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Cosa ci insegnano le "Tesi di Lione"

di Eros Barone

gramsci 5Se il socialismo scientifico segnò una svolta dì portata decisiva nella storia del movimento operaio internazionale, scoprendo l'"algebra della rivoluzione", non vi è dubbio che le tesi del III congresso del P.C.d'I. (denominazione, questa, che non è affatto equivalente a quella di PCI, giacché indica non un partito nazionale, ma la sezione nazionale di un partito mondiale), tenutosi in condizioni di illegalità a Lione tra il 20 e il 26 gennaio 1926, costituiscano la più avanzata e matura formulazione, attraverso un organico sistema di equazioni, del problema della rivoluzione proletaria nella storia del movimento operaio italiano.

In effetti, a chiunque chieda quali siano i testi con cui sia possibile formarsi un'idea esatta dell'autentica tradizione comunista, proletaria ed internazionalista, del nostro Paese non si può che consigliare di leggere e rileggere, cioè studiare, questo scritto fondamentale che segnò la vera nascita teorico-politica del P.C.d'I., sia come attiva sezione dell'Internazionale Comunista sia come fattore operante della dinamica nazionale, attraverso la rottura con l'estremismo settario ed opportunista di Bordiga [1].

In tal modo chiunque sia interessato a condurre questa ricerca - operaio di avanguardia, intellettuale onesto, giovane progressista - potrà comprendere in base a quali condizioni (di analisi oggettiva dello sviluppo della società e delle tendenze generali a livello internazionale, oltre che di individuazione delle mediazioni storiche concrete: Stato, partiti, sindacati ecc.) divenga possibile la fusione fra teoria e pratica, fra scienza e programma, fra strategia e tattica nel processo dello scontro di classe. D'altronde, è proprio questo l'elemento di maggiore rilievo che emerge dalla lettura delle "Tesi di Lione".

Di fronte ad errori antitetici, che hanno prodotto - e possono ancora produrre - conseguenze parimenti negative nell'azione del movimento di classe, come l'affermazione del primato della teoria (a questo atto disperatamente narcisistico, senza peraltro disdegnare lo scanno parlamentare offertogli dal PD, si è ridotto, da ultimo, il maggiore teorico dell'operaismo italiano, cioè di una deviazione dì destra del movimento operaio) o la separazione antidialettica fra l'una e l'altra o, ancora, l'interpretazione strumentalistica del ruolo della teoria quale moderno mito per l'azione o, infine, lo slittamento, che si situa pur sempre sulla stessa sdrucciolevole china del pragmatismo, di chi teorizza il ruolo ancillare della teoria rispetto alla pratica, disconoscendone così l'autonomia relativa e degradandola a ideologia di legittimazione dello 'stato di cose presente'; di fronte a questo insieme di deviazioni le "Tesi di Lione" ci insegnano a riconoscere il punto archimedico fra la critica rivoluzionaria di quello 'stato di cose' e l''autocritica delle cose stesse' (per usare una pregnante espressione di Antonio Labriola), la connessione fra giudizi di fatto e giudizi di valore, cioè la via della giusta mediazione dialettica fra teoria e pratica.

Tale via può essere illuminata ancor più nettamente dalla corretta definizione di ciò che ha prodotto effettivamente il marxismo, attraverso l'opera dei suoi classici (Marx, Engels e Lenin) e del loro continuatori (Stalin, Gramsci, Mao Zedong e Fidel Castro), sul piano della scienza: a) la dottrina del materialismo storico; b) la critica dell'economia politica; c) applicazioni di tale critica a Paesi determinati e sistemi sociali concreti (come, ad esempio, Lo sviluppo del capitalismo in Russia di Lenin, il saggio di Mao Zedong sulla Rivoluzione cinese e, per l'appunto, le Tesi di Lione del P.C.d'I.); d) una scienza del socialismo, intesa come scienza del passaggio rivoluzionario dal capitalismo al comunismo (scienza che comporta una teoria marxista dello Stato, delle classi, del partito, del sindacato, della insurrezione ecc.); e) la concezione, che innerva tutti i punti precedenti, li inquadra e nel contempo li sottende, del materialismo dialettico.

