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ed scientifiche italiane

Il PCI di Luigi Longo (1964 -1969)

di Alexander Hőbel

Capitolo conclusivo

1. Gli anni della Segreteria Longo, dal 1964 all’inizio del ’72, trovano nel febbraio ’69, con l’ascesa di Berlinguer alla vicesegretaria una prima cesura; inizia allora una nuova stagione, con una sorta di condirezione del partito: una fase diversa che meriterebbe una trattazione a parte. Quelli analizzati in questo volume sono invece gli anni in cui il ruolo di Longo e il significato della sua Segreteria si dispiegano appieno. È un periodo in cui in Italia e nel mondo accade di tutto, e anche per il PCI rappresenta una fase di grande vivacità e interesse, qualcosa di più di una mera “fase di transizione”.

Da più parti Longo viene ricordato come un ottimo segretario, fortemente democratico, amante della direzione collegiale e capace anche di cambiare idea1 . Il suo primo atto da segretario, la decisione di pubblicare il Promemoria di Yalta di Togliatti, è già un primo elemento di novità e una rivendicazione di autonomia, che si rinnova di lì a poco, in occasione della destituzione di Chruscëv, su cui pure il PCI esprime riserve.

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Berlinguer contro il consumismo

di Alessandro Leogrande   

Nel gennaio del 1977 Enrico Berlinguer lanciò sul tavolo del dibattito politico italiano l’intuizione dell’austerità. Lo fece in due celebri discorsi, tenuti a pochi giorni di distanza, a Roma e a Milano. A Roma, al Teatro Eliseo, in un convegno sul Pci e gli intellettuali. A Milano, al Teatro Lirico, in un’assemblea con gli operai comunisti. Le Edizioni dell’Asino hanno deciso di raccogliere in un unico volumetto (La via dell’austerità. Per un nuovo modello di sviluppo, con prefazione di Salvatore Mannuzzu) quei due interventi. In precedenza lo avevano già fatto gli Editori Riuniti, ma il libro è ormai fuori commercio.


Si tratta di due discorsi di grande importanza, allora più criticati che condivisi, e oggi quasi completamente dimenticati, ma che meritano di essere riconsiderati e rianalizzati, perché più dell’intuizione dell’eurocomunismo e della rottura con l’Unione sovietica (praticata comunque con estremo ritardo) o della critica della corruzione partitocratica, la proposta dell’austerità come unica via d’uscita lasciava intravedere una visione molto lucida della crisi futura. Crisi di sistema, crisi dell’intera società italiana, e non solo del sistema dei partiti.

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controlacrisi

Crisi di sistema

Ferruccio Gambino

La recessione cominciata due anni fa è una crisi di sistema e non una semplice battuta di arresto di un ciclo tendente alla normalità.

Per trovare un disastro simile occorre guardare alla Grande Depressione del 1929-38. E’ facile esagerare l’importanza degli avvenimenti correnti rispetto a quelli del passato, ma questo rovescio è colossale, comunque lo si misuri. Non basterà qualche rettifica per mettere in sesto un quadro sociale – prima ancora che economico – sconquassato.

Molti ammettono che questa crisi è sì di sistema, ma poi la spiegano a piccole dosi ansiolitiche. In realtà è crisi di sistema perché tocca in profondità i rapporti sociali in tutti i paesi investiti dalla globalizzazione. Per coloro che sono dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori, il dato saliente è la crisi dei rapporti sociali, ben prima di qualsiasi sboom finanziario. Già all’inizio degli anni ‘70, Stan Weir, un protagonista e osservatore delle relazioni lavorative negli Usa avvertiva la diffusa resistenza a condizioni di lavoro in via di deterioramento: “…grandi numeri di operai industriali non sono più disposti a tollerare le condizioni nelle quali si vuole che producano i beni e i servizi che…mantengono in vita questa società”.

