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Sovranismo, malattia infantile della nuova sinistra?

di Marco Palazzotto

Negli ultimi anni, a seguito dello scoppio della crisi europea del 2008, è nato un interesse particolare per le problematiche inerenti l’Unione Europea e l’Euro. Anche a Palermo si è letto, discusso, organizzato eventi, seminari, presentazioni di libri, riflettendo – pure nelle pagine di questo sito – sulle conseguenze della crisi europea, tentando di elaborare proposte che contrastassero gli effetti nefasti della recessione.

Dallo svolgimento di queste attività è nata la convinzione, abbastanza condivisa da un nutrito numero di persone, che nella situazione attuale l’impianto burocratico istituzionale europeo fosse immodificabile. Pertanto, occorreva occupare uno spazio di aggregazione sociale che riflettesse il malcontento generale (soprattutto quello delle fasce più deboli), cresciuto a causa delle politiche di austerità inflitte da UE, BCE e Germania.

L’obiettivo era quello di amplificare il dibattitto tendente a far crescere a sinistra una consapevolezza sull’immodificabilità dei trattati europei e quindi intraprendere una strada di lotta al fine di rompere con le regole antidemocratiche e antieconomiche europee.

Quello spazio, che oggi chiamerei non più aggregativo, ma di “consenso” (oggi va di moda il termine “populista”), in Europa è stato egemonizzato dalle destre europee e, in Italia, dalla destra che oggi siede in Parlamento e, in buona parte, nel Consiglio dei Ministri.

Nel frattempo sono nati piccoli partiti, associazioni, gruppi, movimenti di sinistra che sostengono l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, con conseguente uscita dal sistema monetario attuale. Si sostiene che l’acquisita “sovranità nazionale”, se gestita in senso egualitario e redistributivo porterebbe il nostro paese ad una ripresa dello sviluppo e ad un superamento della politica cosiddetta “neoliberista”, che ci viene oggi imposta dalla troika e dai paesi che praticano il mercantilismo.

Tralasciando gli elementi di razzismo presenti in diversi casi (ad esempio il richiamo alla teoria dell’esercito industriale di riserva di Marx, per sostenere una politica dell’ “aiutiamoli a casa loro” nei confronti dei migranti, considerati causa della deflazione salariale nostrana), assistiamo – in queste nuove formazioni politiche – ad un profluvio di citazioni di personaggi storici del comunismo italiano e non. Tali citazioni sosterrebbero l’importanza e la difesa dello Stato nazionale nella lotta di classe. Estrapolare affermazioni fuori contesto sul sovranismo da parte di Marx, Lenin, Gramsci, Togliatti, ecc. ecc. ecc. è diventato il nuovo sport sui social della cosiddetta “sinistra sovranista”. Inoltre si sprecano le analisi degli economisti patentati o fai-da-te sulla fattibilità tecnica di una rottura dei trattati per la nostra economia.

Vorrei subito chiarire che risulta impossibile oggi una modifica in senso socialista dei trattati, stanti gli attuali rapporti di forza interni e tra Stati europei. Ma la stessa situazione conflittuale non ci consente di affermare il contrario, ovvero che oggi sia possibile un ritorno al “glorioso” PCI o alla Costituzione Repubblicana uscendo dall’unione politica e monetaria europea. È un obiettivo di lungo termine che secondo me va perseguito, ma oggi l’antieuropeismo non è più terreno di scontro favorevole alle classi lavoratrici. Quel terreno da politico - quale doveva essere a parere di chi scrive - è diventato mediatico a causa degli eventi che ci hanno portato allo sdoganamento delle destre xenofobe e sovraniste in Europa. Dall’”aggregazione” quale traguardo per una nuova teoria della coscienza di classe, si è passati al “consenso” quale obiettivo per un partito populista di sinistra.

Una certa sinistra radicale ha confuso aggregazione con consenso e ha impostato una lotta con la destra ormai persa in partenza. Si combatte per rosicare qualche voto in più come sta succedendo ad esempio in Francia con il movimento di Mélenchon La France Insoumise, che ha ottenuto un 11% alle ultime elezioni legislative, ed inseguire un istituzionalismo che inciderebbe ben poco sulle posizioni conflittuali.

