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linterferenza

Il caso Battisti: vincitori e vinti

di Fabrizio Marchi

La premessa è che ciascuno di noi deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Battisti ha scelto di intraprendere la lotta armata contro lo stato italiano e ha ucciso alcune persone (che con lo stato c’entravano ben poco, ed è questa la sua più grave colpa, per lo meno dal mio punto di vista…). Lui nega di averle uccise ma io non posso sapere se sia sincero o meno. Fatto sta che i giudici lo hanno riconosciuto colpevole e quindi per lo stato italiano lui è l’autore di quegli omicidi. E per quello che ha commesso è giusto che lui si assuma le sue responsabilità fino in fondo e sconti la pena prevista. Sotto questo aspetto c’è ben poco da aggiungere. Non stiamo parlando di una persona perseguitata per le sue idee ma di un uomo che ha ucciso o contribuito ad uccidere altri uomini in un agguato. Battisti non può essere considerato neanche un “combattente”, un “prigioniero di guerra”, perché le azioni che lui e la sua banda ponevano in essere non erano azioni di guerra. Alcune delle BR lo sono state, al di là ora del giudizio etico, umano e politico che ciascuno di noi può avere su quell’esperienza tragica che fu la lotta armata in Italia, prodotto di uno scontro sociale e politico nazionale e internazionale ben più ampio ed esteso.

Per cui non vale e non può valere per Battisti lo “status” di combattente. Con questo non voglio neanche dire che sia un criminale comune.

No, non lo era e non lo è, perché anche lui è un figlio di quell’epoca, cioè di quel grande e drammatico scontro sociale e politico che ha caratterizzato un intero quindicennio. Ma questo non cancella – come ho già detto – la sua responsabilità personale che deve assumersi in toto. E su questo non si scappa.

Le questioni che voglio porre sono altre, e sono di ordine politico. Anche perché lo spettacolo ipocrita di tutti i leader politici, da destra a “sinistra”, nessuno escluso, che ieri alla notizia dell’arresto di Battisti banchettavano intorno al suo “cadavere” era semplicemente rivoltante, da voltastomaco. E proprio l’accanimento di questi giorni mi ha sollecitato alcune riflessioni.

Domanda secca: Sharon, Begin, Netanyahu, Tzipi Livni più quelli che li hanno preceduti e tutti i loro sgherri, che hanno massacrato decine di migliaia di civili palestinesi (fra cui migliaia di bambini) nel corso di mezzo secolo, sono mai stati perseguiti?

I presidenti americani, Bush, padre e figlio, Jhonson, Reagan, Condoleeza Rice, Clinton, marito e moglie e tutti i loro generali e addetti ai lavori (cioè ai massacri…) che hanno massacrato centinaia di migliaia di civili in giro per il mondo con i bombardamenti e con gli embarghi criminali che impediscono di rifornire di medicine e cibo le popolazioni civili, sono mai stati perseguiti per crimini di guerra? Il presidente Truman che ha sganciato l’atomica su Hiroshima e Nagasaki è mai stato perseguito per crimini di guerra?

I veri mandanti delle stragi di stato (sottolineo, di stato…) che hanno insanguinato l’Italia dalla fine degli anni ’60 ai primi ’80, sono stati perseguiti? I veri mandanti delle stragi e degli omicidi di mafia (collusa con lo stato e con la classe dirigente italiana dell’epoca) che hanno insanguinato l’Italia per settant’anni, sono mai stati perseguiti?

Mai.

Da ciò se ne deduce che così come la storia la scrivono i vincitori e non i vinti, anche ad essere perseguiti, colpevoli o innocenti che siano, sono i vinti e non, ovviamente, i vincitori.

Ad essere giustiziati sono stati Milosevic, Gheddafi (per la verità, linciato in mondovisione), Saddam (volevano far fare la stessa fine anche ad Assad, ma non ci sono riusciti…), non Bush e Netanyahu. I vincitori vengono celebrati e i vinti criminalizzati. A torto o a ragione.

