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rifonda

Perchè Lenin?

di Tariq Ali

Pubblichiamo la traduzione di un estratto dal nuovo libro di Tariq Ali “The Dilemmas of Lenin

lenin at finland station nthe arrival of russian communist leader FF7RPEPerchè Lenin? Per prima cosa quest’anno è il centenario dell’ultima più grande rivoluzione d’Europa. A differenza di quelle precedenti la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 trasformò le politiche mondiali e, nel processo, trasformò il ventesimo secolo con l’assalto frontale al capitalismo ed al suo impero, accelerando la decolonizzazione. Secondariamente l’ideologia dominante odierna e le strutture di potere che difende sono talmente ostili alle lotte sociali e di liberazione del secolo scorso che la riscoperta di quanta più memoria politica e storica possibile è di per sé un atto di resistenza. In questi brutti tempi persino l’anticapitalismo in offerta è limitato. E’ apolitico e non storico. Il vero scopo della lotta contemporanea non dovrebbe essere di imitare o ripetere il passato ma di assorbire le lezioni sia positive che negative che offre. E’ impossibile raggiungere questo scopo però se si ignora il soggetto dello studio. A lungo, nello scorso secolo, coloro che onoravano Lenin per lo più lo ignoravano. Lo santificavano ma raramente ne leggevano gli scritti. Più spesso che non, e in ogni continente, Lenin è stato male interpretato e usato in malo modo per scopi strumentali proprio dai suoi sostenitori: partiti e sette, grandi e piccoli che ne reclamavano il mantello.

Il culto di Lenin, che lui detestava anche nella sua forma più incipiente, fu disastroso per il suo pensiero. I suoi testi, che non volevano essere e che non furono scritti per essere catechismi furono mummificati rendendo difficile la comprensione della sua formazione politica. Questo fenomeno dev’essere collocato alla confluenza di due processi storici. Lenin era il prodotto della storia russa e del movimento operaio europeo. Entrambi sollevarono questioni di classe e partito, di rappresentanza e di mezzi. La sintesi sviluppata da Lenin fu perciò determinata dal mescolamento di due correnti molto diverse che possiamo definire, in generale, anarchismo e marxismo. Lui giocò un ruolo cruciale nel trionfo di quest’ultimo.

Ecco perché prima di procedere nella discussione di alcuni problemi specifici affrontati da Lenin e dai bolscevichi spiegherò dettagliatamente la storia e la preistoria di entrambe le correnti. Senza questi scavi non è facile capire i dilemmi che affrontò Lenin.

Ci vuole dell’immaginazione per leggere in modo sbagliato Lenin e Trotsky o per presentarli come liberali sotto la maschera. Qualunque cosa si possa pensare di loro la lucidità della loro prosa lascia poco spazio ad un’interpretazione sbagliata della loro politica. Come ci ha recentemente ricordato Perry Anderson, il destino di Gramsci, il terzo maggior pensatore prodotto dalla tradizione comunista della Terza Internazionale, è stato in un certo modo diverso per motivi specifici relativi alla sua reclusione da parte del regime fascista.

Una cosa alla volta. Senza Lenin non ci sarebbe stata la rivoluzione socialista del 1917. Di questo possiamo esserne certi. Gli studi recenti non hanno che reso più solida quest’opinione. La frazione, e più tardi il partito, che creò accuratamente a partire dal 1903 in poi semplicemente non era all’altezza del compito di fomentare la rivoluzione durante i mesi cruciali da febbraio a ottobre 1917, il periodo più libero di tutta la storia russa. Una buona fetta dei suoi capi, prima del ritorno di Lenin, era pronta al compromesso su molti punti chiave. La lezione qui è che persino un partito politico specificamente addestrato ed istruito con l’unico scopo di causare una rivoluzione può inciampare, vacillare e cadere nel momento critico.

Qui è dove i bolscevichi come partito erano diretti strategicamente e tatticamente prima dell’aprile 1917. Nessun partito può sempre e solo avere ragione. E nemmeno un leader politico, nemmeno uno con le qualità e la forza di volontà più eccezionali. In questo caso particolare, comunque, Lenin capì che se non si afferrava il momento la reazione avrebbe trionfato di nuovo. Gli eventi lo favorirono. Si tirò dietro una leadership di partito riluttante ottenendo l’appoggio delle basi bolsceviche e, più importante ancora, dei soldati alienati dalla guerra. Per questi ultimi furono gli slogan degli agitatori bolscevichi in prima linea che enunciavano ciò che loro stessi pensavano e si sussurravano in trincea o durante le diserzioni di massa. La storia ha dato a Lenin un regalo sotto forma di Prima Guerra Mondiale. L’ha afferrata con entrambe le mani e l’ha usata per creare un’insurrezione. Sono le rivoluzioni che fanno accadere la storia. I liberali di qualunque tipo, con rare eccezioni, si trovano dall’altra parte.

La Prima Guerra Mondiale fu il primo dilemma di Lenin. La persona che più ammirava e che considerava suo mentore era il socialista tedesco Karl Kautsky. La sua capitolazione alla febbre per la guerra in Germania scosse Lenin. Era convinto che la comprensione di Marx fosse un vaccino sufficiente contro le piaghe più intellettuali, specialmente quella dell’entusiasmo per la guerra imperialista. Risolse il problema con una rabbiosa rottura col Partito Socialista tedesco, accettando la definizione di Rosa Luxemburg che fosse “un cadavere puzzolente”. Purtroppo non era così. Il “cadavere” grava pesantemente sui lavoratori tedeschi ancora oggi.

