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nazione indiana

Extra legem nulla salus

di Antonio Sparzani


Leggo poco i giornali e non guardo la televisione, tranne qualche telegiornale opportunamente scelto, però mi sforzo ogni tanto di ascoltare attentamente i discorsi che ritengo importanti, e che spesso ritrovo registrati su youtube. È così accaduto che ieri mi sia accuratamente ascoltato il discorso del presidente degli Stati Uniti, discorso nel quale con neppure tanto celato trionfalismo Barak Obama annunciava la cattura e l’uccisione, da parte delle truppe del suo paese, dotate di “unparalleled courage”, di Osama Bin Laden. Mi sono ascoltato accuratamente le parole con le quali raccontava la cattura, e le motivazioni che ne offriva al suo pubblico, che in quel momento poteva ben dirsi mondiale.

Cercavo di capire se avrebbe tentato di giustificare un’operazione così palesemente priva di qualsiasi legalità internazionale, con una qualche internazionale motivazione; e naturalmente mi sono ascoltato il ricordo dell’11 settembre di quasi dieci anni fa, il ricordo delle numerose vittime innocenti, e l’elenco delle nefandezze che sono state in più occasioni variamente attribuite al personaggio Bin Laden, una volta così amico e connivente della presidenza statunitense, ma poi caduto in disgrazia, col seguito che sappiamo. O forse che non sappiamo e che mai bene sapremo, dato il mistero che circonda inesorabilmente le storie di questi personaggi, che ai miei piccoli occhi appaiono talvolta alieni, ma che sono inspiegabilmente invece appartenenti alla stessa specie Homo Sapiens alla quale ‒ così pur ci garantisce la biologia ‒ tutti apparteniamo. Non mi occupo quindi minimamente della probabilità che l’annuncio presidenziale sia in tutto o in parte veritiero o contenga l’ennesima bufala che ci viene fornita perché serve in questo particolare momento storico.

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La Socialdemocrazia Reale

di Polonio210 e Said

 17 settembre 2006. Elezioni politiche in Svezia. Fredrik Reinfeldt, leader dell’Alleanza per la Svezia (coalizione di centrodestra formata da Partito Moderato, Partito di Centro, Partito del Popolo e Cristiano Democratici) ottiene il 51% dei seggi parlamentari. I Socialdemocratici, guidati dal 57enne Göran Persson, si fermano al 34,9% dei voti: è il risultato peggiore dal 1914 

scandinavia14Alle radici di una crisi

Le date, come spesso accade nella storia, altro non sono che piccole tracce su cui riflettere, indagare. Esaminare la crisi politica, ma ancor prima valoriale, della Socialdemocrazia d’oggi è compito davvero ingrato. Mettere a fuoco le diverse dimensioni del problema, proporne una gerarchia delle cause, avanzare infine delle ipotesi sulla misura delle relazioni d’influenza reciproca, risulta viepiù complicato. La tesi di fondo, che qui si propone, seguendo un filo interpretativo che volutamente elude ed esclude alcune variabili pur importanti, è che la crisi del pensiero politico e della relativa proposta socialdemocratica siano stati profondamente influenzati dalla fine dei regimi del cosiddetto Socialismo Reale.

Compiendo un passo indietro verso il vituperato ‘900, una delle chiavi di lettura più convincenti ha scientemente «ridotto» questo secolo alla titanica sfida tra due messaggi universalisti: quello americano (wilsoniano) e quello sovietico (leninista).

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Il «servilismo» italiano e il '68

di Luigi Cavallaro

I post-sessantottini non si chiedono in che modo ciò in cui hanno creduto e credono (e soprattutto ciò che hanno fatto dal 1989 a oggi) possa essere considerato la causa del declino economico e sociale di oggi. E Viale non fa eccezione

 Non credo che il problema di questo Paese sia un generico «servilismo», come recentemente sostenuto su queste colonne da Guido Viale. (il manifesto 29/4) Tanto meno credo che codesto «servilismo» non abbia a che fare con le rivolte del '68 contro l'«autoritarismo» e per «la conquista di una propria autonomia personale». Mi pare piuttosto di poter dire che l'origine dei nostri problemi risieda precisamente nel rapporto tra le aspirazioni giovanili della generazione del '68 e le concretizzazioni reali della sua maturità.

