifica del G8 … come mai non ricorda Andreassi e Micalizio??? Chi è che deliberatamente volle far fallire la gestione pacifica e pretese di giocare sul “disordine” se non sul caos –con il pesante zampino dei servizi statunitensi e di altri paesi- …

Il prefetto Gabrielli parla poi ancora di “pattuglione” mostrando che nel suo lessico non esiste la formula “gestione pacifica e negoziata” … se Mr. Gabrielli vuole fare il democratico dovrebbe quantomeno a studiare un po’ di teoria della polizia così come si insegna nei diversi paesi pseudo-democratici … e perché non dice nulla sulla condotta del dott. Sgalla inviato in particolare per l’operazione Diaz da De Gennaro a Genova per recuperare il fallimento della sua gestione dell’OP … ora il sig. Sgalla è un suo collega ai più alti vertici del Viminale e rischia di diventare prossimo capo di polizia cosa ne dice?

Gabrielli continua parlando di

“spread fra responsabilità sistemica e responsabilità penale … quello che ha fatto sì che alcuni abbiano pagato e altri no”.

Una frase che sembra di fatto lanciare un segnale di solidarietà ai condannati e pretende dire che le pene comminate sarebbero state pesanti … E allora.Mr. Gabrielli cosa sta facendo lei rispetto ai vari casi in cui si scoprono comportamenti devianti e reati di diverso tipo commessi da dirigenti di polizia? Recentemente, come sempre fanno i vertici e anche i politici- non ha esitato a fare quadrato a difesa dell’“onorabilità” di un corpo che diventa così quella di un’istituzione autorizzata al libero arbitrio perché garantita dall’impunità … Perché la PS non pubblica le statistiche dettagliate dei reati commessi da personale della PS … e solleciti tutte le polizie a fare altrettanto? … Ha mai pensato che forse questo potrebbe essere il primo passo per riconoscere i fatti e quindi per poi tentare di risanarne le cause e la riproduzione e infine per prevenirli ??? (ma queste cose anche Mr. Bonini ha difficoltà a capirle …)

E Gabrielli continua a sostenere che s’è

“finito con l’imprigionare il dibattito pubblico in un’irricevibile rappresentazione per cui il Paese sarebbe diviso tra un partito della Polizia e un partito dell’anti- Polizia. Facendo perdere di vista la verità. Che la Polizia italiana è sana. Che lo è oggi come lo era in quel luglio del 2001. E lo posso dire perché io sono cresciuto in questa Polizia. Ne sono figlio”.

Questo lo si capisce bene! E voilà che alla fine Mr. Gabrielli – con l’apporto di Mr. Bonini – porta a compimento il suo scopo, cioè quello di affermare che “la Polizia italiana è sana!”. Ma allora di cosa ha parlato sinora ? Ha svirgolato e rimestato le carte decine di volte per poi arrivare a proporre all’opinione pubblica il solito dogma che fa il pari con quello “nei secoli fedeli”.

No Mr. Gabrielli, sin quando i vertici politici e istituzionali delle polizie come di ogni settore dell’apparato dello stato avranno lo scopo di affermare che “lo stato è sano” e che le contrapposizioni radicali non aiutano a “costruire memoria condivisa” si finirà sempre col garantire la riproduzione delle deviazioni e dei crimini da parte di personale di tali apparati e persino di intere strutture. Che dispositivi ha messo in piedi Mr. Gabrielli per risanare la deriva violenta e il libero arbitrio nei ranghi della PS ?