Il secondo dilemma da affrontare riguardava il percorso da seguire. Dopo il febbraio 1917 non era una domanda astratta. Lenin optò per una rivoluzione socialista, creando il caos all’interno del suo stesso partito. Ad un certo punto definì i vecchi bolscevichi “conservatori” impantanati in una palude centrista. Li riconquistò solo dopo che si resero conto che gli operai di Pietroburgo erano politicamente più avanti di loro.

Ci sono stati lunghi dibattiti sul ruolo degli individui nella storia. L’opinione ottocentesca che la storia fosse fatta da individui consapevoli fu messa in discussione nel secolo successivo e da molti storici pre-marxisti eminenti per i quali non si poteva parlare di storia senza analizzare le condizioni sociali ed economiche. L’idea che le forze sociali e materiali creano le condizioni nelle quali gli individui si trasformano ed agiscono in un modo che sarebbe impossibile in circostanze diverse fu sistematizzato da Marx ed Engels e fu generalmente accettata per la maggior parte del ventesimo secolo. Vale per individui di tutti i tipi: Napoleone e Bismarck cosi come Lenin, Mao Zedong, Ho Chi Minh e Fidel Castro.

Se si fosse ritardata la rivoluzione inglese, Oliver Cromwell e la sua famiglia avrebbero attraversato l’Atlantico e si sarebbero sistemati nello stato dissidente del New England. Se non ci fosse stata la rivoluzione francese, Bonaparte avrebbe lasciato la Francia come pianificato per cercare lavoro nell’armata imperiale russa. Come scrisse Kropotkin nella sua storia classica della rivoluzione francese, un libro che divenne parte dell’eredità comune del movimento rivoluzionario russo, il contesto determina tutto:

Questo è il motivo per cui la Rivoluzione Francese come quella inglese nel secolo precedente si realizzò quando le classi medie che aveva bevuto abbondantemente dalla fonte della filosofia corrente presero coscienza dei loro diritti e concepirono un nuovo schema di organizzazione politica. Forti del loro sapere ed impazienti di affrontare la sfida, si sentivano piuttosto capaci di conquistare il governo rubandolo ad una aristocrazia di palazzo che, con la sua incapacità, frivolezza e dissolutezza, stava portando il regno verso la rovina totale. Ma le classi medie ed istruite non avrebbero potuto fare niente da sole se, in conseguenza ad una completa serie di circostanze, la massa dei contadini non si fosse a sua volta rivoltata e, con una serie di costanti insurrezioni che durarono quattro anni, non avesse fornito agli insoddisfatti delle classi medie la possibilità di combattere sia il Re che la Corte, di sconfiggere le vecchie istituzioni e cambiare la costituzione politica del regno.

Senza la Prima Guerra Mondiale ed il febbraio 1917 Lenin sarebbe morto in esilio, uno dei tanti rivoluzionari russi destinati a perdersi la caduta dell’autocrazia. Trotsky sarebbe facilmente potuto diventare uno scrittore russo della tradizione classica. Anche quando le condizioni favoriscono le sollevazioni rivoluzionarie, però, raramente esistono organizzazioni che ne traggono vantaggio. Rivoluzioni, sollevazioni e insurrezioni fallite sono disseminate nella storia del nostro mondo. Perchè Spartaco perse? Perchè Toussaint Louverture vinse? Ogni risposta è racchiusa nella storia delle epoche in cui vissero. Cosi anche Lenin.

E’ stato il Cancelliere di Ferro nella Germania appena creata che insistè nel minimizzare il suo stesso ruolo, discutendo dell’intelligente posizione conservatrice in un discorso alla Confederazione Tedesca del Nord nel 1869 :

Signori, non possiamo ignorare la storia e nemmeno creare il futuro. Vorrei mettervi in guardia dall’errore che porta la gente a mettere avanti l’orologio, pensando cosi di accelerare lo scorrere del tempo. La mia influenza sugli avvenimenti dai quali ho tratto vantaggio è solitamente esagerata, ma a nessuno venga in mente che io possa fare la storia. Non potrei farlo nemmeno insieme a voi anche se insieme potremmo resistere a tutto il mondo. Non possiamo fare la storia, dobbiamo aspettare mentre si sta facendo. Non faremo maturare i frutti più velocemente mettendoli sotto la luce di una lampada e se raccogliamo il frutto prima che sia maturo ne impediremo solamente la crescita e lo rovineremmo.

Gli eredi di Bismarck o, per essere precisi, il fuoco dell’artiglieria tedesca fecero maturare il frutto in Russia prematuramente. Lenin era certo che una volta che gli alberi da frutto in Germania ed in Russia si fossero innestati tra loro, il resto del continente, ad eccezione della Gran Bretagna, sarebbe stato pronto alla raccolta per la rivoluzione. Comunque sia non si tirò indietro nel fare la storia, nel comprimere l’esperienza di un decennio in un giorno solo. Gli eventi non si svolsero proprio come si aspettava nel resto dell’Europa ma per motivi contingenti piuttosto che per condizioni oggettive.

Questo libro è una contestualizzazione senza la quale la storia della rivoluzione russa non è comprensibile.

Per esempio, la fase terroristica del XIX secolo nella quale si impegnò una buona parte dell’intelligentsia liberale, finì quando la leadership del Narodnaya Voyla (partito della Volontà del Popolo) votò all’unanimità per l’unico punto presente in agenda: giustiziare Alessandro II senza ulteriore indugio. L’esecuzione ebbe luogo con successo sotto il comando di Sofiya Perovskaya; durante la successiva repressione i piccoli gruppi che sopravvissero furono distrutti. L’impatto di questi eventi su tutti i partiti politici russi che emersero durante il primo decennio del XX secolo non dovrebbe essere sottovalutato.

