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sinistra

Brancaccio, la catastrofe e la rivoluzione

di Michele Castaldo

Un commento allo scritto «Osservazioni e critiche a “Catastrofe o rivoluzione” di Emiliano Brancaccio» di Gianni De Bellis e Mario Fragnito

9788875787578 400x600Scrive Sergio Cararo su sinistrainrete.info:

«Brancaccio, economista e docente dell’Università del Sannio, ha avuto l’occasione di incrociare la spada in dibattiti pubblici con diversi esponenti dell’establishment: da Mario Monti a Romano Prodi, da Olivier Blanchard a Lorenzo Bini Smaghi»,

dunque parliamo di un pezzo da novanta.

Per quanto mi riguarda non sono abituato a guardare nessuno dall’alto in basso e neppure dal basso in alto, ma a misurarmi con i fatti e le idee che ad essi si riferiscono. Dunque non mi impressiono di fronte a un pezzo da novanta e ascolto con interesse il contadino, lo spazzino, il ciabattino, il pescatore, il manovale e l’operaio per quello che dicono e non per la loro qualifica. Si tratta di un metodo che non tutti i militanti di sinistra sono abituati a usare.

Avevo già letto l’articolo «Catastrofe o rivoluzione» pubblicato su sinistrainrete.info e lo avevo anche commentato in modo un poco “provocatorio”, nel senso che: premesso che si vada verso una catastrofe, cerchiamo di incominciare a ragionare su cosa si debba intendere per rivoluzione. Una serie di ulteriori commenti hanno evidenziato la torre di Babele della sinistra in questa fase, ovvero una voliera nella quale ognuno canta il suo «canto libero».

Su sollecitazione di Gianni a Mario ho riletto lo stesso articolo oltre al loro commento «2001-2016 Centralizzazione del capitale e crisi finanziaria oppure: oppure Crisi, da cui centralizzazione del capitale? ». Cerco, nelle note che seguono, di chiarire il mio punto di vista.

I compagni Gianni e Mario cercano di criticare una certa ambivalenza, un certo equilibrismo di alcune posizioni, o anche di qualche clamorosa contraddizione in Brancaccio.

Come dire: cercare di dialogare entrando nel merito delle questioni poste. Ma gli scritti sui quali si intrattengono sono latenti della questione di fondo, ovvero: cosa si deve intendere per rivoluzione.

Ora, la tesi sulla caduta tendenziale del saggio di profitto rappresenta l’architrave scientifico su cui poggia lo sviluppo dell’analisi che Marx codificata ne Il capitale. Su quella tesi, ovvero su quella legge, c’è poco da cincischiare: o la si assume o la si rigetta. E già nel titolo di uno dei due scritti – che i compagni a giusta ragione capovolgono – Brancaccio la nega scrivendo che «La Centralizzazione genera la crisi». Tale affermazione equivale, almeno per un materialista, a mettere l’uomo capovolto facendolo camminare con la testa per terra e i piedi all’aria a volteggiare. Pertanto alcuni passaggi mostrano tutta l’incongruenza – e mi tengo buono – del suo ragionamento, perché in una fase di crisi finalmente storica del modo di produzione capitalistico, fare il pesce in barile, nascondendo cioè la tesi politica di fondo, dall’alto dell’”accademia” economica non è proprio un’arte nobile.

Dove poggia la sua tesi “rivoluzionaria” Brancaccio?

«Il punto è che il movimento verso la crescita del capitale rispetto al reddito e verso la sua centralizzazione in sempre meno mani, è in quanto tale distruttivo per i gruppi sociali intermedi: piccoli capitalisti, ceti medi più o meno riflessivi, borghesia minore, esponenti delle professioni, quadri privati e pubblici, padroncini e rentiers marginali, questo aggregato di corpi centrali è destinato a erodersi: .. i componenti di questo mondo di mezzo finiscono per ingrossare le file degli strati subalterni».

Cerchiamo di uscire dalle secche: Marx ed Engels non escogitano il comunismo studiando il proletariato, ma scoprono il proletariato studiando il capitalismo, ovvero il soggetto storicamente determinato.

