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rifonda

1968: la Cecoslovacchia e il Pci

di Guido Liguori*

praga2Sono 50 anni dall’invasione della Cecoslovacchia da parte dei paesi del Patto di Varsavia guidati dall’Unione Sovietica. Era il 1968, il mondo era in fermento, si combatteva duramente in Vietnam, e negli Stati Uniti era nato un forte movimento, molto variegato, contro la guerra e contro la discriminazione razziale. In Europa gli studenti scendevano in piazza, si protestava da Parigi a Roma a Berlino.

Anche oltre la “cortina di ferro” vi era aria di novità. Soprattutto a Praga, in Cecoslovacchia. Fu considerato un ’68 in tono minore, anche dal “movimento del ’68”, ma fu un grave errore. Ciò che stava succedendo in quel paese avrebbe cambiato profondamente la percezione del “socialismo reale” (come si sarebbe in seguito autodefinito) e anche del comunismo, del movimento comunista, delle speranze di comunismo: si era a un bivio. La domanda fondamentale era la seguente: il “socialismo fino allora realizzato” (come più giustamente lo chiamerà poi Enrico Berlinguer) può autoriformarsi? Può recuperare elementi di democrazia (sia pure di tipo nuovo), di autogestione, di dibattito politico e culturale non ingessato? A dodici anni dalla invasione dell’Ungheria si stava provando a realizzare un tentativo in questo senso. Ma le differenze con l’Ungheria erano chiare: a Budapest si era stati di fronte a un processo ambiguo, pieno di genuine spinte popolari e di torbidi tentativi reazionari di utilizzarle (il che non vuol dire giustificare l’invasione del 1956, ma sottolineare che a quel punto non si doveva arrivare). In Cecoslovacchia invece il rinnovamento era saldamente nelle mani dei comunisti, era portato avanti da un partito comunista e dal suo giovane segretario, Alexander Dubček, da poco eletto, che riscuoteva grande consenso e partecipazione popolare.

In Cecoslovacchia si parlava allora sia di riforma economica che di riforma politica, e ciò non fu senza conseguenze negative per i giudizi che molti comunisti diedero sul “nuovo corso” di Dubček. Sul primo fronte, il dirigente comunista ed economista di punta cecoslovacco Ota Šik proponeva un “sistema misto”: la pianificazione era valida per gli orientamenti di fondo dell’economia, ma accanto a essa andavano immessi elementi di mercato e di autonomia dei dirigenti aziendali, per uscire dalla crisi in cui la pianificazione rischiava di impantanarsi. La possibilità di un mercato socialista era allora largamente discussa nei paesi dell’Est. Il Partito comunista cecoslovacco, alla fine del 1967, introdusse quindi delle innovazioni che andavano in questa direzione. Furono anche promossi i “consigli dei produttori”, formati dai lavoratori delle aziende.

Parallelamente si introdussero delle riforme politico-elettorali, atte a aumentare la possibilità di scelta dal basso dei candidati. Furono poi separate le cariche di segretario del partito e di capo dello Stato, fin lì entrambe ricoperte da Novotný. Dubček, fin lì segretario del partito in Slovacchia, fu eletto segretario generale, in un clima crescente di mobilitazione ed entusiasmo. La direzione di Dubček era antiautoritaria, democratica, aperta alla società. Fu abolita la censura sulla stampa, si moltiplicò la partecipazione politica. Presto Novotný dovette lasciare anche la carica di presidente. In un’intervista all’Unità, Dubček affermò che la scelta del suo partito era per un uso socialista del mercato e per l’attuazione di una “democrazia socialista”. Un documento ufficiale del partito comunista cecoslovacco si concludeva con parole che non lasciavano dubbi: «Per noi la democrazia è inseparabile dal socialismo così come il socialismo lo è dalla democrazia»,

I comunisti cecoslovacchi non mettevano in discussione l’appartenenza del paese al Patto di Varsavia, che legava tutti i paesi socialisti. Il Partito comunista dell’Unione Sovietica era però allarmato dalla crescente autonomia della Cecoslovacchia, e anche dalla crescita di sentimenti antisovietici. Il confronto tra comunisti cecoslovacchi e sovietici ebbe momenti di grande tensione, che sembrarono a un certo punto superati. I paesi del Patto di Varsavia eseguirono esercitazioni e convocarono vertici che suonavano minacciosi per la Cecoslovacchia. La Romania si dissociò visibilmente dagli altri paesi socialisti, esprimendo solidarietà ai cecoslovacchi. Le tensioni sembrarono tuttavia superate, assopite.

Il “nuovo corso” di Dubček, la “primavera di Praga”, e poi l’invasione della Cecoslovacchia da parte dei Paesi del Patto di Varsavia, costituirono una tappa fondamentale nella progressiva presa di distanze del Partito comunista italiano rispetto all’Unione Sovietica del Pcus e di Brežnev.  

Il Pci aveva alle spalle il Memoriale di Jalta, il “testamento politico” di Palmiro Togliatti (morto nel 1964), che aveva rilanciato la teoria dell’“unità nella diversità” e delle “vie nazionali al socialismo”, secondo cui ogni partito e ogni paese comunista avevano diritto alla propria strada nella costruzione di una società socialista, senza dover necessariamente replicare l’esperienza dell’Unione Sovietica. Anche per questo i comunisti italiani seguivano con estrema simpatia il rinnovamento democratico portato avanti dal Partito comunista cecoslovacco fin dalla seconda metà del 1967, interessati sia ai progetti di apertura sul piano politico che a quelli di liberalizzazione sul piano economico. Il segretario italiano Luigi Longo sulla stampa di partito dichiarò esplicitamente il suo appoggio al “nuovo corso”. E il 6 maggio andò a Praga per incontrarvi i dirigenti comunisti cecoslovacchi, esprimendo loro appoggio e solidarietà. La battaglia del Pcc (il partito comunista cecoslovacco) era da lui sentita come una battaglia propria anche dei comunisti italiani: costruire il socialismo nella democrazia.

Quando a giugno uscì a Praga il Manifesto delle 2000 parole, un documento di intellettuali che irritò molto l’Unione Sovietica, il Pci espresse forte preoccupazione e, temendo una invasione simile a quella di Budapest del 1956, mise in modo i suoi canali diplomatici per chiedere ai sovietici di non ripetere l’errore, sottolineando le differenze con la situazione dell’Ungheria di 12 anni prima, cioè il fatto che alla guida del “nuovo corso” vi fosse un partito comunista che godeva del sostegno popolare e che non voleva uscire dal “campo” socialista. Per il Pci, Dubček aveva ripreso la strada della costruzione del socialismo abbandonata in precedenza da Novotný, reo di aver usato solo metodi «autoritari e burocratici»

Nonostante le rassicurazioni ricevute, nella notte tra il 20 e il 21 agosto i carrarmati del Patto di Varsavia (con l’eccezione della Romania) invasero la Cecoslovacchia. Molti dirigenti del Pci erano in vacanza, alcuni all’estero (Longo in Urss). Berlinguer, a Costanta con la famiglia, rientrò subito in Italia con un aereo messogli a disposizione da Ceaușescu. Il giorno stesso si riunì l’Ufficio politico del Pci, che (sentito telefonicamente Longo) emise un comunicato in cui esprimeva il proprio «grave dissenso» per l’intervento militare, giudicato «ingiustificato», e ribadiva la propria piena solidarietà a Dubček. Era la prima volta che veniva reso pubblico un forte dissenso dei comunisti italiani dalla politica di Mosca.

Al vertice del Pci si aprì il dibattito, con posizioni caute e prudenti, influenzate dalla consapevolezza che la base del partito era ancora orientata in buona misura in senso filosovietico. Berlinguer fu tra coloro che ebbero una posizione più netta e radicale, anche rispetto allo stesso Longo, contro l’invasione. Egli espresse la convinzione che si fosse entrati «in una fase nuova, anche nella nostra collocazione del movimento comunista», non escludendo «la eventualità di una lotta politica con i compagni sovietici», per la quale bisognava preparare il partito «almeno con una azione di ricerca e di studio critico sempre più approfondito sui paesi socialisti». Propose inoltre una «riunione dei partiti comunisti dell’Europa occidentale», evidentemente per fare blocco comune contro i partiti filosovietici. E il 3 ottobre, in una riunione al massimo livello, affermò che occorreva prepararsi allo scontro, «ideologicamente, politicamente, organizzativamente e propagandisticamente», aggiungendo poche settimane dopo: «Il nostro rapporto col Pcus non potrà essere più quello di prima. Dobbiamo avere presente la necessità di preparazione anche psicologica dei compagni», ovvero la necessità di preparare la base del partito alla possibilità di una rottura con Mosca.