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Pianeta Operaio

Rossana Rossanda

«Quando il potere è operaio», un libro manifestolibri curato da Gianni Sbrogiò e Devi Sacchetto sull'Assemblea autonoma di Porto Marghera. Saggi e testimonianze su una pagina dello scontro di classe degli anni Settanta e che ha costituito una rottura nella storia della classe operaia. E che continua a porre domande irrinviabili per questo presente

porto margheraOggi tutti danno gli operai per morti e sepolti. Ma fra gli anni Sessanta e Ottanta, in Europa, la sfida per il potere è stata autentica, ha messo paura ai padroni ed essi hanno dovuto rispondervi non solo in termini repressivi ma riorganizzando brutalmente proprietà e tecnologia. Questa storia non è stata fatta con qualche obbiettività. Si è per un poco accennato a un «caso italiano», ma è presto affogato nel concetto magmatico di globalizzazione, dove tutti i gatti sono bigi e la classe operaia è un fantasma.

Quando il potere è operaio, a cura di Gianni Sbrogiò e Devi Sacchetto, pubblicato ora dalla Manifestolibri, ce ne rende la memoria. È di Porto Marghera la storia densa, effettiva, che si incrocia appassionatamente con le «grandi narrazioni» del secolo passato: ragioni di vita, speranze, scontri fin mortali di classe che hanno modificato la scena antropologica e politica del retroterra veneziano. La prima percezione che ne viene è la complessità della fenomenologia operaia: Torino, Milano, Venezia e dintorni hanno avuto proletariati di origine diversa - figli di operai da due generazioni, figli di artigiani, figli di coltivatori diretti o braccianti, figli di mezzadri, per parlare degli immigrati dal mezzogiorno che penetrano nel nord e ne diventano parte integrante.

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Valerio Verbano. Trent'anni di memoria senza giustizia né pace

di Guido Caldiron

«Questo non è un corteo ma neanche un funerale stamo tutti a pesà quanto sta vita vale. Il fumo dei lacrimogeni si fa sempre più acre e amaro, pagherete tutto sì, pagherete caro...».

Chissà chi l'ha scritta quella canzone che a pochi giorni dal funerale di Valerio Verbano già ricordava dalle frequenze di Radio onda rossa le cariche della polizia fin dentro il cimitero del Verano, i giovani inseguiti tra le lapidi e i chioschi di fiori, la gente spaventata che non capiva bene cosa ci facessero tutte quelle bandiere rosse nel luogo dell'estremo omaggio ai propri cari. Era il 25 febbraio del 1980, una vita fa. A Roma finivano davvero gli anni Settanta.

Valerio era stato ucciso solo pochi giorni prima, il 22, da tre giovani che, dopo aver finto di essere suoi amici - «gli vogliamo parlare» avevano detto alla madre per convincerla ad aprire la porta di casa -, avevano immobilizzato i suoi genitori, atteso il suo ritorno da scuola poco dopo l'una e poi l'avevano ucciso con un colpo di pistola alla nuca.

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Howard Zinn: Stati Uniti, una storia costruita sulle bugie

di Howard Zinn

In ricordo del grande storico americano scomparso il 28 gennaio, riproponiamo il testo di un suo intervento pubblicato da Peacereporter il 21 marzo 2006

Ora che la maggior parte degli americani non crede più nella guerra, ora che non si fida più di Bush e della sua amministrazione, ora che la prova del suo raggiro è diventata schiacciante (così schiacciante che persino il maggiore dei media, sempre in ritardo, ha iniziato a registrare indignazione), potremmo chiederci: com’è che tanta gente è stata ingannata così facilmente?

La domanda è importante perché potrebbe aiutarci a capire perché gli americani - i media così come i normali cittadini, nonostante i presunti modi sofisticati dei giornalisti - si siano precipitati a dichiarare il loro supporto appena il presidente ha mandato le truppe in giro per il mondo fino all’Iraq.

Un piccolo esempio dell’innocenza (o servilismo, per essere più precisi) della stampa è il modo in cui questa ha reagito alla presentazione di Colin Powell nel febbraio 2003 al Consiglio di Sicurezza, un mese prima dell’invasione. Un discorso che può essere registrato come il primato di falsità dette in un sol colpo. In esso, Powell, in confidenza, ha sparato la sua “prova”: fotografie satellitari, registrazioni audio, relazioni di informatori, con statistiche precise di come esistessero litri e litri di questo e quello apposta per una guerra chimica.
Il New York Times rimase senza parole per l’ammirazione. L’editoriale del Washington Post fu intitolato “Irrefutabile” e dichiarò che dopo il discorso di Powell “è difficile immaginare come si possa dubitare che l’Iraq possieda armi di distruzione di massa.”

