Avviso

Ricordiamo agli utenti che gli articoli possono essere inviati per email, stampati e salvati in formato pdf cliccando sul simbolo dell'ingranaggio in alto a destra dell'articolo (nel menù a tendina la voce "Stampa" consente sia di stampare che di salvare in pdf).

illatocattivo

Col cadavere in bocca. Sul quarantennale del '77

di Il Lato Cattivo

settantasette bologna«Ultimo mohicano / sampietrino in mano
solo qui nella via / e la barricata
dove l'han portata? / Non c'è proprio più.»
(Gianfranco Manfredi)

In questo inizio d'anno punteggiato di commemorazioni molto interessate e poco interessanti (vedi «C17» et similia) tocca sorbirsi anche il quarantennale del movimento del '77. E così sia. Allora largo al ricordo su ordinazione, alla parola di chi c'era e vuole raccontare, al pianto rituale degli offesi e dei caduti. In fondo, perché no? A nulla vale deprecare l'operazione memorialistica, che è vecchia – se non proprio quanto il mondo – almeno quanto il massacro dei comunardi, commemorati a scadenza ormai annuale presso il Mur des Fédérés. Le celebrazioni per l’anniversario del '77 italiano cadono ogni decina d'anni: frequenza tutto sommato ragionevole. Basta solo non chiedere ciò che è impossibile avere. A quale veglia è d'uso esprimere critiche o riserve sul morto in onore del quale ci si riunisce? Tutti sanno che anche l'individuo più mediocre passa per un grand'uomo il giorno del suo funerale, finanche sulla bocca di chi in vita ne diceva peste e corna. Lo stesso vale, generalmente, per la commemorazione dell’evento storico. Meglio dunque lasciar correre, e togliersi i sassolini dalla scarpa in separata sede. Una riflessione vera sul significato della rivolta del '77, sorda per necessità all'invocazione degli immortali e dei morti, non può che farsi a latere.

Per abbozzare una tale riflessione, non servono d'altronde fiumi di parole né concettualizzazioni magniloquenti. Quella manciata d'anni di insubordinazione sociale che va sotto il nome di «Maggio strisciante» si chiuse, col '77 italiano, all'insegna della medesima ambivalenza con la quale si era aperta. In Italia, come in Francia e negli Stati Uniti (Berkeley '64), il Maggio operaio seguì cronologicamente quello studentesco e, checché se ne potesse pensare all'epoca, i due si incontrarono senza mai confondersi, perché mossi da spinte e aspirazioni diverse e irriducibili l'una all'altra, ridotte ad unum solo nel cielo dell'ideologia. Nell'arco storico di un decennio, due classi animarono la turbolenza, lottando ognuna su obiettivi e con modalità proprie. Da un lato, c'era l’insopportazione dell'operaio dequalificato per la catena di montaggio fordista, dall'altro la tensione di una (futura) classe media a reinventare tutto un insieme di sovrastrutture politiche, amministrative, ideologiche, semiotiche, relazionali, linguistiche etc., rimaste arretrate rispetto alla formidabile modernizzazione della produzione e del consumo del secondo Dopoguerra, il sistema scolastico in primo luogo1. Nel bel mezzo di quell'arco storico, troviamo lo spartiacque del '73: anno dell’«occupazione» di Mirafiori, apice e canto del cigno dell'operaio-massa (marzo-aprile); ma anche della crisi infine conclamata dopo un quinquennio di incubazione (inizialmente nella forma di crisi petrolifera, ottobre) e delle prime misure di austerità (novembre), presagi di una ristrutturazione incipiente che nessuno vide venire. «Il partito di Mirafiori si forma per mostrare l’impossibilità capitalistica di uso degli strumenti di repressione e di ristrutturazione». Ultime parole famose, quelle di Pot. Op. nell'attimo del suo scioglimento, che possono ben suscitare un ghigno amaro oggi, ma che erano in sintonia con il clima dell'epoca. Cionondimeno, la fine della fase ascendente del movimento dava già i suoi segnali, quantomeno a livello internazionale, giacché se era stato possibile e corretto vedere le rivolte di Watts (1965) e Detroit (1967), il Maggio operaio in Francia (1968), l'Autunno Caldo italiano (1969), le sommosse in Polonia (1970) e in Irlanda del Nord (1971), gli scioperi di Lordstown (1972), fino ai «fazzoletti rossi» di Mirafiori, come episodi di una sola sequenza, il cambiamento di fase si manifestava ora innanzitutto nell'isolamento nazionale, nel formarsi di una «anomalia italiana» senza equivalenti fuori dei propri confini. Né le transizioni democratiche, più o meno burrascose, in Grecia, Spagna e Portogallo, né i quasi simultanei troubles newyorkesi (i saccheggi in occasione del black-out del luglio '77) o i primi IMF riots (Egitto, gennaio '77) cambiano il quadro generale.

