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sinistra

Il vero significato della Resistenza

di Eros Barone

25 aprile liberazione e resistenza 600x400Per parecchi anni ho pensato che era giusto ribadire il carattere (non solo politico e ideale ma anche) irriducibilmente metapolitico e, quindi, etico dell’antitesi tra fascismo e antifascismo. Un’antitesi che - così pensavo -, essendo eterna (in senso trascendentale), implica un’opposizione tra contrari che non contempla termini intermedi ed esclude, per definizione, qualsiasi possibilità di mediazione e, dunque, di pacificazione. Ritenevo perciò che, esattamente come accade con le coppie opposizionali ‘pari-dispari’, ‘legale-illegale’, ‘educativo-diseducativo’, anche quella tra fascismo e antifascismo fosse incomponibile. In questo senso, è da considerare perfettamente vero il corollario che inesorabilmente discende dalla dura logica degli opposti correlativi or ora evocata: il peggiore degli antifascisti sarà sempre migliore del migliore dei fascisti.

Sennonché, pur essendo vero, da un lato, che l’antifascismo esprime un’antitesi radicale ed è la negazione determinata del fascismo, ciò non significa, dall’altro, che esso sia un blocco unico e indifferenziato, come ìndica la compresenza, al suo interno, di diverse classi sociali e di diverse correnti politiche e ideologiche. In altri termini, vedendo l’uso opportunista e trasformista che dell’antifascismo operano forze politiche quali il Pd e la stessa Anpi, sono giunto alla conclusione che occorre prendere atto della relazione antitetica che intercorre fra l’antifascismo proletario e l’antifascismo borghese, e dunque comportarsi e agire di conseguenza.

Dal canto suo, Italo Calvino ha dimostrato di aver intuìto in modo geniale il carattere profondo dell’antitesi fascismo/antifascismo, scegliendo, nel suo magistrale esordio narrativo, Il sentiero dei nidi di ragno, di incarnare la Resistenza (non in una formazione partigiana disciplinata e impeccabile ma) in un gruppo di sbandati raccogliticcio, sciamannato ed eterogeneo, tra i cui componenti e il banditismo corre, talora strappandosi, la minima differenza di un sottile filo di seta.

Per un altro verso, proprio perché sono convinto che la Resistenza, per il suo significato e il suo valore, merita e insieme sollecita una costante riflessione etico-politica ed un’assidua ricerca storico-scientifica, non sono affatto convinto che l’‘ottica dell’‘alzo zero’ (così prossima a quella che Hegel definiva "l'ottica del cameriere" nella considerazione prosopografica delle vicende storiche) - ottica adottata da Sergio Luzzatto nel suo libro intitolato Partigia. Una storia della Resistenza - sia quella più idonea a restituirci un’immagine della lotta di liberazione nazionale contro il nazifascismo, ad un tempo aggiornata sul piano storiografico e stimolante su quello civile.

Avendo seguito la produzione di questo studioso fin dal saggio, Il corpo del duce, temo che la tendenza a (e l’indubbia capacità nel) coniugare, alla luce di un paradigma sostanzialmente ‘narrativo’, eleganza stilistica, indagine antropologica e ricerca storica possa risolversi talvolta in un esercizio esornativo e bellettristico o, come paventa lo stesso Luzzatto, in “una storia striminzita, politicamente futile e moralmente inutile, di uomini che odiano altri uomini”. In effetti, l’esperienza della banda valdostana vissuta per breve tempo da Primo Levi sembra richiamare quella descritta da Italo Calvino nel Sentiero dei nidi di ragno, ma in realtà è profondamente diverso l’intento che la ispira: non la difesa della Resistenza contro le periodiche campagne denigratorie scatenate, in chiave anti-antifascista, contro una delle poche pagine luminose della storia dell’Italia contemporanea, ma un interrogativo etico-religioso sulla ‘giustizia’ riferito alla decisione di fucilare dei ‘partigia’ che avevano commesso gravi infrazioni della disciplina politico-militare. Insomma, se si vuole scendere sul piano di una critica oggettiva, il tema da discutere è quello relativo alla grandezza e ai limiti della Resistenza.

Orbene, non è possibile, anche solo guardando le foto che ritraggono i partigiani con le loro divise sbrindellate, con gli scarponi da montagna, magari in atto di imbracciare uno ‘sten’, sguardo fermo e penetrante rivolto all’obiettivo, fazzoletti rossi attorno al collo ben in evidenza; non è possibile, dicevo, non provare un sentimento di commozione e di gratitudine per quegli uomini, quelle donne e quei ragazzi che, con la scelta coraggiosa di lottare contro il nazifascismo e per un nuova democrazia - scelta assunta quando nessuno sapeva come sarebbe andata a finire -, posero le indispensabili premesse di ogni rifondazione etica, politica e civile del nostro Paese, restituendo onore e dignità alla cittadinanza italiana. Né bisogna dimenticare che, se l’Italia non fu sottoposta a un processo per i crimini del fascismo, ciò avvenne perché, diversamente dalla Germania, il nostro Paese aveva dato vita a una resistenza armata e popolare contro le truppe di occupazione tedesche e contro i loro alleati saloini.

