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blackblog

La sostanza della verità*

di Anselm Jappe

verita25255b425255dVoglio cominciare con un ricordo personale. Sono cresciuto sul confine fra due epoche: la modernità classica e la postmodernità, o tarda modernità. Infatti, ho trascorso la mia adolescenza negli anni '70. Allora, il potere utilizzava un linguaggio chiaro: la famiglia, la scuola, la chiesa, l'esercito, le istituzioni dello Stato. parlavano con linguaggio altezzoso e autoritario. Domandavano rispetto e sottomissione in quanto pretendevano di detenere la verità. Non cercavano di darci soddisfazioni immediate, ma di garantire il nostro futuro insegnandoci, o imponendoci, quello che non eravamo capaci di apprezzare e scegliere spontaneamente. Volevano anche obbligarci a fare sacrifici in nome di una verità superiore all'individuo, come la patria. In realtà, nei settori più importanti della vita, era già tutto stabilito, erano gli individui che dovevano adattarsi. Invece, quelli che non si volevano adattare parlavano di "rivoluzione", di "sovversione", e proponevano soprattutto di minare le certezze comuni. Spargere dubbi, mettere in discussione le verità ufficiali, sottolineare la relatività di ogni sapere, sembravano attività sovversive. Mentre il potere, molto tempo dopo la secolarizzazione ufficiale della società, parlava ancora in nome di un dogma che doveva essere accettato e non discusso; la contestazione, al contrario, si poneva dalla parte degli scettici, dei relativisti. Non è forse meglio, per le religioni, perseguitare gli scettici, piuttosto che i detentori di presunte contro-verità? La libertà politica e sociale dovrebbe andare di pari passo, agli occhi dei nemici dell'autoritarismo esistente, con la denuncia di ogni dogmatismo nel pensiero: l'"anarchismo epistemologico" del filosofo Paul Feyerabend ne è stato forse l'esempio più noto.

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lostraniero

Gli ultimi giorni di Pompei

di Carlo Donolo

BrullovS3Gli ultimi giorni di Pompei sono sempre un grande spettacolo che ha il vantaggio di far coincidere attori e spettatori. Li abbiamo visti spesso al cinema in anni recenti, ma lo schermo è efficace solo nella misura in cui gli spettatori si identifichino con i protagonisti: si tratta di cose che ci riguardano. Pompei si presenta in varie forme: la guerra, il dissidio permanente e violento, la crisi ambientale e climatica, il disordine sociale endemico, la crisi economica, l’incidente puntuale ma sistemico a modo suo (come nel caso delle centrali atomiche). Inoltre e sempre di più la “catastrofe”, che poi è svolta, fatalità, metamorfosi, miscela di fine e inizio, si manifesta come incertezza oltre che come rischio. Questo lo conosciamo e ne stimiamo la probabilità, ce ne difendiamo con protezioni e assicurazioni. L’altra, invece, è un processo indefinito che si coagulerà in un indistinto futuro, in un tempo-spazio inconoscibili. Lo ignoriamo, però sappiamo solo che può avvenire. Questo getta un’ombra su tutta la vita sociale, che resta in attesa dell’evento improbabile, ignoto, ma certamente possibile. E, infine, solo per introdurre il tema “Pompei”, c’è anche tra i rischi percepiti e indefiniti quello del “declino”, letto come blocco del motore economico della crescita, come invecchiamento sociale, come necrosi culturale. Il declino riguarda non un tramonto dell’Occidente, ma un lungo processo che porta al decentramento dell’Europa, alla fine di questo baricentro politico e culturale, a favore dell’emergere di altre nazioni e di altre macroregioni.

