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Referendum, la radicalizzazione algoritmica come ariete per la vittoria del NO

di nlp

ngodeurtrygtL’esito del referendum, culminato in una netta vittoria del NO, aiuta a entrare con forza nelle dinamiche tecnologiche di formazione della polarizzazione politica e della mobilitazione sociale. Non ci troviamo infatti di fronte all’ormai classica cesura sistemica tra la rappresentazione dell’opinione pubblica dei media tradizionali e le correnti di mobilitazione che si sviluppano attraverso le piattaforme digitali. Da questa dimensione di analisi emerge piuttosto l’importanza della  radicalizzazione algoritmica nello spostamento del consenso in politica. La radicalizzazione algoritmica è il processo per cui i sistemi di raccomandazione dei contenuti delle piattaforme social ottimizzano e massimizzano il tempo di visione dei post, amplificando contenuti ad alta attivazione emotiva (rabbia, indignazione) e favorendo la migrazione degli utenti verso percorsi di polarizzazione cognitiva.

Analizzando il referendum  la  Actor-Network Theory (ANT) emerge come un modello antropologico capace di spiegare la radicalizzazione algoritmica. Attraverso questa lente teorica, l’analisi procede a decostruire la scatola nera (black box) algoritmica, quella che suggerisce i contenuti agli utenti, mappando le intricate reti di attori umani e non umani che hanno determinato il successo del fronte del NO.  Emerge inoltre l’economia dell’attenzione come primario motore della esigenza di radicalizzazione degli utenti, evidenziando il suo impatto dirompente sull’evoluzione dei movimenti sociali contemporanei. 

 L’Actor-Network Theory (ANT)  offre infatti un approccio teorico e metodologico che ridefinisce radicalmente il concetto stesso di “sociale” e di “agire” (agency). Il principio fondativo dell’ANT è l’ontologia piatta (flat ontology), un postulato secondo cui tutto ciò che esiste nel mondo sociale e naturale è il risultato di reti di relazioni in costante mutamento e negoziazione. In questo paradigma decostruttivista, non esistono forze sociali astratte, macro-strutture o sovrastrutture ideologiche preesistenti che possano essere utilizzate per spiegare i fenomeni a priori; al contrario, la “società” è concepita esclusivamente come un effetto generato, una conseguenza performativa dell’interazione continua e precaria tra entità eterogenee.

La teoria impone il rigoroso principio della “simmetria generalizzata”, rifiutando categoricamente di privilegiare gli esseri umani rispetto agli oggetti non umani nell’analisi delle reti sociali.

Applicando questo framework alla campagna referendaria, la dicotomia tradizionale tra “mezzo” e “messaggio”, o tra “utente” e “strumento”, decade irrimediabilmente. Le piattaforme digitali, i software di apprendimento automatico, gli hashtag, le interfacce utente e le metriche di engagement non sono intermediari passivi o canali inerti utilizzati dai comitati elettorali per veicolare contenuti. Si configurano invece come veri e propri “actanti” (actants) – entità semiotico-materiali dotate della autonoma capacità di agire, di fare la differenza, di imporre vincoli e di modificare il corso degli eventi all’interno del network relazionale. Questa prospettiva simmetrica permette di superare le visioni riduzioniste e strumentali che considerano gli algoritmi come entità neutrali o passivi anche se non neutrali, riconoscendoli invece come co-partecipanti attivi e decisivi nella regolazione delle interdipendenze politiche e nella produzione di mondi sociali complessi. John Law descrive l’ANT come una “semiotica materiale”, in quanto mappa relazioni che sono simultaneamente fattuali (tra cose fisiche o righe di codice) e concettuali (tra idee o affetti politici). Nel contesto della consultazione referendaria, il voto non è l’espressione di una volontà individuale isolata o di gruppi sociali “puri”, ma l’esito finale dell’allineamento di questa immensa rete ibrida.

Nel contesto del referendum, la mobilitazione a favore del NO ha preso forma attraverso un “assemblaggio” (assemblage) eterogeneo estremamente resiliente ed efficace. Per comprendere come si è strutturata questa rete vittoriosa, è essenziale capire che non si tratta di qualcosa fatto  di tecnologia human-free  che usa le persone come terminali di un potere scuro oppure, al contrario,  una rete di comunità, technology-free che spesso vengono immaginate.