Dopo l’invasione di Praga le dinamiche politiche interne al Pci subirono una brusca accelerazione. Longo – anche provato dallo scontro con i sovietici (a cui era stato legato fin da giovane, dalla fine degli anni ’20) – fu colpito da un ictus, restando menomato fisicamente, anche se non inabile e perfettamente lucido mentalmente. La “vecchia guardia” del Pci cercò un compromesso con il Pcus: il partito, sostenevano,  non era pronto per una rottura con l’Urss. Della qual cosa era consapevole anche Berlinguer, che infatti aveva ipotizzato una campagna di massa dentro il Pci per preparare gli iscritti (parecchie centinaia di migliaia) e gli elettori (nelle elezioni del maggio 1968 i comunisti italiani avevano avuto un notevole successo elettorale, raggiungendo un quarto dei voti totali) a un allontanamento dall’Unione Sovietica. L’operazione doveva essere fatta solo con gradualità, per evitare che i sovietici favorissero la nascita nel Pci di una frazione scissionista a loro favorevole.

In realtà la scissione da parte di una piccola minoranza si ebbe sul versante di sinistra del partito: l’ala più radicale della sinistra seguace di Pietro Ingrao (sconfitta nel Congresso del Pci del 1966, ma ancora forte e in sintonia con nuovo “movimento del ’68”, studentesco e largamente antisovietico) fece una propria rivista, il manifesto, e a un anno dall’invasione pubblicò un editoriale intitolato Praga è sola, in cui lamentava l’atteggiamento troppo morbido del Pci verso i sovietici. Questi ultimi chiesero a Longo di espellere il gruppo del manifesto, minacciando in caso contrario l’apertura di una rivista e di una corrente apertamente filosovietiche.

Berlinguer cercò in tutti i modi di evitare la radiazione, chiedendo ai “ribelli” di fare un passo indietro. Così non fu ed egli, benché ufficialmente vicesegretario dal febbraio del 1969 (diventerà segretario solo nel 1972), non riuscì a evitare un epilogo diverso: gli “estremisti” furono radiati e questo fatto indebolì anche il giovane vicesegretario, più moderato ma certo più vicino alle loro posizioni che alla corrente riformista di Amendola e Napolitano o alla corrente filosovietica, guidata da Secchia e più tardi da Cossutta. 

Da quel momento, tuttavia, Berlinguer conquistò sempre maggiore popolarità e prestigio. Ciò gli permise presto di lanciare la proposta dell’eurocomunismo (cioè una completa assunzione della democrazia nella costruzione del socialismo), una politica apertamente alternativa a quella sovietica, trovando nel suo partito l’ opposizione di una sparuta minoranza. E nel 1977 a Mosca, davanti ai rappresentanti di quasi tutti i partiti comunisti del mondo, ebbe a dichiarare, nel silenzio e nello stupore generale, che «la democrazia è la via al socialismo». La via, non una possibile via accanto ad altre: la sola via che i comunisti italiani approvavano e riconoscevano.

A Praga nel 1968 era iniziato un nuovo periodo nella storia del più grande partito comunista di Occidente: l’appoggio a Dubček aveva significato una scelta senza ritorno, che Berlinguer seppe portare avanti con coraggio, fino a dichiarare – dopo l’invasione dell’Afghanistan del 1979 e il colpo di Stato di Jaruzelski (indotto dai sovietici) in Polonia del dicembre 1981 – ormai finita la situazione di attesa verso una «autoriforma» dei Paesi di «socialismo reale» (o «finora realizzato», come amava dire).

Si apriva, secondo il leader comunista italiano, l’inizio di una «terza fase» del movimento operaio, socialista e comunista: dopo la Seconda Internazionale socialdemocratica e la Terza Internazionale comunista, che avevano ormai esaurito la loro «spinta propulsiva», bisognava trovare vie nuove per la costruzione di una società più giusta ed eguale, una società postcapitalistica, quale Berlinguer non smise mai esplicitamente di auspicare, conquistando su questa base, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, crescente consenso e popolarità.


* storico, autore del libro Berlinguer rivoluzionario
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Comments   