La pia illusione da parte degli storici ed ideologi ha contribuito a sostenere l’opinione che se non fosse stato per “l’aberrazione” bolscevica il corso della democrazia russa sarebbe fluito senza problemi alimentando nella palude dell’Europa occidentale. Quale democrazia è mai fluita senza problemi? Non è successo nel 1991 e non sarebbe accaduto nel 1917. In realtà, considerati i rapporti di forza e la guerra in corso, l’eventualità più probabile sarebbe stata la presa del potere di una tenace dittatura militare attraverso genocidi di massa e repressione su larga scala, con il sostegno dell’Intesa concepito per far rimanere la Russia in guerra.

La rivoluzione di febbraio produsse un governo debole incapace di gestire la crisi ed impegnato nella guerra. C’erano solo due forze in grado di riempire il vuoto: i bolscevichi, dopo un vigoroso corso rieducativo di Lenin, ed i Generali Kornilov, Denikin, Kolchak, Wrangel e la sua coorte, che capitanò i Bianchi durante la guerra civile seguita alla rivoluzione.

Dove non c’è un partito rivoluzionario o uno che è stato battuto e decapitato, è la reazione piuttosto che la riforma che trionfa. Questo schema è rimasto costante da Cavaignac e Luigi Napoleone a Groener, Noske, Mussolini e Hitler, da Suharto a Pinochet e nel lavoro di praticamente ogni presidente americano.

Perchè la Russia avrebbe seguito un corso diverso se non ci fosse stata la rivoluzione o se l’Armata Rossa avesse perso la guerra civile?

Spesso gli storici liberali e conservatori hanno sminuito gli eventi dell’ottobre 1917 come un “colpo di stato”. Non è questo il caso. E’ vero, il proletariato urbano sul quale la rivoluzione si basava era una minoranza della popolazione, dominata da contadini che punteggiavano il grande entroterra rurale del paese e che sostenevano i decreti bolscevichi sulla proprietà terriera nell’immediato post-ottobre. Senza il crescente sostegno tra i contadini poveri, i bolscevichi non avrebbero potuto vincere la guerra civile. La massima di Lenin che la maggioranza strategica necessaria per il successo deve avere una preponderanza decisiva di forza, nel luogo decisivo, nel momento decisivo, aveva un significato relativamente restrittivo in Russia.

Fu solo dopo che i bolscevichi vinsero le maggioranze nei soviet che fissarono la data dell’insurrezione. Si può accusare Lenin di essersi basato esclusivamente sugli operai ma in questo momento stava seguendo le istruzioni dei padri fondatori del movimento, Marx ed Engels. Questa è anche la ragione per cui sciolse l’Assemblea Costituente nel novembre 1917. I bolscevichi sostenevano che i soviet erano una forma più alta di democrazia e che non avrebbero perso tempo a dibattere con i Socialisti Rivoluzionari (SR) in una camera conquistata dalla rivoluzione. Il voto bolscevico in queste elezioni, comunque, significò davvero enorme sostegno nelle città. Di 37,5 milioni di voti espressi, 16 milioni (per lo più nelle zone rurali) furono per i SR, 10 milioni (per lo più nelle aree urbane) per i bolscevichi e 1,3 milioni (di cui 570000 nel Caucaso) per i menscevichi.

I periodi rivoluzionari vanno invariabilmente incontro ad enormi fluttuazioni di consapevolezza politica che non si possono certo registrare in modo accurato con un referendum. Il fatto che le guarnigioni a Pietroburgo e a Mosca siano passate dalla parte dei bolscevichi così rapidamente è in relazione al disastro al fronte. I contadini in uniforme, radicalizzati politicamente dalla guerra, non volevano semplicemente più combattere per un regime che non era interessato a loro, alle loro famiglie, al loro benessere od alle condizioni in cui combattevano. Il conciso slogan di Lenin, che rappresentava il programma di transizione bolscevico “Terra, Pace e Pane” era brillante (anche i suoi nemici dovettero per forza riconoscerglielo). Dietro ogni parola c’è un insieme di idee che contengono la strategia bolscevica.

Nessun partito d’avanguardia rivoluzionario può avere successo da solo. Ecco perchè gli affezionati alla parola “colpo” capiscono poco di rivoluzione. Se mai ne vedremo un’altra (un’altra questione ed un’altra discussione), la rivoluzione proletaria cosi come concepita da Marx e Lenin è un gigantesco risveglio di milioni di sfruttati che credono nella loro capacità di emanciparsi.

Frattura nello stato, divisioni tra le classi dirigenti ed indecisione da parte delle classi intermedie pavimentano la strada al dualismo di potere che, in Russia, portò alla creazione di nuove istituzioni e, più tardi, in Cina, Vietnam e Cuba si appoggiarono ad eserciti rivoluzionari composti da diverse classi unite in battaglia contro le rispettive macchine dello stato.

