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NATO: gli stolti di Stoltenberg
di Gaetano Colonna

Nel comunicato finale della Assemblea Parlamentare della NATO, tenutasi a Sofia dal 24 al 27 maggio scorso, si auspica «l’abolizione di alcune restrizioni sull’uso di armi fornite dagli alleati della NATO per colpire obiettivi legittimi in Russia».
Finora, infatti, gli attacchi ucraini contro obiettivi in Russia sono stati in gran parte limitati alla vicina città di Belgorod, nel raggio d’azione dei missili costruiti dall’Ucraina, anche se la Russia ha dichiarato che armi statunitensi sono già state utilizzate ripetutamente per colpire il suo territorio.
In questa occasione, la NATO, come ripetutamente affermato dal suo oramai decennale segretario generale, Jens Stoltenberg, ha chiesto alle potenze occidentali di permettere all’Ucraina di utilizzare i missili Storm Shadow, SCALP, Taurus e ATACMS, forniti dalla NATO, per colpire obiettivi in profondità nella Russia.
La NATO di Stoltenberg
Dopo che il ministro degli Esteri britannico David Cameron ha dichiarato che l’Ucraina potrebbe usare i missili britannici Storm Shadow per attacchi sulla Russia, il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore britannico Nigel Casey, ed ha avvertito che la Russia avrebbe potuto rispondere colpendo obiettivi in Gran Bretagna.
Il 27 maggio scorso, durante un vertice a Meseberg, il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron hanno anch’essi entrambi chiesto che l’Ucraina possa colpire la Russia con missili della NATO. Macron ha dichiarato:
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Ucraina/Gaza: Un po’ d’ordine nella situazione globale
di Piero Bevilacqua
Le sorti della guerra in Ucraina
Non lasciamoci fuorviare dai proclami e dalle irresponsabili dichiarazioni di guerra mondiale da parte di dirigenti della Nato, dai politici-pubblicitari e dai giornalisti padronali a pieno servizio. La “guerra americana” in Ucraina è perduta. Le nuove armi messe a disposizione dagli USA e dalla Nato non cambieranno le condizioni sul campo di battaglia. Come ha ricordato Putin in una intervista di qualche mese fa, in previsione di questa escalation: «ci faranno del male, certamente, ma non cambieranno le sorti del conflitto». I missili che colpiranno obiettivi in territorio russo produrranno morte e distruzione in questo o in quel luogo, ma l’esercito russo proseguirà il suo corso sul fronte ucraino. Il popolo russo è abituato a sopportare ben altre sofferenze. Gli attacchi occidentali avranno l’effetto di rinserrare i ranghi della popolazione e di renderla più impegnata nei compiti di produzione e difesa, rinsaldando lo spirito nazionale e il consenso a Putin e all’attuale classe dirigente.
Ricordiamo che la mira fondamentale degli USA e dei suoi alleati è, come voleva l’istituto di studi strategici USA Rand Corporation, in un rapporto del 2019, “Sovraccaricare e destabilizzare la Russia” con una lunga guerra di logoramento. Prospettiva a cui Mosca si è prontamente preparata, evitando di ripetere gli errori dell’Unione Sovietica, che era arrivata a impiegare il 13% del PIL in spese militari (finendo coll’implodere), e indirizzando l’economia verso lo sviluppo di tecnologie a doppio uso, bellico e civile e destinando solo il necessario alle spese di guerra. Non a caso di recente Putin ha sostituito il ministro della Difesa Sergei Shoigu, un militare, con un abile economista, Andrei Belousov. Nel frattempo le relazioni economiche russe si sono quasi tutte spostate verso le regioni dell’Asia e soprattutto della Cina, oltre che verso l’Africa e l’America Latina.
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Complessità e ambiente. Perché non siamo all’altezza della sfida
di Riccardo Leoncini
Abstract. Viviamo in un mondo non lineare, ma pensiamo in modo lineare. L’esistenza di una retroazione negativa dovrebbe garantire che un sistema, di fronte a una perturbazione, si stabilizzi in maniera endogena grazie alle forze che innesca. In questo modo, comportamenti prevedibili sono il risultato “naturale” di ogni possibile perturbazione che colpisce il sistema. Tuttavia, l’esistenza di retroazioni positive, lungi dal costringere il sistema a gravitare intorno all’equilibrio, è più probabile che porti in disequilibrio il sistema e contribuisca a tenerlo lontano da esso.
Le seul véritable voyage […] ce ne serait pas d’aller vers de
nouveaux paysages, mais d’avoir d’autres yeux, de voir
l’univers avec les yeux d’un autre, de cent autres, de voir les
cent univers que chacun d’eux voit, que chacun d’eux est
Marcel Proust, La Prisonnière
El hombre es disipación […] y el miedo a la disipación
Juan Carlos Onetti, Juntacadaveres
Introduzione
Viviamo in un mondo non lineare, ma pensiamo in modo lineare. Non riusciamo a capire che per percorrere 100 km, aumentare la velocità della nostra automobile da 60 a 80 km/h consentirà un risparmio di 25 minuti di tempo di viaggio, mentre aumentando di altri 20 km/h fino a 100 km/h non otterremo la stessa riduzione del tempo di viaggio, ma una riduzione minore.[1]
Viviamo in un mondo non lineare, ma pensiamo in modo lineare. Se oggi il bilancio della Covid-19 fosse di 1.000 persone infette, domani ci aspetteremmo poco più di 1.000 persone, perché non siamo in grado di pensare in termini esponenziali.[2]
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La guerra russo-ucraina: l’allargamento del fronte
La quinta battaglia di Kharkov
di Big Serge
Ci sono alcune regioni del mondo che sono sembrate destinate per il crudele capriccio della geografia e del caso a essere perenni campi di battaglia. Spesso queste terre travagliate si trovano al crocevia di interessi imperiali, come nel caso dell’Afghanistan o della Polonia, che hanno visto tante volte il passaggio di eserciti che andavano di qua o di là, oppure sono semplicemente afflitti da forme di governo perennemente instabili o da turbolenti conflitti etnici. A volte tuttavia è la logica peculiare delle operazioni militari a portare la violenza nello stesso luogo, ancora e ancora. Una di queste note vittime è la grande città industriale di Kharkov, nel nord-est dell’Ucraina.