Dallo schema testé riportato deriva che, per essere concretamente scienza, la scienza di cui al punto "d" richiede un continuo aggiornamento nel campo indicato al punto "c" (punto di arrivo del modello "ideale" rappresentato in "b" e punto di partenza per la concretizzazione delle teorie formulate in "d"), fermo restando che tutte le leggi scientifiche, da cui dipendono sia la struttura e il divenire della formazione sociale capitalistica sia la possibilità del suo rovesciamento, sono una guida per l'azione rivoluzionaria del proletariato e che un partito che si proponga di organizzare e dirigere tale azione deve risolvere il problema del modo e dei termini con cui realizzare un processo di osmosi continua tra le ipotesi teoriche (punto "b"), l'indagine materialistica concreta (punto "c") e la pratica politica del movimento di classe (punto "d"), laddove la genesi e il contenuto delle Tesi di Lione dimostrano come fra i mezzi, che occorre acquisire in quanto sono necessari per far fronte ai compiti che la storia assegna al partito rivoluzionario, il più importante sia il metodo dell'analisi marxista della società come premessa dell'azione politica.

Ciò detto, sarebbe sbagliato pensare che l'acquisizione di tali mezzi, per lo meno sul piano della disponibilità dei testi, sia un fatto scontato, poiché il travisamento del pensiero rivoluzionario e il piano di disarmo ideologico della classe operaia, perseguiti dal revisionismo, avevano ridotto quei testi allo stato di frammenti. È noto infatti che anche Lenin dovette compiere con il suo classico libro Stato e rìvoluzione, per poter restaurare la dottrina rivoluzionaria di Marx ed Engels, alterata e distorta dal revisionismo socialdemocratico del suo tempo, un'analoga impresa di "scavo archeologico".

A questo riguardo, è quindi doveroso precisare che l'edizione integrale del documento in questione comprende i seguenti testi: 1) Tesi sulla situazione internazionale; 2) Tesi per il lavoro nazionale e coloniale; 3) Tesi agrarie; 4) Tesi politiche: la situazione italiana e la bolscevizzazione del Partito; 5) Tesi sindacali, incluso il Progetto di tesi della minoranza bordighista. Si tratta di testi che, se si escludono le Tesi politiche più volte pubblicate e le Tesi agrarie uscite in maniera episodica parecchi anni fa, non erano più stati ripubblicati dopo il 1926.

Ci si può così rendere conto del grande valore teorico, ideologico e politico del patrimonio di elaborazione ivi raccolto, valore che era stato possibile intuire ed apprezzare limitatamente all'estratto costituito dalle Tesi politiche, la cui reiterata pubblicazione corrispose per altro al disegno togliattiano di stabilire una mistificante continuità fra la linea leninista, impostata da Gramsci nel P.C.d'I. a partire dal 1924, e la linea revisionista, che verrà concepita vent'anni dopo a Salerno e codificata con la "via italiana al socialismo" nell'VIII congresso del 1956.

La lettura storicamente consapevole e filologicamente avvertita delle "Tesi di Lione" assume dunque lo spessore politico di un'iniziativa che si inserisce opportunamente in una congiuntura critica della lotta sul fronte ideologico e si oppone con efficacia tanto alla confusione che favorisce le mistificazioni così come alle mistificazioni che alimentano la confusione quanto ai tentativi di liquidazione e all'eclettismo che hanno marcato tutte le congiunture critiche della ricerca marxista negli ultimi centoventi anni (dall'idealismo crociano al pensiero post-moderno).

Tale lettura necessita di articolarsi in una "pars construens", che offre una solida base allo sviluppo di una linea leninista capace - come furono capaci, nella loro situazione storica, i comunisti diretti da Gramsci e dalla Terza Internazionale - di indicare con chiarezza gli scopi della lotta rivoluzionaria e le vie per giungere a realizzarli, di precisare il carattere del periodo storico e le prospettive immediate della situazione, di individuare le forze motrici della rivoluzione, sia in generale che nel proprio Paese, e capace quindi con altrettanta chiarezza di porre e risolvere le questioni essenziali della strategia rivoluzionaria e i problemi della tattica e della organizzazione del movimento operaio; mentre la "pars destruens", che occorre svolgere nella presentazione delle "Tesi", consiste nella demistificazione del tentativo, condotto, conformemente ai moduli del revisionismo liberaldemocratico del PD, non più in chiave "continuista", bensì in chiave "discontinuista", di togliere qualsiasi valore attuale alle elaborazioni di quel periodo, per confinarle in una dimensione del tipo "c'era una volta... il P.C.d'I. (sezione dell'Internazionale Comunista)" e ridurle, nel migliore dei casi, ad un tema di ricerca storica disinteressata, avulsa dai problemi della lotta di classe contemporanea, e, nel peggiore, ad un oggetto di "pietas" antiquaria [2].