Il successo della campagna del NO risiede nella capacità (spesso emergente e non centralizzata) di creare un allineamento sinergico tra questi nodi, tecnologici e umani. L’agire umano – come ad esempio la creazione di un contenuto sarcastico o indignato contro i promotori del SÌ – e l’agire non umano l’algoritmo che individua il contenuto, ne calcola il potenziale di ritenzione dell’attenzione (attention retention) e lo distribuisce nei feed di milioni di utenti – si sono intrecciati in un’unica entità ibrida, potenziando la diffusione del messaggio oltre ogni limite fisico o barriera editoriale tradizionale.

Nell’ottica dell’ANT, il potere non è una proprietà intrinseca o un possesso stabile di un gruppo politico, bensì l’effetto temporaneo e precario di una “traduzione” riuscita. Michel Callon definisce la traduzione come il processo processuale mediante il quale un attore problematizza una specifica questione, allinea progressivamente gli interessi degli altri attori, li rende interdipendenti e li arruola (enrollment) nella propria rete di influenza, assegnando loro ruoli specifici. La traduzione comporta la definizione dei problemi in modo tale che la soluzione proposta diventi l’unico punto di passaggio obbligato.

Nel caso del referendum, i promotori del NO hanno saputo tradurre le loro istanze politiche nei linguaggi formali e computazionali richiesti dagli attori non umani. L’algoritmo di una piattaforma social non comprende la politica in senso semantico o ideologico, ma legge esclusivamente segnali matematici di interazione e permanenza. Formulando messaggi che suscitavano forti reazioni emotive (indignazione, paura, derisione), il network umano ha arruolato spontaneamente il network algoritmico come alleato formidabile. La piattaforma, programmata nativamente per  massimizzare la ritenzione dell’attenzione ai fini della profilazione pubblicitaria, ha agito da cassa di risonanza automatizzata e seriale. Essa è diventata di fatto il principale “portavoce” (spokesperson) e promotore materiale del NO. Questa cooperazione ibrida ha generato una struttura di contenuti solida, trasformando argomentazioni politiche in  immutable mobiles – artefatti informativi che mantengono la loro forma e il loro potere di persuasione mentre viaggiano attraverso la rete.

Per comprendere appieno la pervasività  del fronte del NO sui social media, superando le analisi superficiali limitate al solo calcolo elettorale, si deve sviluppare un modello antropologico politico. Un modello che spiega come i media algoritmici non si limitino a riflettere  l’opinione pubblica preesistente, ma contribuiscano attivamente alla sua modellazione e alla sua radicalizzazione. Gli algoritmi devono infatti essere indagati sociologicamente sia come artefatti socio-culturali riflettenti le visioni del mondo, e la rete di interessi, dei loro programmatori, sia come agenti sociali dotati di autonomia all’interno dei paradigmi del capitalismo della sorveglianza (Shoshana Zuboff) e del colonialismo dei dati (Nick Couldry e Ulises A. Mejias).

L’ecosistema dei social media è ontologicamente fondato sull’economia dell’attenzione, un modello di business estrattivo in cui il tempo, le reazioni psicologiche e il coinvolgimento cognitivo degli utenti vengono costantemente analizzati, quantificati, pacchettizzati e venduti come merci agli inserzionisti. Affinché questo estrattivismo algoritmico sia massimamente efficiente, l’architettura digitale è progettata per premiare sistematicamente e amplificare i contenuti che catalizzano le reazioni più immediate e persino viscerali.

La ricerca empirica, dalla psicologia cognitiva all’analisi computazionale, ha ampiamente dimostrato che i contenuti connotati da un’emotività “high-arousal” (ad alta attivazione fisiologica e psicologica) possiedono un intrinseco e incolmabile vantaggio di propagazione online. Emozioni ad alta intensità – siano esse positive come lo stupore o il timore reverenziale (awe), ma soprattutto negative come la rabbia acuta, l’indignazione morale, la paura o la schadenfreude il piacere provato per le sfortune e le umiliazioni dei rivali politici – fungono da vettori ottimali per la viralità. Studi su dataset massivi, comprendenti decine di milioni di post, hanno confermato che i contenuti ad alta attivazione generano un tasso di condivisione esponenzialmente superiore, trasformando l’affetto in visibilità e interazione. Che cosa è quindi un NO in questa dimensione algoritmica che estende messaggi in tempo reale? Un contenuto ad alta attivazione ottimale per gli inserzionisti pubblicitari.

