
Lettera aperta a Flavia Manetti: niente di personale, anzi
di Algamica
Scegliamo la compagna Flavia Manetti per una discussione chiara e schietta, a viso aperto, senza rete, per definire alcune questioni teoriche, storiche e politiche di cui siamo stati permeati. Ponendo in premessa che di personale non c’è niente, per quanto riferito ai tanti compagni di militanza comune nelle varie organizzazioni che si sono succedute per oltre 50 anni, e men che meno nei confronti della diretta interessata, persona stimata, onesta, sincera, leale e generosa, nonché di un sano istinto anticapitalistico e antirazzista.
Ma il momento lo richiede, perché il modo di produzione capitalistico è entrato – e finalmente! – in una fase di crisi che ne approssima la sua fine e tutto il nostro vecchio armamentario soggettivista, col quale ci siamo battuti, è diventato un materiale arrugginito e inutilizzabile. Pertanto sarò sfrontato, non diplomatico, ma chiamando le cose per il loro nome.
Diciamo in premessa, attirandoci gli strali dei più, che una vera, radicale, critica al modo di produzione capitalistica è ancora tutta da scrivere. Storcano pure la bocca i tanti e i più, perché la verità è che il modo di produzione capitalistico è stato sì criticato, anche duramente, ma sempre e soltanto da un punto di vista di modello valoriale, supponendo, in modo malcelato, che potesse essere sostituito da un altro modello e da altri uomini, ad esso alternativo durante la sua esistenza. Abbiamo danzato intorno al totem del libero arbitrio come capacità dell’individuo di governare le leggi impersonali di un moto storico incentrato sullo scambio, piuttosto di capire che quelle leggi sottoponevano gli uomini alla loro dinamicità.
Non ci siamo mai correttamente interrogati sul fatto che se un modo di produzione dura per cinque, sei, settecento anni, e che si espande a macchia d’olio piuttosto che essere sconfitto e distrutto, ci saranno state o meno delle ragioni strutturali che i valori e/o i disvalori, nella funzionalità delle sue leggi lo hanno tenuto in vita finora.
Non avendo capito che si trattava di un moto storico, non potevamo capire che le classi che produceva erano tutte complementari, che, pertanto, nessuna di esse potesse dare l’assalto al cielo, separarsi dalle altre o da quella più importante, disarcionandola dal potere per instaurare la propria dittatura, quella della classe più “rivoluzionaria”, il proletariato, proprio quando con la crisi internazionale del modo di produzione imponeva agli operai di comportarsi, nei confronti del capitale, dei capitalisti e del capitalismo, come i girasoli rispetto al sole.
Ci siamo adoperati a costituire formazioni politiche, quando non addirittura sindacati(ini), ritenendo che una parola o uno slogan potesse fungere da leva per la mobilitazione e l’organizzazione alternativa dei lavoratori. Sognatori allo stato puro, quando non dilettanti allo sbaraglio, perché non capivamo che la classe sfruttata e oppressa, ovvero il proletariato, fosse complementare del moto e chi è complementare non può separarsi dall’insieme delle altre classi complementari del moto stesso.
È vero che molti militanti hanno buttato il cuore oltre l’ostacolo pagando anche costi pesanti sul piano della repressione da parte degli apparati repressivi dello Stato democratico, e va ascritto a nostro merito a patto che ne sappiamo trarre oggi un corretto bilancio di una fase che volge in modo definitivo al termine. È questa una questione non secondaria del problema.
Uno degli aspetti più seri e inquietanti, è consistito nel non comprendere che la lotta anticoloniale e antirazzista fosse prioritaria e fondamentale per mandare in crisi le leggi del moto, ma che anzi, essa fosse subordinata alla lotta della classe operaia del cuore delle metropoli, poggiante su una tesi fondamentale - ma errata - del Manifesto di Marx Engels del 1848.
