Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Proprietà, patriarcato e criminalità ecologica, Cop24

di Karlo Raveli

Pubblichiamo un nuovo testo di Karlo Raveli, speditoci da una tappa della sua lunga odissea migrante. Si scusa per il suo limitato italiano da immigrato da lunga data e spera che "possa apportare buone energie ai nuovi processi di lotta che a quanto pare si stanno accendendo globalmente"

70143La nostra credenza di essere separati l’uno dall’altro, dipende da una illusione ottica della nostra coscienza” Albert Einstein

Non ci conosciamo personalmente, caro Guido Viale, ma – pur navigando per mari lontani – ho per fortuna pescato un tuo bel tracciato attraverso il nuovo movimento delle donne, diretto a (ri)scoperte risolutive per la possibile uscita dal progressivo imbarbarimento della civiltà capitalista (1). Alle dipendenze del potere reale di poche migliaia di delinquenti plurimiliardari con la loro coorte di milionari, statisti, direttori di stampa, TV, ecc. e di tutti gli altri mezzi politici, culturali, educativi, sportivi e mediatici sistemici. Società che si presenta sempre più sconvolgente, come riflette per esempio con impressionante pessimismo Bifo in un suo recente messaggio in Effimera, pure caduto per caso nelle mie reti (2). Una prospettiva ancor più vicina dopo l’esito scellerato della Cop 24.

E allora vediamo con un po' d’illusione o speranza come queste tue riflessioni si possano cuocere in modo più preciso e sostanzioso. Visto che per buona sorte appaiono sempre più frequentemente tra libertari e comunisti di questo policromo “movimento mondiale (di donne) che riempie la scena politica e sociale degli ultimi anni”. Facendoci presumere “che sarà protagonista di ogni possibile processo di trasformazione dei rapporti sociali nei decenni a venire” se riuscissimo ad evitare l’immane catastrofe planetaria verso cui ci porta questo modo di “sviluppo”. Trasformazione ancora possibile, come ci sta dimostrando la magnifica e straordinaria vicenda sociale curda in Rojava, non occultiamolo! O la nuova stupenda speranza di masse giovanili sempre più coscienti e attive, accese tra l’altro dalla stupefacente scintilla Greta.

 

 

Politica e scena politica reale

Ma cominciamo da questa ‘scena politica’ che proponi, e su cui non sono d’accordo. Almeno nel senso tradizionale di politico anche in uso nelle sinistre del sistema.

Visto che a mio giudizio, se nell’autentico agire politico vogliamo partire da un contesto di fondo, radicale e decisivo, non vedo proprio dove e come queste correnti “di sinistra” nel o del sistema diano indicazioni responsabili, con tracce concrete d’organizzazione, di alleanze sociali con tattiche organiche e coordinate, ed infine strategiche. In vista o in funzione di una tangibile e ormai indispensabile trasformazione – rivoluzione? - sociale radicale. Cosa ben diversa dalle proposte di cerotti sistemici ante-mortem lanciate da personaggi come la statunitense Ocasio Cortez, con le sue aliquote fiscali neo-keynesiane per milionari. Del resto molto positive, dopo più di trent’anni di brutale offensiva neoliberista di detassazione dei più ricchi e di reintroduzioni di tasse indirette anti-proletarie.

Tocchiamo così precisamente un altro punto preliminare ed essenziale da chiarire, e con urgenza: la nefasta funzione storica delle sinistre sistemiche – non parliamo poi appunto delle imperiali palesi - di fronte alle incalzanti necessità di una metamorfosi globale risolutiva. Proprio con questa auto-denominazione di “sinistra” storicamente installatasi nel linguaggio presuntuosamente critico, affiancata alla balla delle “democrazie” degli attuali stati capitalistici. Assoggettando qualsiasi vero o preteso soggetto antisistema (persona, gruppo, partito, associazione, movimento, ecc.) alla logica, posizione e traslato votocratico e parlamentario dei regimi dominanti. Appunto con le loro ordinarie configurazioni partitocratiche: destra, centro e sinistra. Istituzioni e parlamenti del Capitale, cioè sistemici, che poi chiamano oltretutto democrazie, cioè “poteri del popolo”… senza dimenticare logicamente le “democrazie PC-popolari” di capitalismo di stato, tipo cinese!

Vedasi precisamente ciò che è appena successo in Polonia, a Katowice, di fronte al crescente ecocidio globale di cui anche gli attuali regimi politico-istituzionali si rendono responsabili assieme al potere economico.

Sinistra: parola e concezione turlupinatrice, alienante e semplicistica stabilita per soppiantare quelli che dovrebbero essere concetti e termini più precisi, coerenti e congruenti – fosse anche solo ideologicamente - come femminista, operaista, libertario, socialista, anarchico, comunista, anticapitalista; e poi anche rivoluzionario o eversivo, ma soprattutto realmente ecologista, antipatriarcale, operaio; si vedrà… E quindi una distorsione semantica e subliminale che si incarna in modo supremo nella mistificazione di posture e formalità politico-istituzionali di partito, con le corrispondenti campagne elettorali speculative per voti e seggi. “Di sinistra”, appunto. Cioè votocrazia contro demos kratos, il potere reale del popolo.

Denunciamo allora tutte queste sinistre solo anticonformiste, falsamente libertarie, socialiste o persino comuniste (3) e quindi com’è logico pure falsamente antipatriarcali, ecologiste, internazionaliste, ecc. essenzialmente centrate all’interno di determinati meccanismi e processi governativi degli attuali regimi e istituzioni di un Capitale Globale sempre più criminale. Dico centrate nel senso di privilegiare ambiti e modelli istituzionali che, mi pare, anche tu definisci “modi tradizionali di fare e vivere la politica”. Da sinistra sistemica, ripeto. Interna e soggetta all’ormai complesso capitalista oltretutto sempre più neoliberista. Quindi antioperaio. Proprio a cominciare e per finire nelle sue camere e senati partitocratici. Come ha di nuovo rivelato una Cop24 intesa come arena spettacolare per esibire la “sensibilità ecologica” istituzionale. Dimostratasi invece indubbiamente antiecologica!

Sopportando in fin dei conti un impero di delinquenza sistemica che risulta sempre più tragicamente irrefutabile dai fatti, dalle cifre, quelle vere, non solo ecologiche ma specialmente umane! Tra l’altro sempre più scritte e spiegate – ma soprattutto manipolate - nell’inglese imperiale. Con i suoi paraventi, maschere PIL e tranelli vari di ‘spreads’, ‘hedge founds’, ‘agenzie di rating’ ed altre porcherie simili soprattutto scatenate con l’offensiva neoliberista – che poi aggiornano come ‘crisi’… - dal 1979 in poi.

Mentre al contrario, proprio per quel “possibile processo di trasformazione dei rapporti sociali” di cui parli, dovremmo ormai ben sapere che praticamente tutti i partiti, parlamenti ed istituzioni dell’odierno complesso multistatale – non multinazionale! - dobbiamo metterli in secondo piano rispetto a movimenti e processi sociali reali, radicali ed autonomi dalle dinamiche sistemiche. Questi sì ormai vitali, sia regionali che nazionali, statali o internazionali; né di sinistra o di destra… anche se coperti dalle facili bucce di baggiani populismi e fraudolenti sovranismi. Alimentati dal sistema mediatico assolutamente imperante, Gafam incluse evidentemente.

Prima conclusione: la nostra ‘scena politica’ in cui lavorare e muoverci in modo prioritario, anche come movimenti femministi ed ecologisti, è quella della “società reale”, dei movimenti sociali, del territorio vivo, dei rapporti tra tutti i corpi, campi e settori “di classe” (4), organismi, collettivi e gruppi di base. E non nelle scene determinate ogni volta da logiche ed esigenze di regime, partitocratiche, elettoralistiche, parlamentariste condizionate dalle ‘Opinioni Pubbliche’ delle mafie mediatiche; tipo “me/too” o le varie Greenpeace, WWF, ecc. cioè fenomeni in fin dei conti para-istituzionali, per intenderci.

 

 

Anti-patriarcato: solo spiraglio o chiave reale d’uscita?

Un’altra impronta che vorrei scrutare tra le tue tracce, questa sì fondamentale, è la dialettica tra proprietà e patriarcato che sviluppi nel cuore dell’articolo. Che per intenderci potremmo ridurre a questa un po’ arrangiata citazione: “La radice del patriarcato è la ‘proprietà’ dell’uomo sulla donna; su di essa si sono modellate tutte le altre forme di proprietà”.

Non sono d’accordo.

Penso che sia ben più corretto il contrario. L’uomo ha rotto, compromesso, confutato e svilito il naturale sviluppo matrilineare dell’etica e cultura di riproduzione umana – in particolare con l’istituzione della famiglia nucleare monogamica patriarcale, precisamente – proprio grazie allo sviluppo dell’appropriazione privata. Cioè rompendo o confinando grazie all’interruzione delle naturali proprietà comuni di beni o patrimoni collettivi, il congenito e determinante ruolo matriprincipale e quindi le fondamentali responsabilità sociali femminili nella rispettiva comunità, villaggio, quartiere, borgo, ecc. Dovute o generate naturalmente dalle caratteristiche, conoscenze, attitudini (emozionali!) e responsabilità riproduttive, ora sottomesse e manomesse dal patriarcato!

