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maelstrom

Sorteggiare i governanti?

Da "Solar Lottery" di Philip Dick a David Van Reybrouck

di Damiano Palano

Criticando una vecchia idea e nuove sperimentazioni

SorteggioCon una delle sue provocazioni, Beppe Grillo ha in questi giorni proposto di designare i membri del Senato mediante un sorteggio e non con le elezioni. Il sorteggio fu in effetti a lungo lo strumento privilegiato dalle democrazie antiche e dalle repubbliche medievali, che diffidavano delle elezioni, ritenute strumenti destinati a favorire i gruppi sociali più abbienti. E anche di recente varie voci (tra cui quella di David van Reybrouck) hanno sostenuto l'opportunità di integrare i meccanismi elettivi con il ricorso al sorteggio, e alcune sperimentazioni hanno tradotto in pratica (con molti limiti) questa idea.

A proposito di questa discussione, "Maelstrom" ripropone un articolo, apparso in origine sulla rivista "Spazio filosofico", dedicato proprio a una lettura del pamphlet "Contro le elezioni" di van Reybrouck e all'ipotesi di tornare a sorteggiare i detentori delle cariche pubbliche.

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Rileggendo oggi Solar Lottery di Philip K. Dick, è quasi scontato riconoscere come già in quel primo romanzo fossero presenti molti dei motivi che avrebbero in seguito contrassegnato la produzione dello scrittore americano. Risulta in effetti evidente sin dalle prime pagine come la sua idea della science-fiction tendesse a fuoriuscire dal perimetro di una letteratura di genere destinata allora prevalentemente a un pubblico di giovani (e giovanissimi) lettori, e come la sua raffigurazione di un remoto futuro fosse in realtà una critica della società americana degli anni Cinquanta. Ma più di sessant’anni dopo la sua pubblicazione, si può forse intravedere in Solar Lottery anche una sorprendente prefigurazione delle società dell’inizio del XXI secolo e dei processi che investono le democrazie occidentali. In quel vecchio romanzo Dick immaginava infatti che le società occidentali avessero adottato il sistema della lotteria non solo per distribuire le merci ma anche per assegnare il potere politico.

I governanti non erano dunque scelti dagli elettori e le procedure di voto erano state sostituite dall’estrazione a sorte di un Quizmaster, al quale era affidato un potere sostanzialmente assoluto. E proprio per questo, se certo la distopia di Dick prefigurava la nascita dell’«azzardo di massa», lo scenario allestito nel romanzo può essere letto anche come l’anticipazione – certo estrema – di un ripensamento del ruolo che il momento della scelta elettorale ricopre nelle democrazie contemporanee. L’insoddisfazione nei confronti del canale elettivo – inteso come criterio qualificante di un assetto democratico – è in effetti cresciuta negli ultimi due decenni, alimentando un fitto dibattito sulla «crisi» e sul «disagio» della democrazia. A partire soprattutto dagli anni Novanta, molti osservatori hanno riconosciuto un paradosso almeno in parte inedito. A fronte di un significativo aumento del numero complessivo delle democrazie nel mondo, hanno iniziato a rilevare un ‘deterioramento’ delle democrazie «mature». In sostanza, i sistemi politici occidentali continuano a presentare quegli elementi che il dibattito politologico – sulla scorta della vecchia definizione di Joseph A. Schumpeter – non cessa di considerare distintivi di un regime democratico, ossia l’utilizzo di elezioni competitive come strumento per selezionare i leader cui assegnare, per un periodo di tempo limitato, la funzione di governo. Ma, secondo molte voci, il ricorso alle elezioni non rappresenta più una garanzia di reale democraticità, sia perché la competizione risulta ristretta ad attori politici con piattaforme programmatiche molto simili, sia perché la formazione delle decisioni politiche principali sembra passare da altri canali, sia perché la partecipazione popolare alla vita politica si riduce, approfondendo sempre più il distacco tra cittadini e classe politica.

Nel suo ultimo libro, Sheldon Wolin definì per esempio la forma di regime vigente negli Stati Uniti come un «totalitarismo rovesciato», un sistema «apparentemente guidato da poteri totalizzanti astratti, e non dal dominio personale», il quale «si alimenta incoraggiando il disimpegno politico più che la mobilitazione di massa», e che «si affida più ai media ‘privati’ che alle istituzioni pubbliche per diffondere la propaganda atta a consolidare la sua versione ufficiale degli eventi». Utilizzando immagini forse meno energiche, altri hanno riconosciuto invece i segni di un processo di «de-democratizzazione». Nella proposta forse più celebre, Colin Crouch ha identificato inoltre la tendenza dei sistemi politici occidentali ad assumere i tratti della «postdemocrazia», ossia di una nuova forma di regime, in cui le istituzioni formali della democrazia liberale continuano a esistere, ma nelle quali il ruolo dei cittadini si limita alla scelta elettorale e in cui le decisioni vengono prese da un ristretto gruppo di attori politici ed economici. Sebbene la «postdemocrazia» continui dunque a presentare gli elementi distintivi della democrazia liberale, e nonostante le elezioni si svolgano regolarmente (e in forma competitiva), «il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi», mentre «la massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve». Nello scenario postdemocratico, dunque, «a parte lo spettacolo della lotta elettorale», «la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici». In termini ancora più radicali, anche Michelangelo Bovero ha proposto di riconoscere «un processo di degenerazione che tende a far assumere alla democrazia i connotati di una forma di governo diversa», ossia di una sorta di «autocrazia elettiva», la cui logica di funzionamento risulta solo all’apparenza simile a quella democratica». E con una diagnosi altrettanto pessimista, secondo Massimo L. Salvadori i sistemi politici occidentali sono attraversati da trasformazioni tali da mettere in dubbio la loro stessa natura di regimi democratici. Processi come la globalizzazione economica, il restringimento del potere di controllo degli Stati, lo sgretolamento dei partiti di massa avrebbero infatti innescato un progressivo mutamento, segnato dall’ascesa di potenti oligarchie economiche, in grado di manipolare un’opinione pubblica inerte. In questa situazione, l’attributo primario della democrazia – «quello di consentire ai governati di esercitare il potere ultimo sui governati» – tende a dissolversi, proprio perché lo strumento delle elezioni non sembra più in grado di garantire un controllo degli eletti. E proprio per effetto di una simile dinamica, i sistemi occidentali dovrebbero essere definiti, non più come democrazie, bensì come «governi a legittimazione popolare passiva».

