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seminaredomande

Continua lo smantellamento del SSN a vantaggio dei grandi privati

Chi soccorrerà i Pronto Soccorso al collasso?

di Francesco Cappello

Tra esternalizzazioni selvagge, crisi del pronto soccorso e fuga verso la sanità privata, il diritto alla cura si trasforma in merce e il paziente è ridotto a utente da cui estrarre valore

Gemini Generated Image 8ra4ir8ra4ir8ra4 1140x641.pngDover frequentare, per necessità propria o di un nostro caro, un qualsiasi pronto soccorso d’Italia non è di per se un’esperienza augurabile a nessuno. Oggi in particolar modo, perché si tratta di uno di quei luoghi in cui il degrado dei servizi pubblici italiani è reso drammaticamente evidente. Il malfunzionamento dei pronto soccorso non è un semplice intoppo burocratico, ma una ferita aperta che sta mettendo a rischio la vita stessa dei cittadini. Le analisi di settore svelano una realtà dove il sovraffollamento e la cronica carenza di personale non sono soltanto disagi, ma veri e propri catalizzatori di errori clinici. Quando un medico è costretto a gestire una mole di pazienti insostenibile, la qualità della sorveglianza crolla vertiginosamente. Assistiamo così a scenari drammatici dove un dolore toracico, che avrebbe richiesto un immediato elettrocardiogramma, viene ignorato per ore, o dove i primi segnali di una sepsi o di un deficit neurologico sfuggono a un triage frenetico e approssimativo. Ogni ritardo, ogni svista dettata dalla pressione organizzativa si traduce in un rischio concreto di esiti fatali o di invalidità permanenti, trasformando il luogo che dovrebbe essere sinonimo di salvezza in un teatro di pericolosa incertezza.

Il disastro si consuma anche attraverso la frammentazione dei percorsi di cura. Per tentare di liberare posti letto e tamponare le falle del sistema, i pazienti vengono spesso dimessi troppo presto o trasferiti senza una reale continuità assistenziale, innescando un circolo vizioso di riaccessi che appesantisce ulteriormente le strutture. A questo si aggiunge l’ombra lunga del burnout, che non è solo un problema di benessere lavorativo per i medici e gli infermieri, ma una variabile clinica che riduce drasticamente l’attenzione, aumentando il margine di errore terapeutico e farmacologico. Il medico, logorato da ritmi disumani e responsabilità schiaccianti, perde quella lucidità che l’emergenza richiede, diventando lui stesso vittima di un sistema che ha smarrito la propria bussola.

Di fronte a questo panorama, sorge spontanea una domanda che scava nelle fondamenta dell’economia sanitaria: perché le cliniche private, solitamente così pronte a inserirsi nelle maglie della sanità pubblica, evitano accuratamente di gestire pronto soccorso?

La risposta è cinica e inequivocabile: l’emergenza non rende. Gestire un pronto soccorso significa confrontarsi con l’imprevedibilità e con un’altissima intensità di risorse, due fattori che sono l’esatto opposto di un modello di profitto standardizzato. Un reparto di emergenza richiede macchinari costosi, personale iperspecializzato disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro e una capacità di risposta immediata che mal si concilia con l’ottimizzazione dei margini. Per una clinica privata, il pronto soccorso è una macchina che produce solo perdite, poiché i rimborsi pubblici per le singole prestazioni non riescono minimamente a coprire gli elevatissimi costi fissi di una struttura pronta a tutto.

Le cliniche private praticano una selezione implacabile, preferendo di gran lunga concentrarsi su attività programmate come la chirurgia elettiva o le visite ambulatoriali. In quei settori, il rischio clinico è confinato entro parametri gestibili, la durata dei ricoveri è ampiamente prevedibile e, soprattutto, il rapporto tra costi e ricavi è costantemente in attivo. Al contrario, l’emergenza-urgenza espone il privato a una complessità umana e clinica, spesso legata a pazienti anziani o affetti da multiple patologie, che è costosa, lunga e incerta. A questo si somma il timore paralizzante di incorrere in contenziosi legali per malasanità, un rischio che, nel marasma dell’emergenza, è una costante che nessun bilancio aziendale vuole accollarsi.