D’altra parte, se la volontà di rompere radicalmente con il passato fu l’anima della Resistenza europea, è giusto osservare che in Italia questa volontà trovò due grandi ostacoli: oltre che contro i tedeschi, qui si trattava di battersi non solo contro il governo collaborazionista di Salò ma anche contro le conseguenze culturali e antropologiche di vent’anni di dittatura. Questo spiega perché un tratto che accomuna coloro che parteciparono alla Resistenza è il rifiuto della retorica del fascismo: rifiuto che nasce non solo dalla necessità di abolire una distanza, divenuta insopportabile, tra le parole e le cose, ma anche dalla consapevolezza di quanto profonda fosse stata l’impronta che il fascismo aveva impresso, con il suo greve carico di ipocrita servilismo e, al contempo, di cieco autoritarismo, nell’animo di tutti. Forse, a un giudizio storico più rigoroso, risulterà sempre più chiaramente che il fascismo, in quanto fenomeno di modernizzazione reazionaria della nostra società, non è stato altro che la forma politica, che in un paese economicamente e civilmente debole le classi dirigenti hanno scelto per poter avviare il passaggio da una fase di economia prevalentemente agricola a una fase di economia prevalentemente industriale; e allora la stessa Resistenza non potrà non apparire un episodio del medesimo processo, ossia l’operazione politico-militare che ha contribuito a spazzare via i resti di una classe politica inetta ed ha consentito lo sviluppo delle forme moderne della produzione capitalistica anche nel nostro paese.

Per converso, recuperando nell’ottica della guerra civile (chiaramente estranea e opposta all’ottica dell’antifascismo borghese) la riflessione sul senso etico-politico della guerra partigiana, la grande eredità della Resistenza consiste proprio in quello che ai pavidi o agli ipocriti è sempre sembrata la sua colpa e la sua vergogna: aver messo spietatamente gli uomini gli uni contro gli altri, aver diviso le famiglie e la stessa persona da sé stessa, averla costretta a scegliere di fronte a dilemmi morali feroci. Non a caso, Una guerra civile, il capolavoro storiografico sulla guerra di liberazione scritto da Claudio Pavone, reca il sottotitolo: Saggio sulla moralità nella Resistenza.

Franco Fortini, celebrando il ventesimo anniversario della Resistenza in una scuola, ebbe a riassumere con un’efficacia mirabile quei dilemmi: «Forse a un giudizio storico più rigoroso comincia a esser chiaro che il fascismo non è stato altro che la forma politica che in un paese economicamente e civilmente debole le classi dirigenti si sono scelte per poter avviare il passaggio da una fase di economia prevalentemente agricola a una di economia prevalentemente industriale; e allora la stessa Resistenza risulterà essere un episodio del medesimo fenomeno, ossia l’operazione politico-militare che ha contribuito a spazzare via i resti di una classe politica inetta ed ha consentito lo sviluppo delle forme moderne di produzione capitalistica anche nella nostra penisola. Credo però che la grande eredità della Resistenza consista proprio in quello che a molti o pavidi o ipocriti è sembrata la sua macchia o la sua vergogna: di aver messo spietatamente gli uomini gli uni contro gli altri, di aver diviso le famiglie e spesso l’uomo da sé stesso, di aver contrapposto doveri, di aver imposto scelte strazianti, di averlo costretto a scegliere. Questo popolo che per secoli era stato avvezzo dalla sua storia a pensare che c’era qualcuno, un qualsiasi superiore, che decideva per lui, si trovò costretto a dilemmi morali feroci: debbo rischiare la vita di montanari innocenti, che domani una rappresaglia può impiccare o bruciare vivi, per non accettare di trattare col vicino comando tedesco? Debbo, obbedendo alle leggi della guerra, rifiutare di presentarmi come responsabile di un attentato e lasciar fucilare dieci o cento ostaggi, o debbo invece salvar la vita degli altri a prezzo della mia propria? Debbo, ufficiale dell’esercito, porgere la mia rivoltella al tedesco che me la chiede o devo portarmela alla tempia? Debbo obbedire a mia madre, che non ha che me e mi implora di non rischiare la vita, o andare volontariamente a perderla con i compagni partigiani? Inseguito, affamato, disarmato, devo varcare la frontiera svizzera, o presentarmi alla caserma fascista a implorare perdono? Internato in Germania, mentre intorno mi muoiono i compagni di tubercolosi e di fame, debbo o no firmare quel foglio che significa cibo, coperta, ritorno in patria? Quel ragazzo di diciotto anni, spia del nemico, che mi chiede pietà piangendo, debbo farlo fucilare o no?

Questi e simili interrogativi si posero tragicamente e bruscamente a centinaia di migliaia di italiani, in quei mesi. Fu una guerra morale e un corso accelerato di vita civile, quanto più, tutt’intorno, tutto sembrava furia, bestialità, cecità, delitto. Gli italiani scoprirono che non esistono cause assolutamente immacolate, che non esistono gruppi di ‘puri’, che le azioni collettive esigono la rinuncia alla integrità e che il rimorso è inseparabile dall’azione. Scoprirono che è cosa ben diversa sparare al nemico straniero, che parla un’altra lingua, e indossa altri colori e sparare sul tuo concittadino o sentire il tuo stesso dialetto sulle labbra del militare che manovra la mitragliatrice contro un gruppo di donne e di bimbi atterriti, com’è accaduto a Marzabotto. Quando la violenza delle contraddizioni è portata fino all’orrore, le volontà si fanno implacabili, zone ignorate della coscienza e della società vengono avanti, e scopriamo con spavento e con gioia che la gerarchia degli uomini era, appunto, apparente e falsa. Questo – e non soltanto quello dei partiti politici e delle parole d’ordine – è stato il senso rivoluzionario della Resistenza. È lo sconvolgimento introdottosi fin nel più umile villaggio dell’Appennino o delle Alpi, la morte sull’aia o nel fosso che ci aveva visti giocare da ragazzi.» 1


Note
1 F. Fortini, Un giorno o l’altro, Quodlibet, Macerata 2006, p. 354.
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