A finire in galera, nella stragrande maggioranza dei casi sono quelle fasce di proletariato e sottoproletariato che la società non riesce a gestire e che finiscono inevitabilmente nell’illegalità e nella criminalità. Quasi la metà della popolazione carceraria in Italia è formata da immigrati. Un caso? Ovviamente no.  Ergo, in galera, tranne rarissimi casi, non ci vanno i ricchi e i potenti ma i poveracci, colpevoli o innocenti che siano, sia gli uni che gli altri. I vincitori a casa a godersi la vita (e i loro profitti…) e i vinti in galera.

I fatti ci dicono che la giustizia è quella dei vincitori e mai quella dei vinti.

Battisti va in galera ma non ci sono mai andati né gli esecutori materiali né tanto meno i responsabili morali e politici delle centinaia di lavoratori, studenti e giovani uccisi dalla polizia dal dopoguerra fino alla fine del secolo nelle piazze italiane durante manifestazioni, scioperi o scontri di piazza. Perché? Forse quelle persone uccise valgono meno di quelle uccise da Battisti o da altri come lui? Forse il dolore dei familiari degli uni vale meno del dolore dei familiari degli altri?

Potrei continuare.

L’accanimento sul caso Battisti è politico, ovviamente, a nessuno degli esponenti politici che ora stanno facendo a gara a chi è più forcaiolo, frega nulla di lui.

La stagione grande e tragica degli anni ’70 deve essere sepolta e decodificata come un’epoca di violenza e terrorismo. Ma non è detto che ciò accada perché, in fondo, può tornare sempre utile. Salvini ha dichiarato che l’arresto di Battisti (il regalo di quel “bravo ragazzo” di Bolsonaro che invece di stare in galera è presidente del Brasile…) è solo l’inizio e che altri terroristi latitanti verranno braccati e arrestati (vivi o morti?…) nei prossimi anni. Insomma, tutto ciò che può servire a depistare l’attenzione delle masse e a scongiurare – specie di questi tempi – una possibile nuova rivolta sociale, deve essere fatto. Parigi val bene una messa, come si suol dire.