Fondata originariamente come modesta fortezza nel XVII secolo, Kharkov era destinata a giocare un ruolo insolito nella Seconda Guerra Mondiale. La città divenne una sorta di simbolo della frustrazione per gli eserciti sovietico e tedesco in guerra: era il luogo che entrambi gli eserciti volevano raggiungere, ma che sembrava non riuscissero del tutto a conquistare e mantenere. Nel 1941 la città fu conquistata nelle fasi declinanti della colossale invasione tedesca dell’URSSi, e venne occupata durante l’inverno. Nel 1942 i dintorni della città divennero teatro di un’enorme battagliaii quando i tedeschi progettarono di lanciare un’offensiva da Kharkov proprio nello stesso momento in cui l’Armata Rossa pianificava un’offensiva verso di essa. L'anno successivo, la città fu per breve tempo riconquistata dall'Armata Rossa mentre inseguiva le armate tedesche in ritirata lontano da Stalingrado, prima di passare nuovamente di mano dopo un rapido contrattacco tedescoiii. Infine, alla fine dell’agosto 1943, i sovietici ripresero definitivamente la città mentre iniziavano il loro inarrestabile slancio verso Berlino.
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Le “relazioni pericolose” di Ursula Von der Leyen
di Jean-Pierre Page*
Tra circa due settimane ci saranno le elezioni europee. Per i popoli e i lavoratori, l’Unione Europea (UE) è al cuore di una crisi profonda e il loro divorzio si è ormai ampiamente consumato. Il 16 maggio a Montauban in una riunione di militanti della CGT in Tarn et Garonne, Jean-Pierre Page ha parlato in un intervento di Unione Europea, di estrema destra, di fascistizzazione e dei nuovi rapporti di forza internazionali.
* * * *
La credibilità politica, economica, sociale e culturale delle istituzioni europee ha regredito considerevolmente. Sono emerse divisioni e spaccature sempre più numerose tra i Paesi membri, in tutti i settori: il sociale, la sicurezza, i rifugiati, quello economico e monetario, ecc.
La corruzione, grazie a migliaia di lobby, colpisce la Commissione di Bruxelles e il suo Presidente quanto il Parlamento stesso. l’UE per esistere cerca di compensare il suo funzionamento antidemocratico ricorrendo all’autoritarismo e attaccando le libertà fondamentali.
Come abbiamo visto in Ucraina, in Medio Oriente e nei confronti della Cina, il suo servilismo nei confronti degli Stati Uniti dà la misura di come questa crisi esistenziale derivi dalla natura stessa dell’Unione.
Come ai loro inizi, le istituzioni europee continuano a sviluppare un legame stretto con le forze politiche più retrograde dell’estrema destra neofascista. L’UE sta crollando sulle sue fondamenta, è isolata e non c’è modo di scommettere sul suo futuro. In realtà, non ha prospettive, e il peggio deve ancora arrivare.
D’altra parte, questo innegabile sviluppo dell’Europa non è indifferente o separato agli inizi di un cambiamento significativo negli equilibri di potere nel mondo a cui stiamo assistendo: anzi, quest’evoluzione ne è un elemento rivelatore.
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LombarDie: morte di una regione
Miserie e malesseri della “regione più ricca d’Italia”
di Ilaria Padovan e Graziano Gala
Ogni anno, puntuali, le classifiche. La narrazione è la solita: un luogo dinamico, ricco, desiderabile. Un’autentica occasione: il mercato del lavoro lombardo è un polo di attrazione a livello nazionale e, negli ultimi decenni, internazionale, stando al Rapporto Lombardia 2023 – pigro e ingrato chi pensa il contrario. A parlare bastano i dati: Milano si riconferma tra le prime dieci nella classifica sulla qualità della vita stilata dal Sole24Ore, la Brianza si distingue per operosità e ricchezza, la regione traina l’economia nazionale rappresentandone il 20% del PIL.
È sufficiente per ignorare i problemi globali che la interessano? Secondo un’intervista rilasciata a Milano Correre da Manfredi Catella, presidente del gruppo immobiliare COIMA, leader nell’investimento, sviluppo e gestione di patrimoni immobiliari per conto di investitori istituzionali, c’è troppo pessimismo: dovremmo gloriarci, anzi, del fatto che la Lombardia è una regione che riesce ad attrarre gli investimenti. Eppure, a volerle vedere bene, le classifiche, esistono anche ben altri primati. Dimenticarsi “dei deboli, dei fiacchi e dei vinti che levano braccia disperate” (G. Verga, Introduzione al ciclo dei vinti, Treves, 1881) è facile, forse troppo. Da qui la necessità di rivalutare Milano, cuore pulsante dell’illusione, e un’intera regione che fino ai suoi confini risulta ammalata per scongiurare pericolose proiezioni che, noi per primi, speriamo fallaci.
Più che una città, un prodotto di consumo
Milano capitale morale, della finanza, dell’economia, della moda, del design. Nell’immaginario comune la città è l’emblema di quelli che ce l’hanno fatta. Anzi, di più: l’unico luogo plausibile al farcela, soprattutto dopo la campagna Expo 2015 che ha ripulito la città dal caratteristico grigio di nebbia e asfalto per far risaltare ancora meglio la sua attrattività (si veda L. Tozzi, L’invenzione di Milano, Cronopio, 2023).
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Finale di partita degli Stati Uniti in Ucraina
Guerra senza fine, amen
di Patrick Lawrence per Strategic-culture
Cosa succede quando una nazione potente non può permettersi di perdere una guerra che ha già perso?
