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micromega

Il gran rifiuto del Presidente e la Repubblica a sovranità limitata

di Angelo d’Orsi

40584945890 51aea73519 zEd eccoci qui, divisi nei due partiti: Pro e contra Mattarella, pro e contra Savona, pro e contra l’euro, pro e contra Salvini, pro e contra Di Maio. Possibile che non si possa uscire dall’angustia delle contrapposizioni semplicistiche? Certo, la situazione, inedita e inquietante, presenta tanti e tali risvolti da rendere difficoltose le analisi, ma proprio per questo esse sono indispensabili, fuori dal coro dei sostenitori dell’uno e dell’altro “partito”.

La prima osservazione, che non mi pare di avere colto nei commenti di questi giorni agitati, riguarda il dettato stesso costituzionale: “noi che abbiamo detto no” (come recita un gruppo su Facebook), non volteremo certo le spalle alla Costituzione, che abbiamo difeso e che difenderemo a spada tratta, in ogni modo. L’abbiamo difesa contro la sciaguratissima e goffa manomissione tentata dalla banda Renzi-Boschi, con il loro corteo di mediocrissimi supporters. E abbiamo vinto quella battaglia epocale. Questo non deve impedirci di guardare anche con occhio smagato, sia pure carico di passione civile, come si conviene, alla nostra Suprema Carta, chiedendoci se essa non contenga qualcosa che si presti, in determinate condizioni, a interpretazioni ambigue, come in effetti emerge dal dibattito fra i costituzionalisti (ma si legga l’odierno comunicato, del tutto condivisibile, dell’Associazione Nazionale Giuristi Democratici).

Soprattutto, forse occorre rendersi conto che la nostra non è una Repubblica parlamentare, tout court, né una Repubblica presidenziale, bensì una sorta di Stato misto, che affida al Presidente una serie di funzioni che possono o no essere tradotte in poteri: egli è posto a capo della Magistratura (come presidente del Consiglio Superiore), delle Forze armate (presiede il Consiglio di Difesa), può sciogliere il Parlamento, a suo piacimento, e può indire elezioni, può dichiarare guerra, anche se sulla base di un parere parlamentare, e su indicazione del governo, può firmare o respingere le leggi, e non è responsabile degli atti che compie, che vanno controfirmati dai governi. Infine, può esprimere parere contrario sui ministri designati dal presidente del Consiglio incaricato.

Non è poco, tutt’altro. Eppure va sottolineato che non si tratta di poteri, ma di prerogative che possono o meno trasformarsi in poteri veri e propri. E qui sta il legittimo dubbio: una legge generale, la Grundnorme, può lasciare questioni di tanto peso nelle mani di un singolo? Se guardiamo alla storia degli inquilini del Quirinale, non fatichiamo a trovare diverse misure di interventismo politico dei capi dello Stato, al di là delle differenti provenienze politiche di ciascuno di loro. Quando ci ha fatto comodo, sulla base delle nostre specifiche posizioni, non abbiamo protestato. Si ricordi la mitizzata figura di Sandro Pertini, un galantuomo, e certo il presidente più “a sinistra” e anche il più popolare. Eppure Pertini ampliò molto le funzioni presidenziali, per fortuna senza recare danno, ma certo dopo di lui la strada era aperta al debordare dei presidenti dal ruolo di garanzia a quello direttamente politico. Al di là dei casi particolari, come quello di Cossiga, tra delinquenza e demenza, va ricordato Giorgio Napolitano, che riuscì, nell’applauso generale, a cacciare Berlusconi dal governo, con metodi a dir poco inediti, e certamente incostituzionali. Ma tale era l’odio per quel personaggio nella pubblica opinione, specie “democratica” e tale il discredito di cui l’ex cavaliere godeva sul piano internazionale (non solo tra i “poteri forti”), che la mossa azzardata di Napolitano fu accolta con giubilo. Anche se Monti da lui designato con un colpo da giocoliere, fece più guasti in pochi mesi di quanti ne avesse fatti Berlusconi in molti anni. E soprattutto condusse come è noto una politica di rapina ai danni delle classi popolari.

Ora Mattarella con il suo rifiuto opposto a un singolo ministro designato ha agito forzando la norma costituzionale, in particolare l’art. 92, che gli assegna il potere di nomina dei ministri, ma non certo con motivazioni politiche, bensì solo di opportunità, relative alla idoneità giuridica del singolo soggetto a rivestire quello specifico ruolo. A me pare evidente, d’altra parte, che Mattarella sia caduto in una trappola tesagli da Matteo Salvini, che, con la connivenza probabilmente inconsapevole di Luigi Di Maio, ha spinto il presidente a preparare le elezioni anticipate che, con altissima probabilità, vedrebbero (vedranno?) un successo strepitoso della Lega Nord, anche se forse non altrettale per il M5S.

Va anche però sottolineato che Mattarella ha compiuto il primo “errore” tecnico (ossia una scelta politica) quando all’inizio delle consultazioni, invece di conferire a Di Maio l’incarico, come sarebbe stato giusto e corretto, in quanto rappresentante della forza politica di maggioranza relativa (sulla carta non aveva i numeri, come suol dirsi, ma era tutt’altro che improbabile che quei numeri si sarebbero materializzati nel voto parlamentare), ha cincischiato, avviando una fase di trattative che non ha saputo governare, e che i due ex competitors divenuti improvvisamente sodali (Di Maio – Salvini) hanno a loro volta complicato con soluzioni barocche e bislacche fino alla strepitosa novità del Signor Nessuno designato come presidente del Consiglio.