#20 Mario Galati 2018-08-31 16:14
Scusate se mi intrometto nella interessantissima discussione sviluppata da Paolo Selmi ed Eros Barone. In questo periodo non ho tempo di seguire, ma, senza intenzione di far regredire gli argomenti e il livello del dibattito, vorrei dire poche cose elementari e sintetiche in risposta a Lori massimo.
La prima cosa che mi è venuta in mente, come a Eros Barone, è che il termine "fallimento" deve essere sostituito dal termine "sconfitta". Il termine "fallimento" evidenzia una concezione schematica e astorica e, comunque, non dialettica.
Il novecento, il movimento comunista, il socialismo reale, sono stati una parentesi della storia o un processo che è stato da essa generato e ne ha influenzato e modificato il corso? E questo processo ha lasciato un'eredità, un retaggio, è stato assorbito nella nuova realtà modificata della restaurazione?
Selmi e Barone hanno già risposto a queste domande. Io provo a indicare schematicamente alcuni "risultati":
- la sconfitta dei capitalisti per circa 80 anni. La Comune di Parigi durò circa 2 mesi. Di quell'esperienza, e delle indicazioni di Marx ("dovevano marciare su Versaille") Lenin e Stalin fecero tesoro. La prossima volta faremo meglio.
- i rapporti socialisti e la formazione umana in tal senso, pur nelle difficoltà e nelle contraddizioni, come fatto notare da Selmi. Da parte mia posso aggiungere un ricordo. Ai tempi della perestrojka, un'opuscoletto de L'Unità pubblicava una serie di interventi su di essa. Un intervento era di una deputata operaia, mungitrice di mucche, che parlava con competenza e cultura di politica, storia, economia. I nostri parlamenti sono pieni di cialtroni ignoranti appartenenti alla borghesia, alla piccola borghesia, ai ceti medi "intellettuali" e delle libere professioni.
I nostri media hanno esaltato la nostra astronauta Cristoforetti come esempio di emancipazione femminile. L'unione sovietica mandò la prima donna nello spazio già nel 1962. Ed era una lavoratrice.
Ciò anche a proposito di promozione sociale proletaria, cui accennava Eros Barone per il periodo di Stalin, e a proposito di superamento della divisione del lavoro e di classe e conseguente formazione onnilaterale dell'uomo. Con tutte le difficoltà e contraddizioni, ripeto, come faceva notare Lukàcs a proposito della società ungherese in una sua intervista del 1968.
- i passi da gigante che hanno portato la Russia, paese arretrato, tra i più avanzati sul piano economico, scientifico e sociale. Non so perchè, ma come esempio mi rimane impressa una delle tante conquiste, un dettaglio: l'uso della tecnologia laser nell'intervento di miopia. Conquiste avvenute senza l'incentivo materiale del guadagno e della competizione-concorrenza, come nota Selmi (su questo punto, Losurdo invita ad una riflessione);
- la sconfitta del nazifascismo. Stalingrado come spartiacque della storia (e della cultura, come fece notare Barone, citando Cassirer, in un suo intervento su questo sito);
- la decolonizzazione, di cui sempre Stalingrado è la tappa decisiva (su ciò si veda Domenico Losurdo);
- la lotta, con le vittorie e i passi avanti, alle tre grandi discriminazioni: razziali, di genere e di classe (da leggere tutte all'interno della lotta di classe e del socialismo, a mio avviso).
Un nero che andava nellUnione Sovietica per partecipare ai lavori dell'internazionale comunista si sentiva un uomo, non un "negro". Le leggi segregazioniste americane non furono dichiarate incostituzionali, negli anni '50, per una evoluzione naturale della "democrazia" liberale, come suggerito da filmacci propagandistici e apologetici holliwoodiani, ma per la pressione esercitata dal movimento comunista internazionale e dall'URSS (ci sono dichiarazioni pubbliche di alti esponenti USA in tal senso: "la discriminazione razziale spinge i "negri" verso il bolscevismo. Dobbiamo togliere questa occasione di propaganda ai comunisti").
- il cosiddetto stato sociale del periodo keynesiano è stato possibile anche per la pressione e la sponda proveniente dai paesi socialisti (anche su ciò abbiamo la "confessione" di esponenti capitalistici, come Innocenzo Cipolletta, ex presidente di Confindustria, per es.);
Solo un cieco non si rende conto che, dopo la sconfitta del socialismo reale, il colonialismo, la discriminazione razziale, lo sfruttamento dei lavoratori cercano di riprendersi lo spazio perduto.
Ma il mondo non è quello di prima, e, come per la restaurazione post napoleonica, non tornerà quello di prima. C'è un retaggio e un'eredità culturale operante (certe acquisizioni non si osa metterle in discussione apertamente, ma si usa la tattica di aggirarle. V. per es. il razzismo, che prima del movimento di emancipazione comunista era un "normale" e positivo pensiero scientifico. La stessa discriminazione di classe si cerca di camuffarla sempre di più, poichè è acquisita come valore negativo). C'è la Cina, comunque la si veda, e ci sono altre realtà.
Mi scuso di nuovo per la mancanza di tempo e mi permetto di riportare di seguito un mio commento nel quale parlavo di alcuni episodi personali sul tema socialismo reale e suo presunto fallimento.
"Anni fa, in un incontro casuale in treno, ho conversato con una immigrata romena, la quale mi diceva che, si, ciò che circolava su Ceausescu e la moglie Elena circa titoli accademici usurpati e altro, era vero; però in Romania aveva un lavoro sicuro, con tutti i diritti connessi. Ma, ciò che più sottolineava, mi pareva di capire, era che aveva un ruolo sociale, una dignità ed un rispetto della persona. In Italia ora era costretta a fare la serva ed era trattata da serva. “C’è tanta cattiveria in Italia”, le sue parole rimastemi impresse.
Una badante bulgara mi diceva più o meno le stesse cose e rimpiangeva il suo lavoro regolare, le ferie, la villeggiatura e la vita tranquilla.
Anni fa, in Calabria, ero andato ad aiutare un amico nella raccolta delle olive. C’erano anche dei suoi dipendenti romeni, giovani. Mentre mangiavamo feci un accenno a Ceausescu ed alla situazione romena, attendendomi una reazione negativa, soprattutto da parte di un giovane (un giovane operaio, però, che sentiva la durezza della sua condizione di manovalanza immigrata in Italia). Con mia sorpresa difese con decisione la Romania sotto Ceausescu: “Era meglio prima di adesso” . E infatti, dalla nuova Romania era dovuto andarsene per assumere un ruolo semiservile in Italia. Capisco che ai civili occidentali ed ai tanti libertari poteva anche dare fastidio che in Romania un minatore, che sgobba e si prende la silicosi, venisse remunerato meglio dei civili professori, magari progressisti e marxisti raffinati, libertari e, quindi, antistalinisti. Ma questo non era il caso del giovane operaio.
Un compagno più anziano di me mi raccontò una volta di aver fatto un viaggio turistico nell’Ungheria socialista. Aveva avuto un problema ai denti ed era stato sottoposto a cura completa e gratuita di tutta la dentatura dallo stato ungherese. Ancora ne riportava l’ottima impressione e la gratitudine.
La coppia ungherese di cui parla Clau era ostile al sistema. Bene. Noto, però, che possedeva una casa non proprio popolare. Probabilmente il lascito di una famiglia della borghesia ungherese. Capisco la loro ostilità. E’ la stessa degli eredi dei nazisti ucraini verso il socialismo, covata e riemersa dopo decenni, al mutare della situazione.
In Afghanistan, sconfitto il regime di Najibullah, espressione dell’”imperialismo” sovietico, la situazione è quella che è. “Imperialismo” sovietico è tra virgolette, perché lascio al giudizio di persone che si ritengono marxiste stabilire se rientra nella categoria leniniana di imperialismo, o meno.
Constato, inoltre, che accostare, accomunare, identificare fascismo e socialismo reale (sinonimo di stalinismo, quasi sempre) è né più né meno che ripetizione della propaganda liberale, borghese, sui totalitarismi. Questa categoria banalizzata e teoricamente miserevole, nella versione alla Hannah Arendt, l’ho trovata l’altro giorno in un sito trotzschista applicata all’Unione Sovietica, immancabilmente. Al che, mi è venuto in mente che quando il “bieco” stalinismo accusava il trotzschismo di essere un agente dell’imperialismo capitalista, forse non aveva tutti i torti, aldilà della buona fede e anche del valore di tanti compagni trotzschisti. In effetti, il trotzschismo ha contribuito a diffondere tutta la spazzatura propagandistica di Goebbels sull’Unione Sovietica, tuttora in voga nel democratico occidente.
Ora, sia Lukàcs che Meszàros sono ungheresi e sono vissuti in Ungheria. Dicono cose diverse dell’Ungheria passata (io sono d’accordo col recensore e con Lukàcs, per quello che può valere), ma non mi sembra che arrivino a farne una caricatura. Anche Meszàros penso non condivida la deriva che ne ha fatto un paradiso della prostituzione. Ma se pensiamo che l’Ungheria socialista fosse in realtà un inferno fascista, anche la realtà attuale sarà valutata come un progresso.
Certamente, questo non è il caso dei tanti compagni che combattono sia il capitalismo, ideale e reale, sia il socialismo reale (spesso con uno zelo maggiore, il secondo). Da vere anime belle non accettano nulla di meno dell’ideale. A costo di mettere da parte la storia e il concreto conflitto di classe".
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#19 Paolo Selmi 2018-08-31 10:01
Caro Eros,
grazie mille per le segnalazioni. Un'ultima considerazione.
Pianificare un Paese da ricostruire è diverso dal pianificare un Paese sviluppato. Un certo tipo di pianificazione, quale quello praticato nel secondo dopoguerra in URSS, produceva distorsioni vent'anni più tardi: le proporzioni fra i vari settori dell'economia e, al loro interno, fra le varie aree produttive e di servizi, cambiavano con l'evolversi dei bisogni fondamentali della popolazione. Si badi, non per discorsi di tipo "consumistico", quali potevano accadere nel nostro emisfero, ma per il semplice fatto che cambia la composizione demografica, che l'istruzione era ad appannaggio di tutta la popolazione e generava bisogni nel campo dello sport, della cultura e del tempo libero, che nasceva un problema di mobilità (pensiamo alla catena delle zhiguli trapiantate integralmente da Torino a Tol'jatti), quindi l'edilizia economica popolare, nuove scuole, nuovi ospedali, ecc.
Ho trovato e letto l'articolo di Odifreddi, (http://www.lastampa.it/2008/06/16/italia/la-democrazia-meglio-i-soviet-p5IQnmXkj710ckhaHOR4XJ/pagina.html), e penso che occorra dare un fondamento alla sua provocazione. Anche per questo, mi sono imbarcato nell'impresa di tradurre quel manuale su pianificabilità, pianificazione, piano... ci metterò un bel po', perché son 240 pagine belle toste, ma non possiamo permetterci più il lusso di demandare l'argomento. Come scrivi tu in un commento a un lavoro recente.. "ne vale la pena"!
grazie di tutto e
ciao!
paolo
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#18 Eros Barone 2018-08-30 16:14
Premesso che ho richiamato il saggio della di Leo solo perché è uno dei pochi testi di riflessione, oggi disponibili nel nostro paese, sull'esperienza storica dei paesi socialisti (e questo è un dato di per sé significativo circa l'arretratezza dell'odierna cultura storica, economica e politica italiana), riprendo dai fluviali interventi di Paolo Selmi un punto - quello relativo al rapporto tra socialismo e mercato - che merita qualche considerazione. Orbene, va precisato, in primo luogo, che la transizione socialista non può ancora dissolvere le classi, giacché la dittatura del proletariato può prevalere su quella della borghesia solo in quanto esistono ancora, ma a parti invertite, borghesia e proletariato. E finché esistono le classi, i prodotti debbono essere necessariamente scambiati in forma di merce, cioè in base al prezzo e pertanto con il denaro. Donde consegue che, esistendo le merci, 'ex definitione' esiste anche il mercato. Si tratta però di capire la differente natura della merce e del mercato in un contesto caratterizzato dalla pianificazione e da un processo che è, insieme, ricorsivo e progressivo. In tale contesto la maggior parte degli scambi non può certo riguardare il capitale e la sua accumulazione, poiché essi devono garantire il conseguimento degli obiettivi del piano sia sul piano della riproduzione circolare delle industrie sia sul piano del consumo finale (di lavoratori, capitalisti e altre classi residue). La differenza è che il valore non contiene plusvalore, talché il profitto che ancora affluisce alla classe dei capitalisti è, comunque, anche qualitativamente differente da quello che in precedenza era ottenuto nel modo di produzione capitalistico. Dunque, l'elemento che predomina nel mercato socialista è una sorta di “merce semplice”, la cui finalità è rappresentata dallo scambio e non dall’accumulazione di plusvalore. Come è noto, si è discusso molto e a lungo sulla presenza o no del mercato nel socialismo. Si è ritenuto, incongruamente, che la sola parola “mercato”, usata in un simile contesto, significasse riformismo socialdemocratico, anziché carattere di uno specifico modo di produzione di transizione (quello socialista). Da un altro lato, si è scambiato il socialismo, periodo e modo di transizione, con il comunismo senza classi, laddove dovrebbe essere evidente che soltanto in quest’ultimo tipo di società (ammesso che la si possa prefigurare) non vi sarebbe spazio per il valore, lo scambio, la merce, il mercato ecc. Vi è allora da chiedersi perché si siano curvati gli schemi di riproduzione – da Marx concepiti per spiegare il funzionamento del modo di produzione capitalistico –, trasformandoli nei prerequisiti dell’avvio della pianificazione. Non vi è dubbio, peraltro, che oggi la rivoluzione informatica, telematica e microelettronica permetterebbe di elevare a livelli esponenziali l'efficienza e l'efficacia della pianificazione, vera forza motrice della costruzione del socialismo che inizia con la presa del potere da parte della classe operaia e con la creazione di un nuovo modo di produzione fondato sull'abolizione dei rapporti di produzione capitalistici e del conflitto capitale/lavoro salariato. [In un'intervista rilasciata il 6 giugno 2008 al quotidiano "la Stampa" il matematico Piergiorgio Odifreddi dette una risposta analoga ad una domanda sul sistema politico migliore, spiegando che, mentre la democrazia (borghese) è un sistema vecchio di tre secoli la cui impossibilità è stata dimostrata col famoso teorema di Kenneth Arrow, il sistema più moderno è, grazie alle attuali tecnologie elettroniche, il sistema dei 'soviet'.] In conclusione, come ha spiegato Stalin nel fondamentale saggio del 1952, "Problemi economici del socialismo nell'URSS", è una verità assiomatica quella secondo cui 47la socializzazione dei mezzi di produzione e la pianificazione centrale sono leggi scientifiche della costruzione socialista, condizioni necessarie per il soddisfacimento dei bisogni del popolo. "Salut et fraternité".
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#17 Paolo Selmi 2018-08-30 09:31
Caro Eros,