Al di là delle nefaste teorizzazioni sull’«operaio sociale» di negriana memoria, ciò che venne dopo lo spartiacque del '73 non fu mai la ricomposizione intorno a un «nuovo soggetto», ma semmai una scomposizione di lunga durata e senza possibilità di ritorno. Alcuni segmenti di quelle due classi – operaia e media – si ritrovarono fuori dai cancelli di Mirafiori (letteralmente e in senso figurato), sul terreno della metropoli, dell'insubordinazione diffusa e del corpo a corpo con lo Stato, nelle molteplici forme che si conoscono: autonomia diffusa, Autonomia organizzata, lottarmatismo, illegalità di massa, marginalismo, riforma della vita quotidiana. Per gli uni, fu il passaggio obbligato per attaccare le rendite di posizione, farsi spazio tra i «baroni» nell'accademia, influire in modo «creativo» e sotterraneo nelle pieghe della ristrutturazione (controculture, media alternativi etc.); lo slancio successivo di certe mirabolanti carriere, nella Milano da Bere o all'École Normale Supérieure, è solo la punta dell'iceberg. Per gli altri, furono le molteplici incarnazioni di una sola ed impossibile resistenza alla ristrutturazione capitalistica sulla base della ristrutturazione stessa, al termine della quale le aspettavano un pugno di mosche ed il conto salato della repressione. Esse mostrarono, ognuna alla sua maniera, come l'uscita dalla prigione della fabbrica – condizione necessaria per il passaggio ad una fase propriamente insurrezionale – possa tradursi nel suo esatto contrario. Perché ad una a tale fase insurrezionale – è bene dirlo chiaro e tondo – non ci si andò mai nemmeno vicini. Cosicché la rivolta del '77, circoscritta ad una dimensione nazionale, ma soprattutto cittadina (per l'essenziale Bologna e Roma), caricaturò – e non poteva essere altrimenti – le insurrezioni proletarie del tempo passato. Le barricate di Lione del 1831 e del '34, poi quelle del 1848 – tanto nel corso della «primavera» europea (gennaio-maggio) che durante il giugno proletario e strettamente parigino – si caratterizzarono per la funzione offensiva; esse affondavano le proprie radici nella coincidenza fra luogo di lavoro e luogo di vita, considerati e vissuti come bastioni. Ma già nel 1871, di cui pure restarono il simbolo, esse non apparvero che durante l'ultima settimana della Comune, quando Limoges, Marsiglia e Narbonne erano già cadute, e i Versagliesi riprendevano Parigi. A Pietrogrado nel 1917, a Berlino nel 1919, a Barcellona nel 1936, era già tutta un altra storia:

«La barricata tradizionale veniva innalzata in una strada dagli abitanti di quella stessa strada, uomini, donne e bambini, che vi vivevano, vi lavoravano (quantomeno non lontano) ed erano pronti a morirvi. Con l'organizzazione capitalistica della vita urbana, questa strada-paese è scomparsa. Il proletariato è stata costretto a lavorare sempre più lontano dall'abitazione, e la posta in gioco si è spostata verso la fabbrica, situata in luoghi in cui accatastare dei pavé non avrebbe più avuto alcun senso.» (Eric Hazan, La barricade. Histoire d'un objet révolutionnaire, Éditions Autrement, Parigi 2013, p. 157).