Nel caso della Russia Lenin lo ribadì con la consueta chiarezza poche settimane prima della Rivoluzione d’Ottobre:

Per riuscire, l’insurrezione deve fondarsi non su di un complotto, non su di un partito, ma sulla classe d’avanguardia. Questo in primo luogo. L’insurrezione deve fondarsi sullo slancio rivoluzionario del popolo. Questo in secondo luogo. L’insurrezione deve saper cogliere quel punto critico nella storia della rivoluzione in ascesa che è il momento in cui l’attività delle schiere più avanzate del popolo è massima e più forti sono le esitazioni nelle file dei nemici e nelle file degli amici deboli, equivoci e indecisi della rivoluzione. Questo in terzo luogo. Ecco le tre condizioni che, nell’impostazione del problema dell’insurrezione, distinguono il marxismo dal blanquismo. Ma una volta che queste condizioni esistono, rifiutarsi di considerare l’insurrezione come un’arte significa tradire il marxismo e tradire la rivoluzione.

Dopo la sconfitta delle Giornate di Luglio, quando le masse avevano tentato di condurre il partito durante una situazione immatura, la stampa bolscevica fu bandita, alcuni leader imprigionati e Lenin esiliato in Finlandia. E’ da là che mandò le più urgenti lettere politiche nella storia della rivoluzione, implorando, spiegando, sostenendo che luglio non era stato che un contrattempo, che le masse sarebbero insorte di nuovo e che il partito doveva essere pronto. Sottolineò accuratamente che era stato Marx “che aveva riassunto le lezioni di tutte le rivoluzioni rispetto all’insurrezione armata nelle parole di Danton, il più grande maestro delle politiche rivoluzionarie finora conosciuto ‘Audacia, ancora audacia, sempre audacia”. In uno stato d’animo più truculento provocava i critici menscevichi e bolscevichi citando Napoleone “Prima combattere poi si vedrà “

I due membri chiave del Comitato Centrale Bolscevico, Kamenev e Zinoviev, non erano convinti e si opposero all’insurrezione in modo deciso, pubblicando la sua data nel giornale di Gorky. In effetti era a malapena un segreto che i bolscevichi stessero programmando una rivoluzione. Lenin ne aveva parlato quando arrivò alla Stazione Finlandia. La sua rabbia, quando le versioni bolsceviche di Rosencrantz e Guildenstern sul Comitato Centrale rivelarono la data dell’insurrezione programmata, è comprensibile, essendo l’elemento sorpresa cruciale in tutte le guerre, inclusi i conflitti sociali e politici ma alla fine non ebbe nessune importanza. L’insurrezione ci fu e provò che una classe dirigente in totale caos è alla mercè delle masse, che sono impazienti di andare avanti, anche quando si sa la data delle rivoluzione.

Perchè l’insurrezione è un’arte?

Perché una rivolta armata contro lo stato capitalista o tenere occupato l’esercito imperiale deve essere coreografato con precisione specialmente nelle fasi finali. Le milizie armate operaie ed i soldati devo essere comandati in modo coerente per poter ottenere la vittoria. La decisione finale fu lasciata al Comitato Militare Rivoluzionario dei Soviet presieduto dal nuovo bolscevico Leon Trotzky ed era a maggioranza bolscevica. E la vittoria fu comunicata al Soviet, poi nella sessione a Smolny, Pietroburgo.

Ogni rivolta ha le sue peculiarità ma ci sono anche tante similitudini tra le rivoluzioni. Le tre grandi rivoluzioni nella storia d’Europa hanno avuto tutte due fasi ben distinte, ognuna prendendo poi una piega più radicale nel secondo atto finale. L’epurazione alla Camera dei Comuni il 6 dicembre 1648 del Colonnello Thomas Pride precorse il processo e l’esecuzione di Charles Stuart , il punto chiave di divisione che rese impossibile ulteriori compromessi. L’ascesa giacobina al potere all’Assemblea Francese (o discesa, considerato dove sedevano) nel 1793 giocò un ruolo simile nell’accellerare il processo rivoluzionario, con l’esecuzione pubblica di Luigi Capeto e Maria Antonietta nell’ottobre di quell’anno. Le Tesi di Aprile di Lenin aprirono la strada alla rivoluzione dell’Ottobre 1917.

La differenza tra queste rivoluzioni è la seguente: mentre gli eventi spinsero avanti Cromwell e Robespierre, in Russia fu Lenin che usò gli eventi intenzionalmente, nel suo caso la disintegrazione dell’autocrazia russa in conseguenza alla Prima Guerra Mondiale, spingendo lavoratori e soldati a Pietroburgo e a Mosca verso una riuscita insurrezione. Quando Lenin invocò Cromwell e Robespierre non fu per motivi ideologici ( i Puritani erano guidati dalla “parola di Dio”, i giacobini dalla virtù metafisica) ma perchè erano entrambi maestri di strategia. Erano entrambi leader di rivoluzioni borghesi ed entrambi avevano le proprie divergenze con le rispettive classi abbienti. Ed ancora più importante entrambi dovettero far insorgere i piccoli proprietari terrieri, le classi artigiane, i plebei ed i sanculotti per riuscire ad andare avanti. Come loro Lenin capì che per mettere al sicuro quello che si poteva realizzare si doveva mirare all’irrealizabile, assaltare il paradiso, arrampicarsi sulla cima di una vetta ancora non conquistata.

