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Quale punto d’approdo della filosofia classica tedesca?

Due lavori di Giovanni Sgrò sull’ultimo Engels

di Mario Lupoli

«Il presente volume si propone di ricostruire alcuni nodi teorici fondamentali dell’opera filosofica dell’ultimo Engels (1873-1895), in particolare la sua interpretazione della dialettica hegeliana e la sua valutazione del ruolo svolto da Feuerbach nel processo di dissoluzione del sistema speculativo hegeliano e nel conseguente processo di formazione della concezione materialistica della storia. La conclusione cui giunge la presente ricerca è che il tardo Engels non abbia fatto sostanzialmente altro che riproporre, dopo più di quarant’anni, le stesse tesi elaborate durante la propria formazione filosofica (1841-1846), avvenuta negli ambienti della Sinistra hegeliana, e che di conseguenza non sia tanto Feuerbach a rappresentare il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, quanto piuttosto Engels stesso» (dalla quarta di copertina).

Friedrich Engels, Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca (1886; 1888), introduzione, traduzione e note di Giovanni Sgro’, La città del sole, Napoli 2009.

Giovanni Sgro’, Friedrich Engels e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Ortothes, Salerno 2017.

Due volumi di Giovanni Sgro’, dedicati all’ultimo Engels, sono tra le uscite recenti più interessanti nell’ambito della letteratura italiana sul socialismo scientifico.

Il primo è un’accurata edizione del Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia classica tedesca, pubblicata nel 2009 dalla Città del Sole di Napoli.

Il secondo è Friedrich Engels e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2017, che raccoglie anche precedenti lavori di Sgrò, tra cui l’interessante introduzione al Feuerbach.

La tesi di fondo di Sgro’ è che sia Engels, e non Feuerbach, a rappresentare il vero punto di approdo della filosofia classica tedesca, poiché il principale collaboratore di Marx non avrebbe, nemmeno in età avanzata, sostanzialmente superato le sue posizioni giovanili, interne alla linea critica dei Giovani hegeliani.

Approfondire l’opera teorica di Engels nei suoi ultimi anni deve, innanzitutto, partire dall’inquadramento nel suo complessivo lavoro politico di quel periodo. Furono anni assai densi, nei quali da una parte compare un vasto quanto amato studio delle scienze, dall’altra la necessità di farsi carico dell’eredità scientifica e politica di Marx.

Con la morte di quest’ultimo, Engels dovette innanzitutto curare l’edizione delle sue opere, attendendo in particolare al meticoloso e complesso lavoro di decifrazione, riordinamento e pubblicazione dei testi del secondo e del terzo libro del Capitale.

In più si trovò a essere, ormai da solo, il principale referente di tutto il movimento socialista internazionale, cosa che lo costringeva a dedicare molte energie a curare una consistente corrispondenza politica con i leader del movimento operaio di diversi Paesi.

Si ritrovò inoltre anche a dover metter mano a delle questioni teoriche, di fronte alle quali la mancanza di Marx, come Engels ammetteva esplicitamente, esponeva lui e gli altri dirigenti socialisti a errori inevitabili.

In questo quadro, l’Anti-Dühring e l’incompiuto progetto di una Dialettica della Natura rappresentano i due, problematici testi, che maggiormente richiedono una riflessione critica.

Se entrambi evidenziano una non trascurabile distanza dall’impostazione di Marx, l’Anti-Dühring in particolare è stato dall’altra parte tra i testi fondativi del “marxismo”, influenzando significativamente il movimento comunista nella sua elaborazione teorica e politica.

A caratterizzare questa fase del lavoro di Engels, secondo l’interessante ricostruzione di Sgro’, compare soprattutto un’interpretazione progressiva e rivoluzionaria dell’hegelismo.

Una questione esemplificativa è come Engels affronta il noto argomento di Hegel, secondo cui "tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale". Al contrario dei liberali e dei conservatori, Engels e la sinistra hegeliana interpretano qui il grande maestro nel senso che sia razionale ciò che è storicamente necessario, e così è reale solo quello che è necessario. L’ancient regime, una volta che emerge la borghesia rivoluzionaria, non è ad esempio più necessario, non è più razionale, e pertanto non è più reale.

Engels enfatizza gli aspetti dinamici, rivoluzionari dell’hegelismo, a scapito di quelli sistemici, non trascurandoli ma ritenendoli superabili rompendo con la metafisica idealistica. Come scrive infatti nell’Anti-Dühring:

«[La] filosofia tedesca moderna trovò la sua conclusione nel sistema hegeliano, nel quale, per la prima volta, e questo è il suo grande merito, tutto quanto il mondo naturale, storico e spirituale venne presentato come un processo, cioè in un movimento, in un cambiamento, in una trasformazione, in uno sviluppo che mai hanno tregua, e fu fatto il tentativo di dimostrare il nesso intimo esistente in questo movimento e in questo sviluppo. Mettendosi da questo punto di vista, la storia dell'umanità appariva non più come un groviglio confuso di violenze insensate che sono tutte ugualmente condannabili davanti al tribunale della ragione filosofica, ora divenuta matura, e che la cosa migliore è dimenticare al più presto possibile, ma come il processo di sviluppo dell'umanità stessa. E ora il compito del pensiero consiste nel seguire, attraverso tutte le deviazioni, la marcia graduale di tale processo che si compie a poco a poco e dimostrarne, attraverso tutte le accidentalità apparenti, l'intima regolarità.

