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lacausadellecose

La forza della democrazia ovvero la democrazia della forza

di Michele Castaldo

Afghanistan 1 2

Ad ogni crisi tra l’Occidente e gli altri paesi ricorre la necessità di ribadire che si tratta di uno scontro tra la democrazia e la non democrazia di paesi governati da autocrati o dittatori. Che si tratti di paesi islamici, o di varianti di sinistra oppure di destra, la prima qualifica che viene ad essi affibbiata è che sono regimi dittatoriali. Ovviamente il personaggio che dirige in quel momento il paese, come ad esempio Putin in Russia, viene descritto sempre con appellativi poco lusinghieri. Insomma si parte – in quanto occidentali – dalla forza della democrazia per combattere quei paesi e popoli per l’incapacità di essere democratici, che finiscono per seguire l’uomo simbolo del momento che ad essi si sovrapporrebbe quasi come un corpo estraneo. Se poi si scopre che un personaggio come Putin viene eletto più volte con una maggioranza del 70/75/80%, beh, si dice a quel punto, il popolo non capisce, e avanti così.

Cerchiamo di sfatare il tabù: l’Occidente parte da un presupposto non del tutto sbagliato, perché butta sul piatto della bilancia una serie di argomenti non peregrini come la libertà individuale, i diritti umani, ma innanzitutto un patrimonio storico ricco di successi in tutti i campi, dunque non solo la potenza, quella distruttiva, quella criminale dei bombardamenti, delle guerre, delle occupazioni, del dominio di popoli, del razzismo, dello sfruttamento brutale di intere aree geografiche ecc., ma porta in dote, per così dire, anche altro, cioè l’idea della democrazia e innanzitutto un modello di sviluppo che si è affermato ormai in tutto il mondo; e chi frappone ad esso ostacoli non fa altro che ritardare in molti paesi lo stesso livello di benessere economico, dei costumi, della cultura e così via, come da noi in Occidente. Altrimenti detto il ritornello che viene ripetuto come un mantra ogni volta è: temono la forza della nostra democrazia, del nostro sviluppo, dei nostri consumi e dunque dei nostri valori.

Mettiamo allora le carte in tavola dicendoci chiaramente le cose come stanno senza mentire innanzitutto a noi stessi: se dovessimo misurare sul piano storico un sistema sociale come modello di sviluppo capitalistico nei confronti di ogni altro “modello”, è fuori di ogni dubbio che nessun altro “modello” reggerebbe il confronto. La possiamo girare come ci pare, ne usciremmo sconfitti, perché nessun altro “modello” ha retto al confronto. Dunque i sostenitori del “modello” occidentale hanno ragioni da vendere e tutti gli oppositori, qualunque siano i loro argomenti, sono destinati a essere zittiti dai fatti, in modo particolare – tanto per essere chiari e schietti – quanti si sono richiamati al comunismo come “modello di sviluppo” alternativo: tutti i paesi “comunisti” sono rimasti affascinati dal “modello” occidentale, dal liberismo economico, dalle libertà dell’individuo ecc. ovvero dal “modello” capitalistico, dunque dal capitalismo come sistema sociale e dunque come “fine della storia”: l’uomo non ha più da modellare nuovi sistemi sociali, e dunque bisogna difendere e sostenere questo sistema contro tutto e tutti e ad ogni costo. Insomma ogni altra ragione, sia di natura politica che religiosa, deve cedere il passo e rendere omaggio al dio capitalistico e democratico.

Ci sia consentito di provare a fare qualche umile obiezione, in primis quella di principio: la storia non è finita proprio perché la storia non può finire. Pertanto chi ha “osato” così tanto dire ha espresso una frase a effetto, ma priva di significato, perché la storia è dettata dai tempi che scorrono veloci e la determinano continuamente, come un fiume tracciato dallo scorrere delle acque e lo stesso percorso è soggetto a mille fattori. Il tempo non finisce, finiscono i fatti determinati dal tempo che modellano il rapporto degli uomini con tutte le altre specie della natura. Dunque ribadiamo: dire che ci sarebbe una fine della storia equivale a dire che è finito il tempo, ma il tempo non finisce, dunque non ha nessun valore affermare che la storia è finita.