Ognuna di queste rivoluzioni dovette confrontarsi con il bisogno di creare eserciti completamente nuovi per combattere guerre civili e difendere lo stato rivoluzionario. La promozione, in questi eserciti, si basava sul merito piuttosto che sulla classe. Il New Modern Army della Rivoluzione inglese fu modellata dal patrizio Generale Fairfax ma venne da sè che quando l’aristocrazia fu gettata da parte e Essex, Manchester e Waller furono rimpiazzati da secondi figli, dai piccoli proprietari terrieri e cosi via. Il Colonnello Pride, che svuotò quel ricettacolo di corruzione e privilegi che era la Camera dei Comuni era figlio di un birraio. A questi esempi si potrebbe aggiungere il ritorno di un gruppo di esiliati dal New England che tornarono per rafforzare sia gli Ironsides (cavalleria pesante ) che la rivoluzione. Cromwell fu chiaro riguardo a quello che era necessario “Preferisco avere un capitano vestito semplicemente ma che sa per cosa combatte e ama ciò che sa piuttosto che uno di quelli che chiamate gentiluomo e non è nient’altro”. Fleetwood, Okey, Lambert, Widmerpool, Harrison, Disborough, Ireton, Rainsborough, Goff, Whaley e Joyce calzano a pennello.

Fu lo stesso per l’Armata Rossa creata dopo la rivoluzione e unita in una forza combattente da Leon Trotsky, uno dei pochi esempi nella storia di intellettuale militarizzato. Il suo famoso appello per la creazione di una cavalleria Rossa (I proletari a cavallo ) indicava la composizione della nuova armata. In realtà il problema era la mancanza di ufficiali esperti nella tecnica militare; un certo numero di ufficiali zaristi furono forzati al servizio sotto l’occhio vigile di commissari politici (l’equivalente degli Agitatori nella New Model Army ). Uno di loro, che serviva nell’armata imperiale, era un autodidatta ed un leader militare del genio la cui storia, a lungo dimenticata, dev’essere di nuovo raccontata brevemente anche solo per il fatto che Lenin e Trotsky lo consideravano un vitale terzo braccio, necessario per continuare le politiche con altri mezzi. Era Mikhail Tukhachevsy. Il suo ruolo nella guerra civile mise in mostra le sue straordinarie doti militari.

La differenza tra Lenin ed i suoi predecessori rivoluzionari stà in questo: sia Cromwell che Robespierre abbracciarono la rivoluzione quando si trovarono faccia a faccia con la sua realtà. Avrebbe avuto luogo anche senza di loro. Lenin aveva cominciato a lavorare per la rivoluzione venticinque anni prima del 1917. Per ventiquattro di quei venticinque aveva lavorato di nascosto, in prigione, in esilio. Lo aveva fatto senza immaginare che ne avrebbe vista una durante la sua vita. Nel gennaio 1917, ancora in esilio, confessò ad un pubblico svizzero che lui e la generazione cui apparteneva avrebbero potuto anche non essere mai testimoni di un successo. Combattevano per il futuro. Milton aveva dichiarato che gli inglesi fedeli al Re non erano uomini liberi, che il lealismo era una forma di schiavitù morale. Per Lenin era lo stesso per quel che riguardava capitalismo, imperi e autocrazia. Un nemico molto più grande della m ìonarchia inglese doveva essere affrontato e battuto globalmente. Lui, se non il partito, era pienamente preparato a quello che era necessario fare, tenendo a mente che in ogni momento si deve “aussprechen, was ist”: parlare di ciò che è ed evitare di trasformare una pia illusione in verità. Un realismo rivoluzionario cocciuto, sostenne Lenin durante tutta la sua vita politica, era cruciale nei momenti di vittoria, sconfitta e transizione. E’ questa chiara visione che spiega molte delle decisioni che prese durante la sua vita. Non comprese mai l’enormità del suo contributo come teorico ma il filosofo ungherese Gyorgy Luckàcs sì. In un saggio intriso di emozione scritto poche settimane dopo la morte di Lenin lo descrisse “nel senso di storico mondiale [come] l’unico teorico all’altezza di Marx prodotto dalla lotta per la liberazione del proletariato”.

Lenin fu decisivo non solo nell’assicurare il successo della rivoluzione contro la maggioranza del Comitato Centrale ma anche nel salvaguardare la nascente repubblica concedendo tutto il necessario ai tedeschi a Brest-Litovsk che avrebbero seriamente troncato la Russa rivoluzionaria. Era di nuovo in minoranza alla Commissione Centrale. Di nuovo contrattaccò. I suoi rivali fuori e dentro il partito lo accusarono di tradimento. Ammise che era una pace “vergognosa” ma era convinto che fosse necessaria per dare tregua alla rivoluzione. La fazione di sinistra che includeva Bukharin e Kollontai voleva una guerra rivoluzionaria contro la Germania; Trotsky era a favore di una magistrale inattività che descriveva come “nè guerra nè pace”; Lenin era a favore di accettare le richieste territoriali del kaiser. Sarebbe stata una ritirata temporanea perchè il Reich tedesco sarebbe stato deposto dagli operai tedeschi. Il trattato di Brest-litovsk era un espediente necessario. L’alto comando tedesco era già estremamente irritato dal fatto che la delegazione bolscevica fosse condotta da arroganti ebrei che, all’arrivo, avevano autorizzato la distribuzione di volantini sovversivi che spronavano i soldati tedeschi ad ammutinarsi. Ancora una volta la storia si rifiutò di contraddire Lenin. La Germania perse la guerra ed arrivò vicina alla rivoluzione, ma non andò mai oltre l’essersi liberata dalla monarchia.