Sono ormai trascorsi due anni e mezzo da quando Mosca ha inviato due progetti di trattato, uno a Washington e uno alla NATO a Bruxelles, come proposta di base per colloqui di un nuovo accordo sulla sicurezza: un rinnovamento delle relazioni tra l’alleanza transatlantica e la Federazione Russa..Una ristrutturazione urgentemente necessaria, bisogna subito dire. E poi dobbiamo anche aggiungere l’immediato rifiuto da parte del regime di Biden delle proposte della Russia in quanto “neppure considerate” più velocemente che pronunziare “illusi”. Fermiamoci un attimo per rammentare tutti coloro che sono morti nella guerra scoppiata in Ucraina un anno e pochi mesi dopo che Joe Biden aveva rifiutato, o addirittura deriso, l’onorevole iniziativa diplomatica di Vladimir Putin. Tutti i mutilati e gli sfollati, tutti i paesi e le città distrutti, tutti i terreni agricoli trasformati in paesaggi lunari. E l’accordo di pace quasi completo, negoziato a Istanbul poche settimane dopo l’inizio della guerra che Stati Uniti e Gran Bretagna si sono affrettati a far naufragare. E ovviamente tutti i miliardi di dollari, qualcosa più dei 100 miliardi di dollari attuali, non spesi per migliorare la vita degli americani, ma spesi invece per armare un regime di Kiev che ruba gli aiuti in modo stravagante mentre schiera un esercito di sedicenti neonazisti. È utile ricordare queste cose perché danno un contesto a una serie di sviluppi recenti che è importante capire, anche se i nostri media di sistema scoraggiano tale comprensione. Se teniamo a mente la storia recente, saremo in grado di vedere che le decisioni viscosamente irresponsabili di un paio di anni fa, così dispendiose in vite umane e risorse comuni, si ripetono ora in modo tale che è ormai certo che le brutalità e gli sprechi continueranno all’infinito, anche se la loro inutilità è ormai molto, molto, molto oltre ogni negazione.
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Sorveglianza e interferenza. La guerra segreta di Israele alla Corte Penale Internazionale
di Giacomo Marchetti
“Alti funzionari del governo e della sicurezza israeliani hanno supervisionato un’operazione di sorveglianza durata nove anni che ha preso di mira la CPI e i gruppi per i diritti dei palestinesi per cercare di ostacolare un’indagine sui crimini di guerra”. La rivelazione arriva da un’indagine congiunta di Yuval Abraham e Meron Rapoport, di Local Call +972, In collaborazione con Harry Davies e Bethan McKernan del The Guardian.
Da quanto emerge dall’inchiesta l’operazione “multi-agenzia”, che risale al 2015, ha visto la comunità di intelligence israeliana sorvegliare regolarmente l’attuale procuratore capo della Corte Karim Khan, il suo predecessore Fatou Bensouda e decine di altri funzionari della CPI e delle Nazioni Unite.
L’intelligence israeliana ha anche monitorato il materiale che l’Autorità Palestinese ha presentato all’ufficio del procuratore e ha sorvegliato i dipendenti di quattro organizzazioni palestinesi per i diritti umani le cui denunce sono al centro dell’indagine.
Secondo le fonti dei giornalisti, “l’operazione segreta ha mobilitato i più alti rami del governo israeliano, la comunità dei servizi segreti e i sistemi legali civili e militari al fine di far deragliare l’indagine”.
Di fatto, l’intero apparato di potere israeliano.
Le informazioni di intelligence ottenute attraverso la sorveglianza sono state trasmesse a un gruppo segreto di avvocati e diplomatici del governo israeliano, che si sono recati all’Aia per incontri riservati con funzionari della Corte penale internazionale nel tentativo di “fornire a [il procuratore capo] informazioni che le avrebbero fatto dubitare delle basi del suo diritto di occuparsi di questa questione”.
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Ma tu quando piangi?
Anna Stefi in dialogo con Pietropolli Charmet
Violenti, ritirati, aggressivi, fragili, spaventati, indecisi: con un misto di preoccupazione e rassegnazione i discorsi mettono in primo piano il malessere dei giovani. Inauguriamo, con una conversazione con Gustavo Pietropolli Charmet, che non ha bisogno di presentazioni, uno speciale dedicato a questo disagio nominato, commentato, discusso.
* * * *
Stefi: Professore, partiamo dall’agio? Quali risorse incontra nella clinica, ascoltando gli adolescenti di oggi?
Pietropolli Charmet: Un’osservazione che faccio di frequente è che mi sembra che, soprattutto i maschi, siano molto più intelligenti di quelli che incontravo una volta, e rispetto a questo avrei avanzato un’ipotesi: mi pare che alla liberazione dei costumi sessuali abbia fatto seguito la liberazione di una intelligenza nella sua concezione più vasta, che rende il primo colloquio con un adolescente qualcosa che rivela una plus dotazione. I primi colloqui sono particolarmente nutrienti per un terapeuta che non abbia riferimenti rigidi e che si lasci incantare dalle capacità narrative, creative, espressive, relazionali anche un po’ misteriose e affascinanti.
Stefi: Come se, con la messa in questione dell’immagine di uomo potente, la domanda non fosse più: come si fa a esser uomo ma cosa vuol dire essere un uomo?
Pietropolli Charmet: Mi sembra qualcosa di possibile, mi sembra cioè che tolto il tappo della rimozione, della repressione, e anche della concentrazione sugli aspetti della aggressività e della conflittualità, della contestazione con la legge e con la regola – con il padre, con Dio, con tutto – possano dedicarsi maggiormente ad altri aspetti. Qualitativamente era raro, anzi, era quasi entrato nella psicopatologia l’adolescente plus-dotato.
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Intervista a Fabio Vighi
a cura di Offline
Offline: A seconda dei punti di vista, se cioè favorevoli o sfavorevoli al sistema, si parla ultimamente – riferendosi al futuro (anche molto prossimo, praticamente presente) – di distopia o utopia (digitalizzazione, città 15 minuti, credito sociale, intelligenza artificiale etc). A tuo parere, verso quale direzione ci stiamo avviando? Rimanendo inalterata la struttura sociale di fondo, dove approderemo? Quali sono i destini del nostro mondo, fra 100, 500, 1000 anni, domani? Ti chiediamo questo perché crediamo che, nonostante tutto, forse non è scontato che si finisca nel baratro, sociale o ecologico che sia – o almeno non tutti, e non nello stesso modo. Il sistema potrebbe in qualche modo riuscire a mantenere uno standard di sopravvivenza, qualitativamente basso (anche molto basso) per molti e alto (anche molto alto) per pochi, e chi sta sotto, resta sotto (magari ipercontrollato, con tecnologie di ultima generazione e molto efficaci) e chi sta sopra, resta sopra, continuando a fare quella dorata vita idiota cui sembra aspirare e devastando il mondo quanto più possibile. Qual è la tua opinione al proposito?
