Von der Leyen bis, il vuoto della politica
di Andrea Guazzarotti
La candidata alla Presidenza della Commissione per il Partito popolare europeo, Ursula von der Leyen, è stata prima designata dal Consiglio europeo (capi di Stato o di governo), poi eletta dal Parlamento europeo (PE). La Presidente uscente, candidata del più grande gruppo politico al PE, è stata, dunque, riconfermata, dopo che il suo gruppo ha ottenuto una chiara maggioranza relativa, in crescita rispetto alle precedenti elezioni europee. Si tratta di una prova di stabilità nella continuità delle istituzioni europee, oppure di una vittoria figlia della cintura sanitaria europeista eretta nel Parlamento europeo, che poco ha a che spartire con la credibilità personale e istituzionale guadagnate sul campo dalla Presidente uscente (Cerretelli)? Una Presidente «che pochi amano ma molti hanno rieletto per evitare una crisi istituzionale devastante» (ibidem).
Far scegliere agli elettori la Presidenza della Commissione, o della truffa delle etichette
La continuità delle istituzioni europee, in realtà, è difficile da testare. Rispetto alla precedente elezione della “Von der Leyen I”, si è trattato di un apparente ritorno alla prassi – in passato ardentemente patrocinata dal Parlamento europeo – degli Spitzenkandidaten. Una prassi progettata dall’illusione dell’accademia di trasformare la struttura costituzionale dell’UE senza passare per la riforma dei Trattati e, soprattutto, per la (improbabile quanto dolorosa) costruzione di un’egemonia politica e di un demos europeo. Per avvicinare gli elettori alle istituzioni europee e politicizzare la formazione della Commissione, in modo da ridimensionare il ruolo di King-maker del Consiglio europeo (cioè dei governi nazionali), era stata valorizzata la novità normativa del Trattato di Lisbona (2009) che imponeva al Consiglio europeo di designare la Presidente della Commissione «tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo» (art. 17.7 TUE).





La crisi del marxismo e della sinistra avvenuta a partire dalla fine degli anni settanta hanno reso ormai lontana la stagione della Nuova sinistra, che dopo le opere di Giovanni Bechelloni (a c. di), Cultura e ideologia della nuova sinistra (1973), e di Attilio Mangano, Le culture del ’68 (1989) e L’altra linea (1992) negli ultimi trent’anni nella sua totalità e complessità raramente è stata oggetto dell’indagine storiografica. A rompere questo lungo silenzio ci ha pensato il giovane studioso Luca Mozzachiodi che ad essa ha da poco dedicato un libro molto importante, frutto di anni di lavoro, Preparando il Sessantotto: saggisti e scrittori nelle riviste della nuova sinistra (1956-1967). Le speranze, i drammi e le delusioni del 1956, «Ragionamenti» e la crisi dello stalinismo, «Officina» una rivista di transizione, il boom economico e le prime lotte operaie, Franco Fortini da Dieci inverni a Verifica dei poteri, Raniero Panzieri organizzatore politico e culturale e teorico marxista, il rinnovamento del marxismo e la nascita e il percorso delle riviste «Quaderni Rossi» e «Classe operaia», la fase pre-sessantottina dei «Quaderni piacentini», Cesare Cases allievo di Lukács, Renato Solmi studioso della Scuola di Francoforte e della nuova sinistra americana, Mario Tronti e l’operaismo, Alberto Asor Rosa e la critica al populismo: questi sono alcuni dei principali argomenti del libro, e tanto altro ancora. Un libro compatto, ricco di spunti e di riflessioni e rigoroso come pochi, che ricostruisce l’attività di quei piccoli gruppi di intellettuali militanti e organizzatori politici e culturali che dagli anni più duri dello stalinismo e della guerra fredda fino all’avvento del neocapitalismo e nel corso degli anni sessanta hanno speso le loro energie per affermare una linea politica e culturale diversa da quella della sinistra ufficiale, e che alla critica dello stalinismo, dello zdanovismo, del togliattismo e del marxismo nazional-popolare hanno unito l’impegno per una nuova cultura e un nuovo pensiero marxista basato sull’unità tra teoria e prassi, tra politica e cultura.
