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Diritti civili e diritti sociali: libertà o liberazione?

di Alessandro Testa

unnamednioy4y3aw0Infuria oggi in Italia, come la peste magistralmente descritta da don Alessandro nel suo romanzetto per venticinque lettori, l’onnipresente battaglia sul DDL Zan: chi è contro, chi è a favore, chi sostiene che tutto sommato la tematica dei diritti civili non sia poi così importante. Qualcuno strepita, qualcuno si indigna, la confusione regna sovrana.

Evidentemente la prima cosa che verrebbe da dire, riflettendo su un progetto di legge che asseritamente si erge a tutela contro ogni discriminazione, contro ogni sopraffazione, contro ogni violenza ed ogni abuso, non può essere altro che: come si potrebbe “essere contro”?

Senza volere in queste brevi righe affondare il bisturi “in corpore vili”, analizzando approfonditamente il contenuto giuridico specifico di questo decreto nelle sue luci ed ombre, nelle sue conseguenze immediate e nelle sue implicazioni a lungo termine, vorremmo invece sviluppare una riflessione spassionata e serena sulla natura dei diritti civili e sulla loro relazione, e possibile sinergia, coi diritti sociali.

Non renderebbe ragione all’importanza ed alla vastità della questione limitarsi a quelle prese di posizione polemiche “tagliate con l’accetta”, prese di posizione che, pur essendo sostanzialmente corrette, rischierebbero di essere confuse con una mera, sdegnosa sottovalutazione del problema, una sottovalutazione che potrebbe dare il destro a maliziose quanto immeritate accuse di omofobia o addirittura di “rossobrunismo”.

L’argomentazione, di per sé non priva di fondamento, imperniata sul concetto che le battaglie sui diritti civili sarebbero solo uno specchietto per le allodole, un’arma di “distrazione di massa”, rischia però di non cogliere appieno la complessità del problema, riducendolo a un mero argomento di polemica politica; ci proponiamo quindi di analizzare la questione più in profondità, utilizzando il metodo materialista dialettico per cercare di capire se si possa trovare una sintesi, un approdo sicuro tra lo Scilla dei diritti civili ed il Cariddi dei diritti sociali.

Partiamo da una considerazione iniziale: contrapporre tout court i diritti civili ai diritti sociali non è, a nostro avviso, la strada maestra da percorrere: bisogna piuttosto studiare le loro profonde interrelazioni, partendo dalla visione sostanziale di essere umano sottesa da una parte al pensiero liberale, che dei diritti civili si è sempre fatto profeta e portavoce, e dall’altra al pensiero marxista, storicamente portatore della teoria di essere umano come individuo sociale alienato dal modo di produzione capitalista.

Nutriamo la speranza, e forse, ci si perdoni, la presunzione, che questa analisi possa aiutare a chiarire come la lotta per i civili, se non inserita in un processo dialettico che li veda interagire coi diritti sociali per raggiungere una sintesi che non sia la semplice somma di entrambi, resti non solo lettera morta ma addirittura possa essere usata come machiavellico grimaldello per minare, insieme ai diritti sociali, persino i diritti civili che pretende di sostenere ed affermare.

Il punto di partenza di quest’analisi, dunque, è che il suo soggetto sia, come sempre dovrebbe essere, l’essere umano: ma il vero problema è la prospettiva da cui lo si guarda, ovvero se la visione antropologica sottesa a quest’analisi sia quella di un essere umano “monade”, isolato, preso in sé e per sé come valore e misura di tutte le cose, o se piuttosto esso debba essere inteso come “individuo sociale”, ovvero parte inscindibile di un organismo in cui nessuno esiste separatamente dagli altri, un organismo gestaltico la cui natura è in un certo qual modo diversa dalla mera somma delle parti.

Generazioni di filosofi, cui non siamo neppur degni di intingere la piuma nel calamaio, si sono accapigliati e scornati per secoli con questo problema, invero uno dei problemi fondamentali dell’antropologia filosofica; non volendo addentrarci qui nel ginepraio di questa interminabile polemica, ci limitiamo a sottolineare come se si assume come tesi di partenza la natura sostanzialmente sociale dell’essere umano, ne consegue in maniera sillogistica e cristallina che ogni suo diritto non possa essere visto e assunto se non all’interno di una più vasta prospettiva, quella appunto della socialità.

Non più quindi (e siamo consci di star per proferire una gran bestemmia per coloro che vivono genuflessi dinnanzi ai dogmi liberali e progressisti) “diritti inalienabili dell’essere umano”, proprio perché non esiste “l’essere umano” come rappresentazione ideale, avulsa dall’intreccio delle relazioni sociali e dalle situazioni della vita concreta, ma diritti dell’uomo come individuo sociale.