Ora la tesi de « La fine della storia » espressa da Francis Fukuyama nel 1992, cioè qualche anno dopo la caduta del muro di Berlino e dei regimi dell’Est con l’implosione dell’Urss, aveva la pretesa, a nostro avvisto del tutto sbagliata, di pensare che con la caduta, l’implosione o anche, se vogliamo, il fallimento dell’esperienza dell’Urss, l’uomo avesse ormai raggiunto il suo apice e dunque ci sarebbe un unico sistema mondo capace di durare in eterno e, perciò, non ci sarebbe stata più storia. Dai fatti che solo pochi anni dopo sono accaduti, stanno accadendo e sempre più accadranno, si ha l’impressione che la storia, cioè quel processo impersonale del tempo, stia facendo marameo a Fukuyama e ai suoi epigoni, in modo particolare a quelli che hanno brandito la tesi del filosofo giapponese in difesa dei valori occidentali contro tutti gli altri “modelli” messi a confronto. Insomma: tutto torna, la storia ha dimostrato che noi europei e occidentali siamo i migliori del mondo.

Proprio perché riteniamo quella tesi de « la fine della storia » priva di senso, vogliamo invece provare a ragionare sul suo opposto, cioè a dare un senso ai fatti della storia, ovvero sul perché la storia non può mai finire e quali svolte ci presenta ancora davanti. Altrimenti detto quale sarà il prosieguo della storia e quali novità ci riserverà nei prossimi decenni.

Mettiamo da parte la metafisica, torniamo coi piedi per terra e ragioniamo del movimento della materia e del suo procedere storico. Lo facciamo citando qualche storico, che lontano dalle tesi di chi scrive, è costretto a richiamarsi ai fattori determinati per spiegare le cause che hanno mosso i fatti ben oltre la volontà degli uomini.

C’è una data simbolo che per gli europei e gli occidentali in generale ha rappresentato la svolta della storia: il 1492 e la scoperta dell’America. Una scoperta che portò gli europei in un mare di oro e argento quali strumenti di straordinarie ricchezze e sviluppo di commerci, arti e mestieri lungo alcuni secoli fino alla rivoluzione industriale e al dominio del mondo.

Non stiamo a cavillare sul fatto che chi partì per arrivare nelle Indie pensò di essere arrivato dall’altra parte del mondo, no, ma che qualche storico dotato solo di buon senso dimostra che quell’impresa fu tentata per ragioni pratiche, inerenti ai costi esorbitanti dei viaggi via terra e che obbligarono i mercanti dell’epoca a tentare la via più agevole, quella dell’acqua e del vento, ovvero di utilizzare due risorse, forze della natura, e risparmiare gli enormi investimenti per nutrire i cavalli e ridurre drasticamente i tempi di percorrenza pur se attraverso un tratto più lungo.

Lo storico Fernard Braudel si interroga sul perché gli europei arrivarono per primi in America e perché l’Inghilterra arrivò per prima alla rivoluzione industriale. Due fattori della storia che hanno spianato la strada al modo di produzione capitalistico che partendo dallo scambio è arrivato ai giorni nostri globalizzando ogni tipo di attività attraverso gli stessi meccanismi e le stesse leggi.