O fosse anche solo condizionate da tale sviluppo d’appropriazione e valorizzazione sostanzialmente privata maschile di beni in principio generali, comunali. Uno sviluppo privatistico il cui ambito si approfondisce tutt’ora nell’attuale cultura patrilineale, per esempio con l’estensione dell’appropriazione di diritti – per mezzo di brevetti eccetera - su determinati ‘nuovi’ valori vitali e naturali collettivi, materiali o astratti, virtuali, artistici e così via. La famosa appropriazione intellettuale… che aliena sempre più a fondo le realtà proprietarie comuni dell’homo sapiens. Oltre quelle strettamente intime e personali registrate in rete di quasi tutti.

Quindi: si, in un certo modo sono d’accordo che, come scrivi, “la radice del patriarcato è la ‘proprietà’ dell’uomo sulla donna, la sua pretesa di considerarla e il potere di farne una cosa ‘sua’”, ma non quando specifichi che su questa forma di proprietà “si sono modellate tutte le altre le altre forme di proprietà”! È bensì all’opposto come dispiego subito più in dettaglio.

 

 

La proprietà: chiave di volta rimossa dalle sinistre sinistre

L’appropriazione privata originaria di beni comuni come spazio, minerali, frutti del bosco (legno, erbe, ecc.) o dell’attività collettiva (caccia e pesca collettive, il raccolto, un terreno dissodato in comune, utensili, fabbricati, ecc.) sta alla base o forma l’elemento costitutivo principale degli altri primordiali fenomeni di alienazione umana generale, inclusa quella del lavoro ‘dipendente’ o lo stesso patriarcato e le attuali aggressioni e contaminazioni sulla natura. Parliamo cioè di una progressiva alienazione proprietaria che come affermi anche tu, ha “accompagnato il succedersi delle civiltà: sugli animali addomesticati, sui campi, sui pascoli e le foreste, sugli schiavi, sui palazzi, sul denaro, sui mezzi di produzione, sulla conoscenza, sul genoma”, ecc.

Però, attenzione – ed è proprio qui dove crollano le cosiddette ‘sinistre’ - dobbiamo cercare di capire ben bene il senso e sviluppo, almeno finora, di siffatta primaria e precisa alienazione o dissociazione generale contro natura delle società umane (5), cioè il fenomeno originario di appropriazione e accumulazione privata. Che appunto e guarda caso, quasi tutti i sinistri – per esempio quelli delle cosiddette classimedie ...mini-proprietarie - sorvolano ormai sempre più. Ma che si manifesta e sviluppa sotto distinte forme:

 

1. - La prima mela marcia

Per cominciare e diciamolo così in generale, l’appropriazione privata è una rottura - nelle comunità originarie - dei processi di intrinseca gestione collettiva dei beni materiali (minerali, raccolti e la natura in generale) o artificiali (prodotti o creati collettivamente), ciò che conduce progressivamente verso tutte le altre alienazioni sociali. A cominciare dall’individualismo progressivo delle persone rispetto al naturale ed essenziale vivere collettivo della nostra specie. Tanto che, coniugata con altre manifestazioni ormai classiche d’alienazione, viviamo oggi una socialità sempre più in decomposizione. Come rivelano per esempio la diffusione del suicidio, le violenze e patologie famigliari e giovanili, la progressione di forme indotte e intensificate di solitudine, le crescenti e nuove configurazioni di soprusi ‘psicologici’ sul lavoro o altrove, oltre il “normale” sfruttamento, le varie mode e drogo-dipendenze, farmacologiche comprese, i consumi patologici di determinate tecnologie e molte altre degradazioni individualistiche maggiori o minori.

 

2. - Essere e Avere

In essenza si verifica una sovrapposizione generale (progressiva) del valore dell’Avere individuale – possedere, tenere, accumulare - su quello dell’Essere persona. Essere o essenza umana intesa sì come singolo individuo con tutte le rispettive specificità, ma contemporaneamente come persona connessa e compresa a fondo, emozionalmente, di un determinato collettivo. Per cominciare, quello elementare originario in cui si nasce e si cresce.

Ecco invece uno sviluppo dell’avere come possessione caratteristica ed esclusiva sovrapposta ai valori dell’essere persona come essere sociale. Attraverso rispettive chiusure e separazioni dal comune consueto, e poi via via come continuo accumulo individualista, sempre più separato, competitivo e ‘securizzato’. Con corrispondenti sviluppi individualistici di conoscenze, potenza o potenzialità materiali o fisiche fondate sulla valorizzazione di questo Avere separato e agonistico. E non su qualità esistenziali personali, vitali ed essenzialmente incorporee. Quindi incremento di poteri di per sé conflittuali con aperte condivisioni ed usi collettivi, disponibili e non mercantili; e perciò con il sorgere nell’ambito della comunità di potenze singole o di gruppo-famiglia condiscendenti con abusi o soprusi determinati dall’Avere.

 

3. - Quantità più che Qualità...

Ed ecco allora una corrispondente estensione (in questo predominio dell’Avere sull’Essere) della valorizzazione QUANTITATIVA della e nella vita sociale e di ognuno. Avere “beni” è o afferma soprattutto delle quantità; di per sé superiori – più potenti - dei valori o beni di qualità o essenza umana. Si sviluppa cioè, in rapporto con tale Avere, una valutazione delle realtà generali, oltre che personali, sulla base di misure e valori di quantità. All’opposto invece delle più genuine valorizzazioni QUALITATIVE della natura, della vita e delle peculiarità di ogni persona e società. In genere immateriali – affettive ed emotive, per esempio! - non misurabili quantitativamente.

Da cui ne conseguono tra l’altro le prime alienazioni semantiche dello stesso concetto di VALORE. Valore morale e valore materiale: usiamo lo stesso termine! In poche parole: predominio quantitativo, vali in primo luogo per quel che pesi e non per quello che sei. Sempre più evidente nell’attuale processo di degenerazione sociale, culturale e linguistica del capitalismo. Che spesso riduciamo erroneamente al solo becero e robotizzato ‘consumismo’. O agli sport “di massa”, le mode, i “lussi”, ecc.

Mentre invece già Marx parlava di “rivoluzioni di valore” oltre lo “spossessamento” e lo “sfruttamento” quando avvertiva nei Grundrisse - parlando precisamente di “formazione sociale capitalistica” (oltre la più ripetuta e lavorista di “modo di produzione”, o piuttosto che con la banale o più semplice denominazione di “capitalismo”) - della sua strutturale determinazione espansiva, anche o proprio nell’appropriazione di valore, e di valori.

E già parliamo appunto di qualità, oltre che di quantità, in questo processo e tangibilità di “formazione sociale”!

 

4. - Possessione per poter sfruttare

Quindi privatizzazione ed accumulazione - oltretutto ereditarie! - come base delle prime o nuove contraddittorietà sociali di fondo: tra chi possiede o controlla come propria ‘ricchezza’ più parti di beni in principio sociali, e chi meno.

Perciò se la “possessione” privata materiale – spesso imposta con la forza - viene considerata come principale rispetto alle altre, conduce appunto alle sottovalutazioni delle qualità e dialettiche naturali della vita, cioè delle concretezze come ‘esseri’ in sé di persone e collettivi, e di sessi e generi, oltre che della natura in generale. Che sta poi all’origine essenziale di guerre e massacri dell’homo “sapiens”, come della maggior parte delle aggressioni all’ecosistema. E, più socialmente intrinseco, di patriarcati, schiavitù, classi, precarizzazioni sociali, funzioni lavorative sfruttate e più o meno salariate, marginalizzazioni e dipendenze di vario tipo, migrazioni di massa, ecc.

Parliamo tra l’altro di un dominio delle quantità sulle qualità che spiega come in questa specie animale si sviluppi, in logica connessione con proprietà e patriarcato, l’ “anomalia” della prostituzione. Così alienante ed allucinante nella sua odierna e generale normalità mercantile contro natura. Ho soldi, dammi in locazione alcune tue intimità personali. Quantità contro qualità vitali umane: desertificazione dell’essere umano.

 

5. - Popoli della merce

Dall’appropriazione particolare e predominio delle Quantità sulle Qualità della persona, ne consegue un altro fenomeno capitale ancor più sottile, che poi si accentua nello sviluppo più sofisticato delle nostre società dell’avere o tenere, o “Popolo della merce” come ben dice lo yanomani Davi Kopenawa (6). Ma ben oltre il possesso materiale. Cioè, come constatiamo oggigiorno, un valore dell’Avere come controllo, possessione, accesso a quantità di “saperi”, informazioni, nozioni, dati, tecnologie, ecc. che vengono abbruttite e ridotte a ‘ricchezze’, merci, potere e dominio.

