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rinascita

Regioni, aboliamole!

Il regionalismo differenziato è secessione

di Ugo Boghetta

NX A ART 8206 14191 Munch L urlo Munch Museum OsloPuntuale come la cometa di Halley torna la discussione sul passaggio alle Regioni di soldi e competenze. Ma l’arrivo delle comete era foriero di sventure.

Con Bossi si chiamava devolution. Poi sono seguiti: sussidiarietà, federalismo fiscale, regionalismo rafforzato. Ora l’appellativo è quello di regionalismo differenziato.

Lombardia e Veneto, le due regioni a trazione leghista, per spingere in questo senso hanno anche svolto un referendum consultivo, La Regione Emilia Romagna ha invece avanzato una proposta parzialmente diversa ma a livello istituzionale.

La faccenda, è grave e pesante: ne va dell’unità del paese e di uguali diritti per gli italiani. Ma produce anche un indebolimento generale dell’Italia in un contesto internazionale complicato ed in transizione conflittuale anche nell’eurozona e nel Mediterraneo.

La questione è tecnicamente complicata per cui cercheremo di ridurla all’osso, o meglio, alla polpa. E la polpa sono i soldi e il potere.

Lombardia e Veneto pretendono risorse in una qualche proporzione di uno o più tributi versati nei loro territori, mentre la Regione Emilia-Romagna chiede le risorse in funzione del trasferimento di competenze. La zuppa è sempre la stessa. Ovviamente pretendono le risorse che lo Stato redistribuisce ma non gli interessi che paga.

I legaioli del nord chiedono 23 competenze, l’Emilia 15, ma le funzioni amministrative in ballo sono circa 200.

Le materie sono le più varie: salute, istruzione, mobilità ma anche protezione civile, cultura, infrastrutture quali ferrovie, autostrade, aeroporti, ma anche le prestazioni sanitarie, il numero dei medici nelle università, le assunzioni, la stessa ammissibilità dei farmaci!

Il passaggio del personale, che in alcuni casi copre tutta la spesa, tira in ballo anche questioni contrattuali. Mentre l’assunzione in altra regione dovrà essere consentita.

 

Disunità d’Italia

Tale operazione comporta inevitabilmente uno sbilancio per le altre regioni. Teniamo conto infatti che in questi tre Regioni si produce il 40% del Pil ed il 54% dell’export. Ciò vuol dire che lo Stato dovrebbe colmare il buco con ulteriori risorse o venir meno al ruolo costituzionale di garantire uguali diritti.

Ci troveremmo inoltre con tre assetti istituzionali diversi: regioni a statuto speciali, differenziato e normale.

Questo progetto mina alle fondamenta la Costituzione.

Mina quell’impianto solidaristico che fa della nostra una delle Carte più avanzate del mondo e che, non a caso, viene contrasta dai liberisti in quanto socialista. In effetti essa nasce dall’incontro della dottrina sociale della chiesa con l’impostazione marxista, ma anche dal fallimento liberista del ’29 e dall’antifascismo.

Ci troviamo così dinnanzi ad una doppia secessione. La secessione con l’accumulo della ricchezza nelle ristrette fasce alte della popolazione e quella dei territori più ricchi.

Questa proposta, per altro, si situa in una fase contrassegnata da diseguaglianze enormi ed in aumento prodotte dalle politiche liberiste e dalle sue istituzioni: Unione Europea in primis. La povertà, ad esempio, è raddoppiata in dieci anni, ed è aumentata proprio in quelle regioni che ora verrebbero ulteriormente sfavorite.

Ma mentre la secessione del Nord invocata un tempo dal primo Bossi si collocava nella prospettiva di un’Unione Europea Federale che prevedeva l’indebolimento del potere e del ruolo degli Stati verso il superiore livello federale, ora, dal momento che la prospettiva degli Stati Uniti d’Europa è tramontata, si finisce direttamente nelle fauci dei poteri forti di Francia e Germania. Con l’accordo di Acquisgrana infatti si è tolto il velo: l’Unione non c’è più. L’unione non c’è mai stata. In questo quadro, indebolire ulteriormente lo stato italiano, slabbrare ancora di più la coesione sociale e l’unità nazionale non fa altro che favorire la centralizzazione dei governi franco-tedeschi ed i loro interessi politici, economici e finanziari.

