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Elezioni UK, le cose cambiano

di Augusto Illuminati

Le cose stanno cambiando, non proprio secondo le nostre previsioni e aspettative, ma stanno cambiando e questo conta. Cresce in Europa una sinistra imprevista (Mélanchon e Corbyn) e ci sono due problemi: perché in Italia non ce l’abbiamo e perché non l’abbiamo prevista 

I gazzettisti italiani davanti agli exit poll inglesi erano furiosi: come fa a vincere una sinistra “anacronistica”, che vince proprio perché va controcorrente: vuole far pagare di più i ricchi, ripubblicizzare acqua, poste e ferrovie, sopprimere le iperboliche tasse universitarie, migliorare il welfare, curare meglio i malati e smettere di aggredire altri popoli… Sempre più realisti di Renzi, che addirittura impartisce lezioni ai laburisti, opinando (lo sciagurato) che con una candidatura più centrista avrebbero fatto di meglio.

Corbyn (come Mélanchon e Iglesias) è un terribile semplificatore, mescola “arcaiche” parole d’ordine, che però suonano nuove a orecchie disabituate da un ventennio, e domande attualissime, come l’abbattimento dei costi per l’istruzione e l’acqua pubblica. Ha “vergognosamente” sedotto i giovani con promesse “impossibili”, come eliminare i costi annuali di 10.000 pound e oltre per l’istruzione superiore, ha convinto un milione di poveri illusi under 24 a registrarsi come elettori nel giro di pochi mesi e a votare per lui, mentre noi li aiutavamo “realisticamente” con la Garanzia Giovani, la Buona Scuola e il JobsAct. L’accusa di populismo è dietro l’angolo, vero? Sta pure usando spregiudicatamente la Brexit (su cui resta ambiguo) per eludere i veti europei alle nazionalizzazioni e sfondare l’austerità.

Ma la lezione l’abbiamo imparata anche noi, ci mancherebbe. Ammaestrato dalle sventure della vispa Theresa e tramortito dalla farsa parlamentare del voto “segreto” (ahah) sul Trentino, Renzi ha rapidamente rinunciato alle elezioni anticipate e promesso che d’ora in poi «si occuperà di economia e di lotta alla povertà, non più di legge elettorale». Dio ne scampi. E cercherà l’accordo con Pisapia, almeno per il Senato dove la soglia dell’Italicum  consultellizato (ritornata la legge che tutto il mondo ci invidia) per i non coalizzati sta all’8% e dunque gli fa un favore.

Lo strumentalismo tattico di Renzi cade nel ridicolo e si intona perfettamente al numero da circo dei franchi tiratori smascherati sul tabellone elettronico, ma il problema sta sull’altro versante: Pisapia e associati mirano a un centro-sinistra con barra al centro? E accettano la leadership renziana? O accettano il raccordo con il Pd senza Renzi (prima risposta di Pisapia)? Qual è il loro “manifesto” politico (Corbyn l’ha fatto, eccome)? Mica la rivoluzione, per carità, ma nazionalizzare qualche banca in fallimento, l’acqua pubblica, alt alle privatizzazioni, mettere soldi nella sanità e nella scuola, rimodulare il sistema fiscale, ritirarsi da certe  “missioni di pace”, insomma un riformismo piccolo piccolo? Neppure quello?

Con il che veniamo al primo corno del problema enunciato all’inizio: perché in Italia non abbiano uno straccio di sinistra? Perché le uniche proposte programmatiche che abbiano letto si riferiscono alla data del voto, all’asticella di esclusione, ai capilista nominati, alle candidature plurime nei collegi e altre robe da ceto politichese (politico mi sembra eccessivo)? Cosa pensano della difficile stretta economica d’autunno, del reddito di cittadinanza, del JobsAct?

Il ritiro del Fianum o come cazzo si chiama non è un incidente di percorso, è l’esposizione grafica di una crisi agonica di tutto il sistema dei partiti e della rappresentanza, il collasso definitivo della c.d. seconda Repubblica, inappariscente ma di gravità paragonabile al 1992-1993 per la prima. Non solo il Parlamento è spaccato in tre, ma nessuno di quei blocchi controlla i suoi e dunque, in assenza di contenuti politici, sono impossibili coalizioni affidabili e governabilità. Per questo il vuoto programmatico e le conseguenti beghe e liti della sinistra sono criminali, perché basterebbe davvero poco per riprendere agibilità politica nella confusione letale del sistema e nello scarto fra poteri forti (senza radici) e il loro sbandato braccio armato. Il dissidio Napolitano-Renzi ne è la manifestazione più eclatante.

Veniamo al secondo corno del problema: perché non siamo capaci di costruire una sinistra all’altezza. Chiaro che non basta auspicare la scomparsa fisiologica di quel ceto di partito e di movimento-partito responsabile dei lutti e piagnistei di questi ultimi quindici anni cosa che tuttavia vivamente ci auguriamo. Liberarsi dei cadaveri – lo diceva già Eraclito – è la prima cosa.

 Ma come produrre vita? Come inserirci in un movimento che, siamo franchi, ci ha colto di sorpresa e a volte ci ha fatto arricciare il naso?

Dovremmo smetterla di elaborare soltanto apparati concettuali sofisticati e complessi e ricavarne parole d’ordine semplificate e alternative al mainstream neoliberale. Non smettere di elaborare, ma tradurre. Dietro le “semplici” Tesi d’aprile ci stavano gli studi leniniani sul capitalismo in Russia e la capacità di tradurli (e all’occasione alterarli) in frasi che muovevano milioni di persone in armi.

Due esempi. Sul reddito di cittadinanza la tradizione operaista si è impegnata da decenni, possibile che oggi il termine sia diventato popolare nella versione di seconda mano e workfarista del M5s? Sul fenomeno migrante, i confini, l’integrazione abbiamo prodotto o incorporato il meglio della sociologia e delle pratiche correnti: quanto riusciamo a trasmetterne? Come andare oltre il solidarismo cattolico (pure infinitamente più a sinistra delle pratiche governamentali e della linea del Pd) e l’assistenza emergenziale? Dire, oltre ad accoglienza e  ius soli: disdetta di Dublino, indistinzione fra le categorie di rifugiati, riclassificazione ammnistrativa del permesso di soggiorno e voto amministrativo, copertura non-etnica del reddito incondizionato di cittadinanza – è irrealistico o è ormai il minimo sindacale, anche nel rapporto con l’Europa?

Non parliamo poi di rivendicazioni più tradizionali ma sempre pressanti, del tipo di quelle welfariste contenute nel manifesto laburista, o dell’acqua pubblica, che ha già una consolidata tradizione da noi. L’Onda era riuscita a creare un senso comune di massa su scuola e università e oggi ci riescono assai bene, nel loro campo,  i movimenti femministi e di gender. Il sindacalismo sociale è ai primi e promettenti passi. Sui beni comuni e gli spazi pubblici, non a caso, sono stati conseguiti successi proprio in rapporto alla semplificazione sloganistica e alla pratica dell’obbiettivo, ma non è affatto facile estendere questo ad altri settori, diciamo a riscrivere dal basso la legge di stabilità. Mica di riusciremo, certo, ma non sarebbe male cominciare a provarci. Dal mosaico a sinistra del Pd possiamo aspettarci qualcosa (forse) solo come sussidio a un’azione autonoma di nuovi soggetti autonomi. Guai a ripetere la colonizzazione post-Genova o le sue parodie arcobaleno, viola e arancione.

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