Al contrario, le pagine che Aldo Serafini ha dedicato alla caustica stroncatura delle volgari falsificazioni, del pressappochismo lorianesco e della strumentalizzazione a fini controrivoluzionari, che connotano i precitati interventi, sono esemplari per il tono pacato e per il contenuto di critica distruttiva, non disgiunta dalla dialettica rilevazione di alcuni elementi positivi. In particolare, merita di essere ripresa, per la sua portata chiarificatrice in senso rivoluzionario e discriminante in senso antirevisionista, la confutazione di due classici argomenti della tematica togliattiana, la cui falsità è stata messa in luce con grande nettezza da Serafini:

1) le "differenze fra Oriente e Occidente" per la strategia e la tattica della rivoluzione proletaria, ipostatizzate e trasposte in una sorta di dualismo irreversibile (per cui si può passare dalla seconda alla prima, ma mai dalla prima alla seconda), talché la "guerra di posizione", eternizzata come unico terreno di azione del movimento operaio occidentale (mentre era soltanto, come precisa il curatore del volume in parola, citando opportunamente il "Rapporto Lisa", "il preludio" alla "guerra di movimento", intesa sostanzialmente come il terreno di azione che fu praticato nel 1917 in Russia) si contrappone, per l'appunto, alla "guerra di movimento", intesa secondo i presupposti interpretativi di carattere socialdemocratico e menscevizzante, ai quali Togliatti piegò il senso degli asserti gramsciani e ai quali si ispirò nel giungere a stabilire il suddetto dualismo: presupposti che furono mascherati dal "legame di ferro" con l'URSS, costantemente ribadito da Togliatti lungo l'arco di tutta la sua attività politica, e che, una volta venuto meno quel vincolo, spiegano, con l'evidenza inesorabile dì un nesso logico, il rapido passaggio dall'opportunismo al liquidazionismo (dal PCI al PDS, da questo ai DS e al PD);

2) la negazione del nesso organico e profondo fra la strategia dell'Internazionale Comunista e la linea del P.C.d'I., con la conseguente estrapolazione di "vie nazionali, democratiche, al socialismo", frutto del mancato riconoscimento, presente invece con grande chiarezza nelle "Tesi", del valore di principio che assume il nesso fra internazionalismo proletario e "forma nazionale specifica" della rivoluzione, nesso che ha validità permanente e prescinde persino dall'esistenza di un'organizzazione mondiale dei comunisti.

Di fronte ad una "riesumazione" che si risolve in una seconda (e per i suoi autori, definitiva) "inumazione", Serafini osserva che, al di là delle loro differenziazioni, che pure esistono, tutti e cinque i saggi introduttivi del volume testé menzionato dell'editore Franco Angeli [3] tendono, comunque, a comporre le tesi del 1926 nella bara di un "passato storico" ormai lontano e "irripetibile" [4].

Come militanti comunisti, desideriamo, invece, riaffermare, oltre che il valore teorico di questi incunaboli del pensiero marxista-leninista italiano, il significato politico che essi assumono in quanto 'armi della critica' elaborate nel corso di una durissima 'critica delle armi' e destinate, ancora una volta, a riconvertirsi nella 'critica delle armi'. Anche se non possiamo soffermarci sulla succosa ricostruzione storica del percorso nazionale ed internazionale, attraverso cui il nuovo gruppo dirigente del P.C.d'I. pervenne, nel fuoco della lotta contro la dittatura fascista, ad operare la "traduzione del leninismo in lingua italiana" e a sconfiggere la linea settaria e schematica di Bordiga, vale la pena sottolineare il profondo spirito internazionalista che improntò di sé la preparazione del congresso di Lione, ben documentato dai due interventi dell'Internazionale Comunista nel dibattito che precedette il congresso, riportati nel volume saviano. In particolare, la "Lettera del Comitato Esecutivo dell'Internazionale Comunista al P.C.d'I.", spedita il 4 settembre 1925, rappresenta non solo un esempio magistrale della coerenza e del rigore con cui motivavano le loro prese di posizione sui problemi della lotta di classe nei singoli Paesi i dirigenti della III Internazionale, cioè di una organizzazione che era qualcosa di ben diverso da quella "cassetta per le lettere" che era per Lenin la II Internazionale, ma anche la limpida testimonianza della giustezza degli orientamenti politici forniti ad un partito che si stava faticosamente disincagliando dalle secche dell'estremismo settario e del dottrinarismo passivo, in cui l'aveva condotto la vecchia direzione: la maggior parte di questa lettera è dedicata infatti ad un esame complessivo delle tesi teoriche, tattiche ed organizzativi della minoranza, la cui demolizione ha inizio con questo colpo di martello: «Il compagno Bordiga non fu mai leninista».