Siamo dunque di fronte a un paradosso crudele: mentre il sistema pubblico è obbligato dalla sua missione originaria a farsi carico di ogni dolore e di ogni complicazione, senza guardare al costo, il settore privato si arroga il diritto di scegliere solo le operazioni più remunerative e meno rischiose. Questo svuotamento strategico lascia l’intero peso sociale e finanziario del pronto soccorso sulle spalle di un Servizio Sanitario Nazionale sempre più fragile, costretto a operare in trincea mentre una parte consistente della “sanità di mercato” si arricchisce proprio grazie alle falle di questo stesso sistema. L’emergenza sanitaria è stata trasformata in una discarica di inefficienze, dove il profitto privato si nutre della progressiva erosione del diritto pubblico alla salute. A provocare e catalizzare queste derive del SSN ha contribuito grandemente il processo di aziendalizzazione della sanità pubblica [*] iniziato in Italia con le riforme dei primi anni Novanta e giunto oggi a compimento. L’imposizione di logiche di mercato, di contabilità e di management privato a un servizio pubblico universale ha snaturato la missione stessa della cura, trasformando il paziente da titolare di un diritto a “utente” o, peggio, a “prodotto”.

 

La Sanità appaltata: cronaca di un sistema al punto di rottura

L’attuale emergenza che paralizza i pronto soccorso italiani non è figlia di una fatalità improvvisa, né di un’imprevedibile calamità naturale. È, al contrario, il risultato manifesto di una strategia politica e gestionale che, nel corso di oltre un decennio, ha progressivamente abdicato al suo ruolo primario: la garanzia del diritto alla salute attraverso un servizio pubblico solido, autonomo e pianificato. Oggi, le cronache che arrivano da ogni angolo del Paese, dalla Sardegna alla Lombardia fino alla Sicilia, ci raccontano di un sistema sanitario che non è più il centro nevralgico della cura, ma si è trasformato in un cliente di lusso, in balia di intermediari privati.

Il cuore di questa mutazione genetica risiede nella scelta sistematica di non investire nelle assunzioni dirette e nella formazione professionale, preferendo invece la via più breve e costosa dell’esternalizzazione. Quando, dopo anni di blocchi del turnover, di tagli lineari e di una programmazione miope, le corsie degli ospedali hanno iniziato a svuotarsi, le Regioni non hanno reagito potenziando il sistema pubblico, ma hanno spalancato le porte ai cosiddetti “medici a gettone“. Si è così innescato un mercato del lavoro parallelo, dove la competenza clinica è diventata una merce da acquistare all’asta. Questo cambio di paradigma ha creato una frattura insanabile dentro le mura ospedaliere: da una parte, i medici strutturati, schiacciati da turni massacranti, responsabilità enormi e stipendi che non tengono il passo con l’inflazione; dall’altra, figure precarie, pagate a peso d’oro per coprire i vuoti, in una dinamica che ha disintegrato il senso di appartenenza a una missione comune.

Le tensioni che stiamo osservando in questi giorni, come la vicenda della diffida inviata da una società privata alla Regione Sardegna [1], segnano l’ingresso in una fase nuova e ancora più pericolosa: il conflitto frontale tra il decisore pubblico e il fornitore privato. Non siamo più di fronte a un semplice rapporto fornitore-cliente, ma a un vero e proprio scontro di potere. Le società private che gestiscono il personale medico, forti di posizioni di rendita ormai consolidate, utilizzano le armi del contenzioso amministrativo per difendere il proprio business. Quando una Regione prova, tardivamente, a riappropriarsi della gestione del proprio personale, assumendo direttamente i medici, la risposta è immediata e brutale: ricorsi al TAR, minacce di azioni risarcitorie milionarie e il richiamo a contratti capestro, come le clausole di non concorrenza, che di fatto tengono in ostaggio i professionisti e l’intera programmazione sanitaria.