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manifesto

Il primato della relazione

Giso Amendola

Un percorso di lettura a partire dall’ambizioso volume «Il transindividuale» curato da Vittorio Morfino e Etienne Balibar. Si indaga il rapporto fra individuo e comunità e sul loro «dualismo» che ha inciso sui modi di interpretare e di vivere la sfera pubblica. Esiste un filo rosso nella filosofia in cui ogni singolo è espressione dei rapporti sociali, ma irriducibile al tutto. Nonostante ciò, la possibilità di una politica del comune

folla-416706Indi­vi­duo e comu­nità, sin­golo e col­let­tivo. Il rap­porto tra i due poli può essere decli­nato in modi molto dif­fe­renti, dall’ordinata par­te­ci­pa­zione della parte al «Tutto», fino al con­flitto irri­du­ci­bile: resta fermo che que­sto schema ha fun­zio­nato come fon­da­mento dell’idea di ordine che il pen­siero occi­den­tale si è dato, ha descritto la sua onto­lo­gia por­tante. All’individuo come realtà sta­bile, auto­fon­data, tra­spa­rente a se stessa, dai con­fini sicuri e ben trac­ciati, si è con­trap­po­sto un sog­getto col­let­tivo che, in fondo, ne replica i tratti fon­da­men­tali: un Sog­getto dai con­fini più ampi, sem­mai un macroan­tropo che ricom­prende in sè gli «indi­vi­dui», come nel fron­te­spi­zio del Levia­tano di Tho­mas Hob­bes, ma che dell’individuo ripro­duce in pieno le fat­tezze onto­lo­gi­che, a comin­ciare dalla pre­tesa di auto­fon­da­zione e di autosussistenza.

Que­sto dua­li­smo di fondo ha inciso evi­den­te­mente sui modi di inter­pre­tare e di vivere la sfera pub­blica: l’ontologia qui è più che mai que­stione poli­tica. A par­tire dall’ingenua alter­na­tiva tra indi­vi­duo è col­let­tivo, la sfera pub­blica o è stata assor­bita all’interno di un sog­getto col­let­tivo iper­com­patto, desti­nato a fago­ci­tare ogni sin­go­la­rità, o, sim­me­tri­ca­mente , è impal­li­dita all’interno di una sem­plice visione «inter­sog­get­tiva», frutto di un con­tratto o comun­que parto tra­scen­den­tale di un sup­po­sto e fit­ti­zio accordo tra gli indi­vi­dui, con­fer­mati come mat­toni primi meta­fi­sici di qual­siasi costru­zione pub­blica.

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critica sociale

Socialismo, nè sinistra nè destra

di Alain De Benoist

Un saggio provocatorio sull'ultimo libro di Jean-Claude Michéa

defeIl gennaio 1905, il «regolamento» della Sezione francese dell'Internazionale operaia (SFIO) – il partito socialista dell'epoca – indicava ancora quest'ultima come un «partito della classe operaia che si prefigge di socializzare i mezzi di produzione e scambio, ossia di trasformare la società capitalistica in società collettivista o comunista, attraverso l'organizzazione economica e politica del proletariato». Beninteso, nessun partito «socialista» oserebbe oggi dire una cosa del genere, essendo i socialisti diventati socialdemocratici o social-liberali.

Che oggi la «sinistra», nella sua quasi totalità, sia divenuta riformista, che abbia aderito all'economia di mercato, che si sia progressivamente separata dai lavoratori e dalle classi popolari, non è certo una rivelazione. Lo spettacolo della vita politica ne è una ininterrotta dimostrazione. Per questo, ad esempio, le grida della sinistra sono così deboli nella grande tormenta finanziaria mondiale attuale: semplicemente, essa non è disposta più della destra a prendere le misure che permetterebbero di intraprendere una vera guerra contro l'influenza planetaria della Forma-Capitale. Come osserva Serge Halimi, «la sinistra riformista si distingue dai conservatori per il tempo di una campagna elettorale grazie a un effetto ottico. Poi, quando le è data l'occasione, si adopera a governare come i suoi avversari, a non disturbare l'ordine economico, a proteggere l'argenteria della gente del castello».