grazie anzitutto per la precisazione. E' proprio quando entriamo nell'argomento "progressiva sostituzione della politica-progetto con l’economia, ossia con il mercato capitalistico" che non mi trovo.
1. politica-progetto sostituita con l'economia (se ho capito bene, con questo termine è da intendersi una visione economicistica)?
2. "visione economicistica" = capitalismo?

Vengo brevemente al punto. I vecchi manuali di economia politica sovietica paragonano l'economia di piano a un'orchestra (compositore, spartito, orchestranti, direttore). Una volta messo in piedi l'accrocchio, al direttore può essere concessa qualche licenza poetica, gli orchestranti possono cambiare in quantità e numero di strumenti, può essere modificato qualche passaggio sullo spartito in maniera più o meno filologica o in accordo con lo stesso compositore... ma di musica per orchestra stiamo parlando. Vogliamo fare jazz? cambiamo tutto, tutto si può fare (ed è stato fatto), ma non accusiamo chi - a mio modesto parere ingiustamente - non ha QUELLE colpe (ne ha altre...).

Ora, fino a quella operaizone criminale chiamata "perestrojka" i ritmi di crescita erano rallentati, certo, detto poi da noi che ci entusiasmiamo per uno 0.1% in più al traino della UE fa ridere ma, come dicono le persone di cui stiamo parlando, "dopustìm"... mettiamolo nel conto. Ammettiamo però anche che, fino alla perestrojka, l'economia sovietica di misto non aveva nulla! Era un'economia di piano centralizzata e a proprietà sociale dei mezzi di produzione. Fino alla morte di Cerniènko e ancora qualche anno più tardi, sicuro. Cosa ci fa parlare di "capitalismo"? Gli incentivi materiali alla produzione su cui si sono consumati nei Sessanta e Settanta i polpastrelli dei "puristi" contro Crusciòv e Breznev? Dopo aver visto, nella teoria e nella pratica, come funziona un capitalismo monopolistico di stato vero, siamo ancora lì a dire che quello era capitalismo? Visti oggi, possono piacere o non piacere, non entro nel merito, ma non era capitalismo.
Anzi, tornando al discorso della sostituzione del politico con l'economico, l'introduzione di elementi di MERCATO (di questo stiamo parlando, il mercato era anche quello colcosiano sin dai tempi di Stalin e non era certo capitalistico!) è stata una decisione POLITICA di modifica consapevole di un'architettura rigida come quella di un'economia pura di piano. Non solo, ma i margini di manovra, il monitoraggio effettuato su queste potenziali mine vaganti, ha impresso maggiore controllo del politico sull'economico rispetto a una situazione macroeconomica statica. Infine, in un contesto di guerra fredda, di corsa agli armamenti, rivoluzioni, indipendenze, terzo mondo in movimento, Cina che fa a ping-pong con nixon pur di danneggiarti, partiti comunisti di occidente che ti danno contro, e se ho dimenticato qualcosa mi scuso, parlare di abdicazione del politico all'economico appare una lettura idealistica: mi scuserà di nuovo la Di Leo se ri-uso questo termine, ma non ne trovo un altro. Esempio: c'è da aumentare le forniture a Cuba a causa del bloqueo... il pianificatore è lì che aspetta cosa dice il politico, non si prende lui la briga di aumentare qui, qui e qui, causando scarsità di risorse senza interventi correttivi li, li e li...

Infine, chiudo con una domanda (cui segue il mio abbozzo di risposta). Chiudi scrivendo che l'esperimento sovietico "ha segnato indelebilmente la storia del XX secolo e continuerà ad ispirare quella dei secoli successivi". Ora, solo per quanto scrivi vieni dalla mia che sarebbe auspicabile, cosa buona e giusta, doverosa, aggiungo, prendere le milioni di pagine di DOCUMENTI ORIGINALI DI OGNI ANNO E SETTORE DELLA VITA SOCIALE passate e che continuano a passare in PDF o in DJVU, scremare, studiare e mettere in condivisione, aprire un dibattito, lavorare su ipotesi alternative all'attuale partendo da questa enorme mole di esperienze, avvenute TUTTE (fino al 1985-6) in un campo di esistenza noto (accetto tutta la terminologia scientifica anche se vedo miei amici ridotti a cavie... pazienza, è a fin di bene!). Un campo di esistenza invidiabile; piano centralizzato con elementi noti di mercato con proprietà sociale TOTALE dei mezzi di produzione; neanche al liceo quando facevamo le prove della palla sul piano inclinato avevamo così poche variabili!

Io ora, per esempio, ho iniziato a tradurre quel lavoro sulla pianificazione recente e non ancora "perestroico". Insieme ad altri testi che ho raccolto, tutti dello stesso periodo (una decina al momento), tutti specialistici, penso che fra traduzione e note verrà un buon lavoro, dopolavoro, moglie e bambina permettendo.

Mettiamo ora che riesca, prima o poi, nell'impresa, che esca su sinistrainrete.info, che realmente attragga interesse e idee dei compagni, al punto che menti più lucide (non in senso di pelata!) della mia sviluppino ulteriormente un argomento di cui oggi nessuno purtroppo parla, comincino a parlare di socializzazione unita a piano, mettano in agenda il discorso della transizione al socialismo parlando chiaramente di economia di piano. E cominciamo ad abbozzare tappe di avvicinamento a questa transizione. Tappe credibili, che cominciano a incontrare il favore di centinaia di migliaia e, in prospettiva, di milioni di persone (мечтать не вредно, dicono i russi, sognare non è reato...).

Ora, quando l'esperimento sovietico è stato interrotto, era in un mondo ancora "analogico": oggi non sono passati quarant'anni, è passata un'epoca. Come ho scritto nell'ultima puntata di questi appunti (la prossima), molti dei meccanismi di denaro elettronico, di controllo della produzione e del consumo, sono strumenti potentissimi, oggi completamente distorti in funzione dell'accumulazione, della concentrazione, e dell'esportazione di capitali. Aggiungo, opportunamente modificati, sarebbero stati manna dal cielo per un pianificatore degli anni Ottanta, per recuperare quelle informazioni necessarie ad aggiustare in tempo reale stime errate, a introdurre correttivi per rendere più scorrevole la catena produttiva e distributiva.