Il fenomeno, seppur con sfumature diverse, è drammaticamente uniforme su tutto il territorio nazionale. Al Nord [2], la resistenza privata si manifesta spesso attraverso battaglie legali che bloccano le delibere regionali volte a limitare l’uso dei gettonisti, trasformando le aule dei tribunali nei veri luoghi dove si decide la sorte della sanità. Nel Mezzogiorno, e in particolare in Sicilia [3], la situazione assume i contorni di una desertificazione strutturale ancora più profonda, dove la fuga dal pubblico alimenta non solo il mercato dei gettonisti, ma anche il florido settore della sanità privata convenzionata, in un circolo vizioso dove le cliniche private attirano i professionisti che il sistema pubblico non è più in grado di trattenere. Il denominatore comune resta un sistema di “privatizzazione di fatto”, dove i profitti rimangono saldamente nelle mani dei privati, mentre le inefficienze e i costi insostenibili vengono scaricati interamente sulle casse pubbliche e sulla pelle dei pazienti.

Siamo arrivati al punto di non ritorno. Quando un’azienda privata può permettersi di intimare a un ente pubblico di non assumere medici, significa che il Servizio Sanitario Nazionale ha perduto la sua sovranità [1]. Il fallimento è politico, ma porta nomi e cognomi precisi: è il fallimento di una classe dirigente che ha preferito rincorrere l’emergenza quotidiana piuttosto che difendere il bene comune. Finché la sanità pubblica continuerà a operare sotto il ricatto delle clausole contrattuali e della logica del profitto, i pronto soccorso rimarranno trincee fragili, destinate a chiudere di fronte alla prima tempesta. La vera sfida non è solo quella di reperire medici, ma di riscattare la dignità della professione medica all’interno di un sistema che deve tornare a essere, in ogni sua parte, il garante ultimo del diritto alla vita e alla cura. In Sicilia [3], la dinamica non si discosta dal quadro nazionale che abbiamo delineato, ma si innesta su una fragilità strutturale ancora più profonda. Se in regioni come la Lombardia il conflitto è più spesso di natura “giuridico-amministrativa” (scontri al TAR per bloccare delibere), in Sicilia il fenomeno si manifesta come una vera e propria emorragia di personale verso il settore privato, che lascia il sistema pubblico svuotato e dipendente da soluzioni di fortuna.

Dinamiche analoghe si registrano in tutte le regioni d’Italia.