Al disopra non solo di quantità ritenute ‘inferiori’ dello stesso tipo di valori, misurati appunto prima di tutto quantitativamente, bensì al disopra di valori e qualità umane essenziali come la saggezza, consapevolezza, coscienza, sensibilità, empatia, capacità d’ascolto ed poi soprattutto di condivisione, cooperazione, accoglienza, inclusione.

E ancora: al disopra del rispetto della natura esterna all’umano, l’ecosistema vicino o generale. Che da mondo naturale predominante si trasforma in ‘nostro ambiente’ dominato da principi e necessità dei popoli della merce.

Fenomeni che si collegano a quanto già detto a proposito delle conoscenze e informazioni personali intime e specifiche di ogni genere. Qualità in principio ancor meno riducibili a merci e mercificazioni, o al traffico ‘accademico’ del possedere sapienze o erudizioni, invece d’essere e comportarsi da saggi… Con le conseguenti mostruosità di un processo e mercato d'appropriazione e manipolazione privata programmata ormai globale (delle Gafam, per cominciare) di informazioni intime personali non solo virtuali, di rete. Sempre più diffuse e importanti per il Popolo della merce, appunto, nella formazione sociale capitalistica. Capitalismi di stato ‘pc-comunisti’ inclusi. Anticomunisti, irrefutabile.

Una questione che dovremmo poi sviluppare relativamente al linguaggio ed alle lingue!

Non solo nei confronti dell’attuale abbrutimento linguistico generale di penetrazione – precisamente manipolatrice e spesso totalmente alienante come già segnalato – dell’attuale lingua imperiale, ma con la crescente e gravissima distruzione della maggior ricchezza dell’umanità: le tuttavia parlate sette migliaia di lingue, sì ancora vive ma sotto una cappa troppo spesso etnocida di solo 200 stati ufficialmente riconosciuti (O “N” U) nel sistema (7). Già, organizzazione di “nazioni”… cioè la tipica ‘confusione’ tra i termini di stato e di nazione. Come l’altra tipica ed interessata confusione tra stato-nazione – plurinazionale nella maggior parte dei 200 suddetti! - e lo stato nazionale.

 

6.- Proprietà per il patriarcato

Ed allora sì possiamo più facilmente individuare, tra queste specificità del fenomeno d'appropriazione privata o esclusiva, le origini e chiavi principali del patriarcato. Cioè della sottomissione sessuale e delle fondamentali attitudini femminili nella riproduzione (funzione basilare e primordiale di ogni specie!) alla potenza del valore-forza di possessione, di averi, chiusure – casa, ecc. - o grazie a barriere di altre caratteristiche, già per cominciare più accessibili o realizzabili dal maschio nelle primarie società rurali. Viste in generale le sue funzioni e incombenze più consuete, che davano più adito a beni ‘privatizzabili’ della comunità.

Dato che le femmine in generale, soprattutto per ragioni di natura fisiologica, sono più legate a processi e impegni riproduttivi, d’allevamento stanziale, d’attività di prossimità ed altre funzioni più sedentarie quasi sempre allacciate alla riproduzione della specie. Mentre che il maschio – in generale - ne può sviluppare altre con più autonomia e facilità di movimento, quindi con più possibili o agevoli usi e controlli di determinati processi e strumenti (armi), spazi e tempi, ecc. (8)

Per non parlare poi delle diverse funzionalità (strutturali nella riproduzione, per cominciare) dei cervelli femminili e maschili, a quanto pare sempre meno confutabili – in generale, logicamente, tenendo naturalmente conto di tutti i vari aspetti e variazioni di genere - e connesse a ciò che abbiamo appena semplificato come ‘attitudini’ nella riproduzione della specie.

 

7. - Chiusura strutturale ed eteronomica

Un elemento determinante derivato dall’etica proprietaria individualista rispetto alla questione patriarcale già in parte segnalato riguarda la chiusura, le barriere e recinzioni imposte o derivate dall’appropriazione di beni comuni, anche appunto in funzione di un serrato dominio maschile su una o più femmine. Cominciando da demarcazioni, recinti, siepi e muri nei campi, una volta rotta la proprietà comunale, per poi costruirvi capanne, case e casali isolati; e infine torri, castelli e palazzi proprio come fratture di dominio sul naturale abitare comunitario, di vicinanza, condivisione e riproduzione matrilineare. Con spaccature anche simboliche di urbanizzazioni originarie, a cominciare dagli spazi connessi e condivisi di piccole o modeste comunità (9).

Che poi riduciamo per scongiuro col termine e concetto di “tribali”...

La chiusura come elemento sostanziale dell’appropriazione, dell’avere, diventa necessaria proprio per favorire ed assicurare l’appropriazione della femmina come oggetto sessuale più o meno garantito; e – soprattutto? - come riproduttrice personale di una propria prole (poi logicamente erede degli averi, delle “fortune”). Parliamo qui dell’origine ben concreta e compattata della famiglia nucleare (anche se poligamica) patriarcale. Arrivando poi alle società ‘moderne’ nelle quali questa forma di riproduzione e di famiglia si considera normale nell’etica, cultura e ideologia dominante. O peggio ancora naturale, dando in fin dei conti corpo nell’inconscio collettivo anche alle forme attuali più sofisticate di riproduzione del patriarcato.

Ciò che tra l’altro conforma un aspetto basilare dell’eteronomia dominante delle civiltà occidentali. Cioè il fenomeno che si va consolidando soprattutto grazie a prolificazioni e perfezionamenti di questi valori attraverso l’alienazione dell’allevamento ‘rinchiuso’ dei figli. Nonostante le contraddittorie, progressive e spesso drammatiche crisi del nucleo familiare monogamico.

Parliamo di eteronomia - che è anche alienazione in termini marxiani - intesa come condizione per cui un soggetto agisce ricevendo fuori da sé stesso, fin da piccino, norme, ragioni e valori della propria azione. Soprattutto in società come le attuali fondate su complesse istituzioni (dunque leggi, tradizioni, regole e comportamenti) di potere verticale. Contrapposte ai valori di autonomia personale e potenzialità orizzontali, nel senso di autoemancipazione ed autogoverno collettivo, di base. Eteronomia che poi include il più preciso fenomeno della leificazione, cioè l’integrazione (alienata e alienante), e persino un’esaltazione individuale nell’assumere come fossero valori naturali proprio quei valori e costrutti etici e morali dettati invece da leggi, norme, regolamenti e prescrizioni dominanti. Denominate poi come ‘normali’.

Anziché considerarli solo come valori appunto normalizzati (dallo stato, per esempio; o più in generale dal patriarcato e dal modo regnante di sviluppo e produzione al quale si “ubbidisce”).

Trattiamo quindi, tornando al nostro tema specifico, di un processo che si instaura e sviluppa all’opposto dell’evoluzione naturale matrilineale della riproduzione umana e quindi di una vita collettiva in generale più aperta ed orizzontale. Ove l’esistenza di stabili nuclei familiari monogamici – più o meno chiusi - dovrebbe o potrebbe essere solo l’eccezione. Come confermano alcune culture, ma ormai ben poche, non ancora del tutto condizionate dallo sviluppo proprietario e patriarcale delle civiltà (10). Sviluppo ancora preistorico o essenzialmente retrogrado dell’umanità, dovremmo pur ribadire… se lo mettiamo a fuoco in termini qualitativi e di specie della natura umana.

 

8. - Architetture e urbanizzazioni del solipsismo

La chiusura, racchiudere, confinare, circoscrivere e delimitare come fenomeni disegnati a partire dall’appropriazione privata di beni comuni non si limitano a proprietà spaziali, sessuali, filiali, animali, ecc. ma si estendono progressivamente, con lo “sviluppo” di società cosiffatte, verso altri ambiti. Per esempio oggi uno dei più spaventosi, a lato degli inscatolamenti abitativi: il trasporto individuale con autoveicoli privati assolutamente inquinanti ed antieconomici. Tipo gli obbrobriosi e antiecologici Suv 4x4 d’esibizione egocentrica di possesso e spostamento ‘autosufficiente’. Che poi rispondono e favoriscono le attuali disintegrazioni urbanistiche delle società. Non per caso veicoli dall’aspetto arrogante con vetri sempre più appannati e riflettenti come, altro esempio, le mode degli occhiali oscuri - “da sole...” - che ci separano ancor più da un naturale interagire e vivere collettivo empatico ...sotto il sole.

Tutto ciò in un mondo in cui spaventosi modelli d’architettura ed urbanizzazioni d’ingabbiamento sono predominano sempre più nei disegni d’agglomerazione umana, con quei raccapriccianti esempi di enormi città con interi quartieri di grattaceli disumanizzanti. Spesso occupati da luccicanti e prolifere tane di delinquenza finanziaria transtatale; o ‘popolati’ invece da tristi quanto assolute solitudini personali. Una adiacente all’altra ma ben separate tra loro da rigide pareti. Con tante belle serrature e rispettive chiavi e sistemi d’allarme. Si, ogni individuo con il tipico mazzo di chiavi o tessere per chiudere o accedere ai propri ‘patrimoni’ personali. Le cosiddette “fortune...” della mia piccola unità proprietaria, la “mia famiglia”, nel mio ben riservato appartamento, casella o conto.