Nel contesto della dialettica referendaria, la denigrazione degli avversari, la sensazione collettiva dell’oltraggio alla costituzione, il discredito verso l’esecutivo, e le narrazioni preoccupate, distopiche e persino apocalittiche si propagano con una velocità e una capillarità nettamente superiori rispetto alle narrazioni del SI, orientate alla denigrazione ma di non immediata comprensione (legare la pedofilia al referendum sulle carriere non era di facile intuizione, nda) .  La fazione del NO ha beneficiato in modo strutturale, quasi ecologico, della dimensione algoritmica della comunicazione . Mentre quella del SÌ si affida alternativamente a narrazioni istituzionali,  tecniche, rassicuranti come a quelle denigranti e allarmistiche, senza un convincente filo logico unitario. E’ risultato così facile per la narrativa del NO  definirsi strutturalmente attraverso campagne di decostruzione emotiva, meme sarcastici ad alto impatto visivo e allarmi sui presunti pericoli letali della riforma. Gli algoritmi di raccomandazione hanno captato il rapido picco di engagement generato da queste emozioni “high-arousal”  del NO e hanno innescato un “ciclo di amplificazione emotiva” (emotional amplification loop), alimentando in modo massiccio il NO nei feed degli utenti.

La radicalizzazione algoritmica non deve essere banalmente intesa come un processo unidirezionale di lavaggio del cervello imposto dalle macchine ad automi umani passivi. Piuttosto, rappresenta una complessa dinamica di co-evoluzione mediata da sofisticate tecniche di intelligenza artificiale. Piattaforme egemoni come Facebook, YouTube, X (precedentemente Twitter) e TikTok impiegano architetture di reinforcement learning (apprendimento per rinforzo). In questo modello matematico, l’algoritmo agisce come un agente che esplora un ambiente (il social network), compie azioni (raccomanda un video o un post) e riceve una ricompensa (l’utente clicca, commenta o guarda il video fino alla fine) o una penalizzazione (l’utente chiude l’app).

Il modello antropologico rivela in questo snodo una dialettica simbiotica : gli algoritmi si adattano ai bias e alle vulnerabilità psicologiche umane, ma contemporaneamente gli esseri umani modellano il proprio comportamento sociale, la propria identità e la propria espressione politica per adattarsi a ciò che l’algoritmo ricompensa. Se un attivista o un creatore di contenuti nota che un post caratterizzato da toni moderati viene ignorato, mentre una dichiarazione radicale riceve un’impennata di visibilità, conferme sociali (sotto forma di validazione quantitativa dei like) e status, sarà psicologicamente e socialmente incentivato a riprodurre narrazioni forti. Questo feedback loop ricorsivo addestra simultaneamente la macchina (a suggerire narrazioni forti per trattenere l’utente) e l’utente umano (a produrre narrazioni forti per ottenere capitale sociale e visibilità), normalizzando e consolidando posizioni politiche intransigenti e polarizzate. La radicalizzazione algoritmica emerge quindi non come un’anomalia, ma come un’ abitudine cibernetica, un comportamento alimentato e messo a profitto dalle interfacce digitali. 

Per analizzare la profonda dinamica che ha immunizzato l’elettorato del NO da qualsiasi argomentazione avversa, è indispensabile chiarire una tassonomia concettuale spesso confusa nel dibattito giornalistico e pubblico. Il filosofo contemporaneo C. Thi Nguyen fornisce una distinzione analitica e dirimente tra bolle epistemiche (epistemic bubbles) ed  echo chambers (camere dell’eco).

Durante la dinamica referendaria, l’infrastruttura tecnologica non si è limitata a confinare gli utenti in bolle epistemiche derivanti dall’omofilia di rete; ha fornito il sostrato materiale e la metrica per l’edificazione di vere e proprie echo chambers impenetrabili. In questi ambienti fiduciari chiusi, le posizioni a favore del SÌ non erano del tutto assenti, ma venivano introdotte unicamente per essere sbeffeggiate, decostruite o esposte al pubblico ludibrio, vaccinando preventivamente l’elettorato del NO contro qualsiasi retorica avversaria attraverso l’effetto del preemptive evidencing.

A coronamento e cristallizzazione di questa dinamica di chiusura vi è il fenomeno che la filosofia dell’informazione definisce “cattura epistemica” (epistemic capture). Questo concetto diagnostica il processo attraverso cui individui, gruppi o istituzioni cedono la propria autorità conoscitiva, la propria indipendenza di indagine e il proprio giudizio critico agli output algoritmici, considerati fideisticamente come espressione di una verità oggettiva o di una presunta saggezza della folla. Nelle echo chambers del NO, l’algoritmo ha smesso di fungere da semplice distributore  di notizie, assurgendo al ruolo di arbitro della realtà nonostante il tentativo dei media tradizionali di delegittimare il NO come il terreno delle fake news.