Dobbiamo ancora veder lanciare mangime per polli all’opinione pubblica? Con questa sua aura apparentemente insolita per un capo della polizia, il prefetto Gabrielli pretende di rifilare all’opinione pubblica un discorso che nei fatti è il contrario di quanto pretende asserire: alla fine la polizia è sana ed è sempre stata sana ! E salva i “poveri” colleghi che avrebbero patito tanto e pagato amaramente legittimando il loro ritorno negli uffici (tutti i condannati per la Diaz). Ricordiamo un dato elementare: quanti anni di pena furono comminati ai cosiddetti responsabili di “distruzioni, saccheggi ecc.”? E quanti anni ai dirigenti e agenti di polizia responsabili di violenze varie e torture? I primi avranno probabilmente rotto vetrine e commesso i tipici reati da ragazzini illusi di poter essere antagonisti ma non hanno spaccato teste né praticato torture … Ma figuriamoci se Mister Bonini chiede di parlare di questo al capo della polizia. E vedi caso “dimentica” che alcuni del “pattuglione” furono e sono ancora addestrati negli Stati Uniti e in alcuni luoghi della GENDFOR. E non si dice che è corrèo un vertice di polizia che non dà i nomi di chi è entrato alla Diaz o dopo dà foto di alcuni fatte alla leva (cioè tutti irriconoscibili!). Come dice un’amica giornalista: “Il colpo di spugna adesso fa un po’ ridere”, ma, aggiungo, come osservavano Benjamin, Hanna Arendt, Foucault e altri è anche ridendo che attori del potere uccidono.

Ricordiamo che ogni potere e quindi ogni polizia hanno sempre operato col “bastone e la carota”, facendo coesistere gestione pacifica/paternalista e gestione violenta dei conflitti che la società riproduce innanzitutto a causa dell’asimmetria fra ricchezza e povertà, fra dominanti e dominati. L’idea di uno stato di diritto e di polizie coerentemente democratici è un’impostura: c’è sempre coesistenza fra democrazia e autoritarismo/fascismo. E in congiunture come quella neoliberista attuale spesso prevale l’opzione autoritaria poiché il potere ha acquisito più possibilità di passare al libero arbitrio godendo di impunità (chi dovrebbe imporre il rigore dello stato di diritto democratico oggi invocato da “quattro gatti”?).


Bibliografia
Sulle violenze alla Diaz, vedi qui
Per un altro commento critico all’intervista di Gabrielki, vedi qui
Sul ruolo della sinistra, vedi qui
Sulle forze di Polizia italiane nel contesto neo -liberale, qui e sulle torture nella postmodernità liberista, qui, qui e qui.
“Continuità nella sperimentazione delle pratiche violente del G8 di Genova e ripresa delle dinamiche collettive antiliberiste, in Black bloc. La costruzione del nemico, Fandango Libri, 2011, 61-74
Ten years after the G8 Summit in Genoa“, Statewatch, 2011,

Note
[1] W. Benjamin, Angelus Novus, Einaudi, ristampa 2014
[2] A proposito delle pratiche di Bonini e altri giornalisti sia nei teatri di guerra (che spesso hanno visto in televisione e letto attraverso le “veline” passata dai servizi segreti) sia nelle manifestazioni, sono interessanti i seguenti testi: “Nuove avventure di Bonini & D’Avanzo”, di V. Evangelisti: ; da archivio di Redazionalmente Corretto del 30 marzo 2003: : http://www.fotoinfo.net/speciale/153/appunti-su-guerra-giornali-fotoreporter; http://www.globalist.it/media/articolo/1000892/rai-schiaffo-ai-suoi-giornalisti-il-docufilm-su-regeni-realizzato-da-repubblica.html.
[3] E’ noto che Casarini s’era illuso di aver negoziato ciò che secondo lui sarebbe stata la violazione della zona rossa mentre in realtà se ci fosse stata una “gestione unica del disordine” da parte di tutte le polizie, sarebbe stato solo un po’ di “teatrino”, cioè l’ingresso nella zona rossa limitato a davanti alla stazione Brignole e basta. Ma non fu neanche questo: come mostra la ricostruzione anche filmata i CC attaccarono i “disobbedienti” o “tute bianche” prima di arrivare a Brignole e senza alcun pretesto a prova che avevano deciso apriori di giocare sul caos e disordine probabilmente anche per volere dei servizi USA (come fa capire V. Rice nel suo rapporto al congresso americano dopo l’11/9/2001). Casarini non si rese neanche conto di essere stato usato (e sbandierato sui media) come l’utile leader che sbraita per legittimare presso l’opinione pubblica la repressione violenta.   Per altri versi, Agnoletto ha cercato di rappresentare la quasi totalità pacifica dei manifestanti ma anche lui s’era illuso di aver negoziato lo svolgimento e la gestione pacifica dell’evento. Purtroppo, anche da parte di chi aveva più conoscenze in materia, c’è stata ignoranza e sottovalutazione di quanto i diversi attori dominanti avessero deciso di fare, compreso l’uso della polizia italiana al pari di una squadraccia fascista (non a caso cantavano “faccetta nera” ecc.).