Lo fanno, oggi, in maniera più grossolana, le grosse multinazionali quando nella filiale di Arese viene a mancare il pezzo X e allora, in tempo reale, dalla logistica Y parte un corriere alla volta del centro commerciale; lo fanno quando a gennaio parte la produzione della produzione dell'autunno-inverno successivo; lo fanno quando decidono di spostare una linea intera dal Vietnam al Bangladesh. Se lo fanno, vuol dire che possono farlo, che hanno strumenti che quarant'anni fa si sognavano, che un responsabile nazionale da un palmare controlla i giri dei tornelli di tutte le filiali, li incrocia con gli scontrini, con un software che gli restituisce in tempo reale percentuali di incidenza del cliente effettivo sul visitatore occasionale e altri indicatori che lo aiutano a capire cosa va e cosa non sta andando. I pianificatori sovietici erano riusciti a fare quello che han fatto con delle schede perforate, quando gli andava bene...

Per questo dico: studiamo le tecniche, vediamo gli effetti, capiamo le problematiche, cerchiamo di capire se e come gli strumenti moderni possano permettere di superarle. Vale la pena fare questo sforzo? La mia risposta è si.

Un caro saluto
Paolo
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#16 Eros Barone 2018-08-29 22:16
In termini generali, come ho rammentato nel mio intervento, il processo che si è compiuto durante i tre quarti di secolo abbracciati dall’esperimento sovietico (1917-1991) è un processo che - vale la pena di sottolinearlo soprattutto oggi - è semplicemente letale per le prospettive della sinistra (= riprova della solidarietà e complementarità del moderno revisionismo!). Tale processo viene riassunto dalla di Leo con la seguente formula: progressiva sostituzione della politica-progetto con l’economia, ossia con il mercato capitalistico. Il che significa, detto più esplicitamente, con la restaurazione (e la contestuale mondializzazione) dei rapporti di produzione capitalistici, laddove alla di Leo si può muovere l’appunto, a partire dal sottotitolo del saggio, "Dal capitalismo al socialismo e viceversa", di non distinguere con la necessaria chiarezza fra la ‘transizione dal capitalismo al socialismo’ e il processo contrario, che non si configura come una ‘transizione’ invertita, dal socialismo al capitalismo, ma come la restaurazione, ‘tout court’, del capitalismo. Per quanto riguarda il pessimismo che pervade il saggio della di Leo, fermo restando che è una sindrome caratteristica del cosiddetto "marxismo occidentale", occorre precisare che è proprio questa sindrome che spiega l’uso di un termine chiave che non a caso si incontra dappertutto nel linguaggio dell’ideologia dominante quando questa si riferisce all’“esperimento profano”: il termine ‘fallimento’. Lo stesso autore del saggio reca non pochi argomenti utili a confutare la congruenza di questo termine che, se per un verso può apparire formalmente legittimo in rapporto con il termine ‘esperimento’, non è adatto per un altro verso, essendo semanticamente ipotecato da quel ‘primato dell’economia’ che viene giustamente contestato nel saggio, a designare l’esito di un tentativo veramente grandioso di trasformazione della società che, pur essendo stato sconfitto (questo è il termine corretto), ha segnato indelebilmente la storia del XX secolo e continuerà ad ispirare quella dei secoli successivi.
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#15 Paolo Selmi 2018-08-29 14:41
Grazie mille Eros e Massimo per le vostre osservazioni.

Caro Massimo,
Gli argomenti dei livelli di vita prima-dopo e del "colossale tradimento", come lo definisce Sacharov (Dmitrij) nel breve brano che ho tradotto, non cercano di eludere il problema, sono e restano dati oggettivi che occorre accompagnare, come peraltro giustamente sottolinei, ad altri argomenti. Quando accenno a "coscienza", intendo che comunque, qualcosa, è stato fatto, e a livello non solo di élite, ma di massa. Sicuramente di più di quanto è mai stato fatto da noi. Ti porto un altro esempio.

https://colonelcassad.livejournal.com/4211797.html
Il pannello che era appeso a una colonia estiva, uguale alle nostre, riporta:
"Quanto costa il tuo gratis?
il prezzo della tua retta nel nostro campeggio scout (orig. "dei pionieri") nell'estate del 1985
Allo Stato costi 147 rubli.
Lo Stato paga:
cibo - 42.000 rubli
riparazioni - 40.000 rubli
salario collaboratori - 25.000 rubli
approvvigionamenti - 20.000 rubli
gas, carburante - 15.000 rubli
altro - 5.000 rubli
totale - 147.000 rubli
per un campeggio di 1.000 bambini

La retta che pagano i tuoi genitori è di: 10 rubli e 40 copechi
500 posti sono assegnati gratuitamente tutta l'estate.

Solo nel nostro Paese:
ogni mattina vai a scuola in un edificio bello e luminoso, così come i tuoi fratellini e sorelline in asili e nidi, tutto gratis. Case e palazzi dei pionieri, sport e teatro, sono donati ogni anno dallo Stato. Solo da noi la sanità è completamente gratuita.

Tieni caro tutto questo!
E contribuisci con le tue forze alla Patria!"

Ora, al netto della retorica, valida anche per dittature altre da quella del proletariato, il bambino capiva una cosa: che il suo campo estivo, la sua istruzione, la sua sanità avevano un costo, e che non erano i suoi a sostenerlo, e che ERA GIUSTO COSI'. Il dono era parte di un progetto, di un'idea di società di cui lui faceva parte e a cui era chiesto di fare la sua parte.

Mi hai fatto venire in mente un'intervento di un ascoltatore su Radio Popolare a un microfono aperto di inizio anni Novanta. Stavo finendo le superiori, i pomeriggi la ascoltavo a manetta per restare aggiornato sui mutamenti epocali in corso, con il pianto nel cuore, peraltro... ma come, ero appena diventato comunista e mi crollava l'URSS? Ebbene, in uno di questi microfoni aperti un ascoltatore diceva che anche da noi c'era stato il socialismo. Al che il conduttore lo incalzava, col suo tono da radical chic, "quando c'è stato da noi il socialismo?" e lui rispondeva: "quando c'erano le case popolari, le medicine gratis, la scala mobile, la scuola gratis..." "Ah, quello era il socialismo? Va bene, grazie, altra telefonata"... Io ci rimasi di un male che me lo ricordo ancora oggi. "Ma brutto #### (mettici quello che vuoi...), ma non ti rendi conto che per chi non sa nulla di Marx e - è nel suo diritto, fino a prova contraria - non ne vuole sapere niente, la sua coscienza inizia a formarsi proprio a partire da queste cose?" pensavo tra me e me... oggi aggiungerei: "Ti rendi conto che risparmiare 500 euro al mese per un nido, 270 per un asilo, 500 di libri di testo ogni anno, libri che cambiano di una virgola apposta per non farti andare al libraccio, 1000 euro di tasse universitarie, più abbonamenti, treni pendolari, corriere, pensionati, mense... son soldi? Specialmente se hai un mutuo che ti scade nel 2030? E non sai se e come arrivarci a quella data?" Sempre nello stesso periodo, qualcuno aveva chiesto a D'Alema quanto costava un litro di latte... "ma, non so..." scena mitica blobbata e riproposta seralmente. Ci rimasi di merda (l'espressione ci sta tutta) io, perché parlavo parlavo e poi la spesa la faceva mia madre, lo stesso latte parzialmente scremato in cartone che compro oggi a 0.69 a litro. Da allora ci feci attenzione, quasi come un riflesso pavloviano... evidentemente, chi lo fa di mestiere dopo vent'anni ricade nella stessa figura (https://video.corriere.it/salvini-mette-difficolta-padoan-quanto-costa-litro-latte/878f163e-ac46-11e6-b10d-5f5dceb63e51), su domanda di uno peraltro che al mercato ci va ma solo a dire "giusto", "giusto" e farsi fare selfie. E la risposta a questa domanda ci sarebbe, anche: "io per prenderne sette litri compro quello a 0.69 fatto in Francia con le sovvenzioni UE iva e trasporto compresi, ma volendo puoi comprare quello che costa un euro in più... sta a te e ai dindi che ti girano in tasca!" E porti un po' di lotta di classe che non fa mai male, smascherando il senso populistico di una domanda idiota.