Che Hegel non abbia assolto questo compito, qui non ha importanza. Il suo merito, che fa epoca, è quello di averlo posto, tanto più che questo è un compito che nessun individuo da solo potrà mai assolvere. Se Hegel, con Saint-Simon, la mente più universale della sua epoca, pure egli era limitato in primo luogo dall'ambito necessariamente ristretto delle sue conoscenze specifiche e in secondo luogo dalle conoscenze e dalle concezioni della sua epoca che, del pari, erano ristrette per ambito e profondità. Ma a tutto ciò si aggiungeva anche una terza cosa. Hegel era un idealista, cioè per lui i pensieri della sua testa non erano le immagini rilesse, più o meno astratte, delle cose e dei fenomeni reali, ma invece le cose e il loro sviluppo erano immagini riflesse realizzate dall'"idea", esistente già prima del mondo in qualche luogo. Conseguentemente tutto veniva poggiato sulla testa, e il nesso reale del mondo veniva completamente rovesciato. E per quanto alcuni nessi singoli venissero concepiti da Hegel in modo giusto e geniale, pure, per le ragioni che sono state addotte, molto, anche nei dettagli, doveva riuscire rabberciato, artificioso, architettato di sana pianta, in breve, sovvertito.

Il sistema di Hegel fu come tale un colossale aborto, ma fu anche l'ultimo nel suo genere. Il fatto è che esso era affetto da un'altra contraddizione interna insanabile: da una parte aveva come suo presupposto iniziale la visione storica delle cose, secondo la quale la storia umana è un processo di sviluppo che, per sua natura, non può trovare la sua conclusione intellettuale nella scoperta di una verità cosiddetta assoluta, mentre dall'altra afferma di essere la quintessenza proprio di questa verità assoluta. Un sistema che abbracci completamente e concluda una volta per sempre la conoscenza della natura e della storia è in contraddizione con le leggi fondamentali del pensiero dialettico; la qual cosa tuttavia non esclude affatto, ma invece implica, che la conoscenza sistematica di tutto il mondo esterno possa fare di generazione in generazione dei passi da gigante» (F. Engels, Anti-Dühring, “Introduzione, I. Considerazioni generali”).

Per Engels l’hegelismo avrebbe un essenziale carattere rivoluzionario, dato dal fatto di mettere la parola fine a ogni possibile visione statica dei risultati del pensiero e dell’attività umana: la dialettica, insomma. D’altro canto, non gli mancava un aspetto conservatore, il fatto di giustificare determinate tappe storiche (ma solo in quanto tali) sia della conoscenza sia della società. Caratteristica conservatrice ma relativa, mentre quella rivoluzionaria sarebbe stata invece assoluta (l’unico possibile “assoluto”).

Secondo Sgro’, il punto è che Engels approdò al comunismo attraverso la critica dell’economia politica, avviata ben prima di Marx stesso, ma non affrontò le questioni di carattere speculativo, così da restare filosoficamente prossimo alle istanze della sinistra hegeliana, come questi passi dimostrerebbero.

La fedeltà a Hegel si riscontra proprio nella comprensione engelsiana della dialettica, che consisterebbe il carattere rivoluzionario assoluto del pensiero di Hegel. Engels recupererebbe, secondo Sgro’, la dialettica hegeliana così com’è, importandola in una metafisica materialistica, che investe, in quanto Weltanschauung (concezione del mondo), non solo la società ma anche la natura. Al contrario, il metodo dialettico di Marx era l’esatto opposto di quello hegeliano, così come il suo materialismo, attenendo ai rapporti sociali, era irriducibile a un sistema metafisico.

I problemi affrontati dall’autore trovano nella letteratura una ricca presenza di interpretazioni e tematizzazioni analoghe, di cui viene data nei due volumi ampia documentazione.

La proposta interpretativa di Sgro’, pur non chiudendo la questione, contribuisce a una riflessione sullo statuto della concezione materialistica della storia al di là di ortodossie parareligiose. Un lavoro teorico importante, che le minoranze internazionaliste dovrebbero riprendere con rigore e coraggio, come parte dell’urgente e necessario impegno per un laboratorio teorico-politico che rilanci la prospettiva del comunismo nel XXI secolo.


Giovanni Sgro’ ha messo a disposizione sulla sua pagina web l’Introduzione al Feuerbach di Engels, che è possibile leggere al seguente indirizzo: http://www.webalice.it/giovanni.sgro/Sgro', Introduzione a Engels, Feuerbach.pdf.
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