Quando, il 10 maggio del 1968, in rue Gay-Lussac, a Parigi, le barricate «tradizionali» vennero riesumate, fu nuovamente per rivendicare come proprio un luogo popolato giorno e notte dalle stesse persone, per confermarne la delimitazione tra un «dentro» e un «fuori». Quale che possa essere stata la loro contingente partecipazione agli scontri che vi ebbero luogo, l'oggetto del contendere – l’egemonia studentesca nel Quartiere Latino, né più né meno – passava indifferente sopra le teste dei proletari come un Boeing 737 appena decollato. Qualche settimana dopo, fu lo sciopero generale, e i bonzi della CGT misero le mani sulle fabbriche vuote onde evitare che la situazione sfuggisse di mano; presa tra l'incudine e il martello, la base operaia – meno inquadrata che in Italia – si divise tra i comitati d'azione e i lavoretti di bricolage a casa propria.

La storia degli anni '70 in Italia è differente, poiché lo scollamento che si andò a determinare fu non tanto tra la «base» e il «vertice», nel quadro di una composizione di classe stabilizzata (come ad esempio nell'Autunno Caldo), ma tra questa stessa composizione di classe e i margini aperti dalla sua erosione.

«Se il '77 ha rappresentato la fine di un “immaginario collettivo” della “Sinistra” spaccando verticalmente l'Unità delle sinistre – questo gran calderone dell'opportunismo e della mediazione – esso ha ancor di più messo in luce – con tre anni di ritardo – ciò che è avvenuto all'interno del tessuto reale della classe.» (Marco Melotti e Franco Lattanzi, Tecnica di una sconfitta. Il soggetto operaio del dopo Fiat, in «Collegamenti per l'organizzazione diretta di classe», Quaderno n. 2, Roma 1980, reperibile sul web).

Eppure è evidente, nella centralità del centro storico della città per il movimento bolognese, e in misura minore nella funzione aggregativa svolta dall'Università a Roma (la cacciata di Lama), il medesimo estraniarsi di una minoranza proletaria – in questo caso giovane, aggressiva, prodotto recente della ristrutturazione e quindi lasciata «scoperta» dai meccanismi di rappresentanza politica e sindacale – nella difesa di bastioni designati come tali da un Movimento socialmente spurio (cfr. l'Appendice III). Dato l'abisso che la separava dal «settore “garantito” della produzione», non poteva essere altrimenti. PCI e CGIL non potevano occupare le fabbriche – principalmente per ragioni di viabilità del «compromesso storico» –, ma non ne avevano nemmeno bisogno. Rifluito il movimento del '77, non restava alla borghesia italiana che lavorare al metodico degrassaggio della grande fabbrica fordista e delle sue condizioni sociali.