Tornando al cartello, a catechismo ci siamo andati tutti, anche il signore in cerone e capelli finti, che vantava zie suore e scuole dai salesiani... lo stesso si può dire per El'cyn, per Chubais, per gli oligarchi, per Giuliano Ferrara... A proposito di salesiani e Lenin, la fiaba di Lenin piccolo che ruba la marmellata e poi lo confessa alla mamma che mi capitò di sentire in una intervista mi fece tornare alla mente alla stessa fiaba che mi era stata raccontata da piccolo, con protagonista ovviamente Don Bosco...

Per quanto riguarda la "qualità del lavoro": quello cui ti accennavo, partendo da una sensazione, ho cercato di corroborarla nel tempo e ho trovato una felice sintesi in un lavoro che ti propongo (https://www.academia.edu/23481893/FOTOGLAZ_Epopea_fotografica_sovietica_e_mutamenti_del_valore_d_uso_fotografico). Felice sintesi perché ho cercato di unire una mia passione, quella per la fotografia, con altre mie passioni e impegni. Il lavoro in URSS... partiamo dal Poema pedagogico di Makarenko, dove si parla della nascita della Leica russa (la FED), alla rinascita della Arsenal di Kiev con le linee di produzione della Contax tedesca (ingegneri annessi) trasferite come riparazione ai danni di guerra, e successiva formazione di interi collettivi di quadri tecnici in grado di collaborare alla risoluzione di problemi sempre più complessi, come la creazione della prima REFLEX (la ZENIT) o, qualche decennio più avanti, di un apparecchio in grado di fotografare il lato nascosto della Luna. Non c'era il mercato e la competizione ad asfissiare la ricerca, il miglioramento era dovuto a una passione che si coltivava nel tempo fino a divenire ideale.

Qui, Eros, permettimi di dissentire dalla Di Leo. La sua visione, oltre che pessimistica, come giustamente noti, appare molto idealistica (e anche elitaristica), della serie: morto Majakovskij, morti gli intellettuali; arrivati i cafoni, morta la rivoluzione. No... mi dispiace, non sono d'accordo. E' una lettura che non fa i conti con una visione materialistico-dialettica della società sovietica, della sua evoluzione storica, dove l'operaio è diventato egli stesso intellettuale, e non da poco. Ho conosciuto personalmente figli di operai e contadini divenuti coreografi, musicisti, economisti, professori di lettere. Lo stesso Katasonov che cito nei miei lavori è della stessa leva dei miei. Che dire poi del cinema, di registi come Bondarciuk, per esempio, e del suo Guerra e pace che resta ancora, a mio avviso, la migliore trasposizione cinematografica del capolavoro di Tol'stoj (una scena tra tutte, il ballo di Natasha Rostova nella dacia dello zio, dove il regista riesce a cogliere, anche con una voce fuori campo che ripropone la stessa riflessione di Tolstoj, anche significati che vanno aldilà del semplice fatto https://www.youtube.com/watch?v=AW1_oJ4q-_I)? Ma senza scomodare i pezzi da quaranta, anche i semplici animatori della Sojuzmultifilm che crearono quel piccolo capolavoro di "Pierino e il lupo" (https://www.youtube.com/watch?v=6KVHzy76xc0) con la plastilina, o la serie di "Nu, pogodi" negli anni Ottanta? E che dire di Jurij Nikulin, uno dei maggiori attori, comico capace di far ridere (come in Brilljantovaja ruka o in Kavkazskaja plennica) e piangere (come in Chuchelo)? Questo perché la cultura era vista come un mezzo di avanzamento sociale, per motivi di prestigio, certo, ma non solo. Un figlio di operai che entrava nel conservatorio, in accademia, al politecnico, era un passo in avanti verso quella cultura diffusa, quel sapere diffuso, di cui il movimento socialista si faceva promotore! Vedere il vecchio padre operaio di una studentessa al conservatorio, OGGI, con speranze per il futuro prossime allo zero assoluto, abbozzare con delle mani abituate a fare ben altro, quattro accordi su una tastiera imparati da autodidatta a orecchio, è stata una scena che mi ha fatto riflettere vent'anni fa e che mi è rimasta impressa fino a oggi. Lo slogan "Знай и Умей" (conosci e possiedi, fai tuo), era il titolo di una collana di libri per giovani "pionieri" (122 scaricabili qui https://rutracker.org/forum/viewtopic.php?t=3365555) che dovevano scoprire il mondo, farlo proprio. Sempre sul tema, nel 1999 un gruppo rock russo, i DDT, composero una canzone, "Geroj", che parla proprio di un "homo sovieticus" che ha passato di tutto, che non ha mai avuto paura di niente, e che ora non riesce a capire come mai non gli funziona più lo sciacquone e gli viene a mancare la luce. In un punto la canzone dice:
Ты думал, что вечны тело и мир,
И все подвластно — судьба и Памир,
Что Бог подарил эту жизнь совершенно бесплатно.
(ДДТ — Герой, 1999)
(Pensavi che corpo e Terra fossero eterni,
E che tutto potessi, Destino e Pamir,
Che Dio ci avesse donato questa vita, assolutamente gratis.
DDT, Eroe, 1999)

Concordo: l'URSS, quegli ottant'anni, vanno studiati, a ogni livello, a partire dall'immensa mole di materiali, di cultura materiale nel senso vero e proprio del termine, che è catalogata, conservata, digitalizzata. Va fatto tesoro di tutto. Poi non ce ne faremo niente, o poco, o invece magari tanto. Io sono convinto che ce ne faremo tanto: poi, se mai vinceremo, lo declineremo a nostro modo, certamente, ma di sicuro non costruiremo un turbocapitalismo monopolistico di Stato chiamandolo socialismo.