Per non parlare di quartieri magari a prima vista d’apparenza benestante ma di ben circoscritta e grigia monotonia, con casette o villette separate da siepi e muretti il più possibile impenetrabili, sobborghi tipici per cosiddette classi-medie – o illuse di esserlo… - europee o statunitensi; altro simbolo sempre più assurdo di una civiltà pseudo-proprietaria o proprietaria egocentrica ed esibizionista delle vacuità individualiste dell’Avere. E poi spesso, si sa, ipotecati da “istituti di credito”…

...visto che non è per nulla gratuita l’integrazione nel fantasma sociologico “classemedia” di tutti quei settori operai che non si riconoscono (più) tali (4).

Parliamo cioè di assetti territoriali ordinari – e persino ambiti! - dell’attuale formazione – desertificazione - sociale globale. Nella sua parte “sviluppata”..! Assetti specialmente implementati a partire dalla controffensiva antisovietica dagli anni ‘20 rivolta appunto a ridisegnare e ricomporre le formazioni classiste conflittuali. Per mezzo di assestamenti sempre più normalizzati e disumanizzati in funzione proprietaria e produttivistica individuale. E di sicurezza e integrazione omogeneizzata nei rispettivi regimi politico-istituzionali. Sempre più misurata non più da campanili e minareti ma da orari-norma scanditi da quantità crescenti d’apparecchi che ci portiamo addosso o ci seguono e circondano. E poi man mano, negli ultimi decenni, da vibrazioni di suoni, musiche a 440 Hz e programmi ‘passatempo’ di rete, TV o radio. Senza dimenticare gli “sport” via via più mercantili ed alienanti. Vibrazioni contaminanti a volte più a fondo dello stesso essenziale spossessamento e sfruttamento del lavoro.

Ora il tutto sempre più dominato dalla barbara cultura imperiale USA: lo stato d’Occidente più violento, culturalmente e socialmente sottosviluppato. E urbanisticamente disintegrato oltre che non ancora affrancato dalle origini razziste, schiaviste ed etnocide di decine di nazionalità originarie del continente. Senza dimenticare l’impressionante integrazione sociale e culturale yankee in guerre, colpi di stato e brutali interventi esterni pubblicamente condivisi e funzionali a uno specifico ruolo imperiale nel Capitale globale. Come vediamo ora con un nuovo assalto contro il ben più decente regime venezuelano (11). Il tutto appunto acculturato e mondializzato dall’omertà del complesso mediatico sistemico: che ripugnanza tutti quei lavoratori giornalisti dell’apparato mediatico ufficiale che pretendono rappresentare una cosiddetta obiettività!

Appropriazione, violenza, chiusura, sicurezza, egocentrismo, distacco su cui si riproducono e rafforzano ‘naturalmente’ le altre alienazioni fondamentali come il patriarcato e lo sfruttamento del lavoro altrui, appunto. E sempre più della natura. Sotto forme via via più variate e progressivamente catastrofiche visto come sfociano in sempre più gravi, estese e criminali aggressioni ‘ambientali’. Che ora si riconoscono ed etichettano nel cosiddetto Antropocene. Da definire però più esattamente Capitalocene.

Senza dimenticare altri gravi processi come la degenerata signoria mercantile di tutto il complesso sistema medico-farmaceutico-accademico allopatico. Via via più uniformato ed alienante delle manifestazioni biologiche e fisiologiche della degradazione individuale e sociale dei popoli della merce. La malattia come affare e non come cammino di ricerca nell’essere, anche qui. O soprattutto qui?

 

9.- Formazioni sociali disintegrate

Questi fenomeni legati alla supervalutazione del proprio avere e alla progressiva rottura delle naturalità collettive umane possiamo poi logicamente riscontrarli in un crescente sviluppo sociale disintegrato, supportato da nuove formulazioni patologiche delle contraddizioni tra l’IO e il NOI sociale. Formulazioni pseudo-identitarie di gruppo o populiste comprese. Vuoi risolvere i tuoi problemi di fondo? Sprofondati, immergiti il più possibile nel tuo presunto Io, che poi oltretutto chiameremo il tuo “essere”. Psichiatrizzato o ideologizzato. Riconoscendo al massimo dei “noi” ideologicamente costruiti, come gruppi più o meno chiusi, religioni, partiti, bande, fazioni, ecc.

Credimi, ti diranno: non è con e in ambito sociale fisico reale e complessivo che troverai la liberazione... non è nella vita collettiva naturale, di connessioni e condivisioni affettive, di spazi davvero comunitari e attivi, che troveremo soluzioni per i “nostri” problemi personali. Psicologici, di salute, emozionali, ecc, ecc. Certo il capitalismo può essere negativo ma devi ritirarti e chiuderti ancor più in te stesso per uscirne! Religiosamente. E ringrazia le Gafam, internauta, come nuovi ‘enti’ - ora meno divini… - che trasformano il tuo tempo e il tuo essere illudendoti di vivere qualche NOI nelle reti telematiche! L’intelligenza artificiale ti farà migliore, e vivrai meglio!

Tutto ciò assieme alle crescenti patologie mini-famigliari chiuse recintate o barricate nell’isolamento, persino fuori da tempi e spazi di consumo e sfruttamento lavorativo. Così sovente abbinate a violenze sui bambini e poi, anche se il più possibile rimossi, con crescenti tassi ambientali di suicidio; persino di contadini, cioè proprio di coloro che potrebbero riannodare più facilmente rapporti sociali naturali con l’ecosistema e la salute umana. O di individui – persone? - isolate che, anziane sempre più numerose e solitarie, non riescono nemmeno più a vivere – reggere? - nel reale e presente di ogni giorno un proprio bilancio e spazio naturale di vita.

Ed è proprio rispetto a queste importanti ‘estremità’ sociali - bambini, anziani, contadini... - quando più spesso si percepiscono, connesse al patriarcato, le nuove forme di spossessamento dell’essere, dell’Io e del Noi, da parte del sistema. Con sintomi che si presentano appunto ancor più grazie alle gabbie tecnologiche (cellulari, TV, giochi di rete, autoveicoli, ecc.) che permettono di incidere – alienare - più a fondo sulle contraddizioni spaziali e temporali della persona. Estraendola da possibili comunità naturali concrete che ancora sopravvivono o sopravviverebbero attorno. Anche grazie all’ormai generale dominio culturale di nuove competitività distanti, separate ed indotte dal possesso, dall’avere e mostrare – foto, viaggi, turismo (12)… - peculiarità tanto virtuali come dissociate da un vivo – reale - presente. Oltretutto sempre in un quadro mercantile globalizzato di utilizzo alieno ed omogeneizzante dei ‘propri’ dati personali.

In altri termini: crescendo fin da piccini in un “mondo nuovo comandato dagli algoritmi che sta ripercorrendo all’inverso il progresso verso la socialità”, come constata anche Luciana Castellina (13), attraverso tutte quelle nuove forme eteronomiche che si potrebbero riassumere in una progressiva robotizzazione personale e sociale (14).

 

 

Conclusioni?

Certo non finiscono qui le possibili ricerche disruttive sul sinistro retaggio di alienazioni che l’umanità trascina con sé. Alcune ancorate ormai da millenni ai fenomeni d’appropriazione e accumulazione privata dei beni comuni. Cioè sia le originarie o di base che le più attuali, patologiche e ‘virtuali’ come la tochenizzazione (15).

In effetti potremmo per esempio continuare con l’esame del rapporto tra questa appena segnalata robotizzazione sociale rispetto al patriarcato. O alle sue conseguenti manifestazioni ecocide. Ma troveremo certamente altre occasioni… dopo questa ricognizione a partire dalle tracce lasciate nell’articolo di G. Viale.

Perciò per concludere questo approccio radicale e visto che abbiamo parlato all’inizio di illusioni e speranze, dovremmo pur cercare di concretizzare qualche offerta, proposta pratica o sostegno prassistico, quindi politico. Con finalità il più possibile costruttive ora che la gioventù - almeno una parte più eticamente sana, cosciente e volonterosa - sta aprendo una nuova fase di lotte globali. Per cominciare con guide e indicazioni concrete d’organizzazione, di alleanze sociali con tattiche organiche e coordinate, ed infine se possibile strategiche. In vista della tanto urgente quanto tangibile trasformazione – rivoluzione? - sociale. Ormai indispensabile per la stessa sopravvivenza umana, proprio come affermano i più avanzati settori giovanili.