Che il ceto medio sia posto in un cul de sac dalla crisi del modo di produzione che lo ha generato, e che diviene per questa ragione una variabile impazzita, non è affar nostro; non è affar nostro portare a soluzione un problema comunque irrisolvibile, e in modo particolare dal nostro punto di vista.

È affare dei Biden che all’indomani dell’elezione come prima misura propone interventi nei confronti della piccola impresa, proprio per raffreddare i suoi bollenti spiriti. E Brancaccio si chiede che fare (?) contro lo stillicidio – vero, attenzione, non fittizio – nei confronti delle classi intermedie. Organizzare, dice lui, una linea politica contro la centralizzazione per risalire la china, evitare la catastrofe e magari uscire dalla crisi. In che modo? Non è dato sapere.

È questa omissione che deve preoccuparci non le sue “indeterminatezze” sulla legge chiave della Caduta tendenziale del saggio di profitto, perché quella, cioè la proposta politica, ha la pretesa di essere supportata dalla “indeterminatezza” sulla caduta tendenziale del saggio di profitto.

Si tratta di una “rivoluzione” - quella di andare in soccorso del ceto medio – che negli Usa è già stata presa in carico da Trump e inseguita da Biden, che nella fase attuale di crisi - proprio per la caduta tendenziale del saggio di profitto - diviene una coperta sempre più corta: o si coprono i piedi, cioè il proletariato e si castigano i ceti medi, oppure si coprono le spalle, cioè il ceto medio e si scoprono i piedi, cioè quel proletariato classe operaia, allevato nello spirito imperialistico del bel tempo che fu, cui Trump ha rivolto continuamente le sue attenzioni; e che non è stato scalfito molto dalla vittoria di Biden.

Brancaccio non è il solo che si avventura in proposte politiche “altisonanti”. Come al “meglio”, così al peggio non c’è mai fine, bastava leggere David Harvey alcuni mesi prima delle elezioni americane dove suggeriva a Trump – udite! udite! – di elargire un poco di consumismo su larga scala alle masse povere e rinviare le elezioni per impedire tumulti e rivoluzioni. E David Harvey non è proprio l’ultimo arrivato, come ben sappiamo.

Noi (intestazione impersonale, avrebbe detto Totò) diversamente da Brancaccio, Harvey e di tantissimi altri nomi altisonanti, non possiamo e non cerchiamo di nasconderci: o è crisi di sistema evidenziata dalla tendenza della caduta del saggio di profitto misurata sul piano storico, degli ultimi 200 e passa anni, come correttamente scrive Giorgio Ruffolo in Il capitalismo ha i secoli contati, oppure andiamo a cercà Maria pe Roma, come fa Brancaccio e – ancora una volta, mi tengo basso.

Il tentativo dei compagni di ribadire che alcune misure messe in atto per contrastare la tendenza di fondo possono anche all’immediato apparire come freni, ma si tratta sempre di fattori momentanei, e che anzi dopo un momentaneo rallentamento – come ad esempio l’implosione del blocco sovietico e la liberalizzazione del mercato del lavoro di masse proletarie dell’Est europeo, oppure dei primi due anni di Trump a presidente degli Usa, per non parlare della stessa Cina – non inficiano la Tendenza di fondo. Ma come si suole dire non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Quando Brancaccio scrive:

«pochissimi gli studi teorici ed empirici che guardano da vicino al legame tra centralizzazione e crisi economica e alle sue sfaccettature. Inoltre, la centralizzazione è concepita da Marx come la premessa per una forma di transizione da un modo di produzione a un altro»

mostra in questo modo una tesi, quella cioè che la politica possa e debba dirigere i processi economici, possa cioè riuscire a superare la forza impersonale delle leggi dell’economia. Si tratta di una tesi antimaterialista.