Tuttavia, dopo avere più volte sottolineato che le "Tesi" sono uno scritto fondamentale, ricco dì acutissimo intuizioni, di indagini approfondite sia sul piano storiografico che su quello politico e di corrette previsioni (come quella sulla funzione subordinata che avrebbe svolto l'Italia nella seconda guerra mondiale), mancheremmo al dovere di fornire una presentazione pienamente critica, cioè storicamente e teoricamente avvertita, di questo scritto, se non rilevassimo, oltre al salto di qualità che esso ha costituito nella teoria e nella pratica del P.C.d'I., insufficienze e limiti, dovuti a carenze di analisi economica e di applicazione di alcune categorie centrali della concezione leniniana, che possono essere riassunte in tre punti [5].

In primo luogo, colpisce l'assenza di ogni e qualsiasi accenno al capitale finanziario monopolistico e allo stretto rapporto, stabilitosi anche nel nostro Paese, fra di esso e la nascita della grande industria moderna: la stessa formulazione di "blocco industriale-agrario", che ricorre nelle "Tesi", ha un carattere equivoco, poiché nella terminologia del movimento operaio per "agrari" non s'intendono i grandi proprietari terrieri, ma i grandi capitalisti agrari, proprietari o grandi affittuari di terre che siano, sicché, seguendo il filo dell'analisi svolta nelle "Tesi", sarebbe stato più giusto parlare di "blocco industriale-terriero".

È questo infatti il blocco, fondato sul compromesso tra gruppi della grande industria del Nord e grande proprietà terriera assenteista del Sud, che si forma con l'approvazione della tariffa doganale del 1887, mentre ad esso restano generalmente estranei, se non ostili, quei ceti di grandi agrari che avevano costituito la base della politica liberistica della Destra storica. In secondo luogo, occorre rilevare l'assenza nelle "Tesi" di qualsiasi riferimento al capitale finanziario monopolistico e al ruolo decisivo che questa frazione del capitale ha svolto, rispetto alla configurazione del blocco dominante, sia nel passaggio tra i due secoli, Ottocento e Novecento, sia dopo l'avvento al potere del fascismo. In altri termini, l'intreccio tra il capitalismo monopolistico e l'imperialismo rappresenta, nella definizione delle classi che compongono il blocco dominante, una lacuna delle "Tesi" che non può non suscitare meraviglia se si tiene conto del fatto che nelle "Tesi" l'imperialismo viene perlomeno evocato a proposito del fascismo: «Coronamento di tutta la propaganda ideologica, dell'azione politica ed economica del fascismo è la tendenza di esso all''imperialismo'.

Questa tendenza è l'espressione del bisogno sentito dalle classi dirigenti industriali-agrarie di trovare fuori del campo nazionale gli elementi per la risoluzione della crisi della società italiana. Sono in essa i germi di una guerra che verrà combattuta, in apparenza, per l'espansione italiana, ma nella quale in realtà l'Italia fascista sarà uno strumento nelle mani di uno dei gruppi imperialisti che si contendono il dominio del mondo» [6]. Si parla quindi, riguardo al periodo fascista, di una "tendenza all''imperialismo'"; all'imperialismo si accenna solo tra virgolette., come se fosse una tendenza che non ha radici economiche effettive nella realtà italiana, e l'Italia è definita (non un paese imperialista ma) uno "strumento" nelle mani di uno dei gruppi imperialisti in lizza per il dominio del mondo.

Così, se da un lato la previsione circa la "funzione subordinata" dell'Italia nella seconda guerra mondiale si rivelerà esatta, dall'altro emerge nelle posizioni che Gramsci e Togliatti sostengono una definizione erronea del livello di sviluppo dell'imperialismo italiano: limite che sarà riscontrabile, per quanto concerne Gramsci, anche nei Quaderni del carcere, laddove questi afferma il carattere solo «passionale, oratorio, senza alcuna base economico-finanziaria» dell'imperialismo di Crispi [7], formulando in tal modo un giudizio la cui portata si estenderà non solo alla politica africana di Crispi, ma anche alla prima e alla seconda guerra mondiale.