Per cinque critici anni dal 1917 al 1922 Lenin era rimasto al timone dello stato. Il comunismo di guerra era stato necessario per vincere la guerra civile. Non una piccola vittoria. Le armate Bianche si erano dissolte ma il declino del fervore rivoluzionario era fin troppo visibile. Le battute d’arresto in Ungheria, Polonia e Germania furono accompagnate dalla temporanea ristabilizzazione del capitalismo nel 1922. La Rivolta di Marzo nella Germania centrale fu un disastro, un ultimo disperato, irresponsabile sforzo all’ultimo sangue da parte di Zinoviev e Béla Kun di far sollevare le masse tedesche. Condotta con l’imprimatur dell’Internazionale Comunista, valutò la situazione in modo completamente sbagliato e danneggiò il già debole Partito Comunista Tedesco. I confini dello stato sovietico erano fissati. La rivoluzione in Europa svanita. Il fior fiore della classe operaia russa era morto o esausto. Le politiche rivoluzionarie si trovavano al livello più basso.

Era necessario un nuovo piano. Naque la NEP (Nuova Politica Economica), un capitalismo su piccola scala vigilato dallo stato. La NEP doveva essere un mezzo transitorio per far rivivere l’economia e in questo ebbe successo, migliorando le riserve alimentari e le reti di distribuzione. Ma mentre la NEP cominciava ad avere effetto il paese fu colpito da una serie di disastri naturali come siccità, tempeste di sabbia e l’invasione di locuste nelle province meridionali. La carestia arrivò, colpendo milioni di persone.E con essa arrivò il mercato nero, squallido come sempre ma, per il momento, intoccabile. Molti lavoratori tornarono al villaggio.Il proletariato si disperse. Adesso la dittatura rivoluzionaria stava veramente funzionando nel vuoto. Questo fatto rese il carattere e le capacità individuali dei leader molto più importanti delle istituzioni come il partito ed i soviet. I bolscevichi a questo punto assomigliavano ai giacobini..La situazione sociale ed economica migliorava ma ormai il partito che aveva creato la rivoluzione assomigliava ogni giorno di più ai burocrati. Alcuni pensavano non ci fosse alternativa, non Lenin.

Anche l’ultimo dilemma che dovette affrontare era molto difficile.

Colpito da infarto gli fu ordinato di riposare fisicamente e politicamente e forzato a ritirarsi dal controllo e dalla guida della vita quotidiana del nuovo stato. Lenin era un cattivo paziente. Rifiutò di smettere di leggere i giornali o di pensare alla politica. Mentre prendeva parte a quello che sarebbe stato il suo ultimo congresso nell’aprile 1922 si sentì estraneo alla direzione che stava prendendo lo stato. Accettò la sua parte di responsabilità e, pur riconoscendo il ruolo di cause materiali nel far procedere su questa linea il partito, fu colpito dalla distanza che il partito aveva percorso lungo la linea e preoccupato dal fattore soggettivo cioè il partito e la sua leadership. “Forze potenti ” scrisse “hanno deviato lo stato dalla ‘sua giusta strada’”. Gli ultimi scritti di Lenin furono un coraggioso tentativo di far cambiare corso al partito. Pensava ad esempi storici della sconfitta di una nazione quando i perdenti erano riusciti ad imporre la loro cultura ai vincitori, battendoli nello spirito. Sentiva che la vecchia burocrazia zarista era riuscita a conquistare i suoi colleghi che avevano facilmente adottato i vecchi metodi di governo, se non le pratiche culturali, degli oppressori passati. Sì, scrisse di tutto ciò come descrivo nei capitoli conclusivi di questo libro. E chiese scusa: “Sono, come sembra, fortemente colpevole davanti agli operai russi”. Era quasi come se stesse rileggendo il saggio di Engels ” La guerra dei contadini in Germania”.

La cosa peggiore che può accadere al leader di un partito estremista è di essere obbligato a subentrare in un governo quando il movimento non è ancora maturo per il dominio della classe che rappresenta e per mettere in atto le misure che il dominio implica. Quello che può fare non dipende dalla sua volontà ma dalla durezza dello scontro di interessi tra le varie classi e dal grado di sviluppo dei mezzi materiali di esistenza, le relazioni di produzione e i mezzi di comunicazione sui quali il conflitto di interessi di classe si basa ogni volta. Neanche quello che dovrebbe fare, quello che gli richiede il partito dipendono da lui o dal grado di sviluppo della lotta di classe e le sue condizioni. E’ legato alla sua dottrina e alle richieste proposte fin lì che non scaturiscono dalle interrelazioni delle classi sociali in un dato momento ma dalla sua, più o meno penetrante, visione del risultato generale del movimento sociale e politico. Di conseguenza si trova davanti ad un dilemma. Quello che può fare contrasta con tutto quello che ha messo in pratica fino a quel momento, con tutti i suoi principi e con gli interessi correnti del suo partito; quello che dovrebbe fare non si può ottenere. In un poche parole è obbligato a rappresentare non il suo partito o la sua classe ma la classe che in quel momento è pronta a dominare. Negli interessi del movimento stesso è obbligato a difendere gli interessi di una classe aliena e a nutrire la sua stessa classe con frasi e promesse, affermando che gli interessi di quella classe aliena sono i loro stessi interessi. Chiunque si metta in questa complicata situazione è perso irrimediabilmente.

Lenin, naturalmente, non rappresentò mai la “classe aliena”. Ma alcuni dei suoi compagni sì e, cosa di cui Lenin era consapevole, altre osservazioni fatte da Engels risultarono appropriate. Alcuni degli ultimi scritti di Lenin furono tenuti nascosti ai russi per trentacinque anni. E chi li mostrò fu incapace di rendere effettive le sue prescrizioni. Lenin aveva visto cosa era successo al partito quando si trovò a dover governare un paese. Fu mortificato dal livello di burocratizzazione raggiunto. Prima della rivoluzione era stato fortemente criticato da Rosa Luxenburg e, in modo imperativo, da Leon Trotsky per la sua concezione del partito come organizzazione clandestina pesantemente centralizzata. Si era difeso abilmente e senza ricorrere a Marx, anche se ovviamente conosceva bene questo passaggio ne “Il capitale”:

In tutti i tipi di lavoro dove c’è cooperazione di molti individui, la connessione e l’unità del processo sono necessariamente rappresentate da una volontà che comanda e in funzioni che, come per il direttore di un’orchestra, non sono dedicate a sforzi parziali ma all’attività collettiva.