Un Marx che critica l’economia politica da un punto di vista etico e cioè dal punto di vista della materialità della vita, della soggettività corporea del lavoratore inteso come non essere del capitale. Una critica che parte dall’esteriorità, da ciò che la totalità del capitale esclude. È questa l’interpretazione di Marx per certi versi spiazzante, ma sempre sorretta da una solida conoscenza dei testi che ci presenta Enrique Dussel, studioso argentino scomparso lo scorso anno. Uno studioso che, partendo dalla teologia della liberazione, negli anni Novanta si dichiara discepolo di Marx per rifiutare l’idea, oramai comune, che il rivoluzionario tedesco sia da considerare un “cane morto”.
Mentre sulla banchina opposta si svolgevano le delicatissime operazioni di allibo (1), ossia di trasferimento del gas liquefatto (2) dalla nave gasiera di turno al rigassificatore FSRU, ITALIS LNG Italia ex Golar Tundra – parcheggiato, caso unico al mondo, all’interno di un 
Rei è una microinfluencer: pubblica contenuti per una piattaforma e conduce un'ordinaria esistenza urbana, tra cene con gli amici e occasionali eventi aziendali. Parlando con un'amica, viene a conoscenza dell'esistenza di «stanze di supporto emotivo», vendute dalla misteriosa Slight Holding: lì, si è isolati dall'onnipresente controllo sociale e ci si può sfogare senza freni e tracciamenti.
Calcolo economico e forme di proprietà di Charles Bettelheim ha come obiettivo presentare alcuni concetti chiave da utilizzare nel dibattito sulla transizione socialista e trarre alcune conclusioni dal loro impiego in un’analisi concreta delle formazioni economico-sociali che dicono di marciare verso un nuovo modo di produzione. Lo scopo ultimo del lavoro è capire se effettivamente paesi come l’URSS sono stati socialisti o meno. A questo quesito l’autore risponderà nei volumi de Le lotte di classe in URSS utilizzando i concetti sviluppati nel libro. Presento in questo saggio degli appunti sparsi presi dal volume in questione che mi sono serviti per le introduzioni ai volumi 1 e 2 di Le lotte di classe in URSS recentemente pubblicati dalla collana Filo Rosso della casa editrice Pgreco.
Dipende dal punto di vista. Invece di ergerci a maestri di dottrina dell’umano dobbiamo fare i conti sino in fondo con l’inedita sacralità veicolata dall’intelligenza artificiale. Con il suo seducente orizzonte di senso e con la sua concreta funzione pratica. È, infatti, tutt’altro che evidente agli occhi delle donne e degli uomini della società neoliberale, delle giovani generazioni in special modo, che intelligere deinde agere sia meglio di agere sine intelligere. La sin qui diffusa accettazione sociale dell’odierna forma del lavoro – la sua rappresentazione in termine di capitale umano – ne è la più emblematica conferma. Un compito intellettuale e politico immenso è davanti a noi. Siamo di fronte, infatti, a una “verità” sostenuta da una duplice, potente, legittimazione. Da una parte, una rappresentazione del tecno-capitalismo come di una forza del passato; dall’altra come di una forza del futuro. Una forza del passato, mitica, nella misura in cui le tecnologie digitali sono vissute come l’ultimo stadio di una lunga storia della razionalità occidentale che grazie alla tecnica si è assicurata un dominio sempre crescente sul corso del mondo, consentendo all’uomo di porre rimedio alla sua ontologica lacunosità. Una forza del futuro, rivoluzionaria, nella misura in cui l’uso massiccio delle tecnologie digitali dà vita ad un mondo nuovo: l’accesso a un bacino inesauribile di informazioni, l’enorme facilitazione delle comunicazioni, l’effettuazione di una grande quantità di azioni a distanza, il tutto accompagnato da un certo senso di compiacimento, di comodità, di potere. Tutto, magicamente, in tempo reale. Un tempo nuovo rispetto alle tre modalità temporali – passato, presente e futuro – che ancora scandivano nel ventesimo secolo la nostra forma di vita.