Abbiamo scambiato la difesa e i valori della democrazia come propedeutici alla lotta rivoluzionaria del proletariato mentre il liberalismo democratico sghignazzava sotto i baffi, come dire: poveri scemi. Come non vedere tanto intellettualume prostrarsi ai piedi di Gerge Orwell e santificare il liberalismo, equamente distante tanto dal nazismo criminale e fascista, di una potenza economica in ascesa come la Germania, quanto dallo stalinismo, di un paese, come la Russia e l’Urss, sotto ricatto e assedio da oltre due secoli da parte delle forze economiche occidentaliste in nome della democrazia? L’ignominia raggiunge il massimo livello come col Pcf (partito comunista francese) schierato con la democrazia contro la rivolta rivoluzionaria algerina perché violenta. Ohj mamma.
Ci siamo eretti supremi giudici, nonché critici severi, con l’occhio benevolo dell’establishment liberaldemocratico, che ci osservava compiaciuto, nei confronti di esperienze come la Rivoluzione antimperialista della Russia, costretta a essere “non democratica” e a sciogliere l’Assemblea Costituente nel 1918, o a sedare la rivolta reazionaria e liberaldemocratica di Kronstadt in nome della libertà del commercio della terra e dei raccolti agricoli nel 1921, quando il paese era stremato dalla guerra e dalla carestia. Un errore nel quale cadde la stessa Rosa Luxemburg, nel 1918, utilizzata successivamente dal liberalismo democratico “di sinistra”, in funzione anti-leninista, in modo particolare in Occidente.
Abbiamo ritenuto che le esperienze di lotte anticoloniali, dirette da comunisti o sedicenti tali, potessero costituire una alternativa al “modello liberaldemocratico” senza avvederci che il movimento storico dello scambio le avrebbe assorbite tanto in America latina quanto in Asia, come poi è avvenuto.
Non lo potevamo sapere? Certamente che no, ma c’era il vizio d’origine teorico: il non aver capito cosa erano (e sono) le leggi impersonali del moto. Dunque non va crocifisso alcuno, ma oggi che i fatti ci mettono sotto gli occhi la realtà non possiamo più dire « non potevamo saperlo », perché è l’oggi all’ordine del giorno, è oggi che dobbiamo cercare di capire, non per buttare a mare baracca e burattini, no, ma per tracciare un freddo bilancio teso a rilanciare l’iniziativa proprio perché non è vera la tesi di Fukuyama del «Fine storia», no, perché è già cominciata tutta un’altra storia, come i movimenti anticoloniali stanno dimostrando insieme a una certa presa di coscienza delle nuove generazioni in Occidente.
Punto cruciale in questione
Proprio rispetto alle mobilitazioni e alle inazioni in Occidente, dei periodi più recenti, cioè dalle rivolte negli Usa a seguito dell’uccisione di G. Floyd, per arrivare a quello sui palestinesi sottoposti a un criminale genocidio, e in ultimo l’attacco all’Iran, la compagna Flavia Manetti ha postato uno scritto dove si pone la domanda circa la differenza tra le mobilitazioni, in Occidente, a sostegno della causa palestinese e la totale inazione tanto dell’attacco della Federazione russa all’Ucraina dopo aver subito per ben otto anni una vile aggressione nei confronti delle popolazioni russofone in Donbass, quanto, per l’altro versante, per i bombardamenti sull’Iran dal 28 febbraio di questo 2026 in combinato disposto Usa Israele, fino alla cosiddetta tregua, mentre continuano i bombardamenti in conto proprio sul Libano da parte delle truppe ebraiche di Israele.
In premessa va detto senza mezzi termini che il punto di vista per chi si richiama agli ideali del Comunismo non può che essere: «Con chi resiste all’Occidente », senza girarci troppo intorno, in qualunque modo si chiamino le resistente o le bandiere che sventolano.
A riguardo bisogna chiarirsi sulla natura della prospettiva su cui contiamo, e alla luce del sole.
Non che siano mancate per il passato tentativi di coagulare intorno a una nazione o uno stato in lotta contro il colonialismo e l’imperialismo, tentativi di costituzione di un campo ampio di paesi che faticosamente e col sangue cercavano di sottrarsi dalla morsa colonialista e per uno sviluppo autoctono della propria economia ed entrare nell’agone dello scambio.