Non crediamo di dover ricorrere a raccontare l’insieme del processo storico che ha fatto dell’Europa e dell’Occidente il “faro” della moderna civiltà, ma ci basta citare quello che scrive Braudel nella sua opera in tre volumi Civiltà materiale, economia e capitalismo (secoli XV-XVIII) Terzo volume, I tempi del mondo, pag. 413: « “L’essenza del mercantilismo è la schiavitù”. È quanto Marx aveva detto con altre parole, in una “frase chiara, di una densità storica forse unica”: “La schiavitù dissimulata dei salariati europei non può addestrarsi che sull’esempio della schiavitù senza aggettivi dei salariati del Nuovo Mondo”. Nessuno stupirà di fronte alle sofferenze di questi uomini d’America, qualunque sia il colore della loro pelle; tali sofferenze non possono essere attribuite soltanto ai proprietari delle piantagioni, agli appaltatori delle miniere, ai mercanti prestatori del ”Consulado” di Mexico o di altre località, agli implacabili funzionari della Corona di Spagna, ai venditori di zucchero o di tabacco, ai trafficanti di schiavi, ai capitani “affaristi” delle navi mercantili: tutti hanno il loro peso, ma sono in qualche modo dei delegati, degli intermediari. Las Casas li ha denunciati come i soli responsabili della “servitù infernale” degli indiani; egli avrebbe voluto rifiutare loro i sacramenti, metterli fuori dalla Chiesa; al contrario, però non ha mai contestato la dominazione spagnola. Il re di Castiglia, “Apostol Mayor”, responsabile dell’evangelizzazione, ha il diritto di essere “Imperator sobre muchos reyes”, signore della sovranità indigena. La vera radice del male è in realtà dall’altra parte dell’Atlantico, a Madrid, a Siviglia, a Cadice, a Lisbona, a Bordeaux, a Nantes, nella stessa Genova, certamente a Bristol, e ben presto a Liverpool, a Londra, ad Amsterdam. Essa è inerente al fenomeno di riduzione di un continente alla condizione di “periferia”, imposta da una forza lontana, indifferente ai sacrifici degli uomini, che agisce secondo la logica pressoché meccanica di un’economia mondo. Per quanto concerne l’indiano o il nero africano il termine “genocidio” non è usurpato; nel caso specifico, però, non bisogna dimenticare che anche l’uomo bianco non è rimasto del tutto indenne: nel migliore dei casi, l’avrà scampata bella ».

 

La superiorità della razza

Ora, con troppa facilità si mette da parte la storia, con i suoi effetti disastrosi nei confronti di centinaia di milioni di propri simili, ovvero di umani, e si alza il vessillo solo dei risultati positivi raggiunti rimuovendo in toto i costi di quei risultati. Anzi, piuttosto che riesaminare la storia e i costi fatti pagare a interi continenti ci si impettisce come razza superiore col diritto, perciò, di continuare a dominare proprio in virtù della propria superiorità. Anzi si va alla ricerca di ragioni filosofiche tirando in ballo – tanto per citarne uno dei tanti – Kant a fondamento dei valori filosofici, culturali ed etici che hanno fatto della razza bianca europea prima e occidentale poi, la razza superiore.

Mettiamo subito in chiaro che non abbiamo la benché minima intenzione con i nostri argomenti di convincere i sostenitori dell’occidentalismo che non siamo una razza superiore; le persone non si convincono con argomenti ma coi fatti. Sicché – lo diciamo senza nessuna possibilità di essere equivocati – la nostra riflessione si rivolge a chi oggi si pone seriamente degli interrogativi e cerca di capire in tutta onestà dove sta andando questo mondo, cui è giunto col suo modo di produzione, ovvero del rapporto degli uomini con i mezzi di produzione.

Cerchiamo perciò di afferrare il toro per le corna utilizzando gli argomenti di chi difende da sempre il mondo liberale, in modo particolare in questi giorni che preludono a tempi piuttosto bui, uno che gli occidentali chiamano in proprio soccorso consigliando la lettura del Progetto di una pace perpetua, di Immanuel Kant. Il solo titolo è sospetto perché pecca, volendo essere generosi, di volontarismo. Se potevano essere concesse le attenuanti generiche per il secolo in cui era vissuto, le stesse attenuanti non possono essere concesse ai liberali odierni che non capiscono che l’attuale fase del modo di produzione capitalistico si avvia verso la catastrofe. O forse, per meglio ancora dire, proprio perché vedono declinare in modo definitivo il loro mondo, schiumano rabbia, una rabbia feroce, non sanno più dove sbattere la testa e invocano – molto ingenuamente - l’unità dell’Occidente in difesa della civiltà de « la fine della storia » contro l’acerrimo nemico del momento cioè la Russia.

Perché Kant, dunque, secondo lor signori? Perché Progetto per una pace perpetua, scritto nel 1795, cioè alla vigilia delle guerre napoleoniche, presupponeva una Federazione europea, cioè di paesi che avevano rapinato mezzo mondo e che avrebbero dovuto perciò costituire un blocco di dominio perpetuo, ovvero l’antesignana tesi de « la fine della storia ». Insomma di dritta o di rovescio gli europei si sentivano l’ombelico del mondo, perciò la storia cominciava con loro e con loro finiva.