Ci si permetta a questo punto una breve digressione: non è chi non colga il fatto che l’idealismo, quella corrente di pensiero che giunge persino a negare la realtà delle cose materiali, sostituendole con un “mondo delle idee” di platonica memoria, un mondo “spirituale” calato dall’alto, non è mai stato pienamente superato in Italia; siamo un po’ tutti, persino noi comunisti, tormentati dalla difficoltà di liberarci dall’ingombrante fantasma di don Benedetto, e per noi Treviri resta immancabilmente un luogo difficile da raggiungere.

Ma la cosa grave, sia detto per inciso, è che questo fantasma, queste difficoltà, hanno a nostro avviso dispiegato tutta la loro venefica influenza nella storia moderna e contemporanea del nostro Paese, ostacolando ed impedendo lo sviluppo di quel pensiero veramente materialistico-dialettico necessario alla costruzione di un marxismo degno di questo nome.

Ma torniamo al punto. La lotta per i diritti civili, impostata sulle basi di un pensiero idealista che ponga a suo fondamento una visione dell’essere umano in sé, scollegato dal tessuto sociale, portatore di valori assoluti ed eterni, non può che finire per inalberare a suo vessillo l’idea (e non potrebbe essere altrimenti, l’idea!) di libertà.

E qui casca l’asino: quale libertà è possibile, se non nei sogni del più idealista dei filosofi liberali, senza un processo di liberazione? Se fossimo capaci di abbandonare per un attimo le fanfaluche idealiste, capiremmo immediatamente come non esista alcuna “libertà” come concetto ideale, come categoria giuridica, come “diritto inalienabile”; esiste solo la liberazione, che è un processo storico, dialettico, sociale; in altre parole, la “libertà” non si ottiene mai perché la legge decide, nella sua idealistica benevolenza, di concedertela, e non la si ottiene neppure perché qualche filosofo, scrivendo nel suo studio onusto di legno e di cuoio, afferma apoditticamente che essa sarebbe un “diritto naturale”…no, la libertà la si ottiene sempre e solo attraverso una lotta di liberazione.

Ma a questo punto si pone, ineludibile, la domanda chiave di questo ragionamento: liberazione sì, ma da che cosa?

Qui ci viene in aiuto Marx e la sua profonda intuizione secondo cui alla base delle relazioni sociali tra esseri umani non vi sono altro che i bisogni primari: sopravvivere, cibarsi, riprodursi, avere un tetto sopra la testa; quindi viene naturale dedurne che il soddisfacimento di questi bisogni (ricordiamoci questa parola, “bisogni”, ci verrà utile più avanti) implica ineludibilmente la produzione di beni, e che la produzione di beni implica altrettanto ineludibilmente un certo modello di organizzazione produttiva.

È perciò evidente che la prima liberazione che l’essere umano deve perseguire è quella da un’organizzazione produttiva che lo aliena privandolo, in cambio della mera sussistenza, di tutto ciò che renderebbe la sua vita degna di essere vissuta:

Quanto meno mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo e all’osteria, quanto meno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, ecc., tanto più risparmi, tanto più grande diventa il tuo tesoro, il tuo capitale. Quanto meno tu sei, quanto meno realizzi la tua vita, tanto più hai; quanto più grande è la tua vita alienata, tanto più accumuli del tuo essere estraniato. (Karl Marx)

Eccola la chiave, il fulcro della liberazione: liberarsi di un modo di produzione che, insieme alle sue sovrastrutture sociali, ci aliena, ci estrania da noi stessi, dal cammino verso la nostra piena realizzazione come individui sociali; ed è appena il caso di ricordare come tale cammino di liberazione sia possibile solo partendo dalle masse, risultando chiaramente impossibile liberare singolarmente ciascun essere umano, uno per uno, dalle catene del capitalismo.

Cosa propongono invece i fautori dei “diritti civili”? Essi propongono una visione idealizzata dell’essere umano e dei suoi “diritti naturali ed inalienabili”, diritti che guarda caso non sfiorano mai, neppur ellitticamente, la vexata quaestio dell’alienazione fondamentale causata dal modo di produzione capitalista.

Questi amabili pensatori liberali (e con loro, siamo costretti a sottolinearlo con amarezza, i maîtres a penser della sinistra radical borghese) focalizzano la loro attenzione, e con essa, grazie al potere dei media di cui detengono l’esclusivo dominio, l’attenzione di tutto il corpo sociale, sui cosiddetti “diritti delle minoranze”, quali ad esempio omosessuali, transessuali, donne, uiguri, tibetani, cubani e quant’altro vada di moda in quel momento, creando senza posa nuove diadi dialettiche, nuove contrapposizioni sociali che però escludono sempre, e sottolineo sempre, la categoria principe di contrapposizione sociale, quella fondamentale se si vuole intraprendere un vero percorso di liberazione e disalienazione: quella tra capitale e lavoro.