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blackblog

Impero (Hardt/Negri): il mondo in crisi visto come la Disneyland della Moltitudine*

di Robert Kurz

climate d25255b525255dIl problema per cui la critica sociale si vede confinata nelle categorie dell'ontologia capitalista, peggiora ulteriormente quando le idee del marxismo tradizionale vengono rivestite con gli orpelli della post-modernità. Dieci anni dopo il libro di Rufin, "L'impero e i nuovi barbari", Michael Hardt e Antonio Negri pubblicano "Impero", il loro opus magnum, il quale pretende descrivere il "nuovo ordine del mondo" ed il suo superamento futuro nel quadro di una vasta teoria della storia della modernità (e, più in generale, del suo sviluppo). Benché gli autori procedano largamente sulle tracce di Rufin, fino a prenderne in prestito il riferimento a Polibio, Rufin non viene mai citato, e neppure menzionato nella bibliografia. Eppure si dovrebbe trattare, nella prospettiva di una riformulazione di una teoria sociale emancipatrice, non di prendere in prestito - alla chetichella - degli elementi da Rufin, ma di operare la critica immanente delle sue argomentazioni, per poter fare un passo avanti decisivo. Hardt e Negri non riescono a farlo, se non altro perché non possono, più di quanto possa Rufin, concettualizzare in modo soddisfacente i fondamenti della società capitalista e le sue conseguenze. Per loro, la forma di riproduzione sociale totalitaria del mercato (il problema dello "sviluppo economico", per Rufin) va da sé, fino al punto di non essere neppure menzionato come concetto da mettere in discussione.

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manifesto bologna

Il fascino discreto della crisi economica

Intervista a Joseph Halevi

Con Joseph Halevi iniziamo un ciclo di interviste ad economisti ed economiste sulla perdurante grave crisi economica. Benché la crisi abbia messo in discussione  il pensiero economico dominante negli ultimi 30 anni, ci sembra che sia mancato finora a sinistra un dibattito appropriato che provasse a mettere a fuoco le determinanti del crollo e le prospettive future.

In ciò ha avuto un ruolo anche il “Manifesto” stesso, che ha ormai eliminato l’uso di alcune chiavi di lettura del presente, finendo a concentrarsi solo su certi aspetti della crisi (la questione ambientale, i beni comuni). Proviamo quindi a smuovere le acque, intitolando l’ iniziativa “Il fascino discreto della crisi economica”, prendendo spunto da un articolo di Fernando Vianello e Andrea Ginzburg pubblicato su “Rinascita” nel 1973. Benché gli scriventi abbiano una prospettiva teorica diversa dagli autori di quell’articolo, l’intenzione è di rendere omaggio alla tradizione eterodossa italiana (chi scrive si è laureato a Modena, in cui hanno insegnato sia Vianello che Ginzburg), oggi marginalizzata.

Halevi è docente di economia presso la University of Sidney ed è stato per anni collaboratore del “Manifesto”. I suoi interessi di ricerca coprono l’economia politica, le teorie della crescita e del commercio, l’Asia ed il pensiero marxiano e post-keynesiano.

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Aporie della moltitudine

Carlo Formenti

Parto da Bifo, non solo perché il suo è l’intervento più lungo, ma anche perché mi consente di rendere ancora più chiara e puntuta l’intenzione polemica del mio libro. Franco mi rende l’onore delle armi: 1) riconoscendo che la mia analisi della mutazione del modo di produzione capitalistico è ineccepibile; 2) lodando l’utilità del mio lavoro di catalogazione di un ampio ventaglio di teorie, sforzo che, appunta ironicamente, risparmia ad altri la fatica di leggere tutti quei libri; 3) sostenendo che quando analizzo i processi sono «formidabile» (captatio benevolentiae?), ma aggiungendo che quando cerco di trarne conclusioni critiche cado nel vizio – «futile» e anche un po’ antipatico – di procedere per confutazioni, pretendendo di dimostrare che tutti sbagliano. Quindi, visto che viceversa rivendico e considero irrinunciabile il metodo della confutazione, procederò a confutare, tanto sul piano del metodo, quanto su quello della realtà di fatto, le sue argomentazioni.

Confutare è inutile, scrive Bifo, seguendo la lezione di Deleuze, perché non esistono verità da affermare né falsità da confutare, bensì solo «visioni». Ebbene, questa «visione» è esattamente il mio primo bersaglio polemico (non a caso ho scelto il sottotitolo Contro le ideologie postmoderne).