Questa architettura tecno-capitalista ha un impatto ontologico profondo sulla genesi, la riproduzione, le prassi e la longevità dei movimenti sociali, modificando l’antropologia stessa della protesta collettiva. I movimenti contemporanei, paradigmaticamente esemplificati dalla coalizione coagulatasi attorno al NO, abbandonano le lente logiche organizzative, i rituali di reclutamento fisico e i vincoli antropologici tipici delle teorie tradizionali della mobilitazione (come la Resource Mobilization Theory), evolvendosi in forme ibride, connesse e disintermediate.

Gli algoritmi non si limitano a narrare i movimenti sociali, ma “intercettano e riproducono” la loro essenza comunicativa, fungendo da tessuto connettivo cognitivo e da acceleratore logistico. La mobilitazione assume le fattezze di un'”azione connettiva” (un termine che supera quello classico di azione collettiva), dove il singolo partecipante interviene personalizzando il proprio frame attraverso la creazione di meme, l’uso di hashtag e la pubblicazione di video brevi. Questi micro-contributi vengono poi fusi, incanalati e ordinati dal software in un’unica corrente di visibilità globale, capace di esercitare pressioni formidabili in tempi ridottissimi. Tuttavia, questo modello infrastrutturale espone i movimenti a rischi di volatilità immensi. Essendo totalmente sottomessi alle affordance delle piattaforme e alle spietate metriche di estrazione del valore, essi diventano vulnerabili al ciclo di vita accelerato, frammentato e schizofrenico dell’informazione digitale.

Ciò produce movimenti spesso definiti dalla sociologia della sicurezza con l’acronimo MUU (Mixed, Unclear, Unstable): forme di aggregazione e radicalizzazione contemporanea prive di chiari confini sociali, basate sull’indignazione istantanea, altamente fluide e difficilmente inquadrabili dalla politica partitica tradizionale. Nel vasto fronte del NO, abbiamo assistito precisamente all’emersione di una dirompente convergenza MUU: una coalizione asimmetrica e temporanea di libertari, militanti anti-sistema, opinionisti conservatori ma fedeli alla costituzione, giovani e cittadini precedentemente apolitici o astensionisti. Questa massa critica non è stata fusa da un progetto prefigurativo unitario, organico o proattivo , bensì connessa dall’invisibile mano dell’algoritmo, che ha matematicamente allineato la loro frammentata ostilità e alienazione nei confronti dell’establishment istituzionale, rendendo il rifiuto un comune denominatore virale.

Un nodo euristico cruciale per comprendere l’esito del referendum risiede nella palese e documentata discrepanza registrata tra le rilevazioni dell’Agcom e i dati di monitoraggio del traffico digitale e dell’open source intelligence. Se la televisione, in termini di allocazione degli spazi, presenze fisiche e narrazione complessiva, registrava un chiaro vantaggio istituzionale e una predominanza formale per il fronte del SÌ, i social network pullulavano di comitati virtuali, pagine autogestite, bot network e sciami di utenti ferocemente schierati per il NO. Spiegare questo differenziale richiede un’analisi comparativa profonda delle differenze strutturali, demografiche e cognitive tra i due ecosistemi mediali.

Televisione e social media non costituiscono semplicemente canali comunicativi reciprocamente alternativi su cui spalmare il medesimo messaggio;  rappresentano ambienti ecologici a sé stanti, retti da ontologie, regole economiche, legislazioni e grammatiche spazio-temporali radicalmente opposte e incommensurabili.

La televisione è sostanzialmetne un ambiente di sorveglianza top-down che favorisce fisiologicamente lo status quo o le iniziative di riforma governative e istituzionali (nel nostro caso, il SÌ). Le élite politiche e gli intellettuali a loro organici possiedono le risorse, le competenze retoriche, l’abito formale e l’autorità istituzionale per dominare questi format codificati dei talk show, delle interviste in studio e dei telegiornali, muovendosi a proprio agio in un ecosistema basato sul riconoscimento della loro esclusiva autorità.