I compagni mi consentiranno di dire che nella loro critica «vogliamo ricordare che Marx ha sempre affermato che è stata sempre la violenza la reale levatrice delle trasformazioni storiche epocali. E che bisognerà necessariamente passare dalle armi della critica – accademica o meno – alla critica delle armi per effettuare la transizione» parlano al muro perché in Brancaccio è assente la figura impersonale dell’azione delle masse mosse dalla crisi. Lui teme come Harvey e tutti gli Harveyani i tumulti e la rivoluzione, e cita quest’ultima dando una propria interpretazione senza che metta in discussione il modo di produzione capitalistico, anzi proprio per non metterlo in discussione; perciò allude alla possibilità della catastrofe.

Si vuole una prova ulteriore? Lui si dibatte tra «tendenza centrifuga e centripeta», bene, basterebbe guardare alla Cina: da quando è scaduto il protettorato britannico su Hong Kong, nel 1997, solo negli ultimi due anni il governo centrale sta usando la mano pesante contro la tendenza centrifuga per riaffermare quella centripeta. Dunque non c’è bisogno di interrogarsi troppo sul piano “accademico”, di scomodare in malo modo Marx; basterebbe osservare i fatti che ci indicano con chiarezza la direzione in cui muove una tendenza. E se soltanto negli ultimi due anni il governo centrale opera il pugno duro per centralizzare Hong Kong, vuol dire che la crisi ha spinto e obbligato alla centralizzazione e non viceversa come pensa il Brancaccio. Se poi dalla storia reale si vuole prendere quel che serve per sostenere una propria tesi, pazienza. Ma noi (sempre intestazione impersonale alla Totò), non abbiamo quella necessità, per noi la tendenza è chiara e la enunciamo per tutta la sua reale portata distruttiva.

Brancaccio non è il solo ad aver individuato una tendenza verso la catastrofe, perché i grandi comunicatori dell’establishment occidentali lo ripetono a ogni piè sospinto che «si è esaurita la spinta propulsiva del moto-modo di produzione capitalistico» al punto che [non solo] negli Usa, ma [anche] in Europa si tifava allo stesso modo, hanno fatto fuoco e fiamme per fare in modo che vincesse Biden.

Dunque Brancaccio sta nella stessa scia dei M. Mazzucato, M. Jacobs, Stiglitz, C. Crouche, D. Zenghelis, C. Perez e tanti altri che pensano e suggeriscono di «ripensare il capitalismo» per evitare la catastrofe e tutti individuano – come Brancaccio – nell’impoverimento del ceto medio la causa principe della corsa verso la catastrofe.

Negli Usa è stato pubblicato un libro, La tirannia della meritocrazia, del filosofo-rockstar di Harvard Michael Sandel, recensito in Italia da Massimo Gaggi corrispondente negli Usa del Corriere della sera e che sarà pubblicato in edizione italiana nel prossimo mese di aprile. La cui tesi di fondo è: la meritocrazia ha separato oltremodo una minoranza dalla stragrande maggioranza del ceto medio alto creando così una contraddizione molto pericolosa.

Altrimenti detto la tendenza economica alla centralizzazione ha prodotto sul piano sociale dei guasti spaventosi cui è indispensabile porre rimedio. Una tendenza per la quale Brancaccio richiama «Il padre della teoria neoclassica della crescita e premio Nobel per l’economia Robert Solow che l’ha denominata «tendenza dei ricchi sempre più ricchi», e tanti altri, senza però aggredire mai il vero punto in questione come invece i compagni fanno richiamandosi a Grossmann quando scrivono:

«Quindi, riguardo al rapporto causa-effetto, sempre dialettico, gli stessi autori del lavoro che stiamo commentando, citando Marx, sembrano riconoscere, qui, che è “in primo luogo” l’abbassamento del saggio che genera la tendenza alla centralizzazione, e non l’inverso. Infatti la centralizzazione è una controtendenza alla discesa del saggio .. e, come diceva anche Grossmann, le controtendenze dapprima contrastano la discesa del saggio, e per questo vengono adottate; ma poi, sul medio-lungo periodo, tendono ad accelerarla».

Ma per Brancaccio il capitalismo non potrebbe mai essere messo in discussione dalle sue stesse leggi. È questa la questione dalla quale il personaggio non si smuove.