Nel 2020, la rivista Entertainment Weekly chiese a Barack Obama quali fossero i suoi programmi televisivi preferiti. L’ex presidente citò Better Call Saul, per i suoi grandiosi personaggi, e perché esamina il lato oscuro del sogno americano”. Da parte mia, sono convinto che i prodotti culturali di massa, anche quelli che di solito vengono considerati un passatempo privo di impegno, possano raccontarci molto del nostro presente (Michel De Certeau sarebbe stato d’accordo). Propongo dunque un accostamento improbabile: la serie tv Better Call Saul e il romanzo L’amica geniale di Elena Ferrante. Le affinità sembrano a prima vista inesistenti: da una parte il Nuovo Messico degli anni 2000, dall’altra la Napoli del dopoguerra. Due mondi lontanissimi. Se però ci concentriamo sull’immaginario del pubblico, la mia tesi è che il punto d’incontro di queste due opere così diverse risieda nella percezione di uno stato di crisi del sogno americano o, se vogliamo, del suo lato oscuro. Torniamo quindi a Obama…



Capovolgere la narrazione del conflitto e rafforzare il fronte bellicista occidentale fra gli obiettivi di un’azione volta a mettere in difficoltà Mosca innanzitutto da un punto di vista mediatico
Ormai trascorso anche il decimo mese di guerra, il conflitto a Gaza – la guerra più lunga mai sostenuta da Israele – si rivela sempre più come un insanabile fattore di stress per la società israeliana. Le criticità che stanno emergendo sempre più, mostrando le crepe che si aprono nella società, sono però figlie dirette del fallimento militare – e questo è un elemento deflagrante per Israele.
Ennesima puntata dell’approfondimento sulla saga più avvincente e al contempo più triste della nostra storia repubblicana: il rapimento e l’uccisione dell’onorevole Aldo Moro avvenuto a Roma fra il 16 Marzo e il 9 Maggio 1978 ad opera delle Brigate rosse. Questa volta lo stimolo per scrivere una quarta puntata mi viene dato non tanto dai soliti lettori/detrattori che, forti della corazza complottista forgiata da decenni di saggistica spazzatura, argomentano su noti servizi, spie della NATO e della CIA, sicari della mala e altre sceneggiature da serie crime di basso livello. Questa volta, finalmente, la critica sorprendentemente costruttiva arriva da un collega, Dario Ventura, che avendo letto le 3 puntate precedenti mi muove un appunto che proverò a riassumere così: premesso che ti definisci oppositore di ogni tesi non sufficientemente argomentata e suffragata da comprovata documentazione, specie se mai confluita in alcuno dei 5 processi; premesso che difendi (senza ovviamente sposarne la causa e soprattutto senza sposarne i mezzi) l’autenticità della lotta armata e del tentativo rivoluzionario in Italia; premesso che critichi e ti opponi aspramente a ogni tesi che sostenga l’etero-direzione delle brigate rosse…premesso tutto quanto detto, allora perché sostieni che non si può negare che i servizi segreti abbiano avuto un ruolo nella vicenda? Non lo dice, ma leggo nei suoi occhi una velata accusa di mancanza coerenza. Il rilievo del mio collega arriva all’improvviso nel bel mezzo di una tranquilla colazione in cui si parlava di consigli di classe e dei nuovi schemi di gioco del Milan e della Roma…con non poco stupore e colto impreparato, capisco che c’è bisogno di una quarta puntata.