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sinistra aniticap

Teoria delle onde lunghe e crisi del capitalismo contemporaneo

di Michel Husson

munch ragazze sul ponteNon vi è certamente modo migliore di rendere omaggio a Ernest Mandel che applicarne il metodo, quello di un marxismo vivo, non dogmatico. D’altronde, la profondità della crisi attuale rende ancor più indispensabile la rivalutazione critica degli strumenti d’analisi che Mandel ci ha lasciato. Il presente contributo cercherà quindi di rispondere a questa questione: la teoria delle onde lunghe costituisce un quadro adeguato per l’analisi dell’attuale crisi, della sua genesi e della nuova fase che apre?

Una volta richiamata a grandi linee questa teoria, cercheremo di applicarla al complesso della fase neoliberista del capitalismo, alternando considerazioni teoriche e osservazioni pratiche. Condurremo questo esame secondo due linee direttrici. La prima è che il capitalismo neoliberista corrisponde a una fase recessiva il cui tratto specifico essenziale è la capacità del capitalismo di ristabilire il saggio di profitto, nonostante un saggio di accumulazione stagnante e mediocri aumenti di produttività. La seconda è che non ci sono le condizioni del passaggio a una nuova onda espansiva e la fase che si apre è quella di una “regolazione caotica”.


Onde lunghe

La teoria delle onde lunghe ha costituito inizialmente il tema affrontato nel Capitolo 4 de El capitalismo tardÍo [“Il tardo-capitalismo”, o “La terza età del capitalismo”] (Mandel, 1972 – v. Bibliografia finale]) ed è poi stata sviluppata in una serie di lavori, in particolare nel libro Las ondas largas del desarrollo capitalista [“Le onde lunghe dello sviluppo capitalistico”] (Mandel, 1986).

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Il riproporsi dell’Ursprung*

Una nota su accumulazione originaria, sussunzione formale e reale

di Adelino Zanini

1. Quando si ragioni sui problemi connessi alla finanziarizzazione dei modelli sociali, in termini storici, il pensiero corre immediatamente all’interpretazione datane da Rudolf Hilferding, il quale sosteneva che nel capitale finanziario si risolveva e si superava la distinzione tra capitale bancario e capitale produttivo, in modo tale che la forma più universale e assurda (begriffloseste) – così egli si esprimeva – del capitale, ossia il capitale monetario (D-D’), veniva ad assumere il suo senso più specifico.1

E tuttavia, nella storia del pensiero economico, possiamo trovare strumenti interpretativi non meno interessanti già in Marx (in cui è presente appunto la definizione di capitale monetario a cui Hilferding si riferiva) e, soprattutto, in Schumpeter e Keynes (trascurando, un po’ colpevolmente, altri autori meno celebri ma non meno significativi, quali Knut Wicksell, Gunnar Myrdall, Frank Hahn). Strumenti che non sono necessariamente “segnati”, per così dire, dal dibattito epocale sull’Imperialismus (e sulle forme ad esso connesse: trust, cartelli, etc.) e sono perciò tali da poter essere richiamati senza soverchie preoccupazioni storiografiche.

Ad esempio, la centralità del mercato monetario in Schumpeter, sostenuta dalla funzione di liquidità creata ex novo, a prescindere dal risparmio, spiega non solo come sia possibile il concretizzarsi dei processi innovativi, ma anche perché in una particolare fase del ciclo economico si assista di norma alla cosiddetta “liquidazione abnorme”, che fa seguito alla creazione di liquidità in eccesso sotto forma di moneta creditizia e quindi indirizzata anche a fini speculativi.

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il rasoio di occam

L’ideologia continua. Intervista a Slavoj Žižek

di Giulio Azzolini

Nella versione integrale dell’intervista pubblicata il 1 novembre 2013 su la Repubblica, il ritratto di uno tra i più originali e controversi intellettuali contemporanei, Slavoj Žižek. Nella prima parte del dialogo, dopo essersi smarcato dal postmodernismo e aver riconosciuto il proprio debito nei confronti dello strutturalismo, il filosofo sloveno racconta il “suoˮ Hegel. Nella seconda parte, il discorso cade sulla congiuntura attuale e Žižek spazia col solito acume dalla politica all’economia alla religione. Nella terza parte, infine, l’“Elvis della filosofiaˮ racconta la sua vita, le sue passioni, le sue idiosincrasie