Ed è chiaro che per concretarne realmente una direzione strategica dobbiamo andar ben oltre certe altrettanto recenti proposte e succedanei solo riformatori o riformisti del disastro. Tipo rinnovati “New Deal” che si prospettano anche da parte di pretesi ecologismi e femminismi radicali. Persino negli USA, come abbiamo accennato a proposito della “democratica” Ocasio-Cortez. O ancor più generiche come ha concluso per esempio G. De Mauro negli ultimi paragrafi di un recente editoriale dell’”Internazionale” (16):

“Sulla rivista statunitense Jacobin, Alyssa Battistoni commenta che ‘perfino il più moderato degli scienziati (non degli economisti!) ti dirà che per fermare la catastrofe climatica bisogna ripensare l’economia globale e ridistribuire la ricchezza del pianeta’. (E quindi) Battistoni fa alcune proposte da cui cominciare: il passaggio rapido all’energia pulita, la riduzione delle emissioni grazie anche a trasporti pubblici gratuiti per tutti, più incentivi ai lavori basati sulla cura delle persone e del pianeta. (Come) appunti per una sinistra da ricostruire.”

Mentre che dobbiamo risaltare proprio al contrario come questi percorsi riformisti che ora si vorrebbero aprire – come gli indicati nella citazione di Battistoni – non azzeccano per nulla il nucleo essenziale e motore originario di tutta la drammatica questione: proprio l’appropriazione privata dei beni comuni, tanto per cominciare! Come parrebbe invece che l’intrepida Greta abbia ben inteso!

 

Indispensabili cariche di fondo

Infatti, se non riusciamo a mettere a fuoco tutta la gravità, complessità e contraddittorietà di fondo, di base o alle radici della questione globale così come appare in questo secolo XXI e se quindi non proponiamo argomentazioni e conclusioni pratiche all’altezza della gravità del problema, tutto finirebbe nel solito inconcludente libello di protesta. Recuperabile oltretutto dalla criminalità sistemica, per cominciare quella dei suoi mostruosi miliardari caritatevoli, magari affiancati da qualche Ong tappabuchi. E poi dai consueti sinistri riformisti di regime, incluso i nuovi profeti di un convivialismo possibile sotto le purulente divinità dei PIL, profitti, patrimoni, capitali e tutte le supremazie dell’avere sull’essere umano.

Cioè se non siamo capaci di mettere a fuoco già fin d’ora l’unica possibile uscita dalla condanna globale proprio partendo da una chiave sociale d'insieme che oltrepassi i limiti di lotte e discorsi solo femministi o ecologisti; lavoristi o sindacalisti; partitocratici e votocratici, ecc. Per poter affrontare assieme, contemporaneamente e in profondità TUTTA la complessità collettiva e contraddittoria del dramma vigente, e già tragedia per moltissimi, attraverso una prospettiva realmente antitetica - che abbiamo definito qui come DIMENSIONE OPERAIA -. Quella che può assumere nell’insieme tutti gli aspetti della molteplicità sociale di fronte alla criminalità globale. E che non corrisponde solo agli aspetti di sfruttamento del lavoro. O al patriarcato, inquinamento, guerre, colonialismi ed altre brutalità attuali della specie umana, bensì a una antitesi COMPLESSIVA del vigente modo di sviluppo fondato sull’accumulazione del capitale (17). Sviluppo oltre che economicistico e produttivistico (capitalismo solo inteso come “modo di produzione”), bensì che coinvolge ormai in direzione autodistruttiva tutta la multiforme realtà umana. E di sempre più altre specie viventi!

Dunque ripetiamolo: dimensione operaia NON come surrogato o sinonimo di lavoratori (4) e ben oltre le superate formule marxiste di “classe lavoratrice” opposta al “sistema” e praticamente solo centrata sullo sfruttamento salariato dell’attività umana. Cioè una riduzione a “classe” che non parte prima di tutto ed esplicitamente proprio dall’espropriazione sistemica dei beni comuni con la mal cosiddetta ‘proprietà privata’ (18) e l’accumulazione individuale di “fortune” delinquenti.

Con tutte le figure d’alienazione risultanti oltre quella del lavoro salariato, a cominciare come abbiamo visto dal patriarcato! E dalla crescente aggressione al biosistema ancorata allo straniamento dello stesso concetto e valore di natura, alienata solo come merce o ambiente. Una nozione del resto così lavorista di classe che sottovaluta o tralascia tra gli altri – oltre gli attivi dipendenti salariati - la disoccupazione forzata, il precariato nelle sue diverse fattezze, le migrazioni più o meno forzose e poi le nuove o vecchie forme di emarginazione e isolamento di tutta la dimensione sociale operaia.

Quando invece occorre tale grandezza sociale complessiva, di soggettivazione, proprio per precisare un’antitesi universale al Capitale. Un termine idoneo, pertinente come legame teorico e pratico per mettere a fuoco e poi connettere strategicamente tutti i principali assi e settori sociali, movimenti, processi e iniziative risolute ad uscire dall’attuale abbrutimento ed autodistruzione della specie. Ora che crescenti settori di gioventù operaia – gli studenti – stanno guadagnando “la soglia della politicità” (Michele Spanò, nota 4)!

Infatti, se non risultano sinergicamente connesse tra loro - non solo ideologicamente! - non potranno mai riuscire da sole una lotta femminista, ecologista o studentesca, sindacalista o d’autodeterminazione nazionale, di centri sociali e case occupate, o per la buona salute e le cure, e di solidarietà con migrazioni o contro le guerre, carceri, dittature e saccheggi multinazionali dei minerali, le Gafam-video-sorveglianze, le colonizzazioni culturali linguistiche o musicali tipo 440 Hz per esempio, o d’altra impronta imperiale. Tanto meno se fossero solo rappresentate o peggio ancora sostituite da quelle parlamentarie e solo ideologicamente autodefinite anti-sistema. Le sinistre sinistre partitocratiche.

Detto meglio: se non riescono a coordinarsi nell’intelligenza di un impatto strategico concreto complessivo. Definito operaio per riassumere la sua essenza radicale generale. Ma oltre il rapporto Capitale/lavoro e l’alienazione generale del Valore d’uso sotto il valore di $cambio. O come poi si voglia denominare invece di operaia la globalità politica antitetica a tutto il significato odierno di Capitalismo. Come “soggetto politico” complessivo che sappia e possa riflettere, definire e superare – rivoluzionare - gli aspetti tragici e drammatici del Capitalocene, mal detto Antropocene (19).

Superando una buona volta le primitive eredità storiche di molte lotte anti-capitaliste fin dal secolo XVIII o in un certo senso anche prima, con la loro successione di rivoluzioni primitive o incompiute, fallite o tradite. Per questo parliamo di una globalità antitetica non solo centrata a partire dal lavoro sfruttato, pur con tutta le sue diseguali composizioni (20), e poi dalla statalizzazione delle ricchezze come nei “socialismi” di “classi lavoratrici” del secolo scorso. Intese come assolute avanguardie mondiali con i rispettivi partiti “rivoluzionari”. E poi magari con conseguenti dittature maschiliste – capitalismi di stato - stile Urss per cominciare, e in realtà anti-libertarie, patriarcali, anti-comuniste, anti-ecologiche...

 

Come attivare in concreto questa carica strategica concettuale?

Vi sono esperienze importanti ed interessanti che abbiamo già segnalato, come in Rojava dove hanno superato molte avariate categorie e dogmatismi “di sinistra”. A cominciare dal classico partito centralizzato e verticistica con rispettivi bracci sindacali, e anche armati, e poi con ben confutabili scuole ideologiche a base di principi ed omogeneizzazioni dottrinarie.

Dunque organizzazioni fondate sul concetto di militanza quando in realtà l’impegno sociale (e politico, ma “politico” in che senso?) personale dovrebbe svolgersi e attribuirsi in infiniti modi cambianti di partecipazione, adesione, simpatia e inclinazione secondo tempi, spazi, tappe e garanzie mutabili e sostituibili in ogni fase e luogo del collettivo generale in movimento.

Promuovendo quindi potenzialità umane naturali, di potenza e potere personale affettivo nell’ambito e nel rispetto collettivo. Potenziali creativi, cognitivi, emozionali ed intellettuali e non sviluppo, instaurazione di nuovi averi, enti o poteri d’egemonia politica – che abbiamo qualificato prima come verticali – che alienano di nuovo naturali sviluppi collettivi. Ossia democratici: di reale potere del popolo in tutta la sua ricca varietà e contraddittoria diversità. Questo sì sviluppo, ma effettivo e determinante per rompere o subordinare gli attuali poteri verticali metropolitani – come la concezione di “Stato” - che ci spingono fuori da parametri naturali. Non solo comuni e poi di genere ma, di nuovo, nei rapporti con l’ecosistema, l’ambiente, la natura; a cominciare per esempio dalle altre specie v iventi. Come ora sempre più annientate (glifosfati, ecc.) o industrializzate (produzione di carnalità, ecc.), oppure a loro volta alienate per accompagnarci ad alleviare rinchiuse e mostruose solitudini metropolitane.