Per l’impegno e la lotta dei comunisti e delle comuniste in Italia, così come per alimentare e arricchire la riserva di forza teorica e di esperienza concreta del movimento comunista internazionale, la vicenda, teorica e politica, della direzione di Palmiro Togliatti, nella lunga stagione storica dal 1927 al 1964, resta un’eredità prospettica, di grande spessore e di vasta portata.
1. Invereconde devono qualificarsi le contorsioni logiche, ancor prima che etiche, con cui i venditori di morte del Regno del Bene e della Democrazia (venduta alla plebe semicolta come Potere del Popolo) tentano di giustificare le atrocità di cui si macchiano la coscienza. L’onestà intellettuale è merce rara nel mondo distopico che ci circonda, mentre è chiaro come il sole che tutto ciò che ascoltiamo o leggiamo sul palcoscenico mainstream (ma proprio tutto!) impedisce ogni ipotetico avvicinamento del corso della verità a quello della realtà. Non è dunque tempo perduto tornare a riflettere su tutto ciò, tanto più che, secondo i saggi del passsato, repetita iuvant.
1. Introduzione
Un nuovo e insidioso fanatismo morale pervade l’Occidente. Originatosi negli Stati Uniti d’America va diffondendosi ovunque, instillando dimenticanza di sé, odio per la diversità e rigetto della nostra stessa storia culturale, con le sue istanze fondative e le sue contraddizioni, e istituendo quella che appare ogni giorno di più come una tirannide tra le più velenose, animata da una pretesa che nessun potere, neanche il più risoluto e feroce, aveva sinora messo in atto: quello della costruzione di mentalità e schemi di comportamento adeguati al Bene che permea di sé il Mondo Nuovo, attraverso l’interiorizzazione del divieto di alcuni pensieri, parole e sentimenti e l’acquisizione di altri, “politicamente corretti”.
“Farò in modo che l’America disponga sempre della forza militare più forte e letale del mondo”: nel comizio conclusivo della kermesse di Chicago, Kabala Harris non ha usato mezzi termini e, a vedere dalle reazioni, direi che ha fatto bene; da Senza Speranza a Faccia da schiaffi Provenzano, passando per la Ocasio Cortez e Bernie Sanders, come immancabilmente accade ormai da decenni, all’establishment democratico basta sventolare lo spauracchio del ritorno del fascismo immaginario per costruire un blocco compatto a sostegno del fascismo vero della guerra imperialista senza se e senza ma. Purtroppo per la Harris però – al netto dei trionfi passeggeri delle campagne di public relation all’interno della sinistra ZTL – non saranno i sorrisi a 36 denti di Speranza e Provenzano a determinare l’andamento concreto della guerra sul campo; ed ecco così che dall’Ucraina al Pacifico, passando per il Medio Oriente, i 3 fronti della guerra totale dell’imperialismo a guida USA contro il resto del mondo, ultimamente per analfoliberali e finto-sovranisti sono piuttosto avari di buone notizie: la fantomatica offensiva ucraina nell’oblast russo di Kursk, che aveva riacceso i sogni di mezza estate della propaganda di regime, si sta rivelando sempre più chiaramente una mossa disperata e controproducente che spiana la strada all’avanzata del Cremlino nel Donbass.