«Scusi, ho parlato troppo». All’improvviso Slavoj Žižek tace. Aveva rotto il ghiaccio con una storiella sulle sottili differenze che tormentano la sinistra. Il suo inglese prorompe scandito da un’inconfondibile esse blesa, il tono è grave, il volume alto. È appena tornato dalla Corea, ma rimarrà nella sua Lubiana solo qualche giorno. «Ora mi toccano gli Stati Uniti, poi la Bolivia. Adoro viaggiare e tutto ciò che mi serve sta nel mio computer. Per divertirmi inoltre guardo un sacco di film, anche se oggi sono stanchissimo per il trasloco…». I libri ingombrano. «No, è che un mesetto fa mi sono sposato». Il primo matrimonio? «Il quarto. Lei è più giovane di me, fa la giornalista culturale». Bene. «Con le mogli precedenti, però, conservo un ottimo rapporto». Žižek è «misantropo», dice. E pure «un vecchio stalinista», aggiunge scherzando a metà. Detesta le filosofie del dialogo, ma chiacchiera con entusiasmo e garbo impeccabile.


Esce in Italia la prima parte di Meno di niente (ed. Ponte alle Grazie, pagg. 496, euro 29), il suo monumentale saggio dedicato a Hegel. «La più grande impresa della mia vita», ha dichiarato. Perché?

«Oddio, in effetti messa così suona abbastanza grottesco. Volevo soltanto dire che ricapitola, in qualche modo, tutto il mio lavoro. Forse non è il mio libro migliore, ma di certo provo a chiarire le mie posizioni filosofiche e ontologiche fondamentali, anche se qui e là non manca qualche barzelletta sporca. Non riesco a sopravvivere senza».

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marx xxi

Smith, Schumpeter e Marx a Pechino

Sul Plenum del Partito Comunista Cinese

di Pasquale Cicalese

“In tutto questo, sembra esservi una assoluta contraddizione, o quanto meno un incalcolabile conflitto, fra Partito comunista e regime di mercato, anche per il mito rivendicato come prioritario, del mercato come sintomo di democrazia, per nascondere meno prioritari ma più consistenti interessi. La verità è che questa falsità storica oggi il Partito comunista cinese l'ha definitivamente denunciata. Le contraddizioni e i conflitti del mercato, nonché della sua disciplina, in continuo cambiamento, possono creare incredibili diseguaglianze, a tutti i livelli. Ma certo la loro soluzione appare oramai avere molte vie aperte. Il connubio tra mercato e democrazia, con buona pace dei tanti arroganti sacerdoti del neoliberismo, è storicamente tramontato”
(Guido Rossi, La cura cinese per l’economia globalizzata, Il Sole 24 Ore, 17 novembre 2013)

Giorno 18 ottobre, borsa Shanghai + 3,3, Hong Kong + 2,7, titoli finanziari alla riscossa. Cosa è successo durante il Plenum del Partito Comunista Cinese? E’ passata la linea nera, come strillava sabato 16 novembre il Manifesto, che dalle nostre parti appoggia niente meno che il PD?

Gli occidentali paiono avere una scarsa conoscenza della realtà cinese dell’ economia socialista di mercato. Giovanni Arrighi in Adam Smith a Pechino era stato chiaro: quel che succede da quelle parti modificherà i rapporti di forza mondiale. Altre volte avevamo suggerito che la dirigenza cinese applica un mix tra Smith, Schumpeter e Marx, un originale connubio finalizzato in ultima analisi ad una crescita poderosa della produttività totale dei fattori produttivi, un cammino incessante per raggiungere i livelli, ora calanti, occidentali. Lo hanno applicato alla forza lavoro, agli immensi conglomerati industriali pubblici, alle cooperative, alla pubblica amministrazione. Ora è il tempo di altri due settori, agricoltura e finanza. Si parla ora di titoli di proprietà. In ambito agricolo si punta a creare in pochi decenni quel che vi era durante la rivoluzione inglese, vale a dire la gentry, agricoltori che applicarono tecniche agricole innovative che fecero esplodere la produttività.