Poi però qualcuno come Federico Rampini, un poco più cauto e smaliziato di chi schiuma rabbia, cerca di porre in evidenza che la storia non comincia e finisce in Europa o con l’Europa, ma che il mondo è un poco più grande della cara Europa e della sua civiltà. L’ex comunista, italiano di nascita ma ormai newyorchese di adozione, in un suo libro pubblicato in prima edizione per la Mondadori nel 2005 e ripubblicato per il Corriere della sera, cui è recentemente approdato, ci ricorda nelle conclusioni che « Quando settecentocinquant’anni fa Marco Polo racconta la Cina all’Occidente, anche chi crede alla metà della metà dei resoconti del Milione resta abbagliato e sedotto da quegli splendori. […] La sproporzione tra l’esperienza che vive e il mondo che si è lasciato alle spalle è inverosimile. L’Europa sua contemporanea, introversa e fanatica, è una periferia esile e quasi deserta se vista dalla Cina. La sua Venezia, allora una delle città più ricche e popolose del continente, ha 160.000 abitanti. La capitale della dinastia Song, Kinsai (oggi Hangzhou), nel 1274 ne ha due milioni». Come dire: signori, il mondo è un poco più grande di come l’abbiamo conosciuto e raccontato. Lui, Rampini, cita il Milione di Marco Polo invitando a credere alla metà della metà di quello che il figlio del mercante racconta nel suo Milione, dunque circa il 25%, e i vecchi di una volta mettevano in guardia dal credere ai pescatori, ai cacciatori, ai marinai, ai reduci da guerre, agli espatriati e - aggiungiamo di concerto - ai grandi mercanti e navigatori. Non è l’argomento di cui vogliamo trattare in queste pagine, ma solo segnalare come un racconto di un furbacchione molto fantasioso sia stato fatto passare per uno storico e tradotto in molte lingue.

Citiamo Rampini perché questo autore è più accorto e si interroga in modo serio se c’è e di che tipo una soluzione a una crisi che anche ai suoi occhi si presenta in tutta la sua gravità. Anche lui difensore del modo di produzione capitalistico tanto quanto gli ultraliberali che schiumano rabbia per la loro impotenza, ma più accorto, con un’analisi più a tutto tondo, prendendo in esame – lo vedremo più avanti – due tendenze che ormai si vanno definitivamente affermando nel mondo: una centralistica o dittatoriale in gran parte presente nell’Asia, e l’altra democratica come in Occidente. Dunque lo scontro sarebbe, stando alla sua analisi, e non solo, tra due regimi politici, ovvero tra due sovrastrutture, per dirla in termini corretti: una centralizzata e un’altra democratica.

Il problema che Rampini si pone non riguarda solo la necessità di sbandierare ai quattro venti la supremazia del modello democratico-borghese occidentale, questo lo fa a prescindere. La sua preoccupazione, a differenza di tanti altri, muove dall’interrogarsi su quale dei due modelli governativi è più in grado di reggere ai torbidi in arrivo per una crisi senza via di uscita. Una preoccupazione contenuta nel suo libro del 2005 che ha ripubblicato in occasione della crisi in Ucraina, dopo cioè 17 anni, come dire: ve l’avevo detto che la Cina avrebbe rappresentato un serio pericolo, mentre in tanti e troppi, stimolati dalle leggi del modo di produzione e attratti dall’Eldorado dell’estremo Oriente si sono là catapultati e oggi ci si interroga su come uscire dalle ….vie della seta, ovvero come sottrarsi alla spietata guerra commerciale che l’insieme del continente asiatico, con la Cina da prim’attore, sta scatenando. Si tratta di una preoccupazione manifestata fin da Napoleone nel 1816 « quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà », ripetuta poi con parole diverse da Winston Churchill « la Cina è un gigante che dorme ». Entrambi però, nonostante la loro fama, non conoscevano la forza delle leggi di un modo di produzione che non solo avrebbe coinvolto l’insieme dell’Asia, ma che avrebbe – così facendo – portato l’insieme del meccanismo del modo di produzione al punto d’oggi, cioè verso la catastrofe. Altrimenti detto: l’uomo capitalistico sorto in Occidente ha agito da apprendista stregone, ha allevato i demoni che non è in grado di governare, perché è da essi governato.

Quando la storia porta i nodi al pettine gli uomini sono costretti a chiamare le cose col loro nome, come in questa fase. Dopo decine di anni di boria e di presuntuose chiacchiere gli europei si scoprono piccoli e poveri, miserevoli e dipendenti dalle materie prime della Russia; di quella Russia tanto odiata perché già nel 1917 fece tremare il mondo con la sua rivoluzione.