È un fatto difficilmente contestabile che, attualmente, le leve del potere dell'industria culturale stiano tutte in mano a (tardi) esponenti della «generazione ribelle», equamente distribuiti fra «destra» e «sinistra». L'editoria più importante non pubblica se non ciò che si richiama alla loro costellazione valoriale. In televisione, occupano la scena come anchor-men (o women) o come ospiti dotati di diritto di parola. Beninteso, qualche spazio letterario o qualche comparsata televisiva si concede anche agli extranei, ma a condizione che i beneficati non pretendano di obiettare all'idealismo (in senso gnoseologico) dei depositari del logos.

Dal punto di vista economico e politico la situazione non è differente.

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Mettersi di traverso. Per una critica del biocapitalismo contemporaneo*

Sergio Bologna, Dario Banfi

Tutti i sistemi totalizzanti tendono a ridurre l’umanità a un insieme di corpi senz’anima, senza personalità, il capitalismo per primo e il biocapitalismo quasi ci riesce(1). Il problema sta nel rifiuto di subire, di sottomettersi, è l’eterno problema della libertà dell’individuo, qui sta il senso del discorso sulla coalizione. Ma la libertà non è scindibile dalla conoscenza e pertanto l’affermazione che l’informatica ha creato una diversa epistemologia significa che ha modificato i parametri del processo conoscitivo liberandolo in parte dalla dipendenza dell’insegnamento, del lavaggio del cervello, e dalla dipendenza dei procacciatori/manipolatori d’informazioni, aprendo lo spazio a una, seppur parziale e in permanente tensione, autonomia dell’individuo. Parlando il linguaggio dei simboli ha ridotto lo scarto tra la parola e i suoi effetti, il gesto e i suoi riflessi. Ha abbassato la statura dell’autorità, le ha tolto il piedestallo, contribuendo in questo senso alla de-professionalizzazione.

La nascita e lo sviluppo delle «nuove» professioni» avviene proprio nel periodo in cui questo passaggio di civiltà comincia a compiersi. Non hanno un percorso di formazione precostituito, non possiedono conoscenze alle quali corrisponde un ambito di giurisdizione ben definito, vivono di relazioni più che di competenze, la loro autorità è sancita dal mercato non dalle credenziali, a loro non servono i paludamenti del professionalismo, anzi sono d’impaccio. Ma il termine generico di «nuove professioni» comprende anche alcune antiche esercitate in maniera nuova o, per meglio dire, svolte in contesti di mercato talmente diversi da quelli che in origine le aveva viste nascere, che possono essere considerate «nuove».

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Come calcolare correttamente la riduzione dei salari

Antonella Stirati

In precedenti contributi a questa rivista (come del resto in numerose e autorevoli altre sedi) si è sostenuto che negli ultimi decenni vi è stata una redistribuzione del reddito a sfavore del lavoro dipendente di grande portata. Intorno a questo si è sviluppata una discussione che ha visto un mio commento a un post di Giulio Zanella ed una sua risposta (noisefromamerica 7/1/2011), che difende alcune scelte metodologiche relative all’uso dei dati che io avevo criticato. La questione è rilevante, in quanto il modo in cui si utilizzano i dati può permette di vedere, o invece offuscare, l’entità di un fenomeno che ha evidentemente una grande rilevanza sociale ed economica. Se infatti la redistribuzione del reddito è avvenuta e ha dimensioni rilevanti, ne discendono problemi di equità e coesione sociale, e anche conseguenze macroeconomiche negative per l’andamento dei consumi, e quindi della domanda aggregata e dell’occupazione (si veda in proposito Stirati, le premesse teoriche della lettera degli economisti, su questa rivista).