Oggi non si tratta di dire che tutto fu vano, e che meglio sarebbe stato chiudersi nella propria cameretta: non è così che il problema si poneva allora, e non ha alcun senso restituirlo in questi termini oggi, salvo ricavarne un qualche squallido tornaconto. Ciò che è letteralmente desolante, è l'odierno vuoto di critica, l'autocompiacimento celebrativo, la rimasticazione sempre uguale a se stessa di forme e contenuti propri di una traiettoria complessivamente discendente, la loro riproposizione banalizzata ed epurata dalle autocritiche interne, che pure vi furono all'epoca (cfr. le appendici), come da ogni altro questionamento2. Ogni presente strappa all'immenso «continente-storia» ciò di cui ha bisogno per comprendere se stesso e affrontare i problemi che gli stanno dinnanzi. Ma cosa da questo immenso serbatoio venga di volta in volta pescato, e come venga trattenuto, non è affatto indifferente, e ci dice qualcosa di quegli stessi problemi. Ai giorni nostri, l'irreggimentazione quasi militare della classe operaia e il famigerato servizio d'ordine del PCI non esistono più, quello della CGIL non è che una combriccola di pensionati acciaccati, il «settore “garantito” della produzione» è sempre più scarno... ma il disperso «partito della sovversione» non sembra aver fatto grandi passi avanti. Finiti i trip allucinogeni suscitati dall'onda lunga dei movimenti post-crisi, le acque paiono essersi nuovamente calmate. La quiete prima della tempesta? In virtù di un'analisi non scevra da scommessa e da utopica profezia, pensiamo di sì3. In tutto questo, la rivolta del '77 fece molto e forse anche di più, ma parla al nostro presente più per ciò che non fece – che non fece perché banalmente non poteva. Se tra una commemorazione e l'altra, tra una apologia e l'altra, insomma tra una pasta scotta riscaldata e l'altra, qualche buon'anima ci pensasse su, sarebbe già abbastanza. Il molto, come diceva qualcuno, appartiene al futuro.


In appendice, alcuni estratti da documenti dell'epoca e qualche breve nota sulla composizione sociologica del movimento del '77 a Bologna al seguente link: www.sinistrainrete.info/pdf/allegati77.pdf

Note
1 La transizione dalla vecchia «scuola di classe» alla «nuova scuola» dell'ascensore sociale selettivo, sancita giuridicamente dalla Legge n. 1859 che introduceva la scuola media unica (1962), venne per lungo tempo osteggiata e rallentata da ampie parti del corpo insegnante, come da altre burocrazie di Stato. La famosa Lettera ad una professoressa della scuola di Barbiana (1967) era un atto d'accusa contro questo stato di fatto, indirizzato agli insegnanti stessi.
2 Per averne un'idea, basti gettare un'occhiata ai diversi materiali sul '77 disponibili su quieora.ink
3 Cfr. «Il Lato Cattivo», Elementi di teoria del comunismo, n. 2, giugno 2016. La dimensione utopica e profetica è un elemento essenziale e irrinunciabile di ogni teoria o ideologia di classe nel proprio movimento avanzante. Bordiga lo aveva capito: «Facile è tacciare il rivoluzionario che descrive la società per cui lotta come visionario ed illuso; facile, per gli idolatri di ieri della ragione ragionante e del mondo drizzato sulla testa di Hegel dire, oggi che sono dal lato della forca, che del futuro non si dà scienza. Siamo più solidi nella scienza del futuro che in quella del passato e del presente […].» (Esploratori nel domani, in «Battaglia comunista», n. 6, 20 marzo - 3 aprile 1952); «La profetica potenza della teoria rivoluzionaria marxista lega le sussultorie vicende del corso economico borghese alla riscossa coronante l’ardente ciclo 1848-1871-1919.» (P.C.Int. -Programma Comunista, Riunione di Firenze, 31 ottobre – 1 novembre 1965). Ai giorni nostri, un Massimo Cacciari vorrebbe, con propositi riformisti, riaccendere questo spirito in una parte della classe dominante attuale (cfr. Occidente senza utopie, Il Mulino, Bologna 2016), ciò che equivale a voler rianimare un corpo morto.

Comments   

#1 Il Lato Cattivo 2017-03-27 18:41
A mo' di ulteriore complemento all'articolo, oltre alle tre appendici, proponiamo questo testo di Claudio Albertani, apparso anonimo nel 1980 (in «Proletari, se voi sapeste...», supplemento alla rivista di critica radicale «Insurrezione»), altro esempio di «autocritica interna» del movimento del '77, questa volta declinato sul versante teorico.

https://www.dropbox.com/s/7kvdz6e58oond0b/Proletari%20se%20voi%20sapeste%20-%20Operaismo.pdf?dl=0
Quote

Add comment

Saranno eliminati tutti i commenti contenenti insulti o accuse non motivate verso chiunque.


Security code
Refresh