Fabio Vighi: Penso che stiamo vivendo un lento collasso socioeconomico accompagnato da vari fantasmi escatologici, che serviranno a renderlo più appetibile, per così dire. Il fantasma escatologico, cioè la minaccia di un evento cataclismico capace di azzerare o quasi la vita umana, è incluso nel prezzo che ci fanno pagare, fa parte del gioco. Questo dovrebbe averci insegnato la psico-pandemia. Più diventeremo schiavi del capitalismo dell’ultra-finanza, specie a livello di indebitamento, più continueranno a sbocciare visioni di tipo distopico-apocalittico. Sembra quindi inutile speculare su quando o come finirà il capitalismo, perché ogni fantasma della fine è incorporato nel sistema, così come lo è nella cinematografia hollywoodiana. Il fantasma escatologico è pura deterrenza. Serve a indorare la pillola dell’inevitabile stagnazione e imbarbarimento della civiltà capitalistica.
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In Nuova Caledonia, la Francia sta per perdere un altro dominio coercitivo e di sfruttamento neocoloniale
di Enrico Vigna
Nuova Caledonia in rivolta, per la Francia, la posta in gioco è alta. Le conseguenze e i danni collaterali e geopolitici nella regione sono già visibili, si sta frantumando la presenza e il ruolo opprimente della potenza europea
La scorsa settimana in Nuova Caledonia, un’entità amministrativo-territoriale sotto dominio francese, situata nell’Oceano Pacifico e formata da una grande isola omonima e un gruppo di piccole isole nel Pacifico sud-occidentale, in Melanesia, sotto la direzione del Fronte di Liberazione Nazionale Kanaco Socialista, sono scoppiate, prima pacifiche e poi violente proteste, causa una repressione inaudita e inutile da parte delle forze speciali francesi, inviate da Parigi.
Le proteste sono partite mentre l’Assemblea nazionale francese stava discutendo un emendamento alla Costituzione, volto ad allargare le liste elettorali sull’arcipelago, ma toccano anche una serie di questioni legate alla situazione locale, che riguardano le istituzioni locali, la cittadinanza neocaledoniana e l'organismo elettorale, nonché le disuguaglianze, le misure economiche e finanziarie. Va ricordato che la Nuova Caledonia è al terzo posto nel mondo nell'estrazione del nichel, ma l'economia dell'arcipelago è in crisi perenne, e il 20% dei suoi abitanti vive al di sotto della soglia di povertà. La proposta di emendamento ha portato a movimenti di protesta di massa nella capitale Noumea e a una spirale di scontro, che ha portato all’uccisione di almeno sette persone e decine di feriti. Questo ha scatenato violenze, barricate, assalti a negozi, aziende e infrastrutture pubbliche, che sono stati danneggiati o distrutti. La Francia ha dichiarato lo stato di emergenza, levato nei giorni scorsi, tranne la notte dove vige il coprifuoco, e inviando ulteriori forze di sicurezza.
Dopo il referendum del 2021, che aveva respinto l'indipendenza, ma causa il boicottaggio da parte del movimento indipendentista, l'obiettivo del governo era quello di determinare il nuovo status della Nuova Caledonia all'interno della Repubblica francese.
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La distruzione delle università di Gaza
di Michele Sisto
Tra gli aspetti più rivelatori del genocidio in corso a Gaza c’è quello che l’ONU definisce scolasticidio e alcuni studiosi educidio: la distruzione sistematica di scuole e università.
Non è la prima volta. Come scrive Norman G. Finkelstein, nel 2008-2009 «nel corso dell’operazione Piombo Fuso Israele ha distrutto o danneggiato 58.000 abitazioni (6.300 sono state completamente distrutte o hanno subito gravi danni) e 280 tra scuole e asili»: tra questi ultimi «6 edifici universitari sono stati rasi al suolo». E Max Blumenthal ha descritto come, durante il «venerdì nero» del 2 agosto 2014, l’aviazione israeliana ha bombardato gli uffici amministrativi e il Dipartimento di Inglese dell’Università Islamica di Gaza.
Dal momento che Israele impedisce ai giornalisti l’accesso alla striscia di Gaza e uccide i giornalisti palestinesi che soli potrebbero documentare la distruzione, è difficile raccogliere informazioni precise su quanto è accaduto. Fin da ottobre, tuttavia, si potevano vedere sui social media le immagini del bombardamento dell’Università Islamica di Gaza e dell’Università Al-Azhar, e più tardi quelle dell’abbattimento dell’Università Al-Israa (a proposito del quale i giornalisti hanno chiesto al governo degli Stati Uniti una presa di posizione, mettendo in imbarazzo il portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller). Da novembre, poi, sono apparse le prime denunce, su organi di stampa specialistici come «University World News» o generalisti come il «Guardian».
Solo il 20 gennaio 2024, però, dopo quattro mesi dall’inizio della campagna dell’IDF, un’organizzazione non governativa con sede a Ginevra, Euro-Mediterranean Human Rights Watch, ha pubblicato i risultati di un’indagine che consentiva di fare un primo un bilancio dell’entità della distruzione. Poiché per mesi la stampa internazionale, da «Al-Jazeera» al «manifesto», ha fatto riferimento a queste cifre, le uniche disponibili, vale la pena citare qualche brano del documento (le traduzioni, di questo e dei successivi brani, sono mie).
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Sette mesi dopo il 7 ottobre
di Nicola Casale
È venuto fuori un papiello infinito. Chi lo legge si dovrà armare di molta pazienza. Le questioni trattate, purtroppo, non sono di semplice soluzione e coinvolgono una serie di altre questioni che è difficile lasciare fuori. Spero almeno che sia di facile comprensione. Di questa, ovviamente, risponde solo chi lo ha scritto...