* * * *

Il caso Battisti ha aperto un vespaio

di Matteo Luca Andriola

Il caso Battisti ha giustappunto aperto un vespaio, dove però – davanti ad un giornalismo pressappochista che vive di copia/incolla da Wikipedia – abbonda l’ignoranza, ma una truce ignoranza. Innanzitutto il paragone errato fra Cesare Battisti, i suoi Proletari Armati per il Comunismo e le Brigate Rosse, che è come paragonare il PSI di Pietro Nenni col moderno PSE, o Rifondazione Comunista di Maurizio Acerbo con il Partito Comunista di Marco Rizzo: incompatibili! Ma la cosa peggiore l’ho letta da personalità di simpatie marxiste-leniniste che, per antipatia verso quella stagione di lotta armata post-sessantottina e verso Cesare Battisti (che francamente non mi è affatto simpatico…), comparano quest’ultimo a Renato Curcio. Anch’esso è un paragone errato, proprio per la natura delle Brigate Rosse, che era centralistica, verticistica e vagamente ispirata al mito delle brigate partigiane marxiste-leniniste e dei nuclei di guerriglia antimperialista presenti nel Terzo Mondo e nel Sudamerica. Una cosa simile mi fu fatta notare da Enrico Galmozzi, ex cofondatore di Prima Linea che nasce da una scissione del servizio d’ordine di Lotta Continua e poi esponenti di Potere Operaio, e che non praticò mai la gerarchizzazione della lotta armata, ma presentandosi, come spiega Andrea Tanturli in “Prima Linea. L’altra lotta armata” (DeriveApprodi, 2018), come modello organizzativo e ideologico alternativo a quello militar-leninista delle Brigate Rosse. Le BR non praticavano  lo spontaneismo armato, prerogativa di gruppi di matrice autonomista (PL, PAC di Battisti, NAP, strutturati in nuclei autonomi, spontanei, spesso rifacendosi alle tesi negriane) o dell’estrema destra (NAR), ma da una rigida struttura per lo più centralistica ispirata come scrivevo sopra, alle brigate partigiane marxiste-leniniste e ai gruppi di guerriglia sudamericana. Vi consiglio vivamente, non solo di leggere sul tema i due libri di Giorgio Galli “La storia del partito armato” (Rizzoli, 1986) e “Piombo rosso” (Baldini Castoldi Dalai, 2004) che tracciano un background di molti brigatisti, operai o studenti, spesso militanti della FGCI critici verso il PCI riformista. La scelta dell’aggettivo “partito armato”, è emblematica. I primi brigatisti volevano un PCI marxista-leninista che, finita la guerra partigiana contro i nazifascisti, avesse continuato la guerriglia antimperialista come il KKE in Grecia contro i britannici. Gruppi affini marxisti-leninisti sono i peruviani di Sendero Luminoso (maoisti, tutt’oggi in azione fra i campesinos), il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, le FARC colombiane, l’M-19, e gruppi come i GAP di Feltrinelli, Action Directe in Francia, i Gruppi comunisti combattenti in Belgio, i GRAPO, Grupos de Resistencia Antifascista Primero de Octubre, espressione della scissione maoista del PC spagnolo in lotta contro Franco, tutti collegati all’ex ala rossa dell’IRA, cioè l’INLA, all’ETA basca e ai gruppi di guerriglia palestinese come il FPLP e il FDLP, ovviamente marxisti-leninisti e con struttura centralistica e verticistica. Feltrinelli – qualcuno mesi fa, alla morte della consorte, ha parlato di “radical chic che giocava alla rivoluzione”, luogo comune montanelliano che, se detto da un liberale, da un centrista, da un neofascista o da un leghista ha senso, detto da un progressista di idee socialiste è segno di profonda superficialità – usò i suoi ingenti capitali per sostenere movimenti di guerriglia in tutto il mondo (fu capace di intrattenere rapporti con Cuba, Palestinesi ecc.) che vennero addestrati anche nella DDR e in Cecoslovacchia, dove fino agli anni ’70 lo stesso PCI selezionava quadri combattenti contro un’eventuale golpe, la “Gladio Rossa”. Domanda: se erano “anarcoidi” o “radical chic”, che supporto avrebbero ricevuto da paesi socialisti come Cecoslovacchia e DDR?

Alcuni allora tirano in ballo la scuola di lingue di Parigi Hyperion: ricordo che un conto sono le BR con Curcio, Mara Cagol e Alberto Franceschini, un’altra cosa quelle dopo l’arresto del nucleo storico, anche se è evidente che i servizi infiltravano tutti i movimenti, di sinistra, destra ecc. Va detto che l’analisi è usata da Sergio Flamigni, ex parlamentare del PCI, davanti ad un “compromesso storico” atto a sdoganare ulteriormente il principale partito della sinistra italiana come partner della DC, e congeniale a tale strategia: si derubricano le BR come corpi estranei, “fascisti rossi” pilotati dalla CIA e sprovvisti di una propria genuinità e di una propria autonomia e della legittimazione di classe, e l’asse coi democristiani è fatto.

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Comments   

#2 tonino 2019-01-22 10:49
Quoting Fabrizio Marchi:
La seconda parte dell'articolo dal titolo "Il caso Battisti ha aperto un vespaio" non è mia ma di Matteo Luca Andriola che ci ha scritto una lettera che noi abbiamo pubblicato.

Ok, ho cercato di mettere una pezza, ma il progetto era un altro, pazienza. Purtroppo gli errori sono inevitabili
Quote
#1 Fabrizio Marchi 2019-01-20 18:59
La seconda parte dell'articolo dal titolo "Il caso Battisti ha aperto un vespaio" non è mia ma di Matteo Luca Andriola che ci ha scritto una lettera che noi abbiamo pubblicato.
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