Accanto a questo dibattito, e spesso contestualmente alla formulazione di diagnosi critiche sulla «crisi» della democrazia, sono state avanzate anche proposte di riforma – più o meno radicali – volte a garantire un maggiore controllo sull’attività degli eletti, grazie per esempio a meccanismi di vigilanza nei confronti della classe politica, oppure a integrare le ‘tradizionali’ forme di partecipazione dei cittadini, mediante gli strumenti della democrazia elettronica, o mediante procedure analoghe a quelle sperimentate nel caso dei «bilanci partecipativi». Ed è proprio nell’ambito di questo dibattito che è emersa la proposta di ritornare a utilizzare il vecchio strumento del sorteggio per selezionare giurie di cittadini chiamati a valutare le politiche pubbliche o addirittura a prendere decisioni politicamente rilevanti. In effetti, a partire dagli anni Settanta, in diverse realtà si è fatto ricorso a giurie di cittadini formate grazie all’estrazione a sorte, dapprima negli Usa e nella Rft e in seguito in Danimarca, Regno Unito, Spagna e anche Italia. Inoltre, è stata oggetto di numerose sperimentazioni anche la pratica dei «sondaggi deliberativi», ideata inizialmente da James Fishkin. Ed è proprio poggiando su queste esperienze, più o meno di successo, che il giornalista, scrittore e poeta belga David Van Reybrouck ha indirizzato a un vero e proprio «J’accuse!» alla democrazia rappresentativa fondata sulle elezioni. In un pamphlet molto fortunato, Contro le elezioni – che non casualmente si apre che la celebre frase del Contratto sociale, in cui Rousseau compiangeva il popolo inglese, che riteneva di essere libero, nonostante lo fosse soltanto il giorno delle elezioni – sostiene per esempio che ormai, come recita il sottotitolo italiano del suo testo, «votare non è più democratico», e che una soluzione per superare la crisi in cui versano i sistemi democratici occidentali consisterebbe nel ritorno all’estrazione a sorte come criterio per formare collegi deliberativi.

L’idea di affidare al caso la designazione dei governanti (o meglio dei legislatori) è stata in realtà avanzata negli ultimi anni – sebbene in termini meno netti – da molte parti, spesso sulla scorta della convinzione che alcuni strumenti di «democrazia deliberativa», affiancati alle classiche istituzioni rappresentative, possano consentire di rafforzare sia la partecipazione dei cittadini alla vita politica, sia la qualità delle stesse decisioni pubbliche. Proprio perché in larga parte attinge a questa discussione (e al bagaglio non estesissimo di sperimentazioni sul campo), il pamphlet di Van Reybrouck ha il merito di riproporre in forma sintetica tanto i pregi quanti i limiti di una proposta teorico-politico tutt’altro che irrilevante. Soffermandosi proprio su una discussione del testo di Van Reybrouck, questo articolo si propone di ‘prendere sul serio’ l’affermazione secondo cui «votare non è più democratico», oltre che l’ipotesi secondo cui l’introduzione dell’estrazione a sorte consentirebbe di superare le difficoltà – o addirittura la «crisi» – delle democrazie rappresentative occidentali. In particolare, nelle pagine che seguono sarà considerata l’interpretazione delle diverse cause della «crisi» della democrazia rappresentativa, alla quale il ritorno del sorteggio dovrebbe porre rimedio, e saranno messi in luce alcuni elementi problematici, relativi proprio all’‘insufficienza’ del canale elettorale nel garantire la democraticità dei sistemi politici occidentali. Saranno dunque prese criticamente in considerazione le argomentazioni che sostengono che il sorteggio dovrebbe consentire di superare, o comunque di ridurre, il combinato disposto di crisi di efficienza e crisi di legittimità che contrassegna i sistemi politici occidentali. L’obiettivo di questo articolo è infatti contrastare l’argomentazione che sorregge la proposta di Van Reybrouck, e dunque mettere in luce come la «crisi» delle democrazie occidentali non scaturisca semplicemente dalla debole legittimazione garantita dal sistema rappresentativo-elettivo.

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