Allora, ancor più in concreto, per poter uscire o superare tutte queste patologie contro natura, possiamo e dobbiamo incrementare ampli, profondi e multiformi processi di movimento secondo alcune matrici basilari (21):

A

Varietà del lavoro sociale.

Sdoppiamento politico di fronte al complesso dominante.

Impegno personale - d’attività sociale e politica - ripartito o sdoppiato contemporaneamente tra diversi campi d’intervento. Anche parzialmente o temporaneamente contraddittori tra loro.

Cioè con una presenza dinamica in diversi modi e qualità d’associazione. Per esempio in un gruppo che privilegia ed esprime gli scopi radicali e strategici rivoluzionari (21) del movimento generale e contemporaneamente in una associazione od organismo settoriale (anti-patriarcale, o ecologista, studentesco, Centro sociale, ecc.) con modi e livelli distinti d’intervento. Più discreto e interno in un caso, più pubblico ed esplicito nell’altro, per esempio. Incrociando e moltiplicando sapientemente esperienze ed energie politiche comunitarie, in base il più possibile agli intensi rapporti personali del vivere ed agire collettivamente.

In realtà, come già si pratica in varie situazioni. Rispettando sdoppiamento ideologico, diversità di stile e discorso, ma con lealtà e rispetto dei diversi ambiti e specifiche caratteristiche d’attività. Di “base”, poi locale-regionale, e infine nazionale o statale, per cominciare. Cioè riconoscendo e praticando limiti ed esigenze diverse nella stessa fase e spazi di lotte.

Con sempre più aperte dialettiche sociali demo-cratiche, cioè di potere diretto e reale, comunale per dirlo con i curdi, e poi nelle istituzioni che si considerino indispensabili da costruire od occupare. Locali-comunali, regionali-nazionali, confederali-statali, ecc.

Per esempio, nel caso concreto dell’anticamente cosiddetta “militanza”, cioè un impegno in una formazione (gruppo, associazione, ecc.) esplicitamente politico, e poi allo stesso tempo in un raggruppamento popolare ecologista, o di solidarietà internazionalista, ecc. l’efficacia del lavoro specifico (internazionalista, ecologista, ecc.) dipende anche, e molto a volte, dalla non esplicita dichiarazione ideologica, teorica o radicale della formazione cosiddetta più politica. Vale a dire del gruppo più politicizzato o esperto come si suol dire, o più risolutivo ed esplicito in termini strategici radicali anti-sistema. Perciò, detto in altro modo, assumendo, curando e ragionando con la massima apertura o saggezza sulle contraddizioni interne al popolo.

Quindi democrazia anche intesa come massima possibilità di riconoscimento ed espressione di tutte le particolarità. Ecco quindi il senso del lemma che usiamo di sdoppiamento.

B

Livelli pratici di costruzione del coinvolgimento strategico.

Su questa base d’atteggiamento e compromesso personale ripartito, diversificato dove è possibile scegliere impegni personali di distinto livello; politico; sociale; culturale; di genere... scopriamo e consolidiamo ‘allo stesso tempo’ uno specifico asse organizzato di “dinamizzazione strategica”. Lì dove si possono dibattere ed analizzare internamente e più discretamente i principali processi in corso – occupazione, ecologia, lavoro, anti-patriarcato, ecc. - in un quadro più generale, teorico e radicale. Scoprendo quindi, o parallelamente, le occasioni il più possibile connesse di dinamizzazione del movimento globale; anzi: coordinate o meglio ancora organiche. Ma non dirette e comandate nel vecchio senso dello pseudo ‘centralismo democratico’ di partito!

Perciò dove la strategia complessiva che qui chiamiamo operaia, radicalmente anti-sistema anche se non necessariamente dichiarata in ogni ambito concreto d’attività, si stabilisce con coerenza implicita nella sinergia dei risultati, a più lungo termine. Cioè in chiave sempre più libertaria, comunitaria dell’essere ed avere collettivi, oltre che ecologica, anti-patriarcale, di reparto di mezzi e ‘redditi’ in direzione incondizionata e universale, di residenza, trasporti, produttività realmente cooperative e così via.

Ciò che già potrebbe significare la costruzione di assetti organici, più che di semplici reticolati tattici di lotta. E persino di istituzionali locali, di potere alternativo agli stati come nel Kurdistan siriano o in alcune nazionalità del sud messicano. Parliamo cioè delle prime tappe mature di contro-potere. Oppure di reti molto strutturate sull’esempio del semi clandestino KAS basco - fino alla sua posteriore demolizione dall’interno ad opera di cosche riformiste socialdemocratiche -. Come si illustra alla fine di “Apriamo connessioni operaie globali” (21).

Infatti la “militanza” in KAS era concepita per tre livelli di lavoro molto attivo, assai specifici e come vedremo autonomi solo a prima vista:

1. M ilitanza rivoluzionaria clandestina come membro del proprio KAS. Cioè una organizzazione – a nticamente si intendeva come partito – con fini di analisi, informazione e collegamento di ogni intervent o pubblic o particolar e concret o . E poi di dinamizzazione ripartita ma sinergica di tutto l’insieme insorgente.

2. Poi un livello indispensabile di pratica d’ intervento, lotta, lavoro e accumulazione di forz e specifiche . Cioè un dinamismo personale intenso e sdoppiato in un movimento o gruppo sociale ben concreto, pubblico e locale (culturale, ecologista, giovanile, internazionalista, di lavoratori, ecc.). Da cui poi sorg erann o o si ded urranno le indicazioni determinanti per l’analisi e la dinamizzazione generale ne l livell o “più” politic o ( 1. ) ed poi eventualmente anche nel 3., cioè il seguente :

3. L a contemporanea presenza il più possibile discreta ma efficace in una formazione politica riconosciuta , addirittura legale e d elettorale - parlamentar ia (Unità Popolare o Herri Batasuna nel caso basco , o per esempio del tipo odierno Pap italiano ).

C

Essere ed avere politico; reti vitali e reticolati virtuali.

Allora, in generale, questa prospettiva A e B di soggettivazione radicale organizzata del movimento globale può fermare l’attuale tendenza autodistruttiva del Capitalocene solo a queste condizioni:

sviluppo di dinamiche personali di impegno sociale - ma anche affettive tangibili - in contesti e processi di obiettivi comuni, concreti, radicali e determinanti. In tutte le miriadi di comunità possibili o già esistenti. Per ognuna delle sei-sette migliaia di culture e nazionalità dei cinque continenti, piccole o grandi, oggi ignorate o persino negate dall’attuale internazionalismo rudimentale (23). Anche questa è una positiva e importante lezione dell’esperienza curda.

Infatti, il senso profondo di questa metodologia o dialettica A e B di lavoro politico personale-collettivo è anche quello di evitare di riprodurre - o riprodursi in - altri enti estranei all’essere umano naturale collettivo. Con ideologie alienate, miti settari o partitocratici, religioni, conformismi pseudo-identitari e quindi reiterate normalizzazioni ed eteronomie sociali... Perciò preda di nuovo, come ora, di stati ed istituzioni verticali con rispettivi complessi mediatici, o di domini ed effettive dittature transnazionali dirette dai super-mostri miliardari dell’Avere tipo Gafam, o dai complessi petrolifero, farmaceutico, automobilistico, ecc. O da fabbricanti d’armi e corrispondenti organizzazioni tipo OTAN, ecc. Cioè: dall’odierna e vasta rete della delinquenza sistemica trans-statale.

Parliamo quindi di dinamiche personali affettive tangibili, nell’ambito di contenuti comuni o comunali concreti, solidi e determinanti. Di processi democratici non solo formali, teorici e virtuali, ciò che ci porta a chiarire meglio la relativa questione di internet.

Cioè: tenendo ben presente che constatiamo ancora, sia a livello globale che locale, delle attività sociali, culturali e politiche che non hanno ancora imparato, disgraziatamente e troppo spesso, a relativizzare (ad utilizzare) con intelligenza e sicurezza gli attuali strumenti di informazione, connessione e potere di internet, oggi praticamente sotto controllo della delinquenza sistemica.

Che ci trascina progressivamente verso i livelli yankee di sottosviluppo etico, sociale e culturale. Con rispettive omologazioni d’intelligenze artificiali.

Quindi in potenza sostanzialmente fuorvianti, alienanti e spesso avvilenti dei rapporti umani reali, sommerse nelle illusioni dell’aggancio virtuale permanente e a grande raggio. Con connessioni di rete assunte come fossero strumenti di relazioni nientemeno che empatiche ed affettive, invece di mistificatrici di processi collettivi tangibili, reali, genuini... Vale a dire: intese come fossero validi veicoli – quando solitamente operano proprio al contrario - per le manifestazioni che riflettono l’essenza della nostra specie: rispetto, affetto, affezione, desiderio, tenerezza, sensibilità, sensualità. Senza le quali non esistono che banali individui marcati da intelligenze artificiali, non persone. Non comunità tangibili in vera libertà e giustizia ma masse di assoggettati votanti, spettatori, consumatori, turisti, clienti, impiegati, salariati, avventori...