Tuttavia, l’apparente egemonia e l’influenza prescrittiva della televisione incontrano due limiti fatali nel sistema ibrido dei media. In primo luogo, vi è un insuperabile limite demografico: la rigidità del medium televisivo fatica a intercettare l’attenzione dei gruppi anagraficamente più giovani o delle fasce sociali profondamente disaffezionate e emotivamente ciniche verso la politica istituzionale. In secondo luogo, emerge il fenomeno della saturazione del format. Il dibattito televisivo, vincolato da tempi istituzionali, linguaggi ingessati, entro il modello del simulacro del pluralismo , genera disinteresse e assuefazione. Tale modello (si fa per dire) espressivo è cognitivamente incapace di competere con il costante e intermittente rilascio di dopamina fornito dai dispositivi mobili, dalle notifiche push e dalle dinamiche di gamification politica introdotte dai social network, che trasformano l’attivismo in una quotidiana gratificante crociata personale e collettiva.

Il dominio schiacciante del NO sui social media non è stato, dunque, semplicemente il riflesso speculare di un’opinione maggioritaria preesistente e silente, tenuta ai margini dalla televisione. È stato, piuttosto, il risultato di una formidabile convergenza antropologico-tecnologica tra istanze di protesta e l’infrastruttura estrattiva delle piattaforme. Come ampiamente analizzato, la narrativa della negazione, del sospetto endemico verso le élite, della ribellione contro l’establishment e dello smantellamento ironico delle narrazioni dominanti si adatta in modo mimetico, quasi perfetto, alle intime richieste di un algoritmo progettato per premiare questo genere di contenuti.

Questo ecosistema non si limita a favorire una fazione, ma genera un vantaggio persuasivo quantificabile con estrema precisione scientifica. Ricerche empiriche su vasta scala condotte dallo psicologo comportamentale Robert Epstein e dal suo team sul Search Engine Manipulation Effect (SEME) e sui sistemi di classificazione video (YME) e dei social media, hanno introdotto il fondamentale parametro del Vote Manipulation Power (VMP). Il VMP misura la percentuale esatta di incremento nella propensione di voto degli elettori indecisi (una fascia demografica cruciale che spesso decide l’esito di un referendum a ridosso del voto) verso uno specifico candidato o una fazione, in seguito all’esposizione a contenuti posizionati fortemente emotivi (biased rankings) all’interno di motori di ricerca, feed di piattaforme social o assistenti vocali.

Attraverso complessi esperimenti randomizzati e controllati condotti su campioni rappresentativi (ad esempio, coinvolgendo 1.488 elettori indecisi statunitensi simulando interfacce reali), le indagini di Epstein dimostrano inequivocabilmente che cambiare la gerarchia dei risultati o il ranking dei post può spostare le preferenze di voto in modo impressionante. Una singola esposizione a un feed fortemente emozionale può generare un VMP superiore al 20%, e l’effetto mutazione si amplifica ulteriormente in specifici gruppi demografici. 

Ancor più rilevante e dirimente per spiegare la schiacciante campagna del NO sui social è la scoperta dell’ effetto di esposizione multipla (Multiple Exposure Effect – MEE). Esposizioni ripetute, sequenziali e cumulative a messaggi politicamente polarizzati e omogenei – una condizione che riproduce esattamente la dieta informativa quotidiana di chi naviga all’interno delle echo chambers digitali descritte da C. Thi Nguyen – innescano incrementi progressivi e formidabili del VMP. Nei test di Epstein, il VMP per il motore di ricerca (simulatore Google) è cresciuto dal 14,3% dopo la prima ricerca, al 20,2%, fino al 22,6% con le ricerche successive. Nel simulatore di microblogging (X/Twitter), l’incremento è stato ancora più impressionante, passando dal 49,7% al 61,8%, raggiungendo il 69,1%. Sui simulatori di assistenti vocali (Alexa), il VMP è schizzato dal 72,1% fino al 98,6%. Fenomeni collaterali come il Platform Messaging Effect (PME), ovvero l’invio di promemoria algoritmici per il voto mirati selettivamente a specifici target (go-vote reminders), e l’Opinion Matching Effect (OME) contribuiscono ulteriormente a ingegnerizzare il consenso.