Ora, la tesi in filigrana, e manco troppo, dei suoi scritti è: «Visto che è in atto sempre più potente un processo di centralizzazione del capitale, il risvolto politico contro tale tendenza non può non essere la messa in moto di una tendenza centrifuga che ne infici il meccanismo».

Sicché i compagni a giusta ragione si chiedono: «Ma in che mondo viviamo?!! ». Viviamo in un mondo dove è vietato pensare che il capitalismo possa essere un movimento storico finito piuttosto che l’unico mondo possibile.

Emiliano Brancaccio fa parte di quella famosa categoria sociale, che va per la maggiore, sia chiaro e che rincorre il meno peggio, ed è ovvio che di fronte alla catastrofe imminente propone come soluzione “possibile” la costruzione di una tendenza contro la centralizzazione, nazione per nazione, Stato per Stato, partendo magari dagli Stati più deboli comprendendo in essi la nostra Italia. Che l’Italia sia un paese imperialista, con truppe “lecite” e illecite fuori dai propri confini per salvaguardare gli interessi del grande medio e piccolo capitale conta poco, perché è pur sempre un imperialismo minore rispetto agli Usa, per esempio o alla stessa Germania. È questa la tesi latente.

Domandiamoci piuttosto perché Brancaccio scrive:

«lo schema di riproduzione e tendenza mostra che le crisi ecologiche colpisc[ono] in misura preponderante le classi subalterne. Ma soprattutto, quello schema mette in luce che gli effetti prevalenti del cambiamento climatico non vengono catturati dai prezzi capitalistici: si tratta cioè di quella che gli economisti definirebbero una “esternalità” generale, un fenomeno che si pone al di là delle capacità di calcolo razionale del modo di produzione capitalistico. .. oggi .. si riesce a concepire persino la fine della vita sulla terra ma non la fine del capitalismo».

La tesi «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo» è esposta da Mark Fisher, in Realismo capitalista, un non materialista, un compagno che si suicidò poco dopo la pubblicazione del libro. Si tratta, a ben vedere, di una tesi che origina dallo sconforto diffuso fra i più fragili militanti di sinistra per la polverizzazione del vecchio proletariato novecentesco ha prodotto, quella famosa classe operaia che alla prova della mondializzazione del modo di produzione capitalistico non ha mostrato i connotati che il marxismo le aveva assegnato. È questa amara e cruda verità da prendere in carico e cercare di spostare in avanti la ricerca sugli effetti di quella famosa legge, la caduta tendenziale del saggio di profitto.

Per quale ragione Brancaccio cita la tesi di Fisher? Per due ragioni:

a) perché è venuto meno il presupposto teorico della classe operaia come unica classe autenticamente rivoluzionaria;

b) perché non vede all’orizzonte una classe capace o comunque un soggetto economico-politico-sociale-culturale in grado di sostituirla.

Sicché: 1+1 fa 2. Visto che il capitalismo si avvia verso la catastrofe e non c’è una classe rivoluzionaria cerchiamo di ripensarlo, dicono alcuni; mentre Brancaccio partendo dagli stessi presupposti propone di “rivoluzionarlo”.

E ancora una volta mi tengo basso, perché se prendiamo in esame l’ipotesi che l’Europa rappresenta una centralizzazione contro cui battersi, una tesi esplicita in molti gruppi della sinistra italiana di cui la Rete dei comunisti fa da capofila e con cui Brancaccio ha flirtato fino a non molto tempo fa, al quadro “teorico” si darebbe una geniale pennellata politica che lo farebbe salire di molto nelle quotazioni e lo renderebbe perciò ancora più appetibile ai palati dei grandi collezionisti e al mercato dell’arte contemporanea del sovranismo “rigorosamente” di sinistra.

Ci vuole un bel coraggio a scrivere «[…] Ossia in un senso nuovo rispetto alle vecchie controversie possiamo dire che nello scontro tutto interno alla classe capitalista, Keynes può muovere contro Marx. Una contrapposizione che all’estremo può sfociare in guerra». A che pro?