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Logica della conoscenza complessa

di Pierluigi Fagan

In quella rivoluzione epistemologica che fu la nascita e lo sviluppo della fisica quantistica avvenuta nel primo ‘900, s’incontrano due operatori logici applicati a due diversi principi. I due operatori logici sono “o – o” ed “e – e”. Per “operatore”, s’intende un dispositivo  che dà forma allo sviluppo logico.

L’operatore “o – o” ha la sua più antica versione, tra quelle a noi conosciute, nel  Principio di non contraddizione. Esso afferma che di un ente non è possibile predicare l’affermazione e la negazione al contempo, ovvero la sua realtà ed il suo contrario, ovvero apporvi predicati in contraddizione validi in uno stesso istante. Aristotele, almeno inizialmente, lo riteneva un principio ontologico relativo all’essere, libero da ogni predicato e/o attributo.  Il principio si limita a vietare l’attribuzione di concetti contrapposti -in uno stesso istante- allo stesso soggetto ma non stabilisce cosa dobbiamo o possiamo ritenere “contrapposto”. La regola disgiuntiva, nella sua forma pura  “o – o”, è un puro principio di esclusione di una  attribuzione di verità che risulterebbe contradditoria. Senza l’ osservanza di questa regola, non vi sarebbe differenza e quindi non si produrrebbe informazione (ex falso sequitur quodlibet).

Nella fisica quantistica, il principio disgiuntivo ispirò la formulazione di un importante principio applicato alle regole di funzionamento della meccanica dei quanti. Del  Principio di indeterminazione di W. Heisenberg (1927), venne proposta una prima versione in una lettera che W. Pauli[1] scrisse allo stesso Heisenberg un anno prima.

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Una fioca luce gettata sulla triste scienza

di Marco Bascetta

L'ultimo saggio di Jean-Paul Fitoussi «Teorema del lampione» (Einaudi) si scaglia contro l'ideologia neoliberista che presiede la gestione della crisi

È un atteggiamento usuale e sempre più frequente tra i seguaci di una dottrina economica spiegare i guasti evidenti scaturiti dalle proprie ricette con l'argomento che queste ultime non sono state applicate fino in fondo o con il dovuto zelo: non è stato privatizzato a sufficienza; il lavoro non è stato reso abbastanza flessibile; la spesa sociale non è stata ridotta quanto necessario per abbattere la pressione fiscale sulla libera impresa, e così via. Non c'è da sorprendersene. Quando si fa poggiare la dottrina su una assiomatica, sulla pretesa di agire secondo la razionalità indiscutibile di una tecnica matematica, che sbaraglia il vacuo accapigliarsi delle opinioni, l'errore non può risiedere nei postulati, ma solo nella loro negligente applicazione, nella debolezza degli agenti. Del resto è fin dalle sue origini che la «triste scienza» si propone come indagine e illustrazione di quelle «leggi di natura» che guidano in ogni suo aspetto la vita dell'homo oeconomicus e cioè dell'essere umano tout court. La promessa di benessere dell'economia liberista non teme smentite, non si lascia turbare dai capricci della contingenza, l'esperienza empirica, la contraddizione patente tra previsioni e risultati, le sono del tutto indifferenti.


Il buio dell'inconoscibile

Jean Paul Fitoussi, nel volume Il teorema del lampione (Einaudi, pp. 218, euro 18), riassume questa presunzione dottrinaria con la nota storiella dell'uomo che cerca un oggetto perduto sotto la luce di un lampione, non perché l'abbia perduto in quel luogo, ma perché è l'unico ad essere illuminato.

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quaderni s precario

Quale sovranità monetaria? Pensare la crisi europea

di Stefano Lucarelli

In occasione della pubblicazione francese del saggio di Christian Marazzi “Finanza bruciata”, può essere utile analizzare il dibattito francese sulla crisi economico-finanziaria.  In questo saggio, Stefano Lucarelli ripercorre le diverse posizioni della corrente eterodossa (da André Orléan, François Chesnais,  Jacques Sapir al “Manifesto d’économistes atterrés” promosso in Francia da P. Askenazy, T. Coutrot, H. Sterdyniak e dallo stesso Orléan), mettendo in luce come il tema dell’instabilità connaturata nei mercati finanziari e la questione dei debiti illegittimi porti alle necessità di ridefinire la sovranità monetaria in Europa. In questa ottica, diventa impellente oggi avviare un dibattito sulla “moneta del comune”, ovvero la possibilità di istituire dei circuiti finanziari alternativi.