Senza trascurare le ulteriori mostruosità generate da precise bolle informatiche o tempeste di merda come segnala Bifo che riescono a scatenare o modulare processi sociali e politici nefasti proprio a partire dall’infosfera. Come le recenti forme ben conosciute – persino istituzionali e votocratiche - che alcuni definiscono di odierno fascismo, populismo e così via, e logicamente ben supportate e manipolate dal complesso mediatico sistemico.

Ebbene, se non recuperiamo le nostre dimensioni naturali basate su emozioni, empatia, sensibilità, sensualità ed affettività, fondamentalmente sviluppate in campo collettivo e matrilineare, e non riprendiamo l’avere ed il pensare tecnologico come strumenti assoggettati e funzionali alle nostre necessità, andiamo sempre più dritti verso un’autodistruzione robotizzata, oltre quella ormai prossima dell’ecosistema. Ciò che il Capitalocene garantisce, nell’etica e intelligenza (artificiale o meno) dell’Avere, del Capitale.

Ciao Greta, coraggio! Forse siamo ancora in tempo!


NOTE:
(1) Il Manifesto 28.11. Guido Viale, La radice del patriarcato e il concetto di proprietà privata, http://lacittadisotto.org/2018/12/05/la-radice-del-patriarcato-e-il-concetto-di-proprieta-di-guido-viale/
(2) http://effimera.org/linnocenza-lorrore-franco-berardi-bifo/
(3) Con comunista non mi riferisco naturalmente a tutte le degenerazioni staliniste, PC
-falcemartelliste, marxiste, ecc. che hanno seriamente contaminato questo termine etico-sociale molto più antico. Degenerazioni che, come per il termine di “sinistra”, rispondono precisamente alle necessità degli usi sistemici del linguaggio. Cominciando proprio dalle battaglie ideologiche. Anti comunistiche, appunto.
(4) Una nozione di ‘classe’, o meglio di dimensione marxiana come Classe Operaia Globale, ben diversa da quelle in uso da sociologi di destra o sinistra, marxisti lavoristi compresi naturalmente. Vedi per esempio qualche pista in K. R.: https://www.sinistrainrete.info/analisi-di-classe/9353-karlo-raveli-lavoratori-e-classe-operaia-mondiale.html. Infatti “Disfare il nodo lavoro-cittadinanza nella teoria impone di fare nuovi nodi nella pratica” come conclude Michele Spanò in ‘Percorrendo la longevità di un dispositivo immerso nella Storia’
https://ilmanifesto.it/percorrendo-la-longevita-di-un-dispositivo/
Vedi anche: “Per Tommaso Cacciari affrontare in profondità il tema del conflitto ambientale è elemento costitutivo del “fare movimento” nella fase attuale, perché “non è più possibile tenere la questione climatica come contraddizione secondaria, come orpello alla presunta ‘contraddizione’ principale, che è quella tra capitale e lavoro”. In ‘Sovvertire il pianeta. Lotte e movimenti nell’antropocene. Il report del dibattito’ del 14.6.2018 in https://www.globalproject.info/it/produzioni/sovvertire-il-pianeta-il-report-del-dibattito/21509
(5) Un processo generale che si suol identificare o includere nella cosiddetta “rivoluzione neolitica”.
(6) Un paio di piste per Davi Kopenawa: https://www.avvenire.it/agora/Pagine/foresta (“Davi oggi è la massima autorità politica e religiosa dei popoli indigeni, una sorta di Dalai Lama amazzonico, e in questi anni ha sviluppato una riflessione cosmoecologica legata al cambiamento climatico, contro le grandi potenze predatorie del capitalismo occidentale, da lui definite “Popolo della merce”: «Hanno già fin troppe merci. Nonostante questo, continuano a scavare la terra senza sosta, come armadilli giganti».”).
O ancor meglio: https://ilmanifesto.it/la-tensione-ecologica-degli-yanomani/
(7) L’ONU è in realtà un’organizzazione di stati, non di nazioni! E a proposito del rapporto tra lotte generali e di classe nel contesto delle nazioni o nazionalità – oltre gli stati ufficiali – vedi per esempio in castigliano “Clase obrera e internacionalismo indígena” https://www.indybay.org/newsitems/2009/06/20/18603003.php
(8) Un riferimento importante, di un altro grande saggio, Claudio Naranjo: “La mente patriarcale” https://www.youtube.com/watch?v=dIDUoSBxSJE (in particolare tra 2’20’’ - 3’30’’, anche se non piglia a fondo il tema dell’appropriazione privata maschile e ...razionale).
(9) La straordinaria importanza del processo realmente democratico in corso nel sud del Kurdistan, in Rojava, si manifesta anche o soprattutto nel suo aspetto di potenziale superamento dell’involuzione proprietaria originaria. Proprio come processo d’emancipazione radicale d’organizzazione e iniziativa di base, con l’essenziale ruolo femminile. A proposito della questione della riappropriazione territoriale comunale, si sono affermate per esempio le famose ‘cellule’ di 50 abitazioni, nelle quali cittadine e cittadini riuniti eleggono tra i cinque e i sette rappresentanti per il Comune. Cellule corrispondenti generalmente a due-tre strade in città e villaggi. Vedi per es.: “Rojava: come funzionano le comuni curde” in http://www.uikionlus.com/rojava-come-funzionano-le-comuni-curde/ .
Da vedere tra l’altro tutto ciò come importantissimo processo di recupero della vita collettiva, essenza naturale della nostra specie. Finora progressivamente alienata dallo sviluppo individualista dell’avere. Ancor peggio con l’attuale e delinquenziale versione neoliberista di massima competitività ed uso egocentrico, sempre più solitario e insolidario, delle nuove tecnologie di comunicazione, trasporto, abitazione, ecc.
Troviamo per esempio una elementare introduzione all’avvenimento Rojava in Alias “Vai e vedi la Siria da vicino” (https://ilmanifesto.it/la-siria-vista-da-vicino/) di Maria Edgarda Marcucci, dove si può leggere tra l’altro: “La realtà sociale lì è qualcosa di straordinario che non avevo mai visto perché il potere è alla base nel senso che il popolo si auto governa. Ci si amministra col sistema delle comuni, una comune è formata da un gruppo di circa 150 famiglie, ecc.”
(10) Come illustrano per esempio i casi di matricentrismo della nazionalità Bubi (isola Bioko, stato di Guinea Equatoriale) ancora in parte fondata sul karichobo o matriclan, del resto ancora assai diffusi in tutto il continente. Oppure l’esempio ancor più interessante della nazione Mosuo, nello stato cinese, nota anche come Moso o Mosso: un popolo che vive nello Yunnan e Sichuan tutt’ora con una organizzazione sociale matrilineare. (Vedi p.es.: https://il-matriarcato.blogspot.com/2014/01/matriarcato-mosuo.html ).
(11) Geraldina Colitti: “La forza del capitalismo e il suo potere economico, che si basa sullo sfruttamento del lavoro, sta nella sua capacità di presentarsi come astratto e necessario, attraverso la feticizzazione del mercato con cui si codificano le relazioni umane. La gran concentrazione dell’informazione monopolistica rende difficile far passare versioni diverse dalla dominante, che possano servire per distinguere gli amici dai nemici e poter scegliere da che lato stare. Il Venezuela bolivariano rompe questa cortina di fumo”.
In: Venezuela, un caso de escuela en el tercer milenio, https://desinformemonos.org/venezuela-un-caso-de-escuela-en-el-tercer-milenio/
(12) Sempre più alienazioni turistiche, dai paesi cosiddetti sviluppati, estranee da contatti concreti, dell’essere e non mercantili, con realtà sociali solo superficialmente frequentate. Per esempio ignorando o persino rifiutando qualsiasi sensibilità, compromesso e rispetto dalle migliaia di lingue e culture originali ed originarie che la “nostra” civiltà sta distruggendo, consumandole letteralmente con il barbaro texano.
(13) L. Castellina, I “drughi” 40 anni dopo, https://ilmanifesto.it/i-drughi-40-anni-dopo/
(14) Robotizzazione e alienazione dall’essere collettivo
https://www.sinistrainrete.info/lavoro-e-sindacato/11012-karlo-raveli-robotizzazione-e-alienazione-dall-essere-collettivo.html
(15) Nuovi processi di ricomposizione capitalistica con la tecnologia di blocco a catena o bloccocatena (token, blockchain).
(16) Internazionale 30.11.2018, Sommario-editoriale, “La settimana”: Vulnerabilità, di Giovanni De Mauro
https://www.internazionale.it/opinione/giovanni-de-mauro/2018/11/30/vulnerabilita-cambiamento-climatico
(17) Valga anche come risposta a “Comunismo assassino” di P. Favilli (https://ilmanifesto.it/comunismo-assassino). Però sviluppando in modo critico e radicalmente semantico altre proposte di Favilli come le espresse in “L’ ‘invenzione’ della classe operaia” (https://www.sinistrainrete.info/storia/4856-paolo-favilli-l-invenzione-della-classe-operaia.html).
(18) Affronteremo in altro articolo le volgarità pseudo-socialiste e pseudo-comuniste sulla sinonimia tra Beni comuni e proprietà “pubblica” o “di Stato”, che annulla l’infinita gamma di rapporti umani con la natura e tutte le sue dimensioni, materiali o meno. Quindi un concetto di “proprietà privata” che dev’essere ben più approfondito oltre le fallimentari esperienze sovietiche o post-sovietiche, per esempio. O cinesi… Come ora si sta invece cercando di proporre nella Rojava o in alcune nazionalità sud-messicane!
(19) “Il Capitalocene è strutturalmente patriarcale e sessista e costruisce accumulazione espropriando da secoli il lavoro femminile, spingendolo nell'ambito di ciò che Moore chiama le nature a buon mercato”.
Oppure: “Il capitalismo, secondo Moore, deve essere oggi letto come uno specifico modo dell'organizzazione del rapporto uomo-natura, dove uomo e natura sono entità inseparabili, facenti parte della medesima rete della vita”. Incontro Sherwood Festival ‘Sovvertire il pianeta. Lotte e movimenti nell’antropocene’. https://www.globalproject.info/it/produzioni/sovvertire-il-pianeta-il-report-del-dibattito/21509
(20) Lavoratori professionali, fordisti, intermittenti, cooperativi, tute blu e colletti bianchi, funzionari, cetimedi o pseudo, ecc. cioè tutta la gamma sempre più variata ed alienata dalla globalizzazione neo-liberista del lavoro.
(21) Si trovano riferimenti molto utili per questioni organizzative sulla base della praticamente sconosciuta esperienza basca (nella sua fase pre-rivoluzionaria degli anni 70-80) dinamizzata dall’organizzazione KAS, in particolare nel capitolo finale “Le chiavi del KAS, Coordinatrice basca socialista” (a pag.24 del Pdf) di “Apriamo connessioni operaie globali”
http://www.senzasoste.it/apriamo-connessioni-operaie-globali/
https://www.sinistrainrete.info/analisi-di-classe/10873-karlo-raveli-apriamo-connessioni-operaie-globali.html
(22) “Costruire una forza rivoluzionaria consiste precisamente in questo oggigiorno: articolare tutti i mondi e tutte le tecniche rivoluzionarie necessarie, aggregando tutta l’intelligenza tecnica in una forza storica e non in un sistema di governo”. (Comitato invisibile, “Ai nostri amici”, 2015).
(23) Val la pena ricordarlo: la maggior ricchezza culturale dell’umanità sono le migliaia di lingue (ancora) parlate e che corrispondono a civiltà tanto specifiche come diverse tra loro! Alcune parlate da milioni di persone, altre da poche decine o centinaia ma non per questo di valore inferiore!