Non a caso Sergio Cararo (Catastrofe o rivoluzione? Brancaccio: passare alla pianificazione, di Sergio Cararo, su sinistrainrete.info) prende la palla al balzo, lo cita: «Tutta la creatività del collettivo, tutta la forza fisica e intellettuale della militanza devono riunirsi intorno a questo concetto straordinariamente fecondo. E tutte le iniziative devono quindi essere riconcepite nella cornice logica del piano.» e conclude: «Una affermazione più che condivisibile e che rappresenta una indicazione utile a definire almeno uno dei parametri dell’alternativa possibile: la pianificazione».

Ora, si può pianificare lo sviluppo dell’accumulazione capitalistica, in una fase ascendente, alla maniera della Nep, come tentarono di fare i bolscevichi in Russia e furono poi travolti dalla forza delle leggi del modo di produzione capitalistico, figurarsi se sia possibile la pianificazione in una crisi come quella attuale che procede verso la catastrofe.

Quale è dunque la prospettiva reale che propone Brancaccio, e mi tengo ancora una volta basso, perché non amo fare dietrologia, perché so che è difficile stanare le anguille. Per me è già abbondantemente sufficiente quello che lui esprime in modo “confuso” e “indeterminato”; e resta valido il ben noto passo marxiano presente nel 18 Brumaio, «gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì in circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione». Se, come appare inevitabile, il moto di produzione capitalistico viaggia verso la catastrofe, non saranno i personaggi alla Brancaccio che la eviteranno.

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Comments

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Sendero
Tuesday, 15 December 2020 11:33
@Michele Castaldo, ti stai contraddicendo rispetto ai tuoi post precedenti in elogio a Brancaccio e stai anche perdendo lucidità. Se tu scrivi: " lui non vede la catastrofe e da essa la rivoluzione, no, lui suggerisce di organizzare per evitare la catastrofe", allora non hai capito almeno metà del saggio del Branka, dove parla addirittura di "oggettiva tendenza alla polarizzazione e uniformizzazione di classe", e perfino alla tendenza verso un "nuovo tipo umano". Te lo dico da compagno: sei proprio fuori traccia. Ma questo è normale quando si vuole trattare con la solita superficialità un articolo nuovo e complesso come "Catastrofe o rivoluzione". Saluti
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claudio della volpe
Tuesday, 15 December 2020 10:13
PS la fine del mondo attuale è la fine del mondo capitalisticoed è inevitabile, non si può evitare; la fine del mondo verrà sicuramente e starà a noi ( o megliio ai comunisti di un futuro non vicino) farla divventare l'occasione di una rivoluzione; nel Manifesto Marz dice che la lotta di calsse si conclude o con la vittoria della classe nuova o con la caduta dell'intera società, non si può escludere questa seconda opzione e potrebbe essere il punto di discussione con Brancaccio
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claudio della volpe
Tuesday, 15 December 2020 10:09