Ora, chi è abituato a dominare, ed appropriarsi di ogni ben di dio dal resto del mondo, non crede ai propri occhi quando un paese enorme come la Russia non vuole essere umiliato e preso per i fondelli, accerchiato per poi essere rapinato e schiavizzato al pari di altri paesi nordafricani e mediorientali. Ma la Russia, paese ricchissimo di materie prime - non solo di petrolio e gas ma anche di cereali, di legname, di fertilizzanti, nichel, titanio, palladio, carbone, azoto e metalli delle terre rare utilizzati nella produzione di chip per computer, veicoli elettrici e aeroplani – reagisce come sta reagendo in Ucraina, contro un paese ritenuto vassallo dell’Occidente. E la reazione capita proprio quando l’economia, in modo particolare quella dei paesi occidentali, comincia a soffrire per l’aggressività della concorrenza asiatica e l’intero sistema comincia a scricchiolare.

 

Il punto di confine storico

Lo diciamo senza mezzi termini, chiamando le cose con il loro nome: l’Ucraina è il punto di confine di uno scontro Est-Ovest, ovvero del punto temporale giunto a maturazione di una crisi generale dell’accumulazione, e non « una guerra in difesa dell’indipendenza di ogni Stato sovrano » come pretenderebbe di far credere Antonio Polito sul Corriere della sera. Prova ne sia il fatto che non ci sono state finora mobilitazioni di massa contro l’azione della Russia da parte delle popolazioni dell’Ucraina. E non perché russofoni, ma perché il popolo ucraino intuisce di trovarsi di fronte a uno scontro di portata mondiale rispetto al quale si sente totalmente impotente. Dunque non un punto geografico, ma il punto storicamente determinato, il punto di una crisi che frantuma alcuni totem come per esempio la “potenza” del dollaro. Che questa “potenza” fosse agganciata all’oro era una conseguenza effettuale della sua forza propulsiva della produzione di valore, non il contrario. Non si ha la capacità e la forza di ammettere che dietro quel riferimento c’era un modo di produzione di valore in espansione che trovava poi in un simbolo come il dollaro il proprio rappresentante per far girare la giostra delle merci e del mercato. Pertanto la credibilità del dollaro era la credibilità di un movimento in crescita che dava valore a della carta stampata, ben diversamente dalle vecchie monete rinascimentali dove si presumeva esistesse anche un valore intrinseco perché fatte di oro o argento, e comunque strumenti convenzionali. Che il dollaro venisse rappresentato come valuta di riserva globale era del tutto naturale perché era l’espressione di una potenza in ascesa e in essa veniva posta fiducia cieca. Oggi che c’è crisi di produzione di valore, in Occidente e negli Usa in modo particolare, perché le sue merci sono meno competitive rispetto all’Asia, va in crisi uno dei suoi simboli storici di riferimento. Una riprova? Basta osservare il panico dei paesi europei di fronte al fatto che la Russia di Putin ha dichiarato che venderà il proprio gas e petrolio da pagare in rubli.

Si vuole perciò sostenere che il rublo è destinato a diventare la valuta di riferimento? No, perché la forza di una valuta, ribadiamo, non consiste nel valore intrinseco della materia prima, ma nella sua trasformazione in merce. Dunque il rublo per poter acquisire valore dovrebbe vedere la Russia divenire una potenza economica a tutto tondo e non solo in quanto esportatrice di materie prime. Difatti molti paesi del continente africano esportano molte materie prime, ma hanno avuto come valuta di riferimento non la propria moneta ma il dollaro. La stessa Russia non importava in rubli, ma in dollari o in euro, e dopo l’89 dovette pagare addirittura in oro alcune merci di moderna tecnologia.

