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La questione di classe è una questione di genere

di Giovanna Vertova

Gli attacchi al mondo del lavoro, da parte del capitalismo globale finanziario, non hanno gli stessi effetti su lavoratori e lavoratrici. Inoltre, per comprendere il fenomeno, occorre distinguere i fenomeni esogeni, che hanno portato all’instaurazione di questo nuovo modello capitalistico, ed i fenomeni endogeni, economici ma anche politicamente voluti e controllati. Per esempio, la trasformazione della Cina e dei paesi del blocco sovietico in paesi ormai capitalistici ha avuto come effetto un raddoppio della forza lavoro mondiale, permettendo così un dumping sociale su scala globale. Questo è stato un fatto esogeno. Al contrario, la finanziarizzazione dell’economia è il risultato di scelte anche politiche. La finanziarizzazione è nata anche perché politicamente si sono permesse “innovazioni” degli strumenti finanziari, la nascita dei derivati, etc. L’amministrazione Clinton ha cancellato il Glass-Stegall Act – la legge bancaria del 1933, introdotta a seguito della crisi del 1929, che prevedeva una netta separazione tra l’attività bancaria tradizionale e quella di investimento – seguendo la logica della de-regolamentazione del settore bancario-finanziario. Anche la liberalizzazione dei movimenti di capitale è stata politicamente fortemente voluta. L’integrazione europea con questo tipo di euro è il risultato di scelte politiche.

Fatta questa premessa, va sottolineato che l’attacco al mondo del lavoro da parte di questo “nuovo” modello capitalistico avviene in un modo diretto ed in uno indiretto.

Il primo è legato alla trasformazione della corporate governance dell’impresa: l’impresa quotata in borsa deve ottenere risultati aziendali che facciano valorizzare le proprie azioni e lo deve fare nel minore tempo possibile (c’è quindi una spinta verso obiettivi di breve, se non di brevissimo, periodo). Le ristrutturazioni aziendali – cioè i licenziamenti mascherati – insieme ad un’intensificazione dell’uso della forza-lavoro sono gli strumenti con cui l’azienda persegue la valorizzazione delle proprie azioni. In aggiunta, il potere dei mercati finanziari ha giocato pesantemente nella crisi del debito sovrano. I paesi più indebitati sono attaccati più di altri. A questi vengono richieste politiche di austerità più pesanti. Tuttavia, è bene ricordare che queste politiche non sono mai neutre rispetto al genere. I tagli alla spesa pubblica di carattere sociale pesano sempre di più sulle lavoratrici, obbligate a diventare gli ammortizzatori sociali di un welfare inesistente. Infine, ma non meno preoccupante, la finanziarizzazione dell’economia sta spingendo verso la mercificazione di gran parte dei servizi sociali pubblici. Da una parte, la svendita dei “gioielli di famiglia” viene giustificata con l’idea di ridurre il debito pubblico, sempre in un’ottica di breve termine. Dall’altra, pensioni, istruzione e sanità sono gli “spazi” che il capitale conquista per fare “nuovi” profitti. La finanziarizzazione sta conducendo alla svendita del sistema di welfare, con la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità e dei servizi sociali.

In questo nuovo modello, sia il lavoro produttivo di plusvalore (il lavoro salariato, marxianamente inteso) sia il lavoro per la riproduzione sociale della forza-lavoro sono le uniche variabili dipendenti, obbligate ad adeguarsi a tutti gli aggiustamenti (l’accresciuta competizione internazionale, il debito pubblico, etc.).

Esattamente come il capitalismo non è neutro rispetto alla classe, non è nemmeno neutro rispetto al genere. Quindi gli attacchi al mondo del lavoro hanno ripercussioni diverse su lavoratori e lavoratrici. Limitando l’analisi alla struttura del mercato del lavoro prima della crisi (2007), il tasso di femminilizzazione delle persone occupate mostra che la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è quantitativamente più limitata (il 39,5% del totale delle persone occupate sono donne) e certo più bassa di quella che si registra in altre aree avanzate (46,4% negli USA, 45,0% nell’Unione Europea, 44,0% nell’euro-zona, 41,4% in Giappone). Le difficoltà per le donne di partecipare al mercato del lavoro sono legate al problema della conciliazione tra lavoro pagato (fuori casa) e responsabilità familiari (lavoro domestico, lavoro di cura, e altro) e, quindi, alla politica fiscale del governo e all’offerta di servizi sociali pubblici. Inoltre, anche il percorso lavorativo tra uomini e donne è molto diverso. In generale (collocandoci prima della crisi), l’uomo ha una presenza più continuativa nel mercato del lavoro (una volta entrato tende a restarci fino alla pensione); la donna più discontinua (la sua partecipazione è spesso subordinata alla nascita della prole).