La materia del contendere riguarda in particolare due punti:

1 – se sia più opportuno utilizzare la quota dei redditi da lavoro sul PIL “corretta” mediante l’imputazione al lavoro autonomo di un reddito da lavoro pari al reddito medio da lavoro dipendente o, come suggerito da Zanella, la quota sul PIL dei redditi del solo lavoro dipendente.

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Il rapporto di produzione capitalistico

Valerio Bertello

Carattere duale del rapporto

Nel modo di produzione capitalistico il rapporto di produzione si presenta in due forme: una volta nella sfera della circolazione come scambio, una seconda volta in quella della produzione come dispotismo(1). Questa forma duplice è tanto più singolare in quanto si tratta di rapporti tra loro antitetici. Il primo, che ha come presupposti sociali la proprietà privata e la libertà dei soggetti, implica la divisione sociale del lavoro, ed è derivato da formazioni sociali precedenti. Il secondo è fondato sulla volontà dispotica del capitalista, che domina completamente il processo produttivo conferendogli una forma caratteristica, creazione specificamente capitalistica, quella della divisione manifatturiera del lavoro. Rapporto questo che si pone come negazione del precedente sia in relazione alla libertà del lavoratore, in quanto esso è sottoposto al dominio del capitale, sia in relazione al lavoratore come proprietario, in quanto esso viene spogliato totalmente del prodotto del proprio lavoro. Quindi assenza di libertà nel processo di lavoro ed espropriazione del risultato: questo l’esito del passaggio dal primo rapporto al secondo. Nel passaggio dalla sfera della circolazione a quella della produzione si verifica cioè una negazione radicale del primo rapporto da parte del secondo.

Perché questa duplicazione di quello che in realtà è uno stesso rapporto, cioè un rapporto di produzione, e perché in due forme che sono una la negazione dell’altra?

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Euro-salvataggi. L’uscita dall’euro non è un’opzione, il default sovrano sì

Mario Seminerio

Nel pomeriggio di venerdì 6 maggio, un lancio dello Spiegel Online ha causato il panico sui mercati finanziari, europei e non solo, già reduci da una settimana di forti ribassi delle materie prime. Il giornale segnalava la convocazione di un meeting straordinario tra ministri delle Finanze della zona euro per affrontare la minaccia della Grecia di uscire dall’euro. Tentiamo di decodificare i segnali, e di capire cosa potrà accadere ora.

La premessa è che nel corso della scorsa settimana il Portogallo è giunto a definire, con Unione europea e Fondo Monetario Internazionale, le condizioni dell’assistenza finanziaria necessaria a fare uscire il paese da una profonda crisi di debito sovrano, alimentata da una cronica incapacità a crescere (solo lo 0,8 per cento medio, nell’ultimo decennio). Lisbona ha ottenuto condizioni piuttosto morbide, soprattutto dall’Ue, che finora era invece stata il “poliziotto cattivo” nei negoziati di salvataggio. Il realismo ha evidentemente consigliato di non serrare troppo il cappio al collo di paesi che, a causa dell’austerità imposta dalla manovra, vedono un crollo dei livelli di attività economica e (di conseguenza) un andamento esplosivo del rapporto debito-Pil.

Il prossimo 16 maggio gli europei decideranno quale tasso far pagare al Portogallo
, ma c’è motivo di ritenere che non sarà penalizzante come quello inizialmente applicato a Grecia ed Irlanda.

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Barzellette seriose

di Augusto Illuminati

Le barzellette berlusconiane in genere mirano a solleticare con sconcezze poco sofisticate l’immaginario pecoreccio degli ascoltatori, con cui il locutore si identifica esibendo un sovrappiù di potenza (virile e monetaria). Notevole invece che a volte sappia tenersi sul registro del reale, con una iper-identificazione che non passa attraverso l’ingenua identificazione del pubblico. Questa ultima barzelletta (comizio al Palasharp del 7 maggio per la campagna elettorale milanese) suona infatti così, sobria e agghiacciante, tutta giocata sulla doppia intonazione – interrogativa e constatativa – dell’avverbio adesso:

«Vi racconto una storiella, è pulita e non so se vi piacerà. Racconta che una volta c'era un dittatore, un tiranno, un uomo che possedeva televisioni, i giornali e anche la squadra di calcio. A questo punto un bambino chiede: "E adesso?". Adesso c'è ancora».