Cerchiamo di fornire qualche spiegazione al riguardo per farci intendere. A fronte di questa crisi ci sono autori che con un eccessivo senso di ottimismo si sperticano nel formulare proposte su come uscire da una situazione molto ingarbugliata. Ne citiamo una presa a campione come quella di Ellen Brown, nel suo articolo pubblicato in inglese sul suo blog e tradotto e pubblicato in Italia su sinistrainrete.info. Lei scrive: « La Russia ha accettato di vendere petrolio all’India nella sua valuta sovrana, la rupia; in Cina in yuan; e alla Turchia in lire turche. Queste valute nazionali possono quindi essere spese per i beni e i sevizi venduti da quei paesi ». Ora, non è il caso di scomodare Marx circa « la composizione organica del capitale » oppure sulla « differenza tra profitto e rendita » o ancora su « salario, prezzo e profitto », ma vogliamo porre all’attenzione del lettore il fatto che l’autrice dell’articolo ci appare piuttosto ingenua, perché la storia non marcia in senso antiorario per tornare al baratto. Perché l’esempio che lei fa a proposito di India, Cina e Turchia, sa di semplicismo, ovvero di un ritorno al baratto molto precedente allo scambio attraverso la moneta, proprio perché si scambiavano valori diversi in termini di « composizione organica di capitale » il cui fulcro era rappresentato dalla produttività. Dunque la Russia, in un modo o in un altro per poter divenire un volano per un nuovo processo di accumulazione dovrebbe avere tanta forza produttiva da far divenire la sua moneta una valuta di riferimento rispetto a Cina, Turchia e India e francamente al momento ci sentiamo decisamente di escluderlo. Pertanto chi parla della Russia come paese imperialista esagera per ignoranza o volutamente per scopi propagandistici.

Chiudiamo queste note cercando di riassumere per punti e riannodare il filo sulle questioni cui ci siamo soffermati:

  1. La democrazia decantata in Occidente è l’espressione conseguenziale di una fase che ha corrisposto all’utilizzo della forza bruta, nei confronti di aree del mondo da parte degli europei prima e occidentali poi, di accumulare straordinarie ricchezze che hanno loro garantito di distribuire a cascata fra le varie classi all’interno delle proprie società e lo sviluppo di istituzioni definite democratiche, ovvero di diritti uguali fra i diseguali.

  2. In forza di tale straordinaria accumulazione l’Occidente ha sviluppato rapporti di dominio con molte aree geografiche del mondo rapinando le loro materie prime e sfruttando la loro mano d’opera. Così facendo ha esteso a macchia d’olio il modo di produzione assoggettando tutti gli altri paesi alle stesse leggi.

  3. Dunque è vero perciò che certe aree del mondo temono “la corrosione della democrazia e dei valori occidentali” proprio quando quei valori, portati alle estreme conseguenze, stanno mostrando la corda in tutto l’Occidente e lo stanno facendo scricchiolare.

Ora, il materialismo non rincorre i se e i ma, perciò non ci chiediamo cosa sarebbe successo nel resto del mondo se l’Occidente non avesse invaso con le leggi dello scambio – necessariamente ineguale – il resto del mondo. Mentre vogliamo affermare che proprio quelle leggi che hanno favorito per oltre 500 anni l’Occidente oggi lo stanno avviando verso una crisi irreversibile. L’Asia d’oggi è la conseguenza del movimento storico intrapreso dall’Occidente. Sicché i difensori dei “valori della democrazia occidentale” non possono cercare altrove le ragioni della loro crisi perché chi è causa del suo male pianga se stesso. E che quei “valori” fossero espressione di un dominio di rapina è dimostrato dal fatto che l’Occidente ha dovuto costituire una alleanza di “difesa” come la Nato. Una difesa cioè di un sistema di potere, di controllo e di dominio cui vorrebbe assoggettare ora anche la Russia. Non a caso oggi l’Occidente è isolato dal resto del mondo tanto da allarmare e far dire a Antonio Polito dal Corriere della sera « Questa guerra non deve diventare una specie di partita “the West vs the rest”, l’Occidente contro tutti ».

Torniamo allora alla preoccupazione di Federico Rampini e chiariamo perché è centrale nel nostro ragionamento, quando scrive: « che accadrebbe il giorno in cui la crescita cinese dovesse fermarsi? », e inoltre: « L’economista Yukon Huang, esperto della Banca mondiale, nel gennaio 2005 ha fatto la seguente previsione: “L’inquinamento, la penuria d’acqua e la scarsità di energia minacciano lo sviluppo cinese e molto probabilmente lo faranno deragliare entro tre o cinque anni”. Nei nostri paesi la buona o cattiva salute dell’economia può decretare il successo o la caduta di un governo o di un presidente, in Cina una forte recessione potrebbe segnare l’inizio della fine del regime politico attuale. Se il sistema non prevede che i cittadini scontenti possano mandare a casa un presidente o un primo ministro, in caso di crisi grave i cittadini se la prenderanno con il sistema stesso ».