Dal canto suo, Ernesto Ragionieri ribadirà il rilievo critico sul carattere erroneo del giudizio, formulato da Gramsci e ripreso da quest'ultimo e da Togliatti nelle "Tesi di Lione", circa il rapporto tra la politica estera del fascismo e la spinta imperialistica che ne era il fattore propulsivo, osservando che «era questo il punto sul quale l'analisi del fascismo compiuta in comune da Gramsci e da Togliatti aveva toccato il suo culmine, affacciandosi sulla problematica relativa piuttosto che illuminandola pienamente. […] la loro formazione liberistica e la utilizzazione che essi avevano fatto della critica di origine radicale alle imprese coloniali italiane li aveva indotti a sottolineare a più riprese la sproporzione e la contraddizione tra le basi strutturali del capitalismo italiano e le sue ambizioni imperialistiche […].

E Gramsci, come è stato osservato [per l'appunto, da Sereni – Nota dello scrivente], nelle sue riflessioni dal carcere sulla storia d'Italia resterà legato a questa interpretazione del nazionalismo e dell'imperialismo italiano… Per Togliatti la partecipazione al dibattito sul fascismo nell'Internazionale Comunista costituisce, per questo aspetto, un momento di sviluppo» [8]. Lo stesso Sereni rileva come il giudizio erroneo sul grado di sviluppo dell'imperialismo italiano e sulla sua esatta periodizzazione fosse nato in Gramsci e in Togliatti, oltre che dalla loro formazione liberistica e dall'influenza della critica di origine radicale al colonialismo italiano [9], dall'identificazione tra il capitalismo monopolistico e una fase particolare del suo configurarsi rappresentata dall'economia di guerra, quale si era avuta nel primo conflitto mondiale e negli anni immediatamente successivi, cioè, in definitiva, da una insufficiente assimilazione della teoria leniniana del capitale finanziario monopolistico e dell'imperialismo (teoria che, peraltro, conobbe nella stessa elaborazione di Lenin gradi e fasi diverse di sviluppo in rapporto alle approssimazioni successive che lo studio della nuova e complessa realtà economica e politica della formazione imperialistica mondiale richiese per una esatta determinazione delle sue leggi e dei suoi caratteri fondamentali dal punto di vista del marxismo).

I limiti sui quali ci siamo soffermati, pur ponendo l'esigenza di un'analisi storicamente e filologicamente avvertita delle "Tesi", non ne inficiano il significato politico e il valore attuale, che prendono risalto, per fornire un esempio particolarmente istruttivo, dalla tesi n. 4, che fissa in modo lapidario il carattere della rivoluzione italiana e il conseguente obiettivo strategico del Partito: «Il capitalismo è l'elemento predominante della società italiana e la forza che prevale nel determinare lo sviluppo di essa. Da questo dato fondamentale deriva la conseguenza che non esiste in Italia possibilità di rivoluzione che non sia la rivoluzione socialista».

È qui importante rilevare che il carattere della rivoluzione è determinato marxisticamente, a differenza di quanto faranno il revisionismo e l'opportunismo con la "via italiana al socialismo", in base alla struttura economico-sociale dell'Italia, in base ai rapporti di produzione in essa dominanti. Per i marxisti, infatti, il livello di coscienza politica delle masse in un determinato momento storico non modifica la natura di una rivoluzione, i suoi obiettivi e le sue forze motrici; pone soltanto dei problemi tattici, per abbreviare il più possibile la fase di avvicinamento allo scontro di classe risolutivo. Di grande attualità sono, infine, le indicazioni che le "Tesi di Lione" forniscono sulla "bolscevizzazione" del Partito, sulla teoria e sulla pratica del Partito comunista come partito della classe operaia (Tesi politiche, nn. 24-30) e come partito rivoluzionario di massa (Tesi politiche, n. 34 e n. 37; Tesi agrarie, n. 18; Tesi sindacali, n. 6).

Anche allora i marxisti-leninisti dovettero condurre una lotta senza quartiere contro la tendenza socialdemocratica, presente nel movimento operaio italiano, che avrebbe voluto fare del partito un partito "di tutti i lavoratori", un 'Labour Party' di tipo inglese (cfr. Tesi sindacali, n. 3), secondo una formula riproposta da più parti in questi ultimi tempi (oggi si parla addirittura di un partito "di tutti i cittadini"!). A Lione – e questo è un merito storico incancellabile – i comunisti riaffermarono invece il ruolo fondamentale che il marxismo-leninismo attribuisce al proletariato, alla classe operaia sfruttata dal capitale, della quale il Partito è il reparto di avanguardia, anche se esso difende, insieme agli interessi della classe operaia, gli interessi di tutti gli sfruttati e gli oppressi.