Appunto, in barba a tutte le spallate, i conflitti di interesse, gli astuti progetti di farlo fuori con le più improbabili combinazioni, adesso Berlusconi sta sempre lì, il che in termini e tempi politici significa che rischia di starci quasi per sempre. Magari domandiamoci perché. Forse perché la sinistra ha sognato di estrometterlo facendo concessioni alla Lega sul federalismo? Oppure sposando contro la Lega la buona causa delle spedizioni umanitarie in Kosovo, Afghanistan e da ultimo Libia? Forse perché il Pd strizza l’occhio ai cattolici casiniani sulle tematiche etiche?

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Il mito dello sciopero generale

di Collettivo Uninomade

Che cosa significa sciopero generale oggi? Questo è il problema. Susanna Camusso sembra avere le idee piuttosto chiare. Al momento del suo insediamento ha subito generosamente messo in guardia i suoi avversari, dentro e fuori la Cgil, dicendo in buona sostanza: voi poveri illusi fate una campagna per lo sciopero generale, ma il sindacato ne ha fatti più di uno negli ultimi anni, non vi rendete conto che non servono a nulla? Non è stata ascoltata, e tutti possono ora vedere come è andata a finire. L’intelligente mastino della Cgil ha così messo nell’angolo la Fiom, riaffermando la piena sovranità della segreteria e del suo ruolo politico, non negando ma convocando lo sciopero generale: a distanza di sicurezza dall’autunno di lotte, di sole quattro ore e con manifestazioni territoriali. Per rendere più chiara la resa, la Fiom ha accettato – proprio alla vigilia dello striminzito 6 maggio – il diktat di Marchionne alla Bertone: solo la consumata spregiudicatezza di un abile sindacalista può presentare come “genialità operaia” quella che è un’evidente sconfitta, ripetendo gli stessi argomenti con cui la segretaria della Cgil invitava a votare sì anche a Mirafiori. La mossa del cavallo rischia di essere, in realtà, uno scacco matto.

Ma il punto, per noi, non è fare le pulci ai conflitti intestini al sindacato, ma rimettere a tema il rapporto tra movimento e sindacato a partire dalle lotte.

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La Guerra di Libia, il Potere Americano e il Sistema dei Petrodollari*

Peter Dale Scott

La campagna attuale della NATO contro Gheddafi in Libia ha dato luogo a una grande confusione, sia tra coloro che conducono questa inefficace campagna, sia tra gli osservatori. Molte persone, la cui opinione io di solito rispetto, vedono questa guerra come una guerra necessaria contro un criminale - anche se per alcuni il cattivo è Gheddafi, e per altri Obama.

Il mio parere su questa guerra, d'altra parte, è che essa sia tanto mal concepita quanto pericolosa - una minaccia per gli interessi dei libici, degli americani, del Medio Oriente e in teoria per tutto il mondo. Sotto la dichiarata preoccupazione per la sicurezza dei civili libici c'è un timore malcelato e più profondo: la difesa da parte dell'Occidente dell'attuale economia globale dei petrodollari, ormai in declino...

La confusione a Washington, di pari passo con l'assenza di discussione sul motivo strategico prioritario alla base del coinvolgimento americano, è sintomatica del fatto che il secolo americano sta finendo, e termina in un modo che è contemporaneamente prevedibile nel lungo periodo, quanto irregolare e fuori controllo nei dettagli.