In questa prospettiva, le diseguaglianze fra e dentro le varie regioni sarebbero destinate ad aumentare con una velocità maggiore. Si compirebbe così un altro passo di quella cosiddetta Seconda Repubblica Liberista che ha preso il via con la firma del trattato di Maastricht, è proseguita con Mani Pulite, le leggi maggioritarie, liberalizzazioni e privatizzazioni e, soprattutto, con la precarizzazione del lavoro e la sua irrelevanza sociale e politica. L’Italia tornerebbe più o meno velocemente alla situazione pre-unitaria di stati e staterelli con diretta egemonia straniera. Invece di affrancarci cadremmo di nuovo in una brace più bruciante.

Se passasse la proposta, si sanzionerebbe che la convergenza fra le varie parti del paese, iniziata a fatica qualche decennio dopo l’unificazione e, a fatica, durata fino alla fine del boom e la vittoria del liberismo, è definitivamente abbandonata.

Già ora la situazione è pesante.

Al sud, seppure non tutto è uguale, la crisi ha colpito il doppio.

La disoccupazione al Sud Italia è il triplo del Nord: Mezzogiorno (19,4%), Centro (10,0%), Nord (6.9%). L’Italia, in sostanza, rimane spaccata in due.

La povertà è come in Romania, gli ultimi in Europa, afferma la Svimez. Il Pil registra un – 18% Umbria, -17% Lazio, -14.6% Sicilia. Si parla tanto di Tav in Val di Susa, ma la dotazione infrastrutturale al sud è inferiore del 50%. Al sud muore il 40% di bambini in più rispetto alla media nazionale. I fattori sono economici ma anche reparti non attrezzati a sufficienza. La media europea dell’insuccesso scolastico è del 13.8%.

In Lombardia risulta del 12%, 21% in Sardegna e Sicilia, 19% in Campania, 18.6% in Puglia. Per quanto riguarda la sanità invece l’indicatore di efficienza in giornate degenza spese fuori regione è del 6.6% come media nazionale. Divisa per regioni diventa: Lombardia 3.1%, Veneto 4.3%, Emilia 4.8% ma sale al 9.6 in Campania, 7.8% Puglia, 20.5% in Basilicata e Calabria.

Questi dati sono il segno della debacle delle classi dirigenti meridionali. Non è un caso che in venti anni più di un milione di abitanti del Meridione, in particolare giovani e laureati, è emigrato al nord.

Ciò, tuttavia, non giustifica affatto la secessione ma, al contrario, necessita di un cambiamento politico, economico e istituzionale radicale nazionale.

Del resto la letteratura scientifica afferma che, oltre un certo livello fisiologico di diseguaglianza o differenzione sia sociale che territoriale, si produce negatività per tutto il sistema.

Per tutti questi motivi il regionalismo differenziato va contrastato fino alla morte.

Già le “Bassanini” e tutte le leggi successive in materia di federalismo regionale hanno rivelato enormi problematiche, tant’è che con il referendum costituzionale di Renzi si intendeva riscrivere tutta la materia, in particolare riguardo a quelle concorrenti: fonti di contenziosi e differenziazioni costituziionali non accettabili. In quella proposta si tentava una razionalizzazione e varie materie ritornavano allo Stato. Un piccolo esempio può illuminare gli effetti disastrosi delle “Bassanini” e quelle ulteriori a cui si andrebbe incontro se passasse la proposta emiliano-legaiola.