Note
[1] La vicenda che vede contrapposte la società MST Group e la Regione Sardegna rappresenta l’apice di una crisi profonda e costituisce un precedente inquietante per la tenuta del sistema sanitario pubblico nell’isola. La MST Group Srl, definita come società benefit con sede a Vicenza, opera nel settore della fornitura di personale medico, agendo come una sorta di agenzia di intermediazione che recluta professionisti per coprire i turni vacanti all’interno dei reparti di emergenza-urgenza degli ospedali sardi. Il loro modello di business si inserisce in una falla strutturale del SSN, quella carenza cronica di medici che ha spinto le Aziende Sanitarie Locali a delegare all’esterno la propria funzione di erogazione del servizio di guardia nei pronto soccorso, trasformando di fatto un’attività di pubblico interesse in una prestazione commerciale esternalizzata. Il cuore della disputa è esploso quando la Regione Sardegna, nel tentativo tardivo di arginare il ricorso ai gettonisti e di riportare sotto controllo pubblico la gestione dei reparti, ha iniziato a muoversi per assumere direttamente i medici, tentando di sottrarli al vincolo di intermediazione della società veneta. La risposta della MST Group non si è fatta attendere, concretandosi in una formale diffida che ha sollevato un polverone politico e legale. La società accusa la Regione di operare una concorrenza sleale e minaccia ripercussioni giudiziarie pesanti, prospettando richieste di risarcimento milionarie e blocchi amministrativi. In sostanza, il fornitore privato contesta al committente pubblico il diritto di assumere personale che fino a quel momento aveva operato sotto il proprio cappello contrattuale, facendo leva su presunte clausole di non concorrenza che, nel disegno della società, dovrebbero impedire ai medici di passare direttamente alle dipendenze delle ASL. Questa dinamica assume contorni surreali se si considera che un privato sta tentando di inibire un ente pubblico nell’esercizio del suo dovere primario: garantire la continuità dei servizi di emergenza. La natura dello scontro non è meramente contrattuale, ma rivela una dipendenza patologica: la sanità sarda è diventata ostaggio di una logica di mercato in cui la continuità delle cure dipende dalla sopravvivenza economica di un’azienda privata. La minaccia di azioni giudiziarie da parte di MST Group agisce come una leva di pressione che rischia di paralizzare l’amministrazione, la quale, di fronte allo spettro di cause legali dai costi esorbitanti e dai tempi lunghi, potrebbe decidere di desistere dal piano di assunzioni dirette. Il rischio concreto e immediato di questa contrapposizione è la chiusura materiale dei pronto soccorso in tutta l’isola. Poiché questi reparti sono attualmente tenuti in piedi da un gran numero di medici gettonisti forniti proprio da agenzie come la MST, una rottura drastica del rapporto, unita all’incertezza legale generata dalla diffida, potrebbe portare all’abbandono dei turni da parte del personale. Senza la presenza di questi medici e in assenza di un piano di assunzioni che sia stato effettivamente attuato, i presidi ospedalieri si troverebbero privi della forza lavoro minima necessaria per restare aperti. Il fallimento politico di questa gestione si palesa dunque in modo drammatico: la Regione si trova oggi a dover scegliere tra subire il ricatto di un fornitore che pretende di controllare le risorse umane, o rischiare il collasso dell’emergenza-urgenza sarda, lasciando i cittadini senza il presidio fondamentale della salute.
[2] Nelle regioni del Nord Italia, il fenomeno dei medici gettonisti si manifesta con dinamiche che, pur condividendo la stessa radice di carenza di organico, si distinguono per un’intensità e una pervasività che hanno ridefinito l’assetto organizzativo degli ospedali. In Lombardia, Veneto e Piemonte, il sistema è diventato progressivamente dipendente da questo modello di fornitura esterna, tanto che in molti presidi di pronto soccorso la continuità assistenziale non è più garantita dal personale di ruolo, ma è affidata a rotazioni di professionisti provenienti da cooperative o agenzie private. Qui, il conflitto si è polarizzato su un piano prettamente giuridico e amministrativo, dove la volontà delle istituzioni regionali di porre un freno a questa deriva ha trovato un muro pressoché invalicabile nelle aule dei tribunali amministrativi.