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fatto quotidiano

Altro che Bin Laden, ora Obama pensa al debito

Vladimiro Giacchè

Non appena si è diffusa la notizia dell’uccisione di Osama bin Laden, i prezzi dei titoli di Stato Usa a 10 anni sono crollati, spingendo molto in alto i rendimenti (cioè gli interessi che il governo degli Stati Uniti paga a chi compra i suoi titoli di Stato). Venuta meno la minaccia terroristica (ma sarà vero?), anche la domanda di prodotti finanziari “sicuri” diminuisce. Ma quello che è avvenuto è in realtà la spia di problemi strutturali. Il recente giudizio negativo emesso da Standard & Poor’s sulle prospettive del debito Usa ha reso evidente l’insostenibilità delle politiche di bilancio statunitensi. Con un deficit al 10% del Pil non si va da nessuna parte. Soprattutto in presenza di un debito pubblico molto superiore al 62 per cento della cifra ufficiale del debito federale. In quella cifra, infatti, non si tiene conto né delle potenziali perdite sulle società immobiliari garantite dallo Stato, Fannie Mae e Freddie Mac (tra 160 e 600 miliardi), né dei diritti acquisiti su prestazioni sociali future: considerando questi fattori, il debito già oggi sarebbe al 94 per cento del Pil. Se poi si aggiungesse il debito dei governi locali (come si fa in Europa), la percentuale aumenterebbe di un altro 21%. In termini percentuali siamo poco al di sotto del debito italiano (120%).

Ma quali sono i principali capitoli di spesa del bilancio Usa? Nell’anno fiscale 2010, dei 3.500 miliardi di dollari di uscite, il 20% è andato alle spese militari (694 miliardi di dollari): un record mondiale. In termini assoluti si tratta della spesa più elevata dalla fine della seconda guerra mondiale: superiore anche ai tempi delle guerre di Corea e del Vietnam. In termini percentuali, si attesta al 5% del Pil, in crescita anche rispetto alla presidenza Bush.

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La spettacolare morte di #osama

Osama is trending! (o era Obama?)

InfoFreeFlow

Non c’è che dire! Un fine settimana degno di Walt Disney per l’infosfera globale: il principe sposa Cenerentola con un matrimonio da favola e l’orco cattivo muore. Sull’atmosfera fiabesca aleggia l’ectoplasma di papa Wojtytla: la circolarità di sentimenti ed emozioni prodottasi tra media broadcast e social network deve aver dato alla testa all’onorevole Biancofiore del PDL, che in preda ad una crisi mistica ha gridato al miracolo, causando lo sdegno imbarazzato del Vaticano. Dulcis in fundo una chicca dal sapore frodiano ce la regala la Fox annunciando in diretta la morte di Obama Bin Laden: a guardare il razzismo del suo linguaggio ed i veementi attacchi contro il presidente statunitense verrebbe da pensare più ad un lapsus che ad una gaffe.

Non manca il sarcasmo in rete di fronte alla morte del leader di Al Qaeda: c’è chi si chiede se finalmente sarà possibile portarsi il bagno schiuma in aereo o se l’incarnazione del male non abbia segretamente ceduto al fascino dell’Iphone 4 bianco o magari al vizio (tutt’altro che occidentale) di quattro amene chiacchiere sui social network. Attivata per sbaglio la geolocalizzazione dei tweet?

Dal sapore più amaro e retorico sono invece i tweet di coloro che si domandano se l’affermazione della categoria metafisica del terrore nel nostro immaginario non abbia effettivamente vinto visto il caro prezzo pagato per “sconfiggerlo”: nella lunga lista delle “casualties” prodottasi a cavallo delle due guerre scatenate per dare la caccia ad un singolo personaggio possiamo elencare centinaia di migliaia di vittime civili e le nostre libertà fondamentali. Mission accomplished?

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progetto lavoro

Marx e Keynes, per non banalizzare le forme dei conflitti di classe

Giovanni Mazzetti

Può chi si schiera a favore della classe lavoratrice determinare un corto circuito tale da ostacolare lo stesso processo di emancipazione per cui si batte? Purtroppo sì. Come ripete insistentemente Marx, prendendosela con le lotte fallimentari dei suoi contemporanei, una cosa è essere depositari della volontà di cambiare le cose, un’altra è aver sviluppato la capacità di farlo