Guardare al primato del politico sganciato dai rapporti di produzione, abbiamo imparato dalla storia del ‘900, rappresenta una strategia rivoluzionaria perdente. Io auspico un processo che in una prospettiva neomarxista proponga un’analisi del capitalismo in chiave di intensificazione del comando sul lavoro vivo e che concepisca i movimenti politici al servizio del conflitto sociale. Solo nella sfera economico-produttiva, invece che politico-istituzionale, si può pensare ad un rilancio di un movimento dal basso.

Pertanto abbondonerei subito il dialogo con quei soggetti che confondono il piano politico con il piano della politica economica, sostenendo che uscire dai trattati è una questione tecnica di nazionalizzazioni, politiche monetarie pro-cicliche e di Lender of Last Resort delle banche centrali. Lascerei al loro destino anche quelle formazioni che sostengono una politica dell’immigrazione votata all’ “aiutiamoli a casa loro”.

Mi concentrerei invece sul discutere con quei soggetti che continuano ad avere una visione materialistica della società e che svolgono una analisi del reale tentando di capire le contraddizioni tra lavoratori e capitalisti, e tra forze produttive e rapporti di produzione, che il capitalismo genera. È alla struttura economica della società che bisogna guardare. Il modo di produzione “della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. (…) è il loro essere sociale che determina la loro coscienza”[1] e non il contrario.

 

Una nuova questione nazionale?

Sicuramente oggi dovrebbe discutersi di una nuova questione nazionale. Abbiamo assistito negli ultimi decenni ad uno sviluppo del capitalismo che ha dimostrato l’insufficienza analitica nell’interpretazione dei fenomeni globali da parte di una certa sinistra, come quella no-global (ho affrontato tale argomento in questo articolo) . Un fenomeno più caratterizzante il capitalismo moderno mi pare, invece, lo sviluppo delle catene del valore transnazionali, con un accentuarsi della centralizzazione ancora nelle aree geografiche della vecchia triade (USA, Europa Asia nord orientale).

Gli Stati nazionali non hanno mai smesso la loro funzione di apparato difensivo del potere capitalistico e le nuove politiche protezioniste degli USA - associate a mercantilismo tedesco più imperialismo cinese e russo - stanno a dimostrarlo. Soltanto il settore della finanza è quello che ha esercitato fino in fondo l’internazionalizzazione senza confini. Ma attenzione a pensare che quello della finanza sia un settore che genera ex nihilo valore e plusvalore. Rimaniamo convinti, mantenendo l’impianto categoriale del Marx maturo, che solo nello stadio di capitale produttivo (forma intermedia del ciclo completo del capitale)[2] si ha creazione di valore tendente all’accumulazione (per un approfondimento del ruolo dei mercati finanziari ho già affrontato l’argomento qui ).

A causa di questa transnazionalizzazione produttiva e globalizzazione della finanza, oggi non si può pensare ( la questione sarebbe ovviamente diversa se cambiassero i rapporti di forza di un intero - o quasi - continente ) ad un socialismo “in un solo paese”, quale potrebbe, molto ipoteticamente, venire fuori da un’uscita dall’Euro “da sinistra”.

Forse perseguendo il conflitto sociale in alcuni paesi europei, con conseguente modifica dei rapporti di produzione, si potrebbe pensare alla spaccatura con i comitati d’affari dominanti europei. Ma è uno scenario molto lontano e ipotetico. Tanto vale abbandonare il terreno populista dell’antieuropeismo ormai completamente occupato dalla lega di Salvini e suoi epigoni, valutando magari una rottura dell’Unione Europea futura, affrontando una nuova questione nazionale (ma anche meridionale ed internazionale) in una prospettiva di classe.

Ciò può avvenire immaginando anche nuove forme di aggregazione magari occupando terreni di lotta che fungano da scintilla per unire le forze.


Note
[1] K. Marx: Prefazione del 1859 a Per la critica dell’economia politica
[2] K. Marx – Il Capitale, libro II, capitoli 1-4
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