Nella sua famosa appendice al “Che fare” Lenin utilizzò l’immagine di un’orchestra per illustrare come organizzare il partito da un apparato centrale:

Per far sì che il centro possa non solo consigliare, convincere e discutere con l’orchestra – come è stato finora – ma veramente dirigere, abbiamo bisogno di informazioni dettagliate: chi suona il violino e dove? Che strumento è padroneggiato ed è stato padroneggiato e dove? Chi stona (quando la musica stride nell’orecchio) e dove e perchè? Chi ricollocare dove e come per correggere le dissonanze?

Quello che presume questo concetto è una forte volontà ma anche un’interazione tra uguaglianza, democrazia e autorità all’interno del partito e, per estensione, nella società nel suo intero. Ecco perchè Lenin credeva fosse indispensabile una rivoluzione in Germania e che se avesse avuto successo avrebbe aiutato la Repubblica Sovietica ad andare avanti molto più facilmente sia politicamente che economicamente. Per quanto riguarda la capacità di un partito di lavorare in clandestinità fu importante non solo per la Russia ma anche per i movimenti di resistenza capeggiati dai comunisti in Francia, Italia, Cina, Vietnam e Yugoslavia durante tutta la Seconda Guerra Mondiale. I leader delle ultime tre andarono avanti con la rivoluzione.

In una delle sue ultime ingiunzioni Lenin insisté che se si veniva sconfitti per una combinazione di errori propri e di circostanze si doveva imparare dalla sconfitta per capire perchè c’era stata per poi ricominciare il lavoro da capo. Il socialismo era una approssimazione e non nacque completamente formato perciò i socialisti dovevano ammettere i propri errori apertamente.

Senza questo non sarebbero mai progrediti. Nè Kruscev nè Gorbaciov ebbero la visione o la capacità di ricominciare. Se Lenin avesse vissuto altri cinque anni il paese ed il partito si sarebbero mossi diversamente. La Nuova Politica Economica sarebbe stata smantellata con maggior cura ed il brutale salto verso l’industrializzazione probabilmente non ci sarebbe stato. E Lenin non avrebbe nemmeno sterminato il grosso dei vecchi bolscevichi nel Comitato Centrale e nell’intero paese. Fino a che punto e in che grado di successo avrebbe applicato il cambiamento rimane soggetto di discussione.

La Russia di Putin non sottolineerà il centenario nè in febbraio nè in ottobre. ‘Queste date non sono in calendario’ ha detto Putin ad un editorialista di un importante quotidiano indiano. Altri russi, inclusi alcuni degli avversari di Putin, non accettano nemmeno che ci sia stata una Rivoluzione “Russa”. E’ stata, secondo loro, una cosa tutta ebrea. In questi giorni uno dei pochi al disopra delle critiche è Stalin, soprattutto per la ‘Grande Guerra Patriottica’ ed in parte per i suoi metodi invidiati da molti nazionalisti russi contemporanei. Mummificare Lenin e le sue idee fu una ‘conquista’ durevole del periodo staliniano. E’ ora di seppellire il corpo di Lenin e far rivivere alcune delle sue idee. Le generazioni future in Russia potrebbero rendersi conto che Lenin ha ancora qualcosina in più da offrire rispetto al Principe Stolypin.