NOTTE STELLATANel corso del ristagno quarantennale che stiamo attraversando il movimento ha ignorato questa differenza essenziale, commettendo un errore del tutto analogo a quello dei precedenti rivolgimenti storici. Marx definisce questo errore come un processo di “naturalizzazione” della propria condizione e dei propri bisogni. E’ evidente, infatti, che se nei bisogni che si cerca di soddisfare non c’è alcun problema, e cioè se le condizioni e il significato della loro soddisfazione sono immediatamente intelligibili, la volontà così com’è appare senz’altro un forza adeguata al perseguimento dello scopo. Uno sa quello che vuole e come può ottenerlo, cosicché tutto si riduce ad un “fare” corrispondente, e se le cose non vengono fatte ciò accade per la mancanza di “una volontà politica” di agire. Se invece lo stesso prender corpo del bisogno e le implicazioni della sua eventuale soddisfazione non sono immediatamente trasparenti, perché conseguenza di svolgimenti contraddittori dello sviluppo, che hanno fatto emergere condizioni nuove, che bisogna ancora imparare a metabolizzare, tutto cambia. Come sottolinea Marx nella III tesi su Feuerbach, la modificazione delle circostanze, che si vuole realizzare per soddisfare il bisogno, “coincide”, in questo caso, con un processo di autotrasformazione dell’individualità sociale che solo se interviene può renderla realizzabile.


Il senso comune contro la storia

A partire dalla metà degli anni Settanta è iniziato un processo di logoramento di un potere dei lavoratori che, nei due decenni precedenti, era scaturito dalle lotte di classe (che si concretizzava nel pieno impiego, in salari elevati e in condizioni di lavoro ragionevoli).

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Crisi europea del debito. Paga l’Italia

Sergio Cesaratto, Lanfranco Turci

crisi debito europeaA tutti è chiaro che Grecia, Irlanda e forse il Portogallo (i PIG) dovranno fare default sul loro debito estero. La questione aperta non è se, ma quando, come e, soprattutto, chi paga. Com’è anche a tutti noto, il debito estero greco consiste sin dall’origine soprattutto di debito pubblico; quello irlandese è di origine privata, dovuto ai crediti esteri che hanno finanziato un boom edilizio, ma è divenuto pubblico dopo che lo stato ha garantito i debiti esteri contratti dalle banche locali; quello lusitano è una via di mezzo.

La scommessa apparentemente fatta sinora dai paesi europei che contano è che le rigide misure fiscali imposte a quei paesi in cambio del sostegno finanziario generino un surplus del bilancio pubblico, mentre al contempo la deflazione salariale determini una ripresa delle esportazioni che, con la caduta delle importazioni in seguito alla caduta dei livelli di attività interni, generi un parallelo avanzo commerciale e con esso la capacità di redimere il debito estero.

La ripresa delle esportazioni modererebbe la caduta dei livelli di attività e, conseguentemente, delle entrate fiscali. La scommessa è chiaramente persa poiché attuazione ed effetti di una selvaggia deflazione salariale sulla competitività, in particolare di Grecia e Portogallo, sono incerti e differiti nel tempo. Così i livelli del debito pubblico rispetto al Pil in questi paesi sono destinati nei prossimi anni a crescere inesorabilmente (di circa un terzo in pochi anni). Ciò in seguito alla caduta del loro Pil e delle relative entrate fiscali, dovuta alle selvagge misure di rigore loro imposte, alla abnorme spesa per interessi (inclusi quelli usurai pagati sui prestiti europei), alla “necessità” che il settore pubblico assorba parte dei debiti del sistema bancario.

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Diario economico-politico – Primo Maggio

di Christian Marazzi

Ciclo, bolle e comune. Un articolo di Peter Coy e Roben Farzad apparso sul settimanale BloombergBusinessweek (“The Bubble This Time”, 18-24 aprile) ripropone, “come se il 2008 non fosse mai accaduto”, il tema delle bolle finanziarie, del loro ruolo all’interno del ciclo capitalistico e, aggiungiamo noi, il loro rapporto con il comune. Un altro articolo di Ashlee Vance, sempre sullo stesso numero di BB (“Are social Netweorks Gonna Blow?”), analizza il lascito, ossia quel che resterà dopo l’esplosione della bolla dei social media consumer-oriented. “Once again, 11 years after the dot-com-era peak of the Nasdaq, Silicon Valley is reaching the saturation point with business plans that hinge on crossed fingers as much as anything else. We are certainly in another bubble. And it’s being driven by social media and consumer-oriented applications” (…) “It’s a safe bet that sometime in the next 20 months, the capital markets will close, the music will stop, and the world will look bleak again”.