A più di sette mesi dal 7 ottobre, a che punto siamo in Palestina? Per rispondere bisogna guardare l’aspetto militare, ma non limitarsi a esso. Quella in atto è, davvero, guerra senza limiti. Non si combatte solo sul piano militare ma coinvolge tutti gli aspetti politici, economici, sociali, culturali, ecc. Inoltre, mai come adesso è chiaro a tutti come questo scontro si inserisce in uno molto più ampio che interessa l’Asia Occidentale e il mondo intero. Merita, inevitabilmente, lungo spazio.
Prima di tutto è obbligatorio fare una premessa su Hamas, su cui si sono concentrate molte attenzioni. Chi difende Israele la definisce integralista islamica e terrorista e ritiene la reazione di Israele al 7 ottobre una legittima difesa contro di essa, invocando il diritto degli ebrei di difendersi da chi li vorrebbe vittime di un nuovo Olocausto. Ma anche tra molti che difendono i palestinesi, le prese di distanza da Hamas sono molteplici: pedina di Israele, integralista islamica, reazionaria, espressione della borghesia palestinese, ecc. Due parole su Hamas sono, perciò, indispensabili.
Prendiamo in esame la tesi che la ritiene una pedina di Israele, molto diffusa tra i complottisti. Si può vedere, a titolo di esempio un articolo di Thierry Meyssan che oltre a sostenere che Hamas sia usata da Israele è anche protetta dagli inglesi. Meyssan non è tra i complottisti più accaniti, ma proprio per questo è un esempio particolarmente utile. Il complottista talvolta scopre notizie di una qualche utilità, dopo averle, però, ripulite dai fantasiosi contesti in cui le colloca. Perché fantasiosi? Perché i complottisti sono, per lo più, affetti dalla tipica patologia di infantilismo. Spieghiamo.
Un bambino percepisce (o se si vuole, comprende) di avere con il mondo esterno un rapporto di totale dipendenza, ma anche di totale impotenza.
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Attacco ucraino a un elemento chiave della difesa nucleare russa
La complicità di Washington minaccia l'intera architettura di sicurezza nucleare globale
di Mike Whitney
Anticipiamo la pubblicazione di questo articolo, dato che giungono da varie fonti notizie di altri attacchi UAV contro altre postazioni della catena di radar di allarme precoce. Provvederemo ad aggiornarvi non appena in possesso di informazioni verificate e maggiormente dettagliate.
Il “pesante coinvolgimento di Washington nel conflitto armato e il controllo totale sulla pianificazione militare di Kiev fa capire che le affermazioni secondo cui gli Stati Uniti non sarebbero a conoscenza dei piani ucraini per colpire il sistema di difesa missilistico della Russia possono essere scartate”. Dichiarazione del senatore russo Dmitry Rogozin.
L’amministrazione Biden, utilizzando le sue forze per procura in Ucraina, ha lanciato giovedì un attacco senza precedenti contro “un elemento chiave dell’ombrello nucleare russo”, impedendo di fatto all’esercito russo di individuare i missili balistici ad armamento nucleare in arrivo. “Le immagini satellitari confermano che più droni hanno gravemente danneggiato un sito radar di allerta strategica russo nell’estremità sud-occidentale del Paese”, rendendo Mosca più vulnerabile agli attacchi nemici. I media occidentali hanno in gran parte oscurato qualsiasi copertura dell’incidente, che avrebbe dovuto essere presente nei titoli dei giornali di tutti i Paesi. Secondo la dottrina nucleare russa, qualsiasi attacco al sistema di primo allarme nucleare della Russia giustifica una rappresaglia nucleare. Data la gravità della situazione, dobbiamo supporre che la frustrazione di Washington per le prestazioni dell’Ucraina sul campo di battaglia abbia precipitato un drammatico cambiamento di politica che prevede provocazioni ad alto rischio volte a scatenare una reazione eccessiva che porti ad un intervento diretto della NATO.
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Ordine dal Caos
di Aaron Wilson
Relazione del professor Aaron Wolfson, Isaac Goldstein Chair, Computational Mathematic, Institute for Advanced Studies, Princeton. Convegno annuale della Fondazione Prometeus, Forum Grimaldi, Monte Carlo, 16 giugno 2000.
Il mondo sta diventando disordinato, in una parola: ingovernabile, perché il disordine, ineluttabilmente, conduce al caos.
Orbene, io non ho nulla contro il caos, di per sé, ma solo se è una condizione temporanea, il cui scopo sia quello di condurre a un ordine diverso da quello precedente.
Se mi è consentita quest’espressione: un ordine migliore, più compiuto, più coerente.
Il sistema nel quale viviamo, che si suole definire “democratico” e “liberale” è, per sua natura, un sistema entropico.
Il luogo comune vuole che esso si autoequilibri…consentitemi di ridere: questa è una colossale sciocchezza, inventata dai quegli imbecilli dei neoclassici.
Diciamo che, apparentemente, tende a riequilibrarsi prima di uscire troppo dai binari, ma non si riequilibra da solo e, soprattutto, questo apparente equilibrio si situa a un livello entropico diverso da quello precedente, un livello nel quale la distanza dall’equilibrio è molto più accentuata, nel quale il sistema si allontana sempre di più dall’equilibrio.
Anche se, in apparenza, sembra che il sistema abbia “assorbito il colpo”, in realtà è solo riuscito a trasferire il disordine a un livello più elevato.
Un sistema come quello in cui viviamo, è caotico per natura, perché non è guidato da alcun principio, da nessuna assiologia: non marcia verso alcuna direzione ma, semplicemente, procede.
D’altra parte, non è più possibile tenerlo a bada, guidarlo, disciplinarlo, con un’autorità conferita dall’alto, come quella di un pontefice o di una monarca, e neanche col pugno di ferro di una dittatura; tanto meno con l’aspirazione alla virtù o con la paura del peccato.