Ciao e grazie ancora a voi per questo proficuo scambio di idee.
Paolo
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#14 Eros Barone 2018-08-29 11:07
«Dagli anni cinquanta in poi, in occasione degli incontri internazionali, le facce popolari dei segretari generali del partito comunista sovietico…mostrarono agli occhi del mondo che la seconda potenza strategico-militare aveva al governo uomini che venivano dal popolo.» Così ha scritto Rita di Leo, studiosa dei paesi dell’Est e delle relazioni internazionali, nel terzo capitolo del suo saggio "L’esperimento profano" (Ediesse, Roma 2012), in cui ha analizzato le cause del crollo dell’Unione Sovietica. Proprio perché rivela l’ottica (non solo sociologica e politologica ma anche) filosofico-storica dell’autore, può allora essere opportuno spiegare il significato del titolo, chiarendo la differenza tra quei tentativi di rendere gli uomini felici sulla terra, passati alla storia come “sacri esperimenti” (tali furono, secondo la di Leo, le ‘reducciónes’ dei Gesuiti nel Paraguay e la fondazione di Filadelfia da parte del quacchero William Penn), e il tentativo nato dalla rivoluzione russa del 1917, che viene definito “profano” in quanto, diversamente dai precedenti, «slegato da Dio e da Cesare», ma soprattutto in quanto «il principio costitutivo» di tale esperimento «è il comunismo, la cui etica doveva sostituire il ricorso al potere statale, la leva dell’interesse economico e il sostegno della religione». I tre densi capitoli in cui si divide il saggio non si limitano a delineare la scansione della storia dell’esperimento sovietico in tre periodi (la sequenza dei titoli apposti a ciascun capitolo è quanto mai pregnante: «Iniziò con i filosofi-re», «Continuò con la gestione popolare», «Fallì con il mercato»), ma rivelano l’intento ambizioso di una sintesi, per l’appunto, filosofico-storica. La tesi che innerva il saggio è imperniata gramscianamente sulla centralità della funzione degli intellettuali, che, giunta ad esprimere il suo massimo potenziale per opera dei bolscevichi (definiti, con espressione platonica, i “filosofi-re”), è stata sostituita dopo la morte di Lenin dall’“operaismo egualitarista” di Stalin (1924-1953) con un rovesciamento dell’asse delle alleanze rispetto a quell’incontro tra élite intellettuali e masse proletarie che aveva contribuito a rendere vittoriosa la rivoluzione e aveva poi garantito l’avvio dell’esperimento sovietico, e dopo la morte di Stalin dalla “gestione popolare” di Krusciov e di Breznev (1956-1984), sfociando infine nella liquidazione del “socialismo realizzato” da parte di Gorbaciov (1985-1991). Da questo punto di vista, la differenza tra Lenin e Stalin viene così individuata: «Al di là delle dichiarazioni ufficiali di continuità, Stalin si contrappose a Lenin nel puntare sulla capacità dei dirigenti provenienti dal popolo di rendersi autonomi dai dirigenti intellettuali». In termini generali, il processo che si è compiuto durante i tre quarti di secolo abbracciati dall’esperimento sovietico (1917-1991) viene riassunto dalla di Leo con la seguente formula: progressiva sostituzione della politica-progetto con l’economia, ossia con il mercato. In termini specifici, analizzando rispettivamente il ruolo della classe operaia e degli intellettuali, è stato lo stesso autore a spiegare, citando un’intervista sulla fine dell’Urss rilasciata nel 1992, le cause per cui la classe operaia sovietica non diventò il modello di riferimento per gli operai dei paesi capitalistici: «…gli operai al governo hanno fatto due cose. Innanzitutto, hanno cercato la sicurezza militare, e quindi hanno fortificato le difese dello Stato di cui loro erano dirigenti…questo obiettivo l’hanno raggiunto per ottanta anni. In secondo luogo, hanno dato a se stessi in quanto ceto dirigente i privilegi di cui hanno goduto tutti gli altri ceti dirigenti quando sono andati al potere…Qual è il privilegio che vuole l’operaio che va al potere? È il privilegio di lavorare poco e di dirigere e di autoregolamentare il processo di estrazione del proprio plusvalore…Questo gli operai sovietici lo hanno fatto e, proprio perché lo hanno fatto, stanno nei guai in cui stanno».
Per quanto riguarda gli intellettuali, l’autore osservava che è in questo settore decisivo per l’egemonia che l’esperimento sovietico fece registrare il limite più grande, poiché, dopo Lenin, nessuno dei suoi successori seppe impedire la saldatura di un blocco sempre più ostile all’esperimento sovietico e alla prospettiva della transizione al socialismo, che, in fasi diverse, arriverà a comprendere, oltre agli intellettuali di tipo tradizionale emarginati e schiacciati dalla dittatura del proletariato in quanto da sempre nemici irriducibili di quell’esperimento e di quella prospettiva, altri tre gruppi di intellettuali, che vengono distinti in “rivoluzionari di professione”, “politici della famiglia socialdemocratica” e “pianificatori”. Un appunto che si può muovere a questo libro, piccolo ma importante, riguarda il pessimismo che aleggia nelle pagine, pur taglienti e rigorose, scritte dalla di Leo. Può essere allora opportuno, non per contrapporlo al saggio in questione, ma per integrarne, approfondirne ed estenderne il raggio analitico e cognitivo, menzionare il libro di Hans Heinz Holz, "Sconfitta e futuro del socialismo", risalente al 1994, che fin dal titolo usava, abbinandolo dialetticamente al termine ‘futuro’, l’unico termine che sia, alla luce del materialismo storico, corretto, cioè (non il termine "fallimento" ma) il termine ‘sconfitta’. Dunque, la transizione non ha invertito la sua direzione di marcia, bensì è stata interrotta e sconfitta, e il capitalismo è stato restaurato. Ma la storia delle lotte fra le classi, attraverso i continenti e le generazioni, continua. Quell’esperimento, ripreso, emendato, rafforzato e difeso, ha ancora un futuro.
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#13 Lori massimo 2018-08-29 10:33
Caro Paolo,
il fatto che oggi negli Stati dell'exUnione Sovietica esistano pessime condizioni di vita, tali da far rimpiangere il passato non modifica il senso delle mie osservazioni.
A mio modo di vedere, sia il XX Congresso del PCUS (tutta colpa di Stalin?), sia la Primavera di Praga e infine il collasso finale dei regimi del c.d. Socialismo reale sono state occasioni perse per chi si ritiene marxista di sottoporre ad una serrata analisi critica da sinistra le modalità di edificazione del socialismo in questi paesi. Non lo poteva fare il PCI (per le ragioni che bene indica Liguori), non lo ha fatto la sinistra extraparlamentare negli anni Settanta (se si escludono un paio di convegni organizzati dal gruppo del "Manifesto"), non lo sta facendo ciò che oggi rimane della sinistra critica e questo proprio nel momento in cui la crisi del capitalismo peggiora radicalmente le condizioni di vita.
Marx è stato un geniale pensatore, ma non ha delineato in modo preciso e dettagliato la struttura della futura società socialista (e poi comunista), né poteva farlo.
La democrazia dei Soviet si è presto esaurita sotto la pressione di ineludibili necessità di difesa e sopravvivenza.
La vittoria sovietica nella Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda hanno fatto sì che l'URSS imponesse il modello stalinista con la forza ai paesi satelliti (nei quali, non dimentichiamocelo, non c'è mai stata una rivoluzione dal basso).
Gramsci ha indicato un percorso alternativo al modello della rottura rivoluzionaria bolscevica nella conquista del potere in Occidente per via egemonica, ma oggi l'egemonia è nelle mani del neoliberismo e del populismo.
Mao, che aveva ben chiari i pericoli dell'involuzione burocratico-tecnocratica, si è affidato al volontarismo anarcoide della Rivoluzione culturale seguita dall'instaurazione del capitalismo (gestita da un partito comunista!).
Dubcek sarà anche stato un "revisionista", ma aveva il sostegno delle masse del suo paese (non solo degli intellettuali e dei dissidenti) e della maggioranza del PCC e poi la speranza di una ripresa della lotta di classe (classe operaria vs burocrazia privilegiata) in Cecoslovacchia dipendeva esclusivamente dallo sblocco del sistema stalinista, aldilà delle intenzioni del gruppo dirigente dubcekiano.
I comunisti cubani (quelli che a suo tempo criticarono la Primavera di Praga), schiacciati dalle ben note difficoltà imposte dal blocco statunitense, non trovano di meglio che introdurre forme di privatizzazione e di mercato.
Quel che intendo dire è che ci troviamo di fronte ad una drammatica paralisi della Sinistra, che nella sua parte maggioritaria (il PD) rifiuta l'opzione socialista e rinnega il passato e nella sua parte minoritaria (la sinistra radicale e rivoluzionaria) rimpiange il passato e si rifugia nella grande rimozione del "si stava meglio quando si stava peggio" o "come è brutto e ingiusto il capitalismo!".
Ma qual è il modello di società comunista di tipo nuovo che si vuole realizzare e perchè è preferibile a quello oggi dominante? Rispondere a questa domanda, compito assai difficile, diventa oggi ineludibile e il punto di partenza non può che prendere l'avvio da un'altra domanda: perchè il Socialismo reale ha fallito?.... trascinando nel discredito l'idea stessa di un cambiamento radicale della società.
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#12 Paolo Selmi 2018-08-28 23:37
Caro Massimo, caro Mario,

Riprendo l'argomento. Il mio primo vero contatto con il cosiddetto "homo sovieticus" è stato in un centro di prima accoglienza a meno di dieci anni del crollo dell'URSS. Senza filtri, pane al pane, vino al vino. Ex quadri di partito, ingegneri, coreografi, operai, pulitrici delle strade. Da allora, i contatti si sono intensificati coinvolgendo lavoro ed extra-lavoro. Comunisti, ex-comunisti, anti-comunisti, ho parlato con chiunque avesse avuto voglia di fare due chiacchiere con uno straniero: uno straniero incuriosito, sinceramente interessato, che parlava la loro lingua, e davanti al quale non hanno avuto alcuna remora a raccontare le loro vite. Vi dico la verità: nessuno di loro ha detto che oggi in Russia, e in tutte le altre 14 repubbliche ex-sovietiche, si sta meglio. E questo è un dato di fatto riconosciuto anche dagli stessi burattini "eroi della perestrojka". Ci ritorneremo.

Per il momento, vorrei riprendere brevemente alcuni argomenti dell'intervento di Massimo:

- "coscienza politica dei cittadini": l'unico sciopero nel centro di prima accoglienza dove lavoravo come obbiettore fu organizzato da cittadini ex-sovietici, contro le condizioni inumane cui erano sottoposti e che violavano apertamente la Convenzione di Ginevra. Anche l'ex-operaio ceceno sapeva di cosa stava parlando, e quelle cose non le aveva studiate da profugo, ma da civile con casa, macchina, lavoro e vodka e maiale liberi nonostante la sua fede islamica. Sua moglie il velo ha iniziato a metterlo in Italia, nel suo Paese andava in giro in minigonna. Qualcosa in testa il "regime" gliel'aveva messo... sicuramente una coscienza maggiore della nostra attuale.