Chiediamo al lettore di porre la dovuta attenzione alla preoccupazione di Rampini perché contiene la ragione vera della difesa della “democrazia” in quanto strumento di difesa contro i torbidi, cioè contro le rivoluzioni, perché attirerebbe sui soggetti istituzionali, cioè sui personaggi che interpretano determinati ruoli le cause della crisi e dei disastri che il capitalismo produce e dunque scaglierebbero sulle persone la loro rabbia salvaguardando così il sistema. Mentre diversamente, se c’è l’identificazione tra un monolitico blocco politico per sistema, o il cosiddetto partito unico, i torbidi si scaglieranno contro l’insieme del sistema. Ammettiamo senza reticenza alcuna che la riflessione di Rampini è acuta, perché, educato alla scuola kautskiana del marxismo, coglie un aspetto teorico di primaria importanza circa il ruolo della “democrazia rappresentativa” quale parafulmine salvifico del sistema del capitale. Dunque niente a che vedere con le fandonie che pretendono di raccontare i difensori dell’Occidente e del liberalismo, sul valore della “democrazia rappresentativa”, sul “diritto uguale” e sul “diritto individuale”. In questione c’è la sopravvivenza o meno di un modo di produzione divenuto sistema destinato a implodere per le sue stesse leggi di funzionamento e i fatti del gennaio 2020 alla Casa Bianca, cioè nel cuore dell’impero più “evoluto” e “democratico” del mondo lo stanno dimostrando. È per questa ragione – oltre a tutte le altre – che è necessario affermare non solo che la storia non è finita, ma che sta per cominciare una nuova storia, di cui non conosciamo i connotati, ma di certo sarà tutt’altra storia rispetto agli ultimi 500 anni. Ecco perché non ci sentiamo occidentalisti e meno ancora americanisti. Questo meraviglia lor signori? Fatevene una ragione: l’Occidente nel suo insieme è in fase declinante, le sue luci brillano sempre meno, è tutt’altro che competitivo tanto con le sue merci quanto con i suoi “valori”, e gli europei non riescono a fare a meno dell’America e della sua Nato. È destinato perciò a implodere nonostante il suo involucro democratico che dovrebbe fare da parafulmine, perché le leggi della storia sono inappellabili: tutto ciò che inizia ha una fine. Se questo vi fa schiumare rabbia, peggio per voi, perché non saranno le sempre più armi all’Ucraina che salveranno l’Occidente dalla catastrofe.

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Comments

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michele castaldo
Friday, 29 April 2022 17:42
Egregio signor De marco,
trovo alquanto singolare il fatto che ad una riflessione pacata polemizza così duramente al punto da chiedere all'editore del sito quanto pago per pubblicare i miei scritti.
La tranquillizzo subito: non pago neanche un centesimo di euro e non credo che chiunque altro paghi.
Lei è liberissimo di non leggermi, perché si indigna tanto? Non mi legga, punto e basta.
Cordialmente.
Michele Castaldo
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Francesco Demarco
Friday, 29 April 2022 12:47
Ma quanto vi paga stò fascista che lo pubblicate sempre. E' simpatico farsi le pizze e le birre a spese dei fascisti, ma insomma un briciolo di professionalità... "Adesso è arrivato il momento di far fuori tutta questa gente", il covidista che fa rima con fascista.
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Alfonso
Friday, 29 April 2022 19:03
Nel commento soprastante, che l'autore fa al suo stesso scritto così come ripreso dal suo stesso sito, ti scrive una cosa che non puoi leggere: "non mi legga, punto e basta". Se lo leggi, contravvieni. Quindi non puoi leggere. Ma qualcuno può leggere e riferirti. Questo ti permette di replicare anche senza aver letto tu stesso. Relata refero. Aria netta non ha paura di tempesta.
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Francesco Demarco
Saturday, 30 April 2022 15:07
Se non sa leggere perchè scrive? Mi sono lamentato con la redazione che lo pubblica a questo brutto ceffo. Non con Lui direttamente.
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