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Il capitalismo perde il “pelo moderno” - ma non il vizio
di Antonio Martone
Pubblichiamo la relazione del Prof. Antonio Martone al decennale de L’Interferenza tenutosi lo scorso 11 Maggio
1. Competizione maschile e cooperazione femminile?
Una posizione oggi ricorrente nel dibattito pubblico vorrebbe l’incapacità da parte delle donne di ottenere una reale valorizzazione della propria femminilità a causa della necessità di imitare i modelli maschili. Secondo questa posizione, molte donne avrebbero ottenuto posti di rilievo nella società soltanto sacrificando la propria femminilità. In altre parole, in nome del successo, le donne avrebbero dato spazio a ira, superbia, lussuria, competizione e magari anche, se si guarda ad alcune donne di potere contemporanee, a cinismo senza scrupoli. In pratica, trattasi proprio di quelle caratteristiche che le donne stigmatizzerebbero negli uomini. Se ciò fosse vero, assisteremmo a un malinteso concetto di emancipazione capace di produrre una sorta di virilizzazione del femminile: una rinuncia alle proprie prerogative “naturali” - l’empatia, la relazione, la sensibilità - a favore di ruoli modellati su stereotipi maschili.
Come rispondere a questa tesi? Intanto, dico subito che la questione della femminilità e della sua espressione è complessa e sfaccettata: non esistono prove storiche tangibili che confermino l’esistenza di una forma pura e inespressa di femminilità tale da poter emergere quando le donne non imitino gli uomini, soggettivandosi finalmente in modalità cooperative e relazionali - ciò che si considera, in maniera chiaramente sessista, mero appannaggio ontologico del femminile. Pertanto, sembra a me occorra svolgere un’analisi che non presenti metafisiche della relazionalità e dell’empatia attribuite alle donne o della cattiveria e della competizione che sarebbe invece tipica degli uomini. Per comprendere appieno la questione, è necessario offrire un quadro più completo non tanto del rapporto fra generi quanto dei processi di formazione della soggettività nel tempo del capitalismo post-industriale.
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Javier Milei presidente: il caso argentino
Resoconto di 40 giorni a Buenos Aires
di Angelo Zaccaria
Questo contributo è prodotto di una recente permanenza di circa 40 giorni in Argentina, svoltasi fra la seconda metà di Marzo e fine Aprile di questo anno
Parlo di un “caso argentino” perché colpisce che un paese come l’Argentina, che nel cosiddetto “Occidente Allargato” vanta fra i più alti livelli di conflitto sociale , sindacale e politico organizzato e dal basso, il paese delle Madri di Plaza de Mayo, l’unico paese della regione latinoamericana che il suo dittatore (uno dei vari, Jorge Videla), lo ha fatto morire in carcere, colpisce che proprio un paese del genere si ritrovi ora col presidente forse più a destra, Javier Milei.
Cominciamo dai numeri. Nel primo turno delle elezioni presidenziali, svoltosi il 22 di ottobre del 2023 i risultati raggiunti dalle forze principali sono i seguenti: Sergio Massa (Peronismo) 36.69%, 9.645.983 voti.
Javier Milei (La Libertad Avanza) 29.99%, 7.884.336 voti.Patricia Bullrich (destra tradizionale) 23.84%. 6.267.152 voti. Il restante 6,79% viene raccolto da un altro candidato peronista ancora più moderato, più il 2,7% del candidato della sinistra variamente trotskista. Gli aventi diritto al voto sono 35.410.080, e quindi la partecipazione al voto è del 76,53%.
Al secondo turno di ballotaggio, svoltosi il 19 di Novembre, i risultati invece saranno questi: Javier Milei 55.69%, 14.476.462 voti. Sergio Massa 44.31%, 11.516.142 voti. La partecipazione al voto è quasi uguale a quella del primo turno.
Una prima osservazione. Premesso che stiamo comparando due risultati elettorali in paesi con sistemi istituzionali diversi, presidenziale quello argentino e parlamentare (per ora) quello italiano, il consenso reale sul totale della popolazione col quale al secondo turno è stato eletto presidente Javier Milei, è notevolmente più alto di quello sul quale si basa l’attuale governo di Destra-Centro italiano.
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Dare all’Ucraina i missili per colpire la Russia è una dichiarazione di guerra
di Mike Whitney
Nel disperato tentativo di evitare un’umiliante sconfitta in Ucraina, “il Segretario di Stato Antony Blinken avrebbe chiesto al Presidente Biden di dare il via libera ad attacchi missilistici ucraini contro obiettivi in profondità nel territorio della Russia“. Il cambiamento di politica non avrà alcun impatto materiale sulla guerra terrestre in corso in Ucraina, anche se potrebbe innescare una risposta che metterebbe la NATO in conflitto diretto con Mosca. In breve, l’incombente sconfitta di Washington in Ucraina ha costretto i responsabili dell’amministrazione ad attuare una strategia che potrebbe innescare una terza guerra mondiale. Questo è tratto dal New York Times:
Fin dai primi invii di armi americane sofisticate all’Ucraina, il presidente Biden è sempre stato fermo su un divieto: il presidente Volodymyr Zelensky ha dovuto accettare il fatto che non avrebbe mai potuto usarle per colpire il territorio russo, perché questo avrebbe violato il mandato di Biden di “evitare la terza guerra mondiale”.
Ma il consenso intorno a questa politica sta venendo meno. Spinto dal Dipartimento di Stato, all’interno dell’amministrazione è in corso un vigoroso dibattito sull’allentamento del divieto per consentire agli ucraini di colpire i siti di lancio dei missili e le postazioni di artiglieria appena al di là del confine con la Russia – obiettivi che, secondo Zelensky, [essendo stati lasciati indisturbati] avrebbero consentito le recenti conquiste territoriali di Mosca.
Per mesi Zelensky ha sferrato attacchi contro navi, impianti petroliferi e centrali elettriche russe, ma lo ha fatto in gran parte con droni di fabbricazione ucraina, che non hanno la potenza e la velocità delle armi americane… Ora gli Stati Uniti sono sempre più sotto pressione affinché aiutino l’Ucraina a colpire obiettivi militari in territorio russo… con armi fornite dagli Stati Uniti….
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Marx e il General Intellect nelle dinamiche della produzione
di Luciano Vasapollo
Marx formula nei Lineamenti il concetto di General Intellect, o intelletto generale.