Il regionalismo ha portato allo smebramento delle FS fra infrastruttura, Trenitalia (Frecce) e trasporto locale. La consenguenza è che si dà più importanza alle Frecce ed il relativo materiale rotabile perchè i soldi non sono travasabili da una settore all’altro. Forse non tutti sanno che, in virtù di questa societarizzazione, non ci sono più le coincidenze fra treni a lunga percorrenza e quelli locali in quanto, l’attesa o il ritardo del treno corrispondente, comporterebbe un esborso verso la società FS danneggiata. E nessuno se le vuole accollare.

Queste situazioni, con il regionalismo differenziato, si amplierebbero a dismisura anche ad altri settori.

Le Regioni non sono delle isole! Se poi passiamo alla scuola c’è da mettersi le mani nei capelli. Qui non si tratta solo dell’efficinza delle prestazioni ma di contenuti culturali. Le regioni non sono isole … ma possono diventarlo!

Al fondo di tutto ciò ci sono anche le restrizioni finanziarie imposte dall’Unione Europea. Per questo motivo, infatti, anche leggi successive inerenti il federalismo fiscale, i costi standard ecc. ecc. non hanno fatto passi avanti. Incombevano, infatti, il fiscal compact, il pareggio di bilancio, ovviamente estesi alle Regioni ed agli enti locali. Tutti dovevano contribuire.

Già in precedenza il cambiamento del titolo V si era praticato il federalismo dei deficit. Ciò era congeniale alle politiche di liberalizzazione e privatizzazione. Gli enti stretti dalla carenza di risorse erano costretti, o avevano la scusa, per privatizzare e scaricare così sui cittadini tagli e costi.

Al contrario di quanto si va proponendo e discutendo, ciò che serve nell’attuale fase storica del liberismo dominante che produce differenziazioni sempre più rilevanti e nella crisi irrisolvibile del progetto del Super Stato chiamato Unione Europea, è invece il rafforzamento dello Stato e della coesione sociale e territoriale.

È davvero stravagante vedere gli stessi che affermano non si può uscire dall’euro perchè siamo troppo piccoli (cosa non vera: siamo l’ottava potenza industriale mondiale su 223 paesi!) alimentare poi ulteriori divisioni interne verso entità territoriali ancora più piccole.

Comunque vada questa vicenda come sistema-paese: andremo verso il baratro oppure le cose rimarranno come sono ed il declino sarà solo più lento.

Si tratta allora di ragionare in maniera opposta. Attuare una centralizzazione efficiente delle materie fondamentali: una programmazione nazionale su materie economiche, infrastrutture e realizzare in maniera uguale ed efficiente i servizi. Pensiamo agli investimenti nelle nuove e future tecnologie che solo lo Stato può fare, e non solo perchè servono grandi capitali, ma perchè i privati guardano ad un guadagno sempre più a breve termine. Così come serve una programmazione nazionale delle infrastrutture: ferrovie, porti, aeroporti che servano al paese e non costruttori.

Tanto per dire: manca un piano della logistica. E dall’altra è necessario un decentramento in basso verso quegli enti, come le Province ed i Comuni, più prossimi ai problemi dei cittadini e dei territori. Ma anche più vicino alla possibilità di indirizzo e controllo dal basso. Per questo motivo vanno restaurate le Province. Non si comprende, ad esempio, perchè le città metropolitane abitate da milioni di persone, vista la loro importanza, non abbiano consigli eletti democraticamente. È un altro passo verso la ademocratizzazione delle scelte.

Il ripensamento del modello istituzionale è, dunque, fondamentale.

Emanuele Felice nel suo recente libro su ascesa e declino dell’economia italiana dà un grande peso alla qualità delle istituzione e, non caso, imputa alle Regioni del meridione l’incapacità nel tenere il percorso di convergenza avviata nel ‘900. Più in generale, le Regioni non sono state enti per la costruzione della classe dirigente ma al contrario luogo di corruzione. Sono in corso indagini in ben 17 consigli su 20. Parliamo degli scandali quali: Mose e banche del Veneto, Siena, Marche ecc ecc.

 

Le Regioni: aboliamole!