« Uno dei rischi peggiori di questa crisi è la chiusura su se stessi degli Stati-nazione, la corsa a svalutazioni competitive per riconquistare fette di mercato sottraendole agli altri con misure protezionistiche. È così che, di solito, scoppiano le guerre»[1] .

Le parole su cui Christian Marazzi pone l’attenzione del lettore in conclusione del suo libro Finanza Bruciata – apparso nel 2009, poi tradotto in inglese e recentemente tradotto in francese – delineano un orizzonte nefasto. D’altro canto pensare a fondo la crisi europea conduce inevitabilmente a rendersi conto del pericolo che incombe. Per scongiurare questo orizzonte Marazzi invita ad adottare un principio, che egli intravede a fondamento del Homeowner Affordability & Stability Plan voluto dall’amministrazione Obama (la cassa di rifinanziamento ipotecario su trent’anni per salvare dal pignoramento della propria casa quattro milioni dei famiglie americane in grado di ritrasmettere fiducia al settore del credito ben più degli interventi di salvataggio diretto): partire dal basso per riformare il sistema monetario.

Le tesi di Marazzi costituiscono, nel bene e nel male, il tentativo più coraggioso e rigoroso prodotto dall’area antagonista (talora definita neo-operaista) di riorganizzare le categorie necessarie  alle soggettività che vogliono ribellarsi allo stato di crisi. Categorie scivolose per cogliere l’insolito forgiato dal comando finanziario, comprenderlo, corromperlo, affinché una qualche relazione fra “lotta (di classe?)” e “sviluppo (capitalistico?)” possa essere innanzitutto immaginata e poi riproposta in modo vivo e vitale.

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Fisica. Quando il vuoto è pieno

di Emilio Del Giudice e Giuseppe Vitiello

Il Premio Nobel per la Fisica 2013 è stato assegnato ai fisici Higgs e Englert per la loro previsione teorica, datata 1962, del cosiddetto "Bosone di Higgs", una particella elementare evidenziata sperimentalmente per la prima volta la scorsa primavera al CERN, con il grande contributo di molti fisici italiani. Qual è il senso profondo di tale scoperta, solo apparentemente esotica? Lo hanno spiegato qualche mese prima del Nobel, sulle pagine di Left, i fisici Vitiello e Del Giudice. Riproponiamo anche qui il loro splendido articolo. Buona lettura. La Redazione di Megachip.

Dalla nascita della fisica quantistica, agli inizi del '900, alla recente scoperta del bosone di Higgs. Oggi la materia non è più concepita come inerte. Ed è un vero cambio di paradigma. Che curiosamente ha radici antiche.


La scoperta nel 2012 del cosiddetto "bosone di Higgs" è stata un evento di grande importanza nella storia della fisica contemporanea, il coronamento di uno sforzo tecnologico di grande complessità. L'aspetto che vogliamo qui sottolineare è che questa scoperta conferma la validità di uno schema concettuale che ha rivoluzionato la nostra visione della natura.

Questo approccio rivoluzionario alla comprensione della natura è cominciato agli inizi del '900 con la nascita della fisica quantistica. La materia non era più concepita come inerte, come un insieme di corpi indipendenti, in principio isolabili gli uni dagli altri. La novità è che ogni oggetto fisico, sia esso un corpo materiale o un campo di forze, è intrinsecamente fluttuante in modo spontaneo anche in assenza di forze esterne. Il suo stato di minima energia, chiamato "vuoto" nel gergo dei fisici, non è perciò più lo stato in cui a causa dell'assenza di forze esterne c'è un vuoto di energia, ma è lo stato "pieno" delle fluttuazioni spontanee dell'oggetto dato.

Già nel 1916 Walther Nerst, uno dei pionieri del nuovo punto di vista, avanzò l'ipotesi che le fluttuazioni quantistiche in oggetti fisici differenti potessero sintonizzarsi tra di loro dando così luogo a sistemi complessi aventi un comportamento unitario.