sono d'accordo con l'autore; gli faccio solo una critica, la rivoluzione non è un processo spontaneo, ma scusate il gioco di parole spintaneo, ci vuole un partito e ben organizzato; e dove sta? dove stanno i militanti, l'organizzazione salda i piani anche militari ma soprattutto politici e anche chessò le armi, cose così; non ci sono e non si inventano ci vogliono decenni per fare queste cose; siamo in una situazione in cui guai a parlare anche solo di violenza organizzata ma non nella manifestazione di massa singola ma nella presa del potere; cosa si fa per prendere i il potere? quante persone quanti cannoni quanti mezzi ci vogliono? secondo me allo stato occorre pensare che la catastrofe porterà anni di sconforto e di pena ed è questo che personallmente considero inevitabille che forse spinge ad aver paura dei momenti topici, ma concordo con l'autore INELIMINABILI; li temo ma anche io li considero ineliminabili; facciamo un esempio non una pandemia ma chessò una fusione parziale dei ghiacci groenlandesi con aumento rapido del livello del mare di un paio di metri; è una prospettiva possibile; oppure che uno degli scontri militari degeneri con esplosione di qualche bomba atomica; cosa faranno i militanti comunisti in Italia? se ci si vuole mettere nella prospettiva dell'autore occorre ragionare su questo. quanti sono che piani hanno? non sono d'accordo su nulla praticamente e secondo me non saranno in grado di fare nulla; al momento; ci vuole un'altra generazione che avrà vissuto i guasti profondi del sistema più di chi come me o come noi ne ha vissuto invece il colmo della parabola; nel frattempo affinare le armi teoriche forse è il massimo che si possa fare; in questo senso concordo con l'autore. sulla pratica non so cosa si può fare concretamente ma certamente smettere di pensare come sembra che faccia Brancaccio che il capitalismo sa riformabile, non lo è deve essere abbattuto non può essere riformato; se volete è un po' come la questione dei piccoli negozi; io girovago attorno a RC e sento dire che occorre difendere i negozi di quartiere, la cosa mi sta sugli zebedei non penso che i piccoli commercianti siano da difendere sono una classe sociale destinata a scomparire a trasformarsi in dipendenti statali del commercio; almeno diciamoglielo, non facciamone una bandiera politica; ecco giusto per fare un esempio
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michelecastaldo
Tuesday, 15 December 2020 08:29
No, non ho urtato contro nessun parabrezza e ripeto: un conto è la critica nei confronti di chi nega la tendenza verso la catastrofe; tutt'altra cosa è la terapia, ovvero la proposta politica che contiene la volontà a organizzarsi da parte di Brancaccio.
L'irritazione di certi commenti sono il segno evidente che ho toccato il nervo scoperto.
E ripeto: sono cambiati i tempi: non si può più galleggiare in mezzo al guado.
Se Brancaccio cita Mark Fisher «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo» non lo fa a caso, lui non vede la catastrofe e da essa la rivoluzione, no, lui suggerisce di organizzare per evitare la catastrofe, e c'è un unico modo per farlo: quello che scrivono in modo coerente i vari Harvey.
Ripeto: se si vuole capire, bene, altrimenti buona fortuna!
E qui chiudo e non replicherò.
Michele Castaldo
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Sabatino
Monday, 14 December 2020 23:26
@Filippo ha ragione, caro Castaldo. Devi avere dato proprio una brutta testata nel parabrezza, visto che appena un mesetto fa dello stesso articolo di Brancaccio scrivevi questo in sua difesa:

(..) Nel leggere Brancaccio in questo articolo si nota - e non credo messo lì per caso - che usa continuamente l'espressione MOTO riferendosi a tutte le questioni che riguardano la natura della crisi attuale del capitalismo riferendosi continuamente alla riproduzione. Altrimenti detto: siamo in una fase di espansione del modo di produzione e dell'accumulazione, come per esempio lo si era nel 1918 durante l'Influenza spagnola oppure il moto di produzione ha compiuto tutto il suo percorso possibile e si comincia ad accartocciare sub sé stesso. Così va posta la questione. Ora, non a detta del catastrofista Castaldo, ma di scrittori e ricercatori - ne cito uno soltanto: Massimo Gaggi parlano di Crack America - che definiscono l'attuale crisi generale dei valori occidentali, per non dire del capitalismo come Sistema storico. E tutti gli indicatori segnalano una tendenza generale al caos.
Brancaccio parte da questa visione, centrando la questione del ceto medio e del suo livello di impoverimento e di conflittualità con la cima dell'establishment, e traccia una ipotesi di tendenza verso la catastrofe. Lui non fa niente di particolare, non scopre niente, prende atto di una tendenza che è oggettiva e reale e cerca di delineare un punto di vista contro di essa in difesa di valori opposti a quelli che ci stanno accompagnando verso un futuro catastrofico.
Lo farà anche in modo contraddittorio, ma è il cuore del suo ragionamento da prendere in considerazione o meno.
La stranezza dei ragionamenti all'interno dell'insieme della sinistra, di tutta la sinistra, consiste nel fatto che si guarda indietro, A QUANDO cioè il MOTO-MODO di produzione capitalistico cresceva e la nostra tendenza ideale si arrampicava sugli specchi per disarcionare da cavallo la classe al potere, senza capire che quella classe veniva prodotta da un modo di produzione ascendente, che cresceva a macchia d'olio, mentre oggi quello stesso movimento che è cresciuto per circa 500 anni è allo sbando, viaggia verso il caos, non ha più niente da proporre e, innanzitutto, NON entusiasma più, e in modo particolare lì, nella patria della "democrazia" e della "libertà". Altrimenti detto: l'uomo capitalistico si è comportato come l'apprendista stregone ha suscitato forze che lo stanno portando alla rovina. Basta guardarsi intorno per capirlo. Vien da chiedersi: MA cari compagni DOVE VIVETE? Se negli Usa si comincia a criticare la meritocrazia per i guasti che ha prodotto [vedi il libro La Tirannia del merito che sta scatenando un dibattito abbastanza acces[censored] allargando troppo la forbice tra la cima della montagna e lo stesso ceto medio che diviene così una serpe in seno allevata da questo modo di produzione. Brancaccio non fa altro che cercare di riflettere sui fatti.
Ora, è vero che in un mondo di illusi essere realisti è una illusione. Ma c'è un limite a tutto. Smettiamola di parlarci allo specchio, osserviamo la realtà, cerchiamo di capire in che senso marcia. Il limite dell'articolo di Brancaccio è un limite oggettivo, perché non si intravede ancora come controtendenza un movimento reale, il famoso soggetto, in grado di evitare il corso obbligato della storia. Ma lui pone una necessità, quella di contrastare la tendenza della catastrofe. Lui si comporta come Plechanov che rivolgendosi agli intellettuali dell'epoca, in Russia, che si sottraevano a un impegno in direzione della rivoluzione diceva: ma se voi ammettete che si va verso una fase rivoluzionaria e non lavorate per essa, essa si darà in modo ridotto da come dovrebbe o non si darà affatto.
Ecco, Plechanov sollecitava non solo a saper intravedere una linea di tendenza verso la rivoluzione, ma anche ad AGIRE per rafforzarla.
Sicché mi suona piuttosto strano che di fronte a un saggio che parte dai fatti e invita a organizzarsi contro una tendenza reale in atto, si CINCISCHI. Strano, molto strano. (..)
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michelecastaldo
Monday, 14 December 2020 21:26
Evidentemente ho toccato un nervo scoperto.
Se ci sono persone o personaggi di sinistra che si sentono toccati per le mie critiche ad Harvey, beh, a ognuno il suo: se Harvey ai tumulti e alle rivoluzioni preferisce Trump, state in buona compagnia, pazienza.
Quanto al mio commento all'articolo di Brancaccio, il compagno farebbe bene a rileggerlo e si accorgerebbe che in quel caso criticavo chi negava la catastrofe, non sposavo affatto la proposta politica di Brancaccio.
Mentre in questo caso mi intrattengo più sulla proposta di prospettiva politica che è disarmante e non a caso Brancaccio cita Mark Fisher, un non materialista, sfiduciato al punto che poco dopo la pubblicazione di Realismo capitalista si suicidò. Povero figlio mi verrebbe da dire.