Ciò che Marx espone circa le macchine, indica in maniera inequivocabile l’importanza della scienza, delle macchine all’interno del processo di produzione, affermando «che la conoscenza, la tecnologia, seppur offrono incremento di produttività, trasformano anche i rapporti di produzione».
Questo intelletto generale non è posseduto dai singoli individui, ma è distribuito a livello sociale. È una forza produttiva pertanto collettiva, per tale ragione il progresso scientifico e tecnologico è una parte fondamentale del processo di produzione, contribuisce alla creazione di ricchezza non individuale, di ricchezza sociale.
Questo tema del pensiero marxiano, si riflette nei Lineamenti, dove affronta la questione centrale della divisione del lavoro, il ruolo della scienza e delle macchine.
Marx mette in guardia dalle contraddizioni insite nel processo tecnologico, evidenziando la duplice finalità delle macchine.
Solitamente l’approccio marxiano a concetti di particolare interesse, sono ridondanti negli scritti del filosofo, vengono ripetuti ai fini di una migliore assimilazione da parte del lettore. Il concetto del General Intellect, invece, lo incontriamo solo una volta, non viene approfondito e gli viene data una definizione generale: viene visto come la capacità di acquisire la conoscenza da parte dell’umanità nel corso del suo sviluppo e viene applicata al processo produttivo attraverso l’uso di macchine e di tecnologie.
Marx si sofferma sulla natura contraddittoria dell’intelletto generale: il progresso scientifico e tecnologico aumenta la produttività del lavoro; pertanto, una macchina libera potenzialmente gli individui dai lavori ripetitivi, meno alienanti, più faticosi.
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War fog sulla Palestina
di Enrico Tomaselli
Nel gergo militare, l’espressione nebbia di guerra allude all’assenza – o all’opacità – delle informazioni, che non consente ai belligeranti di avere una chiara cognizione di quanto sta accadendo. Attualmente, qualcosa di sostanzialmente simile sta accadendo in Palestina, ma la nebbia invece di nascondere la realtà del campo di battaglia alle forze che si stanno affrontando, la nasconde a chi la osserva dall’esterno; e non è costituita da una mancanza o scarsità di informazioni, quanto piuttosto dal prevalere di altre informazioni, che – appunto – distolgono l’attenzione e offuscano quel che accade sul terreno. Ma poiché la guerra è, non certo secondariamente, anche qualcosa di estremamente materiale, si potrebbe quasi dire misurabile, è importante ricondurre la visione su questa sua dimensione.
È ovviamente del tutto normale che eventi di grande tragicità, quale il massacro quotidiano messo in atto dall’esercito più immorale del mondo, siano costantemente alla ribalta, così come è naturale e giusto che siano le notizie a esso collegate a guadagnare le prime pagine. Che si tratti dell’ultimo bombardamento su un campo profughi o di una decisione della Corte Penale Internazionale, della scoperta di una fossa comune o di una presa di posizione da parte di qualche paese in riconoscimento dello Stato di Palestina, sono certamente tutte cose rilevanti, e che meritano la massima attenzione. Oltretutto, sono spesso eventi che si verificano sul medesimo terreno su cui si combatte, e sono intrecciati all’attività bellica vera e propria.
Ma indubbiamente essi contribuiscono anche a creare una cortina fumogena sugli aspetti propriamente bellici del conflitto.
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Il genocidio in atto a Gaza è un fatto: la bestemmia è di chi strumentalizza Segre e la Shoah
di Giuseppe D'Elia
Il caso Segre, esploso in questi giorni, è letteralmente la punta dell’iceberg di una montagna ghiacciata di propaganda con la quale si cerca di sommergere e soffocare ogni tentativo di far comprendere la concretezza e la serietà dei crimini di cui è accusato il governo israeliano in carica, da entrambe le corti internazionali di giustizia, ovvero: a) l’International Court of Justice (ICJ), che si occupa di giudicare gli Stati; b) l’International Criminal Court (ICC), che invece processa le singole condotte individuali.
Sono passati ormai quattro mesi da quando le accuse di genocidio, mosse dal Sudafrica contro Israele, sono state reputate credibili dalla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) – di seguito CIG – che ha emesso pertanto una Ordinanza per l’esecuzione di misure cautelari, nel caso “Sudafrica contro Israele”, con specifico riferimento all’applicazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio nella Striscia di Gaza.
È appena il caso di ricordare che l’articolo III della “Convenzione sul genocidio” definisce lo spettro delle condotte genocidiarie punibili e che – per prevenire con ogni mezzo queste nefandezze – lo spettro degli atti vietati risulta assai ampio.
La norma citata punisce infatti:
«a) il genocidio;
b) l’intesa mirante a commettere genocidio;
c) l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio;
d) il tentativo di genocidio;
e) la complicità nel genocidio».
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Il Vertice Putin-Xi e l’iniziativa strategica a tutto tondo della Repubblica Popolare Cinese
di Gianmarco Pisa
Al culmine di un’iniziativa diplomatica di ampia portata (Germania, Francia, Serbia, Ungheria), la Repubblica Popolare Cinese, all’indomani della visita di Stato del presidente della Federazione Russa, rilancia il proprio profilo politico-diplomatico a tutto tondo, in uno con l’impegno della sua direzione politica nel concretizzare un rinnovato multilateralismo e un inedito mondo multipolare, nonché con il ruolo-guida del Partito Comunista nel definire un innovativo “socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”.
Si è trattato della prima visita ufficiale all’estero del presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, dopo l’inaugurazione, avvenuta lo scorso 7 maggio, del suo quinto mandato presidenziale, che ha fatto seguito all’ampio successo conseguito alle recenti elezioni del 15-17 marzo, quando, a fronte di un’affluenza alle urne pari al 77%, Putin ha superato l’87% delle preferenze. E, da questo punto di vista, non potrebbe assumere significato, politico e strategico, più rilevante il fatto che la prima visita di Stato sia stata effettuata proprio nella Repubblica Popolare Cinese, in un clima, peraltro, come lo stesso presidente russo ha avuto modo di mettere in evidenza, di amicizia e di cooperazione tra i due grandi Paesi.