Cerchiamo di riassumere per punti:

1) Dopo l’esplosione della bolla dei subprime, i mercati globali sembrano oggi una coppa di champagne piena di bollicine. Robert Shiller, economista professore alla Yale University (che aveva previsto con largo anticipo la bolla internettiana e quella successiva dell’immobiliare), ha calcolato che lo Standard & Poor’s 500-stock index rappresenta 23 volte i guadagni normalizzati degli ultimi 10 anni, mentre la media storica è di 16 volte. Secondo Doug Nolan, del Federated Prudent Bear Fund, “I fear this is the granddaddy of them all, an almost-encompassing bubble right at the heart of monetary systems”;

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Come Goldman Sachs Ha Creato la Crisi Alimentare*

di Frederick Kaufman

Non prendetevela con gli appetiti americani, l'aumento dei prezzi del petrolio o le colture geneticamente modificate per il rincaro dei prodotti alimentari. Wall Street è il colpevole

La domanda e l'offerta sicuramente c'entrano. Ma c'è un altro motivo per cui i beni alimentari in tutto il mondo sono diventati così costosi: l'avidità di Wall Street.

Ci sono volute le menti brillanti di Goldman Sachs per realizzare la semplice verità che nulla è più prezioso del nostro pane quotidiano. E dove c'è un valore, ci sono soldi da fare. Nel 1991, i banchieri di Goldman, guidati dal loro lungimirante presidente Gary Cohn, hanno avviato un nuovo tipo di prodotto di investimento, un derivato con 24 materie prime sottostanti, dai metalli preziosi all'energia, caffè, cacao, bestiame, mais, maiale, soia e grano. Hanno pesato il valore di investimento di ciascun elemento, miscelato e riunito le parti in somme, poi ridotto quello che era un insieme complesso di cose reali in una formula matematica che può essere espressa come un fenomeno unico, conosciuto ormai come il Goldman Sachs Commodity Index (GSCI).

Per poco meno di un decennio, il GSCI è rimasto un veicolo di investimento relativamente statico, dato che i banchieri erano più interessati ai CDO (collateralized debt obligation) più che a tutto ciò che può essere letteralmente seminato o raccolto. Poi, nel 1999, la Commodities Futures Trading Commission ha deregolamentato il mercato dei futures. Tutto ad un tratto, i banchieri potevano assumere sulle materie prime delle grandi esposizioni a loro piacimento, una opportunità che, dopo la Grande Depressione, era possibile solo per coloro che effettivamente avevano qualcosa a che fare con la produzione del nostro cibo.

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L'energia nucleare, solo una parte di un modello da convertire

Guido Viale

Il passaggio dall’era dei combustibili fossili a quella delle energie rinnovabili, o anche solo la sua promozione, impongono un cambio di paradigma. L’economia degli idrocarburi è un sistema centralizzato. E’ fatto di campi petroliferi e pozzi minerari distanti migliaia di chilometri dai suoi utilizzatori finali, di oleodotti e gasdotti, di grandi petroliere, di convogli giganteschi e di navi carboniere e metaniere, di raffinerie e centrali di generazione elettrica di grande taglia, di grandi Kombinat industriali, di elettrodotti ad alta tensione, di società di prospezione, di gestione e di distribuzione, pubbliche e private, di dimensioni mondiali e di capitali proporzionati: un sistema che produce sempre più centralizzazione, dispotismo e guerre; il trasporto e i suoi impatti costituiscono una quota crescente dei costi ambientali ed economici della filiera.