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infoaut

27 gennaio, la memoria 'integrata'

Infoaut

Perché, di anno in anno, le celebrazioni ufficiali dell'Olocausto nazista più che ispirare seri ripensamenti sulle responsabilità storiche di quella tragedia producono (nei più) assonnati sbadigli e in pochi (ma lucidi) fastidio e insofferenza?
C'è qualcosa che stride nella rappresentazione liscia e senza increspature di questa esperienza fondante (quanto rimossa) della Modernità.

Nella celebrazione europea della Shoah si assiste alla  medesima standardizzazione cui è sottoposta, nell'odierna società di massa, qualsiasi merce (materiale e immateriale che sia). La più grande tragedia storica del Novecento vi è raccontata come una qualunque sit-com, l'orrore indicibile di uno sterminio che si fece produzione seriale di morte ridotta a best-seller tascabile.

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Oltre la zona grigia del terrore e dei gulag. Una storia da rifare

di Luigi Cavallaro

La storiografia sullo stalinismo ha sempre sottolineato la repressione che lo ha contraddistinto, rimuovendo il fatto che è stato un sistema di potere cresciuto sulle contraddizioni della Rivoluzione d’Ottobre, incontrando così il consenso di una parte considerevole della popolazione sovietica.

Il 21 dicembre 1929, grandi celebrazioni pubbliche salutarono il cinquantesimo compleanno di Stalin. L’egemonia conquistata negli anni precedenti nel gruppo dirigente bolscevico fu esaltata da articoli celebrativi su tutti i giornali di partito, uno dei quali intitolato significativamente Za rukovodstvo («Per la leadership»). Si ricordarono i suoi saldi legami con Lenin e si sottolineò il contributo decisivo apportato alla dottrina marxista con i Principi del leninismo, che egli aveva redatto nel 1924 e dedicato alla giovane «leva leninista», allora in procinto di entrare in massa nelle file del partito.

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manifesto

Anni settanta. L'esito non scontato della grande trasformazione

di Gianpasquale Santomassimo

Lotta continua è stato il gruppo all'apparenza meno intellettualistico, tra quanti sono nati dopo il Sessantotto, per stile, pratiche e fraseologia, ma è stato quello che ha prodotto più intellettuali e comunicatori. Anche grazie a questo ha esercitato una sorta di egemonia nella memoria di una parte attiva della generazione che ne aveva attraversato l'esperienza. Egemonia talvolta ingombrante, al punto da suscitare il luogo comune (ingiusto) di una lobby politico-culturale; tradizione minore che nel tempo si è in gran parte fusa in una koiné tardoazionista che è l'ideologia più riconoscibile e individuabile nella cultura di una sinistra ormai post-socialista.

Una esperienza che ha prodotto anche molti storici, di grande valore. Due di essi, Guido Crainz e Giovanni De Luna, presentano oggi libri diversissimi nell'impianto (Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell'Italia attuale, Donzelli, pp. 241, euro 16,50; Giovanni De Luna, Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, euro 17,00. Di quest'ultimo ha scritto David Bidussa il 4 Novembre), ma che sono accomunati da un tentativo molto impegnativo di definizione degli Anni Settanta. Che è l'oggetto stesso del libro di De Luna, ma è anche elemento centrale e nuovo di un ragionamento più ampio di Crainz sulla storia repubblicana.

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criticamarx

L’EREDITÀ DEL PCI

Guido Liguori

I recenti libri di Giuseppe Chiarante e Lucio Magri sulla storia e sulla fine del Partito comunista italiano. Un lascito che non è stato raccolto e portato avanti da alcuna forza politica, ma senza vivificare il quale sarà difficile per i comunisti e per la sinistra italiani tornare a esercitare un ruolo di primo piano.