Per ripensare il tutto è necessario uno sguardo più generale e la verifica dell’efficacia ed efficienza delle varie istituzioni rispetto alla loro intrinseca capacità di assolvere alla soluzione dei problemi del paese. Per fare questo bisogna saltare il secessionismo leghista e la stupida logica grillina del taglio lineare dei costi della politica. Detto che la sobrietà di chi fa politica dovrebbe essere un preupposto, i cittadini sarebbero ben contenti di pagare politici che facessero funzionare le cose come si deve.

Le Regioni sono state un errore. Bisogna riconoscerlo. Hanno funzionato sul piano politico quando comunisti e socialisti le usavano come esempio di buongoverno contro il malgoverno democristiano. Bossi non ha inventato nulla. Ha solo coniato un nuovo slogan: Roma ladrona. Il fatto è che le Regioni sono un ibrido sul piano istitituzionale e nella pregnanza territoriale.

In quanto istituzioni sono intermedie fra Parlamento/governo e gli enti territoriali veri, quali Province e Comuni. Non sono nè carne nè pesce. Per altro sono istituzioni legislative mentre si occupano per l’80/90% circa di distribuire i soldi della sanità e dei trasporti. Lo spreco per mantenere queste istituzioni che ripartiscono solo fondi è grande.

quadro1

Al miliardo della Tabella vanno aggiunti altre centinaia di milioni di spese varie ed ulteriori.

Dinnanzi a questi sprechi e a questo scempio è del tutto ragionevole indignarsi! Anzi, ci si indigna troppo poco.

Ma ognuno ha le sue magagne. La Sicilia avrebbe dovuto essere commissariata se esistesse tale possibilità, ma la sua forza è stata proprio quella di essere una Regione a Statuto speciale (che è un altro modo di dire: differenziato, e dunque intoccabile).

Se questo è lo stato delle finanze, anche la congruenza territoriale lascia a desiderare. Il territorio di competenza delle varie Regioni non è affatto omogeneo sul piano economico, sociale e storico. Tanto più che in questi decenni la realtà è cambiata.

L’Emilia- Romagna, ad esempio, non trova alcuna somiglianza fra la costa e la realtà di Piacenza che è un sobborgo di Milano. Mentre Parma, Reggio, Modena sono dei “ducati” a parte. In Lombardia, per quello che ho visto, Brescia e Bergamo poco hanno da spartire con Como e Varese. Ed anche in Veneto ci sono problemi. Una cosa è Venezia, altro è il quadrilatero centrale. Possiamo parlare anche della Toscana e della rilevante differenza fra quella centrale e quella costiera. L’Abruzzo e Molise sono stati già divisi in due province chiamate “regioni”. In Puglia una cosa è il leccese, altro sono Bari o Taranto. E così via.

In realtà, il nostro assetto è un misto di concezioni e sovrapposizioni: quella post unitaria (Province), quella preunitaria, quella napoleonica e quella repubblicana. Questi 70 anni di Repubblica richiederebbero pertanto un ripensamento complessivo ed un progetto omogeneo e non riformette per seguire questa o quella moda dettata da interessi partitici contigenti.

Lo studio del Centro Geografico Italiano conferma la necessità di cambiare approccio, prospettiva, punto di vista.

Questa è una presentazione dello studio.

Il CGI prospetta una interessante formula di suddivisione territoriale con soli 36 Dipartimenti, più omogenei per radici storiche ed economiche, al posto non solo delle 20 Regioni (21, considerando le Province autonome di Trento e Bolzano) e delle ex 110 Province ma anche di tutti gli altri enti territoriali soprattutto trasformando i Comuni in nuove città verso una ri-territorializzazione degli assetti amministrativi.