 

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Comments   

#2 Eros Barone 2017-07-29 22:02
Il primo dato, straordinario, da ricordare è che, a distanza di un giorno dall’uccisione di un giovane internazionalista ad opera delle cosiddette ‘forze dell’ordine’, la manifestazione di Genova del 21 luglio scorso mobilitò trecentomila persone fra donne, operai e contadini (erano presenti perfino i pastori sardi che lottavano contro la globalizzazione!), lavoratori del pubblico impiego, intellettuali e studenti.
Fu dunque una grande manifestazione di popolo che assunse oggettivamente, quale che fosse il grado di coscienza soggettiva espresso dalle differenti forze politiche e dai diversi strati sociali che vi presero parte, un netto significato antimperialista, anticapitalista e antigovernativo. Essa segnò, nonostante la strategia della provocazione e del terrore posta in atto dagli apparati repressivi dello Stato e dal governo Berlusconi, l’apice del movimento contro la globalizzazione neoliberista che aveva avuto inizio a Seattle nel 1999. Le torbide azioni di diversione, compiute da gruppi anarcoidi ed estremisti che offrirono ansa alla strategia della provocazione e del terrore perseguita dagli apparati repressivi dello Stato, non poterono in alcun modo oscurare il valore politico e l’importanza storica di quella manifestazione. Genova tornò ad essere, dopo quarantun anni, la città-simbolo di una svolta, non più solo nazionale ma, insieme, nazionale e mondiale, nella storia dei conflitti sociali e delle lotte di classe del nostro tempo. Ciò va ribadito affinché non si perda di vista il significato
fondamentale di questa svolta. Vediamo ora i limiti che la condizionarono.
Fra questi ne segnalo solo uno, che ritengo però decisivo: vale a dire l’assenza di una direzione politica unitaria del movimento. Assenza che coincise con l’inadeguatezza a svolgere tale ruolo rivelata non solo dal ‘Genoa Social Forum’ - un organismo di massa che non poteva, per definizione, svolgere un ruolo di direzione politica -, ma anche da quelle forze, come il PRC, cui spettava il cómpito di garantire a quel grande movimento una guida, un’organizzazione e una linea di condotta. Tali forze si rivelarono invece ìmpari e marginali o rimasero assenti.
Ancora una volta si dovette registrare l’assenza di un partito di classe capace di orientare e dirigere, con una corretta analisi della fase, con efficaci parole d’ordine e con quadri preparati e combattivi, una straordinaria spontaneità di massa e una inedita ricchezza progettuale: risorse che, lasciate se stesse, rischiano di disperdersi, da un lato, in un moralismo tanto benintenzionato quanto impotente e, dall’altro, in un ribellismo tanto provocatorio quanto disperato. E, a causa di quel vuoto, vi sono infine da registrare due corollari: l’assenza, dal punto di vista strategico, di un progetto positivo di transizione al socialismo, unica alternativa alla crescente disumanità e irrazionalità del modo di produzione capitalistico nella fase neoliberista, e l’assenza, dal punto di vista tattico, di una forza rivoluzionaria capace di condurre la lotta sui due fronti: per un verso, contro il riformismo, che esprime una visione apologetica dello stato di cose esistente giacché identifica la globalizzazione con la modernizzazione, e, per un altro verso, contro l’estremismo che, demonizzando la globalizzazione, esprime una negazione puramente romantico-nichilistica dello stato di cose esistente.
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#1 francesco Zucconi 2017-07-27 23:39
Resta il fatto che i poliziotti hanno pagato a
caro prezzo le loro inefficienze mentre i
violenti venuti
anche da oltre frontiera no! La magistratura "borghese" ha condannato senza problemi i servitori dello Stato Nazionale mentre i luridi servi del capitale anglosassone sono ancora a piede libero...
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