E si è trattato, al tempo stesso, del culmine di una iniziativa politica e diplomatica di ampia portata avviata dal presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, che lo ha portato prima in Francia (5-7 maggio), nel contesto della quale, insieme con l’evidente significato politico di una visita di Stato presso uno dei due attori chiave, insieme con la Germania, della politica europea, è stata annunciata l’estensione a tutto il 2025 della politica di esenzione dal visto per undici Paesi europei, tra cui i quattro maggiori (Francia, Germania, Italia e Spagna).
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Come il conflitto ucraino ha cambiato la Russia
di Roberto Iannuzzi
Il paese sta vivendo una fase contrassegnata da una battaglia esistenziale con l’Occidente, e da una ridefinizione dei suoi obiettivi strategici e della sua identità politica e sociale
Più di due anni di conflitto in Ucraina non solo hanno rivoluzionato la politica estera russa, ma anche trasformato la società del paese forse irreversibilmente, al punto che la Russia ha oggi un’identità nuova e profondamente diversa rispetto ad alcuni anni fa.
Il ruolo internazionale del paese, la sua posizione nel mondo, gli obiettivi e la visione della sua classe dirigente – tutto è profondamente mutato.
Per la prima volta dal crollo del muro la Russia è realmente in guerra, non per risolvere qualche crisi ai margini della sua enorme massa territoriale, ma per combattere un conflitto esistenziale su un fronte lungo più di 1.000 chilometri, non molto lontano da Mosca, contro l’intero Occidente.
Gli Stati Uniti, infiltrandosi per anni in Ucraina, hanno trasformato quello che molti russi consideravano un paese fratello in un pericoloso nemico dal punto di vista di Mosca.
La breve parentesi della “pace fredda”
La crescente pressione e ostilità occidentale è riuscita a trasformare, nell’arco di poco più di due decenni, la leadership inizialmente forse più occidentalizzata ed europeista della Russia moderna – incluso lo stesso presidente Vladimir Putin – in una dirigenza fermamente determinata a contrastare le politiche americane ed europee nel continente.
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Gli eserciti fantasma della NATO
E il fantasma di Carl von Clausewitz
di Aurelien
Mentre le operazioni militari della crisi ucraina entrano nella sua lunga fase finale, con l’esito di massima ormai inequivocabile per tutti coloro che hanno occhi per vedere, ci si augura che gli opinionisti, a prescindere dalle loro opinioni personali di quale squadra di calcio vorrebbero la vittoria, accettino comunque la realtà e inizino a parlare dell’Europa e del mondo dopo una vittoria russa. Tuttavia, è tale la morsa del pensiero convenzionale e la paura di abbandonare le credenze sacre sul mondo, che questo non sta accadendo. Anzi, da tutti i punti della bussola ideologica si sente parlare di un nuovo minaccioso stadio nell’evoluzione della crisi, quello dell’intervento della NATO o, come suppongo si debba scrivere, dell’INTERVENTO DELLA NATO. Per alcuni, l’unico modo per “sconfiggere” la Russia e “fermare Putin” è che la NATO “venga coinvolta”, mentre per altri tale intervento è un disperato espediente dell’imperialismo statunitense che provocherà semplicemente la Terza Guerra Mondiale e la fine del mondo.
Se avete letto alcuni dei miei saggi passati, vi renderete conto che entrambi questi argomenti sono completamente falsi. Ma nonostante io, e altri scrittori molto più eminenti e letti, lo diciamo da tempo, sembra che siano quasi inosservati. Perciò questo è un saggio che pensavo non avrei mai dovuto scrivere, ma che ora mi sembra necessario. Si addentra in dettagli che potremmo definire strazianti, ma in questo genere di argomenti il diavolo si nasconde nei dettagli, o addirittura nei particolari dei dettagli. Detto questo, ci sono molti altri livelli che non vengono trattati, sui quali possono commentare persone molto più esperte di me in campo militare, ma si limita al quadro generale. Quindi….
Mentre pensavo a come affrontare questo saggio, mi sono imbattuto nel fantasma del grande pensatore militare prussiano Carl von Clausewitz che, un po’ contro le mie aspettative, ha prontamente accettato di fornire alcune riflessioni iniziali.
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Gaza (e Cisgiordania), tra massacri e doppi standard
di Paolo Arigotti
Quello di oggi non sarà un argomento semplice da trattare, se non altro perché sappiamo bene – basterebbe leggere alcuni giornali o assistere a qualche approfondimento curato dal cosiddetto mainstream – che parlare in modo critico di Israele, prima e dopo il 7 ottobre 2023, non è facile, e può costare facilmente l’infamante accusa di “antisemitismo”.
Il 7 ottobre 2023 un attentato terroristico di Hamas, organizzazione politica palestinese sunnita impegnata nel conflitto in Medio Oriente, avrebbe provocato, con una serie di azioni partite dalla striscia di Gaza, la morte di 1.200 cittadini israeliani. La reazione dello stato ebraico non si è fatta attendere e fin dal giorno successivo, su di un territorio esteso più o meno come la provincia di Prato e dove si concentravano due milioni e duecentomila persone, ha scatenato una spirale di bombardamenti e azioni militari, che avrebbero causato finora la morte di oltre 35mila persone (e quasi il doppio di feriti[1]), la maggior parte delle quali donne e bambini, quasi tutti civili. A ciò si aggiunge il fenomeno degli sfollati: si calcola che circa due milioni abbiano già abbandonato le proprie case, per dirigersi in prevalenza verso sud, a Rafah, dove sono da poche settimane iniziate le operazioni militari[2].
E la conta delle vittime, purtroppo, non finisce qui. Uno studio[3] curato dal Centro per la Salute Umanitaria della Johns Hopkins University e dalla London School of Hygiene and Tropical Medicine ha formulato previsioni ancora più fosche sul numero dei decessi potenziali, provocato non soltanto dalle operazioni militari, ma anche dalla mancanza di cure e dalle condizioni igienico sanitarie ogni giorno più disastrose; si parla perfino dei primi morti per fame[4], dovuti alla difficoltà negli approvvigionamenti, spesso ostacolati dagli stessi israeliani[5]. In base a questi studi, il numero di morti potrebbe arrivare fino a 85mila.
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