Con la proposta della SGI di eliminazione delle 20 Regioni italiane e delle 110 Province e con la creazione di 36 Dipartimenti (ma possiamo anche chiamarli in altro modo: distretti, comprensori, province territoriali, regioni metropolitane… comunque entità territoriali in cui si individuano degli elementi geomorfologici storici in cui la popolazione può riconoscersi: un fiume, una pianura, una montagna), si formula un’idea di reset complessivo della gestione territoriale che supera tutti gli altri progetti. Infatti si attuerebbe un forte processo di cambiamento basato su uno studio scientifico neutro rispetto agli attuali schieramenti partitici e che rispecchia l’Italia Fisica-Politica nella sua vera realtà. La ripartizione territoriale di questi 36 Dipartimenti (che nascerebbero tenendo conto dei territori delle ex Province) ricostruisce e aggrega luoghi di interscambio quotidiano (economici, culturali, di incontro delle persone, storici etc.) di aree attigue, che si autoidentificano e si autoriconoscono spontaneamente in un preciso assetto storico-temporale.

Si può essere o meno d’accordo con la proposta ma l’approccio scientifico, unitario e nazionale è condivisibile. In base alla realtà sendimentata si prospettano livelli istituzionali efficienti di pianificazione e gestione dei vari aspetti.

Calando la proposta come attuazione possibile oggi, si potrebbero eliminare le Regioni e formare Province/Distretti per bacini omogenei dal punto di vista storico, sociale, economico e ambientale. Tutto sarebbe più chiaro e meno strumentalizzabile.

Per altro verso, la semplificazione istituzionale migliora anche l’aspetto democratico. E rende più efficace il ruolo dei cittadini ed in particolare dei lavoratori e delle classi popolari.

Ma i partiti attuali vivono alla giornata. O sono monotematici. Non a caso si frantumano dinnanzi alla regionalizzazione differenziata. Alcuni governatori PD sono contrari, altri a favore. D’Alema prima e Gentiloni di recente hanno sdoganato la questione. Non si comprende cosa bolle sotto la cenere della Lega. Che faranno i neoelettori che votano Salvini dopo che le loro Regioni saranno ulteriormente mazziate? Per il M5S questa sarebbe un grande opportunità di recuperare terreno. Ma avranno capito di cosa si stà paralando?

Da parte nostra riteniamo che qualsiasi cambiamento debba partire dalla riconquista della sovranità, non solo verso entità maligne come l’Unione Europea o il Fondo Monetario, ma anche e soprattutto verso i “mercati”, la Finanza.

Riconquista della sovranità. Riconquista dell’Unità. Ricostruzione di tutti quegli strumenti atti ad attuare la Costituzione per tutti i cttadini.

Ci sono dei momenti in cui: “si fa l’Italia o si muore”.

Questo è uno di quei momenti.

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Comments   

#1 Eros Barone 2019-02-23 23:46
Uno degli errori più grossolani che ha commesso il blocco dominante negli ultimi vent’anni è stato la riforma del Titolo V della Costituzione. Le conseguenze sono state micidiali: la politica energetica, industriale e delle infrastrutture, nonché le sovvenzioni alle imprese sono passate sotto le Regioni, provocando una frammentazione deleteria. A ciò si aggiunga la formazione professionale, la spesa sanitaria e la politica agraria, che sono state anch’esse regionalizzate. In sostanza, è la fine del progetto di Bassanini, un ‘socialista’ che negli ultimi decenni ha favorito (non il capitale industriale ma) il capitale commerciale. Fare 20 politiche industriali e 20 politiche di promozione del turismo all’estero è un cortocircuito che ha mandato in tilt molti operatori economici italiani per il semplice motivo che la crisi di sovrapproduzione avanza sempre di più e non dà tregua. Si assiste in tal modo allo svilupparsi della lotta di classe entro il blocco economico del potere capitalistico. Chi vincerà deciderà le sorti del paese per i prossimi decenni. E il proletariato italiano che atteggiamento deve assumere? È molto semplice: attrezzarsi, dopo decenni di subalternità, con una propria strategia e adottare linee d'intervento tattico che facciano esplodere le contraddizioni e rendano palese la lotta di classe che si svolge nel blocco dominante.
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