In base a un rapporto dell’Agenzia Italiana del Farmaco, del luglio 2015, si apprende che il disagio mentale è in aumento in tutti i paesi ad alto reddito. Il Report riprende un articolo dell’Economist dello stesso anno, dal titolo «Mental illness. The age of unreason» nel quale si affermava che, in riferimento alle stime di quel periodo, tra il 2011 e il 2030 il costo delle malattie mentali in tutto il mondo avrebbe raggiunto l’ammontare di oltre 16 trilioni di dollari in termini di mancata produzione (sic!) – la previsione prende come base il valore del dollaro nel 2010. Un costo più elevato rispetto a quello delle patologie oncologiche, cardiovascolari, respiratorie croniche e del diabete. (1)
L’Agenda Gender si compone di leggi (a tutela della comunità Lgtbq); prevede programmi Erasmus a sostegno delle iniziative Pride, usa milioni di euro per sostenere le attività Lgbtq+ e i loro attivisti in Africa, Asia, America Latina ed Europa orientale e sostiene le iniziative e le ONG legate al Dragtivism (l’arte del “travestimento”) ed è diventata, negli anni, un’industria milionaria. Inoltre condiziona i finanziamenti ai paesi subordinati all’accettazione delle sue direttive; si combina e si rafforza con le richieste sulla regolamentazione delle Sex Workers; con quelle sull’utero in affitto e con quelle sulla fecondazione assistita. Inoltre l’Agenda Gender è la “bibbia” ideologica e falsamente libertaria della disforia di genere; del mercato legato alla transizione e alla medicalizzazione a vita, e apre le porte all’ingegneria genetica e alla totale manipolazione dell’umano. Ma basterebbe chiedersi perché molte multinazionali di Big Pharma e del Big Tech se ne fanno promotori, senza contare l’appoggio di tanti transumanisti :dall’Opern Society Foundation di Soros alla fondazione Taresem che investe in progetti di ricerca sulle nano e biotecnologie, cyborg-coscienza, criogenica e Intelligenza Artificiale; passando per Black Rock, Google, Amazon. Solo per questo dovrebbe venirci qualche dubbio… a meno di non scambiare questi colossi dell’economia mondiale in filantropi dell’umanità1.


Dopo due anni e mezzo in cui la carneficina è andata avanti, ma la situazione non si è affatto risolta, mi pare si possano fare alcune ulteriori osservazioni sulla guerra in Ucraina. Sì, lo so, non sono un analista militare, perciò secondo molti non sono autorizzato a parlarne: cosa volete che ne sappia infatti un commentatore da poltrona senza neppure le stellette? Certo non sono uno dei (tanti), generali o colonnelli in pensione che vanno per la maggiore e certo a nessuno viene in mente di chiedere il mio parere.
Non risulta che fosse un lupo di mare, il reverendo inglese Thomas Bayes, noto agli statistici per il suo teorema sulla probabilità condizionata, che in sostanza permette una ricerca a posteriori delle cause di un evento che si è verificato. Ma calcolare le probabilità di una causa nel provocare un evento è esattamente quello che in sostanza stanno facendo gli inquirenti della procura di Termini Imerese, per cercare di diradare la nebbia e i misteri calati sul tragico affondamento del Bayesian, il veliero inglese colato a picco nei giorni scorsi davanti a Palermo e che proprio del matematico e filosofo del ‘700 portava il nome, la prima delle tante strane coincidenze, o brutti presagi, di questa storia che ha colorato di nero il mare blu di Porticello.
Esistono innumerevoli studi sul nazismo, sulla ricerca imperialista del suo spazio vitale e sulle teorie razziste che hanno portato come estrema conseguenza alla soluzione finale del “problema” ebraico. Molti di questi studi tendono a semplificare la realtà storica, utilizzando categorie della psicopatologia per spiegare le atrocità del nazifascismo, mettendo così in luce arbitrarie convergenze e affinità elettive con chi la croce uncinata l’ha sconfitta e spezzata, con chi era il vero nemico del nazionalsocialismo sin dai tempi del Mein Kampf. La storia viene dunque utilizzata e plasmata dall’attuale potere politico capitalista e neoliberista, viene revisionata, oscurando il profondo legame del nazismo con le insanguinate radici colonialiste europee, con l’imperialismo inglese, con le pratiche genocide e schiaviste della white supremacy nordamericana sui neri e i nativi americani. Non solo: le democrazie occidentali, con una serie di colpi di spugna e riscritture fantascientifiche, diventano le uniche paladine della libertà e della giustizia; contro ogni dittatura, hanno vinto la Seconda guerra mondiale e liberato da sole i campi di concentramento




