In Lombardia, la gestione dell’emergenza ha raggiunto picchi di tensione estrema. La Regione ha cercato, attraverso atti deliberativi, di imporre una linea di demarcazione netta, tentando di limitare il ricorso ai servizi esterni per favorire il rientro nei ranghi del personale dipendente. Tuttavia, la reazione del comparto privato è stata immediata e capillare: le società di fornitura hanno prontamente fatto ricorso al TAR, ottenendo spesso sospensive che hanno paralizzato l’efficacia dei provvedimenti regionali. Questo ha creato una situazione di stallo in cui la pubblica amministrazione si trova imbrigliata in un contenzioso perenne, incapace di imporre la propria programmazione di fronte a una controparte che difende le proprie rendite di posizione con ogni strumento legale disponibile.
In Piemonte, il nodo centrale attorno al quale ruota il conflitto riguarda la trasparenza e la legittimità delle procedure di affidamento dei servizi. L’attenzione degli organi di controllo, come l’Autorità Nazionale Anticorruzione, ha messo in luce una prassi consolidata dove le gare d’appalto, spesso costruite su misura o caratterizzate da procedure negoziate poco trasparenti, hanno finito per blindare il mercato a favore di pochi operatori dominanti. Questa concentrazione del potere di fornitura ha reso le singole aziende sanitarie locali profondamente vulnerabili, poiché la rescissione di tali contratti, anche quando ritenuti iniqui o inefficienti, comporterebbe il rischio concreto di bloccare l’operatività dei reparti di emergenza, lasciando i cittadini privi di assistenza.
Infine, il denominatore comune in tutto il Nord è l’effetto di disgregazione che questo fenomeno produce all’interno dei reparti. La presenza affiancata di medici strutturati e medici “in affitto”, con trattamenti economici e carichi contrattuali abissali, ha logorato il clima lavorativo, innescando una fuga ulteriore dal servizio pubblico. Il medico strutturato, logorato da una burocrazia asfissiante e da responsabilità che non trovano riscontro in una retribuzione adeguata, finisce per guardare al mercato del gettonismo come a una via di fuga, alimentando così l’incendio che lo stesso sistema cerca, a parole, di spegnere. Si assiste dunque a un circolo vizioso in cui il settore privato, finanziato dal pubblico, drena costantemente le risorse umane dell’ospedale, rendendo l’esternalizzazione non più una scelta emergenziale, ma una condizione strutturale e irrinunciabile che condiziona il diritto alla salute di milioni di cittadini.
[3]In Sicilia, il punto focale non è solo la presenza di gettonisti, ma la desertificazione dei reparti conseguente ad una vera e propria emorragia determinata dalla “fuga dal pubblico”. Come emerso nei casi di Agrigento, Licata, Sciacca e altrove, il personale medico (in particolare in ortopedia e medicina d’urgenza) abbandona in massa gli ospedali pubblici non solo per “lavorare a gettone”, ma per trasferirsi stabilmente in cliniche private convenzionate. Il conflitto è tra Pubblico e Privato Convenzionato. Le cliniche private non sono solo “fornitori di gettonisti”, ma diventano l’approdo sicuro per i medici che fuggono dai turni massacranti del pubblico. Questo crea un corto circuito: le cliniche private convenzionate (che vivono di fondi pubblici) “aspirano” il personale dagli ospedali pubblici, che poi, per non chiudere, sono costretti ad appaltare i turni a società esterne o a cooperative che spesso sono collegate allo stesso mondo. Le organizzazioni sindacali, come l’UGL Sanità Sicilia, hanno denunciato da tempo quella che definiscono “esternalizzazione selvaggia“. Il conflitto qui si gioca sulla tenuta degli organici. In Sicilia, si segnala spesso il mancato rispetto delle normative (Elusione della Legge) che impongono una percentuale massima di personale esterno (es. il 20% della legge regionale 39/1988). Quando le ASL provano a fare bandi, si scontrano con il fatto che il mercato è ormai saturo di attori privati che hanno il monopolio dei professionisti. Ogni volta che una struttura privata ottiene una convenzione o una gestione appaltata, la struttura pubblica vicina perde pezzi. Questo genera un clima di “guerra commerciale” dove le cliniche private competono con gli ospedali pubblici usando la leva dei salari e della qualità della vita lavorativa, finanziate però, paradossalmente, dallo stesso sistema sanitario regionale. Mentre altrove la battaglia è nelle aule amministrative (TAR), in Sicilia il tema è spesso al centro di inchieste sulla gestione degli appalti e delle convenzioni. Il conflitto non è solo “legale-amministrativo”, ma riguarda la tenuta democratica della salute: la popolazione percepisce che il pubblico è stato svuotato a favore di un sistema privato che spesso non garantisce le stesse prestazioni di emergenza.