Abbiamo però dovuto rilevare che tutti i paesi, in un modo o nell’altro, sono stati irretiti all’interno delle maglie del moto-modo di produzione capitalistico. Tre esempi su tutti: sia nell’Europa dell’Est che in Medio Oriente, oltre che in America latina. Nel primo caso con lo scioglimento del Patto di Varsavia, dove gran parte dei paesi che ne facevano parte sono entrati nella Nato e posti nella possibilità, sotto pressione Usa, di accerchiare la Russia, sia nel secondo caso, in Medio Oriente, dove l’imperialismo Usa ha tentato, con le buone o con le cattive, e in gran parte riuscendovi, di ingabbiare i paesi arabo-islamici. Rimaneva il boccone più ostico da digerire, e lo Stato di Israele ha colto l’occasione della « pistola fumante» del 7 ottobre 2023 per radere al suolo Gaza e genocidizzare il popolo palestinese. Mentre per l’America latina si arranca paurosamente, come l’affare Venezuela ha dimostrato, mentre l’accordo sul Mercosur è un tentativo estremo per entrare nell’agone dello scambio con l’Europa, che a sua volta subisce i contraccolpi di una crisi interna da parte degli agricoltori con mobilitazioni anche dure di piazza.
A riguardo va detto, an passant, che anche a sinistra c’è stato chi si è sperticato in una ricostruzione storica del popolo ebraico del passato per continuare a riproporre la differenza tra antisionismo e antisemitismo. A costoro ha risposto indirettamente in modo brillante l’ebrea americana Amanda Gelender con un meraviglioso articolo, un vero e proprio Manifesto politico, che abbiamo tradotto e pubblicato anche in Italia dal titolo inequivocabile: Si, tutti gli ebrei, dove la tesi centrale e argomentata in modo mirabile è: tutti gli ebrei non schierati contro il genocidio del popolo palestinese a Gaza, e al sostegno della sua resistenza sono corresponsabili insieme al governo di Netanyahu. Altro che il doppiogiochista liberaldemocratico Gad Lerner che si spara le pose di democratico e progressista antinetanyahu, la storia a un certo punto pone l’individuo di fronte all’obbligo di stare da una parte o dall’altra, e questi si muove sulla base della forza degli interessi che lo spingono in una direzione piuttosto che in un’altra. Dunque l’individuo non sceglie, ma viene spinto da forze impersonali di interessi da una parte piuttosto che dall’altra. Chiaro?!
Ora i fatti di oggi, a parte quelli di ieri, hanno dimostrato che il popolo ebraico è correo «se non schierato con la resistenza palestinese» non solo, ma «Con chi resiste all’Occidente» oggi, e per non essere astratti entriamo nel merito del tentativo di Flavia Manetti che si interroga sul perché «c’è stata la mobilitazione per il genocidio e la distruzione di Gaza mentre non parte una convinta mobilitazione contro il combinato disposto Usa-Israele in Iran e in tutto il Medio Oriente dove Israele sta compiendo una strage ».
La risposta alla domanda di Flavia deve essere chiara, senza fronzoli, perché: aggrediti erano e sono i palestinesi a Gaza prima e in Cisgiordania ancora, e aggredito è il paese dell’Iran, ma con una differenza: la capacità di risposta dei palestinesi e quella dello Stato dell’Iran, rispetto al quale in Occidente ci si fa venire il mal di pancia per sostenerla, perché islamico, sciita, reazionario, teocratico e così via di detti e non detti. Ovvero: si tratterebbe di un paese che comparandolo all’Occidente e i suoi valori, beh, non è proprio migliore.
Dunque non si prende in esame il ruolo cui è chiamato a svolgere l’Iran in questa crisi generale del modo di produzione capitalistico, contro l’Occidente, e il tempo storico in cui avviene lo scontro necessitato tanto dall’imperialismo predone e aggressivo, per continuare a dominare, quanto quello di un paese costretto, per necessità esistenziale a resistere con tutti i mezzi possibili, come sta facendo.
