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linterferenza

La trappola

di Alessandro Visalli

La sinistra ha perso la battaglia politica per continuare ad avere una base di massa. Questa sconfitta storica è maturata, anche se su radici antiche, in questi ultimi dieci anni e si è manifestata il 4 marzo. La ristrutturazione dell’intero assetto mondiale del capitalismo, avviata nel 2008, ha portato per ora a concentrare ancora più tutta la ricchezza in pochissime mani. L’emergere di nuove tecnologie di disintermediazione, e di piattaforme fondate su inedite forme di lavoro debole, rivolte non solo ai tradizionali segmenti di classe ma estesi a forme di lavoro cognitivo e relazionale, ha creato un enorme vuoto nel centro della società ed ha destabilizzato tutte le basi di consenso.

La sinistra non ha capito nulla, altri sono stati più sensibili e rapidi, ed hanno capitalizzato sulla paura e sul legittimo sentimento di protezione.

Quando la frattura si è prodotta è emerso un tipo di discorso populista che in Italia ha tradizioni radicate, di cui una versione recente è stato Berlusconi, poi Renzi, ed ora è interpretato in modo esemplare da Salvini. Un populismo di destra che si nutre di deviazione del dolore e della rabbia verso feticci da indicare al pubblico odio. I “comunisti”, i “vecchi ceti politici” (sempre i comunisti alla fine), gli “immigrati”. Questo discorso tenta di creare popolo e darsi una base di massa indicando un “noi” sano al quale si contrappone il “loro” fonte del male che ci tocca.

La sinistra ha sempre reagito a questo schema con un sentimento di superiorità offesa che fa il suo gioco, confermandosi come quel ceto separato e incomprensibile che non vive i problemi del “noi”.

E’ come una falena alla quale viene accesa una luce, per la sinistra è irresistibile seguirla.

Il discorso di Salvini è una trappola perfetta, si rinnoverà ogni volta che una o l’altra delle navi trarrà in salvo qualche poveraccio che è stato appositamente abbandonato da criminali senza alcuno scrupolo. Saremo sempre sotto ricatto morale, e sempre sotto la colpa, lo saremo noi falene che vediamo la luce. Quella luce che ci è stata accesa per tenerci qui. A guardarla.

Più staremo fermi a guardare questa luce, catturati nel perimetro di un discorso che si lascia articolare solo nel linguaggio apolitico della morale, più dimenticheremo le altre ingiustizie, il lavoro precario, le case inesistenti, le città disastrate, i servizi degradati, le persone che muoiono abbandonate, gli anziani che non possono mangiare, i milioni di ragazzi che passano il tempo a guardare you tube o istagram, perché ormai non studiano e mai lavoreranno, …

Noi, però, apparteniamo alla tribù delle falene, e chi non guarda la luce ne viene espulso.

Salvini lo sa. Da giovane era della tribù, si sopravvive in essa solo se si è ‘politicamente corretti’ e se si hanno i sentimenti morali appropriati. Perché è la tribù dei buoni, la casa dei giusti.

Salvini lo sa, e con le sue brutali provocazioni ci tiene lì, fissi, a guardare la luce, mentre tutti coloro che sono presi nella ristrutturazione vanno a costituire la sua base di massa.

Vincerà sempre, per questo. O almeno vincerà uno come lui.

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Comments   

#1 Fabrizio Marchi 2019-02-04 01:08
Condivido questo articolo dell’amico e compagno Alessandro Visalli, con alcune riflessioni.
La prima:
Se non ci fossero barconi abbandonati nel mare da criminali senza scrupoli, Salvini li inventerebbe pur di alimentare la sua narrazione e la sua criminale politica.
Perchè come sono criminali gli scafisti e le mafie che speculano sulla pelle degli immigrati (cioè di esseri umani espulsi dalla loro terra dallo sfruttamento, dal colonialismo e dalle guerre imperialiste dell’Occidente), criminale è anche chi specula politicamente, come Salvini, sulla pelle di quelle persone.
E questo va detto, SENZA SE E SENZA MA e SENZA AMBIGUITA’.
La seconda:
Se si vuole ricostruire una autentica e moderna forza socialista e di classe, bisogna avere CORAGGIO, dire le cose come le vediamo, anche in questo caso senza paure, tentennamenti e opportunismi di qualsiasi natura. In NESSUNA direzione.
Senza quel coraggio non si va da nessuna parte.
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