[*] Il cuore del problema risiede nel cosiddetto “New Public Management” applicato alla salute. Questo modello ha imposto alle ASL e agli ospedali di comportarsi come aziende orientate al pareggio di bilancio. Il risultato? L’efficienza non viene più misurata in termini di salute guadagnata, di prevenzione o di equità nell’accesso, ma in termini di produttività contabile. Il pronto soccorso, in questa ottica, diventa un “costo” difficile da comprimere, un reparto dove non è possibile pianificare in anticipo il volume delle prestazioni e dove, quindi, il bilancio è costantemente sotto pressione. Per assecondare questa logica, si è proceduto a una parcellizzazione del servizio: si è smesso di pensare all’ospedale come a un organismo integrato e si è passati alla “tariffazione per prestazione”, un meccanismo che premia gli interventi remunerativi e penalizza tutto ciò che è complesso, cronico o puramente emergenziale. Il ruolo dei gettonisti, la fuga dei medici, ecc. rappresentano la fase terminale di un processo di “de-pubblicizzazione”. L’esternalizzazione non è un’anomalia, ma la conseguenza logica dell’aziendalizzazione. Quando il dogma è il contenimento della spesa e il rispetto dei tetti, l’amministrazione pubblica, svuotata di personale proprio per risparmiare, si trova costretta a “comprare” il servizio sul mercato. In questo modo, l’ente pubblico non solo perde il controllo diretto sulle prestazioni, ma diventa esso stesso il principale finanziatore della crescita del settore privato. La diffida della società privata alla Regione sarda è il segnale che il controllore ha perso ogni potere sul controllato: il mercato ha preso il comando, e la politica si è ridotta a un ruolo ancillare, intenta solo a gestire i contratti di appalto invece di programmare la salute dei cittadini. La fine del Servizio Sanitario Nazionale non è dovuta a una carenza di fondi in senso assoluto, ma ad una deliberata scelta politica di definanziare il pubblico per rendere necessario il ricorso al privato. La retorica del “risparmio” e dell’ “efficienza” è servita a coprire lo smantellamento di una struttura che era nata per escludere il profitto dalla malattia. Finché l’ospedale sarà misurato con i parametri di un’azienda profit, il pronto soccorso sarà sempre il ventre molle della sanità, il luogo dove le inefficienze del sistema si trasformano in pericolo per la vita umana. In definitiva, l’aziendalizzazione ha raggiunto il suo obiettivo autodistruttivo rendendo il pubblico non più capace di garantire il diritto alla salute, obbligando così la società civile ad accettare, come male necessario, l’invasione di attori privati i cui interessi sono diametralmente opposti a quelli della collettività. Quelle che abbiamo analizzato non sono vicende isolate o dovute a banali errori di gestione, ma vanno riconosciute come le conseguenze dirette di un modello che, avendo trasformato la cura in una merce, ha inevitabilmente condannato il servizio pubblico all’irrilevanza e alla subordinazione. Il degrado progressivo della qualità dell’offerta nella sanità pubblica non è un effetto collaterale indesiderato ma il motore primario di un preciso disegno di mercato: lo spostamento di massa del cittadino verso il settore delle assicurazioni private. La dinamica è semplice quanto devastante. Quando il sistema pubblico, svuotato da anni di tagli e logiche aziendali, non riesce più a garantire tempi di attesa accettabili o prestazioni diagnostiche tempestive, il cittadino si trova di fronte a una scelta obbligata. Il deterioramento dell’esperienza all’interno degli ospedali, caratterizzato da file interminabili, Pronto Soccorso intasati e una percezione crescente di abbandono che genera immancabilmente un senso di insicurezza tale da spingere intere fasce della popolazione (le più benestanti) a cercare rifugio nel mercato delle polizze sanitarie integrative.
Questa migrazione forzata è il vero Eldorado per i grandi fondi di investimento internazionali, che hanno compreso perfettamente come la salute possa diventare una rendita finanziaria straordinariamente stabile. Quando il cittadino, esasperato, stipula una polizza per accedere più rapidamente alle cure o per coprire le lacune di un Servizio Sanitario Nazionale in affanno, non sta solo acquistando un servizio, ma sta alimentando un circuito finanziario globale. I premi versati dai cittadini finiscono infatti nelle casse di colossi assicurativi che sono, a loro volta, partecipati o interamente posseduti da enormi fondi di investimento, spesso gli stessi che gestiscono le cliniche private convenzionate o le società di fornitura di servizi medici. Si chiude così un cerchio perfetto di estrazione di valore: il pubblico viene deliberatamente indebolito per incentivare il ricorso al privato, e il capitale finanziario si appropria dei risparmi delle famiglie per garantire loro ciò che un tempo era un diritto universale e gratuito.