Sia detto per inciso: nessuno nega che omosessuali, transessuali, donne e chicchessia abbiano il diritto a non essere aggrediti, discriminati e fatti segno di violenza ed odio, così come nessuno mette in discussione il fatto che in un paese civile la legge debba tutelare chiunque (si noti bene, chiunque) da atteggiamenti violenti e discriminatori; ben vengano quindi campagne d’informazione ed educazione che contribuiscano a far crescere la consapevolezza ed il rispetto, e ben vengano misure che reprimano ogni tipo di abuso e violenza.

Guai però al pover’uomo che si provasse ad imbastire un ragionamento un poco più articolato e profondo, un ragionamento che provasse a mettere le cose in prospettiva: sarebbe immediatamente un “dagli all’omofobo ed al maschilista”, un coro trasversale di sguaiati insulti al limite del linciaggio morale cui si unirebbero, purtroppo, anche le voci di alcuni compagni e compagne.

Fin qui, ci pare che il percorso logico del ragionamento sia abbastanza chiaro, ma per dipanare fino in fondo la matassa bisogna affrontare altri due punti degni di nota: il rapporto tra bisogno e desiderio e la costruzione del modello di “essere umano estraniato”. Affrontiamo in primis, se ci è consentito, la diade dialettica bisogni-desideri.

La vita dell’essere umano, animale simbolico il cui mondo interiore è profondissimamente mediato dallo strumento del linguaggio, oscilla costantemente tra i due poli del bisogno e del desiderio; lungi da noi dipingere il desiderio come puro divertissement per filosofi esangui, ma ci si concederà una semplice citazione di Voltaire: “Per filosofare, servono pancia piena e piedi caldi”.

Ovvero, vi è una gerarchia innegabile tra bisogno e desiderio: “Primum vivere, deinde filosofare”; sovvertire quest’ordine logico è segno di due cose: o ignoranza crassa, o diabolica malizia, e noi propendiamo, se fosse davvero il caso di specificarlo, per la seconda ipotesi.

Questo ci porta direttamente al secondo punto, la consapevole e diabolica costruzione del modello di “essere umano estraniato”, un modello che il pensiero liberale, longa manus del capitalismo, sta consapevolmente lavorando per instillare, attraverso un asfissiante battage mediatico, nella weltanschauung dominante dei giorni nostri.

E cosa sarebbe alla fine questo “essere umano estraniato”? Nulla più, e nulla meno, della pretesa di eleggere il singolo ed i suoi desideri a metro e misura di ogni relazione umana. Andiamo a spiegarci.

L’individuo scollegato dal corpo sociale, scollegato dalle problematiche dei modi di produzione, scollegato dai suoi bisogni, ma schiavo, e contemporaneamente sovrano, dei suoi desideri. Desideri che, ça va sans dire, mai dovranno confliggere con quelli del capitale.

Individuo quindi libero, ad libitum, di essere uomo, di essere donna, di essere ciò che è o ciò che vorrebbe essere, senza alcuna considerazione della concreta realtà dei fatti e della storia, libero di inseguire i suoi desideri purché, naturalmente, essi non confliggano coi dogmi del liberismo, del capitalismo e del libero mercato, divinità assoluta ai quali ogni libertà deve piegarsi e chinare il capo.

Ecco, dunque, il capolavoro estremo del pensiero liberale: fingendo di offrire all’essere umano le sue “libertà civili”, lo isola, lo estrania, lo rinchiude all’interno di sé stesso in un mondo fatto di sogni e utopie, facendogli credere di essere libero, allontanandolo dai suoi simili e negandogli nello stesso momento la consapevolezza che il suo essere pienamente essere umano consiste invece nell’affratellarsi a chi, come lui, lotta quotidianamente per il pane e la dignità..

È giunto, mi pare, il momento di concludere queste brevi righe con una proposta su cui lavorare insieme: invece di minimizzare o demonizzare la problematica dei diritti civili, sviluppiamo una visione olistica dei diritti dell’essere umano, che vada al di là della mera contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali e che operi invece una sintesi dialettica tra i due poli, una sintesi basata sul rifiuto di ogni concrezione idealistica, una sintesi che operi nella direzione del riconoscimento del concetto di “liberazione” e nella ricomprensione di tale concetto all’interno della più vasta realtà di quella lotta dell’essere umano volta alla creazione di una società ove “essere liberi” non sia più una categoria idealistica ma una realtà concreta da vivere tutti i giorni..

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