traduzione di Stefania Martini – brigata traduttori

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#5 Eros Barone 2017-07-12 20:57
In una congiuntura che vede le centrali della propaganda imperialista, USA e UE, adoperarsi a rilanciare la lotta ideologica al comunismo, di concerto con la brutale persecuzione scatenata contro i partiti comunisti nei paesi dell’Est Europa come l’Ucraina e, in forme più sottili ma non meno perniciose, nei paesi della restante Europa, è fondamentale difendere e valorizzare la figura e l'operato di Stalin. Sono convinto che la storia renderà giustizia a Stalin e al tentativo grandioso di costruzione di una società libera dallo sfruttamento e dalla proprietà privata, che egli ha personificato come capo del proletariato internazionale. Già ora non mancano studiosi seri e intellettualmente onesti, come lo statunitense Grover Furr e l’italiano Domenico Losurdo, che, basandosi sugli archivi sovietici e documenti alla mano, hanno sottoposto ad una revisione critica la sistematica denigrazione e demonizzazione della figura e dell’operato di Stalin. In tal senso, si è cercato, soprattutto con Krusciov e con le forze che lo sostenevano all’interno e all’esterno dell’Unione Sovietica, di moltiplicare le cifre relative alle vittime delle epurazioni, che il Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS attuò negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso al fine di colpire la controrivoluzione e difendere il primo Stato socialista della storia umana. Parimenti, ci si è ingegnati a negare perfino un’evidenza storica inconfutabile come il ruolo svolto da Stalin nella conduzione e nella vittoria della Seconda Guerra Mondiale che, al prezzo di ventisette milioni di morti solamente fra i combattenti e i cittadini sovietici, portò all’annientamento del nazifascismo.
Occorre, inoltre, stimolare il dibattito pubblico sul tema del socialismo sovietico, affinché si eviti di gettare via il bambino assieme all’acqua sporca o, ancor peggio, di gettare via il bambino e tenersi l’acqua sporca. Il sito "sinistrainrete" può svolgere un ruolo importante in questa direzione.
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#4 Mario Galati 2017-07-12 18:29
Sottoscrivo il commento di Luciano Pietropaolo. Preciserei, però, che lo sterminio della vecchia guardia bolscevica è solo mitologia, che non regge alla lettura dell'elenco dei giustiziati.
Tariq Alì cita Cromwell e Robespierre che si appoggiano ai piccoli proprietari ed ai contadini e sanculotti, reclutando tra essi i generali e dirigenti della rivoluzione. Beh, per la sua origine popolare, Stalin sarebbe uno di essi. A differenza di Trotski, che non ha mai nascosto una certa aria di superiorità intellettualistica nei confronti del "rozzo" Stalin. Ho sempre pensato che il disprezzo rabbioso di cui è fatto oggetto Stalin dipenda anche dalla sua estrazione popolare. I borghesi non possono sopportare che un uomo del popolo diriga uno stato e imponga l'autonomia e la forza dei lavoratori, non più subalterni. Ho capito che il sentimento nutrito un tempo da un bracciante del Sud, come mio padre, nei confronti di Stalin era di orgoglio e di liberazione, poiché sentiva Stalin come il suo rappresentante. E Stalin era la forza dello stato sovietico. La forza dei braccianti. Forse, purtroppo, nell'atteggiamento di tanti comunisti, troskisti e non, verso Stalin si annida inconsciamente il disprezzo di classe e il pregiudizio borghese.
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#3 clau 2017-07-10 09:20
L’analisi che fa Tariq Ali a mio avviso è molto importante perché da una dimensione ancor più gigantesca alla figura del grande rivoluzionario Lenin, che come lui stesso dice, non è stato letto ed è tuttora ampiamente ignorato dai suoi stessi adulatori, inoltre, chiarisce molte delle vicissitudini che hanno attraversato partito e paese negli anni della rivoluzione. Ciò che viceversa non mi è piaciuto sono quei brevi passaggi finali in cui l’autore accenna ai leader russi post staliniani, Kruscev e Gorbaciov, che secondo lui non avrebbero “saputo ricominciare”. Con questa espressione l’autore dimostra di considerare la Russia della seconda metà del XX secolo ancora un paese socialista, mentre invece con Stalin e la sua visione della costruzione del socialismo in un paese solo, l’Urss fa il grande salto all’indietro verso il capitalismo di stato ed in direzione di diventare una grande potenza imperialista in competizione con gli Usa, che nulla ha da spartire con la teoria e la pratica del socialismo. In merito infine al momento attuale, a cui fa cenno nel suo commento Calaza, mi da l’impressione che, oltre alla situazione sempre più disperata in cui versano il proletariato e le altre classi sociali subordinate, dal punto di vista dell’analisi politica e di quella organizzativa ci sia il vuoto assoluto, basta vedere quanto sono profondamente penetrate le varie ideologie imperialiste in tutti gli strati sociali, nonché le frantumazioni politiche ed organizzative crescenti anche tra le file della cosiddetta sinistra rivoluzionaria (a parole).
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#2 Nicolai Calaza 2017-07-08 22:11
L' analisi di Tariq Ali e' importante perché' arriva in un momento come l' attuale dove e' necessario prendere decisioni, ma non esiste un nucleo, di gente preparata e intenzionata a travolgere l' ordine capitalista. Molte sono le analisi sul come il capitalismo riesce a sopravvivere, a condizionare e irretire buona parte della popolazione, ma nulle le analisi e le prese di posizione su cosa fare per risolvere l' attuale scontro di classe in modo da impostare un cambiamento socialista. Mi sembra importante l' analisi dettagliata della strategia per la presa del potere in una situazione rivoluzionaria, cosa che riuscì' a fare Lenin. La cui preparazione era non solo organizzativa per l' azione ma si basava su solide basi teoriche. Prima del 1917 era stato per un anno a studiare la dialettica di Hegel. Proprio basandosi sulla analisi dialettica arrivo' alla conclusione che la situazione del '17 esigeva un salto di qualità : la rivoluzione proletaria o la reazione fascistica.
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#1 Luciano Pietropaolo 2017-07-08 18:37
"Se Lenin fosse vissuto altri cinque anni..."
Questo il succo del lungo discorso, troppo lungo rispetto alle conclusioni cui si vuole arrivare.
."...la nep sarebbe stata smantellata con maggior cura (o delicatezza!), il brutale salto verso l'industrializzazione non ci sarebbe stato...e Lenin non avrebbe sterminato il grosso dei vecchi bolscevichi..."
E' la solita vulgata trotzkista-libertaria che ricostruisce una storia fulgida e immaginaria falciata a priori dalla brutalità del caso (morte prematura di Lenin) e dall'avvento di un alieno (Stalin) scaturito dalle profonde tenebre della Russia ancestrale.
Non viene in mente che Lenin non avrebbe "sterminato i vecchi bolscevichi" perché costoro non avrebbero avuto l'animo di cospirare contro di lui, mentre ce l'avevano (eccome!) per cospirare contro Stalin?
E non viene in mente che la brutalità del salto (in verità provvidenziale!) verso l'industrializzazione dipendeva forse non tanto dal "carattere" di Stalin ma dall'opposizione sfrenata e dai sabotaggi che i kulaki e i loro alleati mettevano in atto con la più feroce determinazione? Ieri in Russia, oggi in Venezuela,,,
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