Sono giunti in libreria quasi contemporaneamente, a metà settembre, due libri importanti sulla storia del Pci e sulla sua fine. Sono stati scritti da Giuseppe Chiarante (La fine del Pci. Dall’alternativa democratica all’ultimo Congresso 1979-1991, Roma, Carocci, pp. 211) e da Lucio Magri (Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci (Milano, il Saggiatore, pp. 453).

Entrambi dirigenti comunisti, due vite a tratti intrecciate, sul piano degli ideali e su quello della militanza politica: in comune, oltre a un’amicizia lunga decenni, la provenienza dal movimento giovanile democristiano e la scelta di entrare nel Partito comunista italiano, alla fine degli anni ’50, controcorrente; e la vicinanza con la sinistra comunista negli anni ’60.

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ernesto testata online2

Perché ricordiamo la Rivoluzione d’Ottobre

di Alexander Höbel

lenin13A 92 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcuno potrebbe chiedersi (e chiederci) perché celebriamo ancora quell’evento. A parte il fatto che anche date come il 14 luglio 1789 continuano a essere giustamente ricordate e celebrate, il punto centrale è un altro; e cioè che continuiamo a pensare che quell’evento abbia cambiato la storia del mondo, e che i suoi insegnamenti – e in generale la lezione del leninismo – siano tuttora fondamentali.

Tanto per cominciare, non si ricorderà mai abbastanza il fatto che quella Rivoluzione nacque in opposizione al massacro della guerra imperialista – la I Guerra mondiale – che stava devastando il mondo, trasformò l’ennesimo macello prodotto dalle logiche del capitale in un’occasione di trasformazione sociale, e costituì la leva essenziale della dissociazione della Russia – ormai Russia dei soviet – da quella “inutile strage”, giungendo a una pace giusta e senza annessioni (anzi, con la perdita di rilevanti pezzi di territorio), con un gesto che valeva molto di più delle vuote invocazioni pacifiste di tante forze democratiche e socialiste, cui poi non corrispondevano scelte conseguenti. Gli altri decreti varati all’indomani della Rivoluzione – quelli sulla terra ai contadini, la nazionalizzazione dei grandi impianti, il potere dei soviet, il rispetto delle nazionalità e il criterio della libera adesione al nuovo Stato – costituirono le prime realizzazioni di quegli obiettivi che i bolscevichi avevano proclamato prima della presa del potere: anche in questo caso, una coerenza tra il dire e il fare, che accrebbe grandemente il consenso popolare.

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megachip

Un ventennale orwelliano

Giulietto Chiesa

wall detail1La cosa che dovrebbe, più d’ogni altra, attirare l’attenzione degli organizzatori delle mille e una manifestazioni celebrative per la caduta del muro di Berlino è il fatto che venti anni fa le aspettative, le ipotesi sul futuro che sarebbe venuto, il cambio della storia che ci si accingeva a sperimentare, erano completamente sbagliate.

Nulla di ciò che fu allora scritto, esaltato, immaginato, supposto, elucubrato, sperato o temuto, si è realizzato.

Ecco un modo interessante, forse l’unico veramente interessante, di commemorare la caduta del muro.

Purtroppo non lo fa nessuno. I “celebratori”, che sono in genere i modesti portaborse di epigoni di coloro che si considerano i vincitori della guerra fredda ripetono il mantra senza molto pensare. Una delle cose più esilaranti, notate in questi mesi preparatori della ricorrenza vittoriosa, è la riapparizione sulle scene di Lech Walesa e di Solidarnosc: entrambi invitati dal colto e dall’inclita a raccontarci come furono loro, in primo luogo loro, a provocare la caduta del muro.