Questi dati matematici certificano che la presunta superiorità della televisione è ormai solo un’illusione ottica. Considerando l’elevata densità di interazione, il tempo di permanenza sullo schermo e la fedeltà degli utenti schierati per il NO alle loro nicchie virtuali, la continua  esposizione a video raccomandati, meme sarcastici e post indignati ha garantito una radicalizzazione capillare e uno spostamento del VMP tale da stravolgere qualsiasi equilibrio. La televisione istituzionale, col suo palinsesto rigido, intermittente e scarsamente ingaggiante a livello emotivo, non possiede le armi cognitive né l’algoritmica per scalfire questo assedio digitale. Sapendo quantificare il numero di elettori indecisi dotati di accesso a internet, i teorici dell‘online manipulation (espressione che va intesa in senso ampio) affermano che tali deviazioni algoritmiche (SEME, MEE) permettono di calcolare, e potenzialmente determinare, i margini di vittoria in consultazioni sul filo del rasoio, rendendo la tecnologia l’invisibile kingmaker della politica contemporanea.

L’esito del referendum, culminato con la netta, inequivocabile  vittoria del fronte del NO, non è una transitoria ondata di insoddisfazione popolare inquadrabile con le lenti della società industriale e nemmeno con quella degli anni ’90. Attraverso l’ applicazione dell‘Actor-Network Theory, emerge l’evidenza inconfutabile che le preferenze elettorali contemporanee sono il prodotto emergente di un reticolo ibrido, un macro-attore instabile in cui la volontà umana, l’architettura delle interfacce e l’infrastruttura di calcolo agiscono in un intreccio simbiotico, inestricabile e profondamente performativo. L’ontologia piatta ha dimostrato senza sconti come un hashtag virale, una metrica di engagement o un feed di raccomandazione addestrato mediante reinforcement learning abbiano esercitato sulla consultazione elettorale un impatto politico materiale analogo, se non di gran lunga superiore, a quello di un leader di partito tradizionale, di un editoriale accademico o di un comitato promotore ufficiale.

La spiegazione sociologica e antropologica di tale vittoria risiede nel trionfo schiacciante della logica algoritmica strutturata sull’estrazione di emozioni “high-arousal”. Questa ecologia dell’attenzione si è rivelata intrinsecamente ostile e avversa a alla lentezza  del dibattito istituzionale promosso dall’esecutivo (il SÌ), risultando invece strutturalmente e fisiologicamente allineata a istanze dicotomiche, oppositrici e indignate (il NO). Il processo di apprendimento per rinforzo co-evolutivo ha intrappolato milioni di cittadini in echo chambers impermeabili alle smentite esterne, generando vasti e allarmanti fenomeni di cattura epistemica dove la validità argomentativa e il pluralismo sono stati soppiantati dalla viralità emotiva e dalla fiducia tribale. Questo modello estrattivo ha trasformato irreversibilmente la protesta e la mobilitazione sociale, facendola evolvere in un aggregato MUU (Mixed Unclear Unstable), un’entità liquida, socialmente frammentata, ma dotata di un potere d’urto cinetico formidabile e imprevisto.

Infine, l’incongruenza strutturale tra il rassicurante primato del SÌ nelle metriche televisive e la marea montante e inarrestabile del NO sui social media testimonia in via definitiva il tramonto irreversibile dell’egemonia democratica del medium broadcast. Certifica il passaggio a una fase di colonialismo dei dati governato dalle architetture oscure delle Big Tech. L’entità del “Vote Manipulation Power” (VMP) teorizzato e misurato da Epstein, derivante dagli effetti di esposizione multipla (MEE) e dall’alterazione dei ranking informativi, ha rivelato come il posizionamento emozionale dei contenuti possa alterare massicciamente e silenziosamente le intenzioni degli elettori indecisi.

I maldestri tentativi di mitigazione e di controllo editoriale operati a posteriori dalle stesse piattaforme, mirabilmente rappresentati dal cortocircuito censorio occorso nel caso Barbero durante la campagna referendaria referendum , si sono dimostrati non solo inefficaci per limitare la portata del NO, ma disastrosamente controproducenti. Hanno confermato agli occhi degli attori mobilitati l’ipotesi di un sistema truccato, alimentando l’effetto boomerang e fortificando il network oppositivo. In ultima istanza, la dinamica referendaria sancisce che l’ingegneria algoritmica, la quantificazione dell’affetto e l’infrastruttura cibernetica, quando inserite nel tessuto di una società iper-connessa, disillusa e polarizzata, non sono più meri strumenti di comunicazione politica, ma costituiscono il vero,  e incontrastato arbitro sovrano dello scontro politico. Adesso sta ai movimenti fare un uso coordinato di queste dinamiche.

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