Questo processo sta trasformando la sanità in un asset finanziario a tutti gli effetti, dove la malattia non è più un evento da curare, ma un rischio da quotare e speculare. I grandi fondi, agendo su scala globale, non hanno alcun interesse al rafforzamento della prevenzione o all’equità sociale, poiché il loro modello di business richiede un mercato in cui la domanda di salute sia costante e non soddisfatta dal pubblico. In questo scenario, la polizza sanitaria diventa l’unico passaporto per una cura “decente”, ma al costo di una progressiva privatizzazione del rischio. Mentre il Servizio Sanitario Nazionale viene relegato al ruolo di “ammortizzatore sociale” per le patologie più gravi e costose, tutto il segmento della diagnostica e delle prestazioni elettive (quello più profittevole e meno rischioso) viene drenato verso il mercato assicurativo.
Siamo spettatori di una gigantesca operazione di trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto. La retorica della “libera scelta” e dell'”integrazione pubblico-privato” funge da paravento ideologico per nascondere il fatto che il cittadino viene indotto a pagare due volte per la stessa prestazione: una prima volta attraverso la tassazione generale, che serve a finanziare un pubblico sempre più agonizzante, e una seconda volta attraverso il premio assicurativo, che finisce per ingrassare i dividendi dei grandi capitali. Il degrado della sanità pubblica diventa quindi l’arma più efficace per espandere il mercato delle polizze, in un sistema dove la sofferenza umana e la paura di non ricevere cure tempestive sono diventate le materie prime più preziose per garantire ritorni economici a chi, lontano dalle corsie degli ospedali, osserva il collasso del welfare come una straordinaria opportunità di profitto.
Il fenomeno dei medici gettonisti ha trasformato radicalmente il funzionamento dell’emergenza-urgenza, piegando il diritto alla salute a logiche di mercato e profitto. Dal punto di vista economico, il Servizio Sanitario Nazionale ha dovuto sostenere una spesa superiore a
1 miliardo e 64 milioni di euro nel solo biennio 2024-2025 per l’esternalizzazione del personale sanitario.
In contesti locali come quello sardo, le dinamiche negoziali evidenziano come la Regione debba affrontare costi esorbitanti per la fornitura di servizi, con compensi che possono raggiungere i 18.000 euro mensili per singolo professionista, arrivando a pesare sulle casse pubbliche per circa 290.000 euro annui per sole due figure.
In Sicilia, la situazione è altrettanto critica, ma si caratterizza per una profonda desertificazione strutturale derivante da una vera e propria emorragia di personale verso il settore privato convenzionato. Le cliniche private siciliane non agiscono solo come fornitori di gettonisti, ma attraggono stabilmente i medici che fuggono dai turni massacranti del pubblico, creando un corto circuito in cui le cliniche, pur finanziate da fondi pubblici, sottraggono professionisti essenziali agli ospedali, costringendo poi questi ultimi ad appaltare i turni a società esterne spesso legate allo stesso mondo privato. Mentre altrove il conflitto è prevalentemente di natura amministrativa, in Sicilia la carenza di organico è aggravata dal mancato rispetto delle norme regionali, come la legge 39/1988 che limita il personale esterno, con le aziende pubbliche che, nel tentativo di indire bandi, si scontrano con un mercato saturo di attori privati che detengono il monopolio della forza lavoro.
Questa situazione ha generato un divario retributivo incolmabile tra il medico strutturato, la cui retribuzione mensile è spesso limitata a circa 3.500 euro, e il medico gettonista, che può percepire tra gli 80 e i 100 euro l’ora, traducendo un singolo turno di dodici ore in un compenso di 1.200 euro! Le conseguenze di tale disparità sono devastanti per la tenuta del sistema pubblico: si è disintegrato il senso di appartenenza a una missione comune, incentivando una massiccia fuga dei professionisti dal pubblico verso il settore privato. In questo scenario, le società private, forti di contratti che includono clausole di non concorrenza, riescono a impedire alle Regioni l’assunzione diretta dei medici, rendendo di fatto la sanità pubblica ostaggio di logiche di profitto e determinando una privatizzazione di fatto che scarica inefficienze e costi insostenibili sull’intera collettività.
Il ricorso alle esternalizzazioni riguarda oltre la metà dei pronto soccorso italiani. Vedi qui
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