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manifesto

Appuntamenti mancati

Le lontane radici del declino

di Rossana Rossanda

magriLa parabola della sinistra dallo scontro nell'XI congresso al Sessantotto, al compromesso storico di Enrico Berlinguer, quando il maggior partito della classe operaia chiude gli occhi sulla società italiana, aprendo così la strada al suo scioglimento. «Il sarto di Ulm» di Lucio Magri, diario di una crisi tra passato e presente.
Il sarto di Ulm di Lucio Magri (Saggiatore, pp. 442, euro 18) è una riflessione seria e serrata, forse la prima, sulle scelte che hanno guidato il Pci dalla seconda guerra mondiale sino alla fine. Volontaria. Altro sarebbe stato imporsi nell'89 una riflessione di fondo su di sé, altro dichiarare la liquidazione. Magri ne cerca le cause nella problematica che si apriva negli anni Sessanta e nelle divisioni del gruppo dirigente davanti ad essa. Questa è la tesi de Il sarto di Ulm.

Lucio Magri è una figura singolare. Era entrato nel Pci negli anni Cinquanta, poco più che ventenne, alle spalle l'esperienza della gioventù democristiana a Bergamo, assieme a Chiarante, nella temperie dei Dossetti e soprattutto di Franco Rodano, figura atipica di cattolico acuto e fuori dei ranghi. Viene accolto nella segretaria di Bergamo e poi nel regionale lombardo, e di là scenderà a Botteghe Oscure. Quando entra nel Pci molto è avvenuto dal 1945. L'Italia ha avuto una grande resistenza, nessun tribunale alleato ha processato i suoi crimini di guerra, il Pci ha partecipato da una posizione forte alla Costituente, il più della ricostruzione è stato fatto, e anche del partito. Era ancora sotto botta per il 18 aprile, quando un folle attenta alla vita di Togliatti. Attentato che suona, e non era, comandato dal governo, gli operai occupano le fabbriche in uno sciopero generale illimitato.

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liberazione

Il PCI è morto da tempo, ma non era scritto che dovesse finire così

di Alberto Burgio

Nelle librerire l'ultimo libro di Lucio Magri: "Il sarto di Ulm. Una possibile storia del PCI"

la rivoluzione 2 pictureQuesti ultimi cinque anni, chiusa la rivista del manifesto, Lucio Magri li ha spesi perlopiù a pensare e scrivere un libro (Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, il Saggiatore, 454 pp., € 21) che giunge in questi giorni in libreria. Anzi, è probabile che a questo libro Magri abbia cominciato a pensare molto prima, già nei giorni della «svolta» di Occhetto che condusse alla liquidazione del Pci.

Di che si tratta? In prima battuta, della storia del comunismo (idee e pratica politica) in Italia e nel mondo (con particolare attenzione al Pci e all’Unione sovietica) nella seconda metà del Novecento (non senza tuttavia affrontare le pagine più cupe del terrore staliniano). È una vicenda che lo spirito del tempo e la storiografia dei vincitori (con l’attiva complicità di tanta parte della sinistra post-comunista) rappresentano come un gigantesco fallimento. E che invece Magri ricostruisce – lui dice: «restaura» – con ammirevole pazienza e autonomia di giudizio, nel suo complicato chiaroscuro. Errori («omissioni, reticenze, bugie»), ma anche successi nella difesa dei diritti del lavoro. Colpe gravi, ma anche grandi meriti nella costruzione della democrazia. È curioso, ed è anche questo un segno ironico dei tempi: ci voleva uno che dal Pci venne addirittura radiato (sorte toccata non a molti) per avere un racconto serio di questa storia, scevro dalle miserie e dalle banalità che ci sommergono.

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ernesto testata online2

La storia rovesciata…

Sulle origini della II guerra mondiale     

a cura di Andrea Catone         

Pezzo dopo pezzo, anniversario dopo anniversario, i dominanti riscrivono la storia, impongono la loro narrazione degli eventi, perché essa divenga senso comune e privi le masse subalterne della loro identità di resistenza e di lotta, in modo da sradicare la possibilità stessa di una rinascita e ricostruzione comunista, indispensabile per rovesciare lo stato di cose presente segnato dal dominio pervasivo del capitale e dell’imperialismo.

In questa campagna demolitrice della storia comunista, accanto alla grande stampa borghese, si colloca in pessima compagnia anche il manifesto, che, al di fuori di qualsiasi contestualizzazione storica e di un uso rigoroso delle fonti, si appiattisce sul modello di quell’uso politico e strumentale della storia affermatosi coi libri di Pansa.