Ne viene fuori, perciò un atteggiamento da solidarietà pelosa nei confronti di chi viene massacrato, come i palestinesi, e “ diffidenza” (a essere buoni) nei confronti di una resistenza capace di bombardare e aumentare la crisi dell’Occidente.
Fidiamo sull’Iran perché possa costituire un coagulo di paesi resistenziale all’Occidente? E qui bisogna essere oltremodo chiari: no, non è stato possibile per il passato, non potrà essere possibile in questa fase, com’è dimostrato, per altro, dalla freddezza mostrata dei paesi arabo-islamici di tutto il Medio Oriente nei confronti della resistenza palestinese e del genocidio cui è stato sottoposto il popolo palestinese prima e l’Iran poi, sia nel giugno del 2025 che dal 28 febbraio di questo 2026.
Non è possibile oggi per due ragioni: a) perché ogni singolo paese è imbrigliato dalle leggi economiche del moto-modo di produzione in crisi; b) perché la crisi genera caos e fluidità, per dirla con Bauman, in cui tutto si scompone e si ricompone continuamente senza preordinazione di blocchi solidi possibili.
Dunque possiamo sventolare a giusta ragione la bandiera dell’Iran che nel contesto determinato resiste! Ovvero in quanto fattore che indebolisce l’Occidente e con esso il modo di produzione capitalistico, senza ipotizzare quello che non è possibile prevedere: cioè il coagularsi di una resistenza di un ampio fronte, perché ogni paese dell’area Mediorientale – e non solo – è imbrigliato nelle maglie dell’economia dello scambio ed è perciò frenato, in modo particolare per la crisi generale che sta investendo il modo di produzione capitalistico, bloccato rispetto a ogni ipotesi di resistenza religiosa come, ad esempio, ha alluso recentemente Erdogan, dicendo « l’Islam è uno, siamo tutti islamici », circa la divisione tra sciiti, sunniti e altri spezzettamenti.
Ne La crisi di una teoria rivoluzionaria, pubblicato nel 2018, si metteva in guardia proprio questo aspetto, ovvero l’impossibilità del prevalere di fattori religiosi nei confronti delle briglie dell’economia del modo di produzione.
Ora, lasciamo perdere ogni comparazione tra le condizioni di prima e dopo il 1979 in Iran, tanto per chi non vuol capire non servono argomenti, anche perché si tratta di tempi storici diversi tanto per l’Iran quanto per la Siria, l’Iraq, la Libia e così via.
Il punto in questione lo ha chiarito, o per meglio dire, è stato costretto dai fatti a chiarirlo, Trump: «L’Iran non ha diritto a costruirsi la bomba atomica perché è un paese antidemocratico »! Viva la faccia, perché molto spesso dalla bocca degli stolti, quali interstizi impersonali, escono le verità più scomode.
Allora domandiamo ai liberaldemocratici: se con la democrazia vale il principio del diritto uguale, perché un paese si è potuto costruire la bomba atomica e usarla mentre deve essere proibito a un altro paese? In virtù di quale speciale diritto, se non quello della prepotenza della forza, deve essere vietato a un altro paese, come l’Iran, se non per sottometterlo e predare le sue risorse energetiche?
E cosa hanno da dire i democratici di sinistra a riguardo? o i vari movimenti femministi o femminili, senza cincischiare sull’uso del velo o meno?
Ora mettiamo le carte in tavola e guardiamoci negli occhi con chi è disposto a farlo dicendo: «L’Iran è un paese aggredito SI o NO »? « ha diritto a difendersi SI o NO »? e tu giovane occidentale riconosci «SI o NO» questa necessità?
Circa i sedicenti internazionalisti, marxisti, e isti vari, gli va detto chiaro e tondo: «Non ve lo ha ordinato il medico di sostenere la resistenza iraniana, potete sempre scegliere l’arte più nobile del saper tacere» perché ogni vostro argomento per giustificarvi vi riempie di vergogna mentre la storia fa il suo corso e …lascia dir le genti.









































Add comment