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Alla Bce sono rimaste da sparare soltanto le parole

di Claudio Conti

Bisogna dar atto a Mario Draghi di essere uno dei pochi decisori europei a mentenere un ancoraggio formale al proprio ruolo istituzionale, evitando qualsiasi dichiarazione non perfettamente meditata. Dote rara, in tempi in cui la “classe dirigente” ama adottare un linguaggio “popolaresco” e toni alti.

Proprio per questo ogni volta che Draghi apre bocca si possono cogliere in controluce i problemi che cerca di risolvere o esorcizzare; anche perché i mezzi concreti sembrano ormai scarseggiare.

Per esempio. Ieri, nel corso dalla rituale audizione davanti al cosiddetto parlamento di Strasburgo (che non è tale, non disponendo del potere legislativo), ha ripetuto dopo anni la frase ormai famosa: l'euro è irreversibile. Erano quasi due anni che non sentiva la necessità di ripeterlo, e non è stata certo la pressione dell'europarlamentare che aveva posto la domanda, Marco Zanni (M5S), a costringerlo. A maggio 2015 si stava discutendo apertamente di Grexit, con il governo Tsipras apparentemente intenzionato a non sottostare ai diktat della Troika, fino ad indire un referendum per il sì o no al “memorandum”. Sappiamo come è finita, due mesi dopo-

Ma quella volta Draghi aggiunse che «l'uscita di uno Stato membro dell'euro non è prevista dai trattati». Ieri invece ha usato una formula molto più dubitativa: “comunque la Bce non ha alcun potere legislativo per obbligare i Paesi membri a restare” nell’unione monetaria.

Il problema è che in queste settimane non solo ha ripreso quota la possibilità di un'uscita della Grecia – perché cacciata, non per libera scelta – ma sta prendendo corpo con molta rapidità il progetto di trasformare radicalmente la stessa Unione Europea in direzione di “un'Europa a due o più velocità”. Il suggerimento era arrivato da un fronte piuttosto disomogeneo – i ricchi Olanda e Lussemburgo, oltre al derelitto Portogallo – ma soprattutto ha trovato l'avallo decisivo di Angela Merkel, anche lei sotto pressione elettorale (si vota in autunno) e stretta tra un Spd in inattesa risalita e un'Afd “euroscettica” che erode proprio il bacino di consensi tradizionalmente presidiato da Cdu e Csu.

Oggi, dunque, una profonda revisione dei trattati – che due anni fa sembrava impossibile – è sul tavolo dei capi di governo che tra un mese e mezzo saranno a Roma per celebrare il 60° anniversario del Trattato di Roma, data di nascita di quella che poi è diventata l'Unione Europea. In quella sede, secondo la Merkel, dovrebbe esser sottoscritta la dichiarazione comune a favore di una separazione di fatto tra un'area core, fatta di paesi che non hanno problemi a stare nei parametri di Maastricht, e un'altra (come minimo) di paesi in difficoltà perenne.

Se questo è il quadro a brevissimo termine, Draghi non poteva far altro che alzare il suo scudo verbale (l'euro è irreversibile) sulla moneta da lui governata e tacere sulle prospettive politiche. «È troppo presto per commentare – ha risposto ad una domanda su questo tema – Non si capisce chi, come, cosa, dove. Il concetto non è stato sviluppato. Si tratta, come dire, di una visione appena abbozzata. Non posso fare alcun commento a questo stadio».

Appunto. Dipenderà da quali paesi staranno in un'area o in un'altra, dal loro peso economico e di popolazione, da quali trattati regoleranno i rapporti tra le due aree, ecc. Ma difficilmente si può immaginare una Unione divisa in due che mantiene la stessa moneta, a beneficio esclusivo – addirittura rafforzato – dell'area forte.

D'altro canto, il quadro globale è sotto stress in attesa di capire fino in fondo quanto il “nuovo ordine” postulato dalla nuova politica statunitense peserà sulla tenuta e gli equilibri del continente europeo. Anche questo tema è entrato di prepotenza nell'audizione di Draghi, anche perché solo pochi giorni fa lo stesso Trump e il suo consigliere Navarro avevano indicato nell'euro un problema per la crescita globale, in quanto “sottovalutato” e utile quasi soltanto alla Germania.

Paradossalmente ma non troppo, in una intervista, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble lo aveva praticamente ammesso, ma solo per criticare ancora una volta l'operato di Draghi e il suo quantitative easing. «Quando il presidente della Bce ha deciso di iniziare una politica monetaria espansiva, gli dissi che avrebbe provocato un aumento dell'export tedesco (…) Gli promisi ai tempi di non criticare pubblicamente la sua politica. Ciò detto, non voglio neppure essere criticato per le conseguenze della sua politica». E per essere ancora più chiaro, l'euro «è troppo basso per la competitività dell'economia tedesca».

In un mercato unico, però, ciò che va troppo a vantaggio di qualcuno, va a svantaggio di altri. E i paesi mediterranei – Francia compresa – hanno pagato carissima l'austerità accoppiata a una moneta che non rispecchia una produttività uguale per tutti. E' in questo senso che la frase altrimenti banale pronunciata ancora una volta da Draghi – «l'istituto monetario deve guardare alla zona euro nel suo insieme» – segnala la consapevolezza che la moneta unica non riesce a tenere omogenei né i tassi di inflazione (suo compito statutario), né il ritmo di sviluppo e neanche la dinamiche dei debiti pubblici. Ogni azione compiuta dalla Bce, qualunque sia l'intenzione di partenza, finisce per favorire soprattutto i forti (la Germania, oltre a un export in surplus utradecennale, rifinanzia praticamente gratis il proprio debito grazie a tassi di fatto negativi e alla grande domanda di titoli sicuri), mentre per i paesi Piigs – al massimo – si puà parlare di un effetto di calmieramento del servizio del debito (gli interessi da pagare). Segnale che il problema è nella moneta, prima che nella politica monetaria del momento.

E' la preoccupazione dei “mercati” finanziari a breve termine, e che sta facendo risalire lo spread tra tutti i i titoli di stato europei rispetto a quelli tedeschi (quello italiano ha superato dopo tre anni quota 200). Ad aprile, infatti, la Bce comincerà a ridurre la portata dei propri acquisti di titoli da 80 a 60 miliardi al mese. Di fatto, dunque, comprerà anche meno titoli “piigs”, contribuendo a deprimerne il prezzo e far salire il rendimento (gli interessi da pagare).

L'annus horribilis dell'Unione Europea non è ancora iniziato sul serio (le trattative per la Brexit cominceranno in marzo, così come il voto olandese; poi il voto francese e infine quello tedesco, dando per assodato che qui in Italia si faranno salti mortali per non andare al voto prime del prossimo febbraio) e già siamo in piena fibrillazione.

Chissà che pensieri strambi staranno agitando le menti degli “europeisti di sinistra”…

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