La logica di un’economia delle fonti rinnovabili richiede invece un sistema distribuito, che migliora la sua efficienza quanto più è decentrato. Ogni comunità dovrà produrre, attraverso mix di fonti che variano da un contesto all’altro, la maggior parte dell’energia che consuma e le reti di vettoriamento dell’energia elettrica saranno asservite esclusivamente al riequilibrio tra le diverse utenze.
 
E’ vero che nella realtà, la logica con cui viene perseguito lo sviluppo delle fonti rinnovabili continua a ricalcare in gran parte l’impianto dell’economia delle fonti fossili: i casi estremi sono costituiti dalle grandi dighe idroelettriche che devastano intere regioni, o da progetti come Desertech, destinato, se mai funzionerà, a perpetuare la dipendenza dall’estero degli approvvigionamenti energetici.

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In morte di un ologramma

di Marco Cedolin

Gli “eroici” Navy Seals americani hanno ucciso Osama Bin Ladin, l’inafferrabile icona del terrorismo olografico internazionale, l’ectoplasma più ricercato del pianeta, fin dai tempi dell’autoattentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, riguardo al quale lui stesso, quando ancora possedeva una dimensione corporea, aveva più volte ribadito la più completa estraneità.

La “sconvolgente” notizia campeggia in formato maxi lusso sulle prime pagine di tutti i media, con una tale ridda di foto, articoli, retrospettive, precognizioni, indiscrezioni e valutazioni dotte, da tenere impegnato il lettore almeno per qualche settimana, sempre che si legga di buona lena e senza troppe distrazioni.

Ci sono i racconti concernenti i risvolti dell’operazione militare di grande prestigio ed estrema difficoltà, perché ammazzare un ectoplasma non è una passeggiata che s’improvvisa così su due piedi.....

C’è la narrazione della sepoltura del “corpo” in mare, secondo le modalità del rito islamico, dal momento che quando si ammazza un ologramma non occorre attendere qualche giorno prima di fargli il funerale, anzi si può procedere perfino in anticipo rispetto all’assassinio.

Ci sono  le dichiarazioni dell’onorevole del PDL Michaela Biancofiore che vede nell’uccisione di Osama un miracolo del nuovo santo Wojtyla, dando della vicenda una visione mistica ricca di suggestioni.

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La città dei rifiuti. Giustizia ambientale e incertezza nella crisi dei rifiuti in Campania

Marco Armiero1 e Giacomo D´Alisa2

1. Introduzione

Come è noto, i movimenti per la giustizia ambientale affondano le loro radici nelle mobilitazioni delle comunità povere delle città americane (Pellow 2007), riconnettendosi idealmente alle battaglie per i diritti civili più che alla tradizione del movimento ambientalista (Melosi 2000). In pochi ricordano che quando venne ucciso Martin Luther King Jr. si trovava a Memphis per sostenere uno sciopero di lavoratori neri nella gestione dei rifiuti (Bullard and Johnson 2000).

Lawrence Summer, presidente dell’università di Harvard e capo del Consiglio Nazionale Economico dell’amministrazione Obama, ha sostenuto, quando era presidente della Banca Mondiale, l’esportazione dei rifiuti nelle zone povere del mondo come la migliore delle soluzioni economiche possibili[3]. Una soluzione praticata e non solo teorizzata, come il caso dell’esportazione massiccia delle navi da smantellare ad Alang in India dimostra (De Maria 2010).

I rifiuti sono stati, lo sono e purtroppo lo saranno ancora nel futuro un problema di giustizia ambientale in un’economia che aspira ad una crescita illimitata. Questo è il motivo per il quale i rifiuti devono essere sempre più un aspetto centrale del dibattito sulle ingiustizie socio-ecologiche. Questo lavoro vuole contribuire a questo risultato e lo fa illustrando le difficoltà che incontrano attivisti e studiosi nel costruire il cammino per un efficace ecologismo popolare (Martinez-Alier 2009). Il caso analizzato è quello della Campania, regione del sud dell’Italia che da più di 17 anni vive in un regime di emergenza nella gestione dei rifiuti.