Gramsci, a questo proposito, aveva chiarito in modo esemplare la questione: «Esiste una volontà delle masse lavoratrici nel loro complesso e può il Partito comunista porsi sul terreno di 'ubbidire alla volontà delle masse in generale'? No. Esistono nel complesso delle masse lavoratrici parecchie e distinte volontà: esiste una volontà comunista, una volontà riformista, una volontà democratica liberale. Esiste una volontà fascista, in un certo senso ed entro certi limiti.

Fino a quando sussiste il regime borghese, col monopolio della stampa in mano al capitalismo e quindi con la possibilità per il governo e per i partiti borghesi di impostare le questioni politiche a seconda dei loro interessi, presentati come interessi generali, fino a quando sarà soppressa e limitata la libertà di associazione e di riunione della classe operaia o potranno essere diffuse impunemente le menzogne più impudenti contro il comunismo, è inevitabile che le classi lavoratrici rimangano disgregate, cioè che abbiano parecchie volontà. Il Partito comunista "rappresenta" gli interessi dell'intera massa lavoratrice, ma "attua" la volontà solo di una determinata parte delle masse, della parte più avanzata, di quella parte (proletariato) che vuole rovesciare il regime esistente con mezzi rivoluzionari per fondare il comunismo» [10].


Note:
[1] Cfr., in Rete, < https://www.marxists.org/italiano/gramsci/26/01-lione.htm >, che però riproduce soltanto la parte del documento redatta da Gramsci. Pregevole per la completezza documentale e il rigore del commento, ma difficile da reperire, è il volume Il congresso di Lione del Partito Comunista d'Italia (20-25 gennaio 1926) – Tutte le tesi nel testo integrale con due documenti della Terza Internazionale, a cura di Aldo Serafini, Domenico Savio Editore, Ischia 1991.
[2] È questo l'inquadramento, di tipo narratologico e di stampo derogatorio, che forniscono gli studiosi legati all'ambiente revisionista, che parteciparono al convegno di Cortona del 1987, i cui interventi sono stati raccolti nel volume Le tesi di Lione. Riflessioni su Gramsci e la storia d'Italia, Franco Angeli, Milano 1990.
[3] Gli autori dei saggi in questione sono L. Cafagna, R. Martinelli, C. Natoli, S. Scamozzi e C. Vivanti.
[4] Sulla problematica della transizione, sul nesso tra insurrezione proletaria e conquista del potere politico di Stato, nonché sul modo in cui tale nesso si pone nella elaborazione dell'"ultimo Engels" e dello stesso Gramsci mi sia consentito di rinviare al contributo dello scrivente, pubblicato nel volume che raccoglie gli "Atti del convegno nazionale di studi" svoltosi a Gallarate il 13 maggio 1995 su Friedrich Engels (1820-1895) – Un esempio da seguire, un pensiero da usare, a cura di Claude Pottier, Gallarate 1997, pp. 39-55.
[5] La disamina critica, che occorre qui riprendere, è quella, veramente magistrale per la sua pertinenza e la sua acutezza, condotta da Emilio Sereni nel volume Capitalismo e mercato nazionale in Italia, Editori Riuniti, Roma 1966, pp. 101-277.
[6] Cfr. l'ultimo capoverso della tesi n. 16.
[7] Cfr. Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, quad. 19 (X), p. 2018.
[8] Cfr. in Palmiro Togliatti, Opere, II, 1926-1929, Editori Riuniti, Roma 1972, la «Introduzione» di Ernesto Ragionieri, p. CXXXIII.
[9] Della durevole influenza esercitata sulla cultura economica e politica dei comunisti italiani da un vero e proprio paradigma liberistico di origine salveminiana ed einaudiana hanno parlato, offrendone un'articolata illustrazione storica e una rigorosa dimostrazione teorica, Leonardo Paggi e Massimo D'Angelillo nel fondamentale saggio I comunisti italiani e il riformismo: un confronto con le socialdemocrazie europee, Einaudi, Torino 1986. È superfluo aggiungere che tale paradigma, a partire da Eduard Bernstein in poi (1899), è un elemento costitutivo delle ideologie revisioniste.
[10] «L'Unità», 24 giugno 1925.

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