Ma a 75 anni compiuti e con tutti gli acciacchi della vecchiaia credo - diversamente da Mark Fisher - che valga ancora la pena spendere qualche parola nei confronti di un movimento storico finalmente in crisi dalla quale non potrà venirne fuori. E orgogliosamente dico: al piatto di lenticchie che Harvey implorava a Trump da distribuire ai poveri causa epidemia per evitare i tumulti e le rivoluzioni, io preferisco i tumulti e le rivoluzioni e che i piatti di lenticchie gli oppressi e sfruttati nel nuovo come nel vecchio continente li schiaffino in faccia a Trump e ai difensori di questo modo di produzione.
CHIARO!?
Cari compagnucci è finito - e finalmente - il tempo in cui si poteva cincischiare, Harvey ha avuto il "coraggio" di uscire allo scoperto perché i fattori oggettivi lo hanno costretto. Mentre Brancaccio, e tanti come lui, ancora traccheggiano. Uscite allo scoperto giovanotti: si avvicinano tempi in cui non è più possibile stare in mezzo al guado a galleggiare.
Michele Castaldo
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renato
Monday, 14 December 2020 19:15
secondo me , visto e letto , considero che siamo sempre alla narcisistica prolusione di frattali e controfrattali sulle teorie , cioè se è nata prima la centralizzazione o la caduta del saggio di profitto (ma non dell'estrazione di plus valore in settori campi e sotto dimensioni che già dopo la fine del fordismo venivano aggrediti , sottomessi , colonizzati , utilizzate le parole che piu' vi aggradano...quindi creando ex novo proletariato di seconda o terza generazione piu' o meno intellettuale e piu' o meno pagato o per niente pagato ). Azzardo a dire che la catastrofe arriverà e verrà risolta dal capitale per uscirne con gli strumenti a lui in possesso. Rinascerà come un araba fenice, non completamente polverizzata. Nuovamente spazzati via, saremo noi , che continueremo a discuisire su chi aveva ragione o torto e riprenderemo a lavorare per il nuovo capitalismo , magari dal volto umano. Atri 500 anni di minchiate iper ideo poco logiche, aspettando sempre il godot di turno che intanto si sarà rifugiato su qualche altro pianeta, poco ospitale ma sicuramente meno frequentato da teorici e scrittori poco propensi ad elaborare una terapia della rivoluzione. Con chi in carne ed ossa è privato e privatizzato dalle neo regole dell'anzianità del valore e della merce. Poi detto tra noi è già tutto scritto in la Critica dell'economia politica, cosa c'è che frena a uscire allo scoperto? La rinuncia al ruolo o alle prebende e stipendi piu' che discreti di uno stato scolastico formativo, non ancora completamente privatizzato? Cosa? La galera? Andiamo avanti cosi' , ci ritroveremo tutti in galera senza aver fatto niente di fastidioso all'imperatore di turno o al padroncino con il suv che ambisce a diventare piu' grande ancora e rompe le scatole con la sua partita iva evadendo le tasse , pagando una miseria i suoi dipendenti , tutti naturalmente laureati e specializzati illusi di poter campare meglio dei loro padri o dei nonni che senza tanti fronzoli, quando era ora hanno saputo usare le mani e quei pochi strumenti che avevano a disposizione, anche solo il rifiuto di vivere e lavorare per 4 misere lire dell'epoca. (scritto di frettta, poco di testa e molto di pancia)
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Maria Cristina Tagliabue
Sunday, 20 December 2020 10:00
La sua pancia ragiona meglio di tante teste; così a me appare pur avendo alcune opinioni molto diverse dalle sue, certi fatti possono essere interpretati diversamente ma restano non possono essere fatti sparire perché non piacciono o non lo si capiscono. Ed io so che devo ancora imparare tanto...
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Filippo
Monday, 14 December 2020 16:47
@michelecastaldo, ma sei lo stesso Michele Castaldo che proprio sotto l'articolo di Brancaccio "Catastrofe o rivoluzione", lo elogiava apertamente? Per caso da allora a adesso hai fatto qualche incidente, hai dato una testata sul parabrezza o cosa?
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Redwolf
Monday, 14 December 2020 16:20
Ma a evitare la catastrofe non sarà nemmeno uno come te, Catsaldo. Non solo non hai gli strumenti per giudicare l'agevole Harvey, figuriamoci il tosto Brancaccio che fa un discorso sulle tendenze piuttosto complesso e che tu non sei in grado nemmeno di abbozzare. Ma sei anche in perfetta malafede, perché Brancaccio parla espressamente di comunismo, altro che salvataggio del capitalismo: metterlo al pari di Mazzucato e dei keynesiani da salotto è vergognoso, praticamente stai raccontando un altro articolo che ti sei inventato. Sei falso oltre che incompetente. Si perde solo tempo a leggere questa pseudo-recensione.
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