 Articoli di Karlo Raveli pubblicati su Sinistrainrete:
fShare
8
Pin It

Comments   

#4 Philippe 2019-03-18 11:40
Si vede che chi ha messo la foto non è molto d'accordo con alcuni messaggi di fondo del testo. Che ci pare molto interessante e profondo, anche rispetto a quello che esprime o meglio riflette la ormai famosa Greta Thunberg. Sullo sviluppo sempre più drammatico della nostra "civiltà".
Quote
#3 Nadia 2019-03-15 11:59
Su Greta Thunberg potremmo e dovremmo avere dei dubbi, ma finora possiamo essere ottimisti almeno riguardo a lei, nonostante tutto il pessimismo che ci sta assalendo di fronte a quella che difinisci giustamente delinquenza sistemica delle classi al potere e delle loro bande mediatiche.
Quote
#2 K. R. 2019-03-14 15:17
Si Aitor, la questione KAS è piuttosto complessa.
Comunque entro nel merito solo per ribadire una ragione sostanziale: proprio la necessità della messa in disparte di vecchie forme d’organizzazione, a cominciare dai “partiti” (1).
Infatti ciò che accenni del KAS (Kordinakunde Abertzale Sozialista) è realmente la sua degenerazione finale, in termini democratici, dopo un inizio innovatore politico molto dinamico. Tra l’altro una perversione sulla base di vecchie ideologie “PC” del cosiddetto “centralismo democratico” che vennero ripristinate – recuperate da cadaveri stalinisti – proprio per demolire il potenziale democratico, e rivoluzionario potremmo anche dire, del KAS originario.
Come?
Molto semplice: trasformando una cosiddetta struttura parallela di “organizzazione interna” con funzioni di protezione rispetto alla repressione e terrorismo di stato (2), che doveva cioè aiutare i diversi organismi e movimenti del KAS a ripararsi da polizia, guardia civil, ecc. in, al contrario, mezzo di controllo politico e persino di direzione degli stessi. In poche parole: nuovo tipo di partito dirigente dissimulato all’interno di tutta la coordinatrice KAS. Da lì non risultò troppo difficile per le forze riformiste del movimento e compresa la stessa organizzazione partigiana il passo verso una sua disattivazione come complesso orizzontale democratico radicale.

Ma
tutto ciò non toglie che questa esperienza multi-organizzata su basi democratiche di tutto un insieme allora potenzialmente rivoluzionario del movimento, per la maggior parte dei suoi gruppi, associazioni, sindacati, organismi, ecc. (come spiego un po’ più in dettaglio in “Apriamo connessioni...” https://www.sinistrainrete.info/analisi-di-classe/10873-karlo-raveli-apriamo-connessioni-operaie-globali.html (3)) sia oggi un eccellente riferimento per affrontare problemi di collegamento, accumulazione e sviluppo di vari aspetti chiave del movimento globale anti-sistema.
Tra l’altro:
proprio grazie alle caratteristiche basche di nazione senza stato - ne esistono varie migliaia sul pianeta! - si offre una gran varietà tematica di lotte, quindi di espressioni per molteplici composizioni sociali, proprio rispetto all’enorme diversità della dimensione operaia mondiale. Espressioni che possono aprire prospettive – sinergiche - corrispondenti alla grave e complessa SFIDA GLOBALE che abbiamo di fronte. A livello planetario!

Cioè:
tenendo ben presenti tutte le diversificate composizioni della dimensione operaia mondiale, e dei proletariati. Non solo di ognuno dei 200 stati riconosciuti nell’attualità (ONU), ma anche o soprattutto delle 7.000 nazionalità esistenti sul pianeta Terra – nei vari aspetti di PROPRIETÀ, PATRIARCATO, ECOLOGIA, SALUTE, CULTURA-lingua, ecc. - questo riferimento al KAS (per un paese industrializzato europeo come Euskal Herria!) è assai interessante in confronto di altre attuali esperienze come nel Chiapas, Rojava, Palestina, Wallmapu ...stato boliviano?
Nel caso in cui, arrivati a questo punto, fossimo ancora in tempo per trarre in salvo l’umanità dalla autodistruttiva criminalità del Capitale.

Note
(1) Nell’articolo mi permetto di citare Potere al popolo per il suo potenziale disponibile – ancora? - rispetto alle vecchie gerarchie partitocratiche della votocrazia. (2) Solo un dato: dopo la morte del dittatore e l’inizio della cosiddetta “transizione democratica spagnola” si registrarono più di 10.000 casi di tortura di detenuti politici baschi; almeno la metà dei quali riconosciuti dallo stesso attuale governo provinciale! Quindi il militante in un gruppo del KAS si trovava permanentemente in pericolo, ciò che originò questa “organizzazione interna” di prevenzione che poi degenerò. (3) ASK (Abertzale Sozialista Komiteak) che cito lì, era sicuramente la più interessante in rapporto a collegamenti e dinamizzazioni di movimenti sociali locali, ecologisti, culturali, internazionalisti, ecc.

E Greta, non farti fregare dalle caste!
Quote
#1 Aitor 2019-03-09 16:54
Certo non è il tema più importante il modello d'organizzazione KAS (Coordinatrice nazionale socialista) che qui si presenta, ma chi conosce la questione opporrebbe alcune obiezioni proprio nella prospettiva che si offre come organizzazione globale esemplare. La prima, che il o la KAS si trasformò nel braccio politico dell’ETA, e non il contrario, in contraddizione con la critica movimentistica che soggiace in tutto il testo. In secondo luogo KAS si trasformò negli anni novanta in strumento riformistico del movimento basco, che da socialista rivoluzionario come si autodefiniva, passò ad essere arnese della corrente dell’istituzionalismo socialdemocratico dei suoi ultimi settori dirigenti, che decisero allo stesso tempo grazie all’aiuto internazionale il disarmo dell’ETA. In terzo luogo, secondo la documentazione oggi disponibile il cosiddetto socialismo rivoluzionario sia dell’ETA che del KAS mi paiono ben lungi dalla radicalità municipalista o comunistica del movimento curdo attuale che nel testo si presenta come riferimento contemporaneo importante.
Quote

Add comment

Saranno eliminati tutti i commenti contenenti insulti o accuse non motivate verso chiunque.


Security code
Refresh