Poi dopo le ultime affannose giornate di incontri di cui nulla l’opinione pubblica sapeva, nella sostanza, se non gli echi di un insulso chiacchiericcio, si è arrivati al redde rationem, con l’impuntatura su Paolo Savona, personaggio discutibile non certo per le sue posizioni (rispettabilissime e ragionevolissime, e a mio sommesso avviso largamente condivisibili) su euro e Unione Europea, ma piuttosto per i suoi trascorsi col centrodestra, e per certe vicende giudiziarie, anche se ormai lontane. Impuntatura reciproca, dal Presidente e dai due dioscuri della maggioranza, specie Salvini, pare di capire; da cui il tracollo del povero Giuseppe Conte, vaso di coccio tra vasi di ferro.

Infine, al di là del travalicamento di competenze da parte di Mattarella, non dimenticando ciò che ho scritto sopra, ossia le facoltà concesse dalla Carta costituzionale che possono variamente essere dilatate fino a diventare forme di potere vero e proprio, quello che è inaccettabile nella posizione del presidente sono gli argomenti da lui addotti. Difesa dei risparmi degli italiani, lo spread, i mercati… Ma, ammesso che siano sensati (e v’è da dubitarne) che diavolo c’entrano argomenti così squisitamente politici con il ruolo di garante della Costituzione e dell’unità nazionale?

Sono dunque le parole presidenziali, oltre e più che il gesto di rifiuto in sé, a costituire un drammatico vulnus alla democrazia e al funzionamento della Repubblica; ma sono anche la conferma che ormai il Paese è a sovranità limitata: una volta ci si riferiva con tale espressione alla sudditanza agli Usa, che permane intatta, anzi persino accresciuta anche con un personaggio improponibile come Donald Trump; ora si è aggiunta, in modo clamoroso, la limitazione proveniente non tanto dall’Unione Europea, in generale, ma dalla sua leadership tecno-finanziaria. La scelta di uno squalo, specialista nella iniqua distribuzione dei sacrifici sociali, Carlo Cottarelli, in articulo mortis della Legislatura, conferma in modo clamoroso tale sudditanza.

Della sinistra diremo un’altra volta. Per ora dobbiamo limitarci a constatare la sua penosa assenza politica e il suo impaccio intellettuale, tra automatiche adesioni a risibili appelli pro-Mattarella e infondate e sguaiate richieste di messa in stato d’assedio dello stesso.

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Comments   

#2 Mario Galati 2018-05-31 17:51
Non mi aspettavo una affermazione del genere da Angelo D'Orsi.
La nostra è una repubblica parlamentare perchè così è disegnata in costituzione, non tanto per il principio espresso dagli americani. Tanto è vero che loro hanno una repubblica presidenziale e il presidente è eletto a suffragio universale.
Verissimo quanto dice il commento. In altri termini, la cosiddetta costituzione materiale che si sostituisce a quella formale, contraddicendola, è pura illegalità costituzionale.
Poi, si può discutere quanto si vuole sul significato democratico o meno di una costituzione rigida, ma sul piano giuridico formale non ci piove.
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#1 leprechaun 2018-05-31 14:04
"la nostra non è una Repubblica parlamentare, tout court, né una Repubblica presidenziale, bensì una sorta di Stato misto"
No, e per un motivo molto semplice, derivante dalla definizione stessa della democrazia. Il potere politico, in democrazia, può essere esercitato solo da rappresentanti, che per essere tali devono venire eletti a suffragio universale. Questo è il senso della espressione americana, nota anche tra gli scaricatori di porto: "one head, one vote. No taxation without representation. È quindi un motivo di diritto fondamentale, superiore alla Costituzione stessa. Se in Costituzione non c'è scritto, è solo perché è una ovvietà.
E infatti, nelle Repubbliche semipresidenziali (Francia) o Presidenziali (USA) il Presidente è eletto a suffragio universale, e NON È UN CASO.
Mi amareggia scoprire - e purtroppo non è una novità - che proprio a sinistra questo concetto stranoto in tutto il mondo (democratico) salvo l'Italia, sia così non diffusamente compreso.
E che le cose stiano così, è persino chiaro dalla Pagina ufficiale del Governo italiano (oltre che dai testi di Costituzionalisti come Mortati, che la Costituzione l'ha scritta, e che sapeva bene cosa sia il diritto, e il suo allievo Martines.
Leggiamo nella pagina del Governo queste parole:
"Una volta conferito l'incarico, il Presidente della Repubblica non può interferire nelle decisioni dell'incaricato, né può revocargli il mandato per motivi squisitamente politici", Capitolo "L'Incarico".
http://www.governo.it/il-governo-funzioni-struttura-e-storia/la-formazione-del-governo/186
Ricordo qui un elemento di conoscenza, anche questo banale, del diritto. Non occorre essere giuristi per saperlo, ma solo avere un minimo di cultura generale:
Quello italiano è diritto napoleonico, non consuetudinario (come invece sono quelli UK e USA). Il fatto quindi che in passato si siano state fatte e accettate delle azioni non implica che esse diventino lecite e costituiscano diritto . Non solo i principi generali del diritto, ma anche leggi, regolamenti, ecc. restano quel che sono, e non possono essere modificati dalla consuetudine (che anche per il diritto consuetudinario, non è certo fatta da un paio di episodi "impuniti"). Non si deve confondere impunità con liceità.
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