- "qualità del lavoro manuale e intellettuale"; gli stessi ex quadri di partito qui si erano riciclati come falegnami e fresatori di bottoni in una fabbrica fuori Milano. L'URSS, che ci piaccia o no, era un Paese dove potevi essere anche "kandidat" all'Accademia delle Scienze, ma l'olio alla macchina te lo dovevi cambiare da solo (e infatti, gli autogrill erano attrezzati con una fossa proprio per questa operazione); tutto era progettato, dall'auto alla macchina fotografica, per consentire riparazioni semplici agli stessi utilizzatori. Peraltro, sto traducendo dal russo, ed è la mia prossima fatica dopo questo quaderno di appunti, un libro di uno dei maggiori economisti sovietici (Ivan Mikhajlovič Syroežin, "Pianificabilità, pianificazione, piano (планомерность — планирование — план)", Moskva, Ekonomika, 1986). E' il suo sunto di una vita di studi e di applicazioni su piano, produzione, consumo in un'economia di piano. Ebbene, a p. 57 scrive: "per il socialismo è da ritenersi produttivo qualsiasi lavoro in cui siano presenti elementi di creatività, in cui il lavoratore è oggettivamente in condizione di scegliere autonomamente quali processi compiere, in quale sequenza e in quali tempi". Oggi questa sembra fantascienza, a qualunque latitudine del globo ci si trovi. Solo propaganda? Sarà... così, come sarà anche fortuna il fatto che le migliaia di persone che ho conosciuto e continuo a conoscere di una certa età, quindi nate e formatesi in URSS, siano tutto fuorché alienate.

- "qualità della vita", sul potere d'acquisto di un impiegato medio in URSS a fine anni ottanta, rimando a questo articolo:
https://www.newyorker.com/books/page-turner/a-soviet-twelve-days-of-christmas
Siccome questo articolo è stato tradotto anche in Russo, mi ha molto interessato leggere le loro reazioni, specialmente quelle negative. Un lettore, per esempio, sollevato l'obiezione che i colcosiani avessero uno stipendio inferiore. Vero, così però come era vero anche che lo stipendio di un colcosiano concorreva al suo reddito totale per il 10%...
Sull'accessibilità ai servizi alla persona, cavallo di battaglia di qualsiasi Paese socialistico, la bilancia depone decisamente a favore di tale modo di produzione.

- il livello di democrazia diretta e partecipativa. Vero. Un paese capitalistico con un sindacato forte e combattivo, con un partito comunista di massa legittimato dalla Resistenza, con un'avanguardia artistica, intellettuale, culturale prevalentemente di sinistra, sicuramente "soffre" di una partecipazione operaia forte, con cui deve scendere a patti. Per inciso, in Italia, oggi, niente di ciò che fu soltanto venti, trent'anni fa.
Ma torniamo alla Russia, altrimenti sembra che si giochi a rimpiattino, "tu così, ma anche tu così...", volano piatti ma non si va avanti di un passo. E' vero, in Russia dopo Stalin si fece fatica a riprendere il dibattito interno. Questa degenerazione portò, paradossalmente, all'opposto dei "desiderata", degli auspici con cui continuava a esistere in modo più o meno strisciante anche dopo la morte di Baffone: se il dissenso lo lascio ai "dissidenti" (quelli per cui il modello è l'Occidente capitalistico, la sua "libertà"), perché tutti gli altri devono essere con me, commetto un clamoroso autogol; nascondo la testa sotto terra di fronte a problemi, che non sono più miei problemi, e continuo a farmi i fatti miei mentre i problemi divengono sempre più grandi. Economia, ma anche guerra: i primi mesi dove l'avanzata nazista ruppe pressoché ovunque e dilagò inarrestata per centinaia di km, i quadri militari avevano persino paura di dire a Stalin le cose come stavano. Mezzo secolo più tardi, nessuno aveva più paura, ma continuava a farsi i fatti suoi per evitar rogne (noi italiani, di questo atteggiamento dovremmo saperne qualcosa...).
A questo, occorre aggiungere un SUBSTRATO di millenni dove la partecipazione democratica non era neppure concepita nei tradizionali modelli politico-amministrativi su cui si erano formati milioni di sudditi dello Zar (su questo potremmo fare anche paragoni con la via araba (Baath) e cinese (PCC) al socialismo, e scopriremmo interessanti analogie su come anche da noi, a livello locale, i voti spesso si spostino "per clan familiare" e non "per testa". Mutatis mutandis, non ci sarà difficile comprendere (non giustificare) dinamiche analoghe in Paesi dove l'accesso al sapere occidentale non ha rispettato la cronologia della sua evoluzione storica e, per esempio, Lenin è arrivato alla classe operaia prima di Marx e Marx prima degli illuministi francesi o di Cartesio e Spinoza.
Lasciamo perdere, tuttavia, il contadino ex-analfabeta della steppa siberiana, all' "erede di Gengis Khan", come lo chiama Pudovkin intitolandogli un film del 1928. Lasciamo perdere la maggioranza dei cittadini russi che - ancora oggi (https://lenta.ru/news/2017/12/25/opros/) - ribadisce in maggioranza il suo NO alla fine dell'URSS dopo aver vinto un referendum nel 1991, e sempre in maggioranza tutt'ora la rimpiange.
Arriviamo a oggi, agli "eroi" della cosiddetta "perestrojka": vale il discorso fatto prima; il dissenso lasciato unicamente ai "dissidenti" tra virgolette, quelli a cui non interessa se il bambino viene gettato con l'acqua sporca, anzi, meglio, è stato un errore macroscopico. In un momento di crisi, ha catalizzato l'attenzione dell'opinione pubblica su di essi in quanto "paladini", "difensori a spada tratta" dei loro interessi, "portatori" di novità (e quindi di miglioramento "a prescindere", direbbe Totò). Oggi, uno di questi protagonisti, Dmitrij Zacharov (https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%97%D0%B0%D1%85%D0%B0%D1%80%D0%BE%D0%B2,_%D0%94%D0%BC%D0%B8%D1%82%D1%80%D0%B8%D0%B9_%D0%92%D0%B5%D0%BD%D0%B8%D0%B0%D0%BC%D0%B8%D0%BD%D0%BE%D0%B2%D0%B8%D1%87), all'epoca conduttore del programma "giovane", "controcorrente" e pro-Gorbaciov "Vzgliad" (https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%92%D0%B7%D0%B3%D0%BB%D1%8F%D0%B4_(%D1%82%D0%B5%D0%BB%D0%B5%D0%BF%D1%80%D0%BE%D0%B3%D1%80%D0%B0%D0%BC%D0%BC%D0%B0)), recita il suo mea culpa (https://echo.msk.ru/blog/v_radionov/2253446-echo/). Ve lo propongo integralmente:
"Si, mi pento senza attenuanti, perché non ho considerato il territorio di ciò che era L'URSS come - molto semplicemente, del resto - un unico conglomerato, che unito era molto più forte economicamente e finanziariamente di tutte le singole parti divise.
Se si ricorda la fiaba dei fratelli Grimm (Sic! è di Tolstoj, ОТЕЦ И СЫНОВЬЯ, originale qui https://rvb.ru/tolstoy/01text/vol_10/01text/0133.htm, traduzione in inglese qui https://en.wikisource.org/wiki/Fables_for_Children "the father and his sons") sulla scopa, la scopa è una, con cui colpire e uccidere (sic!) senza problemi, ma quando è smontata nei suoi pezzi non si può neppure considerarla una scopa. E si può rompere. Per questo, dal punto di vista delle élite locali, la fine dell'URSS fu un affare. Dal punto di vista della popolazione locale, fu un COLOSSALE TRADIMENTO. Cosa hanno portato quelle libertà? I cittadini del Turkmenistan e del Tajikistan vivono forse meglio? Così come vivono meglio i baltici? No. Si sta bene in Ucraina? Se si guarda al loro livello di inflazione, alla caduta del loro tenore di vita, alla contrazione del PIL, al prezzo di elettricità, acqua, ecc., è stata una CATASTROFE. Marx bisogna leggerlo. C'è la grande politica, e ci sono le grette ambizioni locali."
L'URSS andrebbe studiata molto di più, da parte di noi comunisti. Un caro saluto a tutti.
Paolo
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#11 Mario Galati 2018-08-28 19:11
Ma il sospetto che la condanna senza appello del cosiddetto socialismo reale possa essere la conseguenza di una riflessione inadeguata e subalterna è per definizione scongiurato?
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