Esistono anche delle differenze qualitative tra uomini e donne nelle modalità di partecipare al mercato del lavoro:

– la segregazione occupazionale orizzontale, per cui uomini e donne sono concentrati in settori e mestieri diversi; e quella verticale, per cui le donne fanno fatica a raggiungere le posizioni apicali di qualsiasi professione. Se, oltre alla dimensione di genere, si guarda ad una dimensione di cittadinanza, le donne fanno le badanti, gli uomini i muratori;

– la disuguaglianza contrattuale, per cui uomini e donne sono occupati con contratti diversi. Per quanto riguarda i contratti atipici, la quota è abbastanza equamente divisa tra uomini e donne. Tuttavia, il Rapporto Annuale 2012 dell’Istat suggerisce che le donne sono maggiormente esposte al rischio di un mancato rinnovo dei contratti atipici per via della gravidanza ed hanno una più alta permanenza nella situazioni contrattuali atipiche rispetto agli uomini. Il caso della lettera delle dimissioni in bianco è un esempio lampante. Inoltre, le donne coprono l’80% dei contratti part-time, tipologia contrattuale creata appositamente per facilitare l’entrata delle donne nel mercato del lavoro, alleggerendo il problema della conciliazione. Tuttavia, la letteratura scientifica più recente mostra come il part-time concorra a rinforzare la segregazione occupazionale. Infine, il 35% del part-time femminile è involontario, cioè subito dalla lavoratrice che, al contrario, preferirebbe lavorare full-time;

– la disuguaglianza retributiva (gender pay gap), per cui gli uomini guadagnano di più, sia a parità di lavoro che come monte salari. Ovvio risultato delle disparità precedenti;

– la disuguaglianza pensionistica, per cui alla fine della carriera lavorativa le donne hanno pensioni più basse.

Quindi, quando si parla di attacco al mondo del lavoro, bisognerebbe sempre distinguere gli effetti sui lavoratori e sulle lavoratrici.

Tuttavia, il punto fondamentale è che quando si parla di attacco al mondo del lavoro e lo si vuol fare in un’ottica di genere non si può pensare solo al lavoro produttivo, ma bisogna guardare anche alla dimensione della riproduzione sociale della forza-lavoro. Questi due ambiti devono sempre essere considerati all’unisono. Solo così si potranno tenere in considerazione le condizioni delle lavoratrici. Purtroppo, anche nella sinistra radicale i due ambiti sono spesso considerati separatamente: da un lato c’è il mercato del lavoro, che subisce gli attacchi di cui sopra, dall’altro c’è il welfare, che è spesso considerato solo in termini di diritti (diritto alla salute, all’istruzione, alla pensione, etc.). Non è mai sufficientemente esplicitato il fatto che il welfare, le politiche fiscali e tutto quello che avviene nella sfera della riproduzione sociale della forza-lavoro hanno un impatto pesantissimo sulla possibilità per le lavoratrici di partecipare al mondo del lavoro. Fino a quando saranno sempre e solo le donne a dover conciliare tra il lavoro salariato e il lavoro domestico e di cura (e sarebbe anche il caso di mettere in discussione questo “modello” patriarcale), un welfare funzionante ed efficiente è una condizione necessaria, anche se non sufficiente, perché le donne possano entrare nel mercato del lavoro e diventare economicamente indipendenti. Il welfare non può, quindi, essere considerato solo in termini di diritti ma anche come le necessarie infrastrutture sociali che permettono alle lavoratrici la via dell’indipendenza economica.

Purtroppo, quello che si viene a creare è un circolo vizioso tra il lavoro salariato ed il lavoro di cura. Le lavoratrici partecipano in modo quantitativamente minore e qualitativamente peggiore al mercato del lavoro. Questo fa sì che spesso le donne siano viste come le percettrici del secondo reddito, in quanto il loro contributo al bilancio familiare è minore. Così, quando si pone un problema di conciliazione, che implica sempre una riduzione dello stipendio (giorni di malattia e permessi per accudire la prole e/o i genitori anziani), ha economicamente senso che la rinuncia ricada sulla persona con il salario più basso. La donna si fa carico del lavoro domestico e di cura, rinunciano a parte del lavoro pagato, questo crea problemi alla sua partecipazione e/o rientro nel mercato del lavoro, relegandola a lavori meno remunerati, e rendendola la persona più idonea a rinunciare a parte del lavoro pagato ogni volta che si pone il problema. Ed il circolo vizioso ricomincia. Solo un welfare socialmente utile, universale e gratuito può rompere questo circolo vizioso.

Come diceva Marx nel 1868: «chiunque conosca qualcosa di storia sa che i grandi cambiamenti sociali non possono avvenire senza anche una grande ribellione delle donne. Il progresso sociale può essere misurato esattamente dalla posizione sociale del sesso debole». Se così è, bisogna riconoscere che il capitalismo globale finanziario ha portato solo regressi.


* In Fondazione Cercare Ancora, Capitalismo finanziario globale e democrazia in Europa, Ediesse, Roma 2014

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