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ilsimplicissimus

L’elefante nella cristalleria degli inganni

di ilsimplicissimus

Amo quest’uomo che ogni fibra del mio corpo respinge. Ogni giorno che passa mi si conferma la straordinaria capacità di Trump di mandare all’aria la cristalleria di rappresentanza che costituisce la facciata spendibile e sostenibile delle neo oligarchie, quella che nasconde dietro i luccichii la messa in mora della democrazia e dell’uguaglianza: l’elefante in salotto questa volta ha mandato all’aria gli accordi di Parigi sul clima, suscitando l’immediata reazione degli ambientalisti e anche di quei progressisti a voucher che sono il miglior alleato della reazione. Trump ha semplicemente abbattuto a martellate il muro che separa l’America reale da quella con i graffiti delle buone intenzioni che campeggia in facciata.

Infatti nè Clinton, né Bush, né Obama hanno mai accettato di firmare il protocollo di Kyoto che costituisce il prototipo di questo tipi di accordi e a cui hanno aderito praticamente tutti i Paesi del mondo tranne appunto Stati Uniti e Canada, quest’ ultimo indotto nel 2011 a ritirarsi per poter sfruttare a capofitto le sabbie bituminose, cosa che dimostra al di là di ogni dubbio che ambiente e mercato – profitto sono  agli antipodi.  In questo senso gli Usa avevano già fatto la loro scelta strategica negli anni di Obama quando il presidente e lo stato profondo che lo guidava avevano deciso di premere l’acceleratore sul fraking per poter ritornare ad essere esportatori di petrolio anche a costo di utilizzare tecniche non solo costose, ma anche molto penalizzanti per l’ambiente. E’ inutile giraci attorno: le perdite di gas che il fracking in sé comporta e che sono aumentate a dismisura dall’incoscienza di molti frack petrolieri che del gas non sanno che farsene perché in Usa è poco usato, non hanno le risorse per investire a lungo termine nel suo sfruttamento e lo disperdono in atmosfera (la proposta di vendere gas all’Europa sostituendo la Russia come fornitore era in qualche modo funzionale a metterci una pezza) costituiscono una  delle maggiori componenti dell’attentato al clima: il metano che è il princpale componente di queste estrazioni secondarie ha un effetto serra 33 volte più grande della Co2.

Ora, gli accordi di Parigi erano un’occasione unica per tinteggiare di buona volontà un cattivo razzolare: innanzitutto proponevano azioni tardive e del tutto insufficienti a frenare il riscaldamento climatico sotto i 2 gradi, ma erano anche un capolavoro di ambiguità perché erano formalmente vincolanti, ma non proponevano controlli, né tantomeno sanzioni, non facevano nessun riferimento alla riduzione dell’utilizzo di combustibili fossili, carbone compreso e nemmeno dicevano qualcosa in merito all’azzeramento progressivo dei 5300 miliardi di dollari annui di sussidi alle fonti fossili. Si può ben dire che il protocollo di Parigi costituisca una svolta storica, ma per i motivi esattamente contrari a quelli sventolati nel 2015: essi dimostrano in via definitiva l’impossibilità di ottenere concretamente il rispetto dell’ambiente e della vita umana stessa dentro questo contesto economico, ma anche la volontà di far credere alle opinioni pubbliche che si stanno facendo grandi cose: non è certo un mistero che i temi dell’ecologia sono per così dire all’opposizione, tra quelli chiave dell’elaborazione politica anti liberista e anti oligarchica presente e futura.

Dunque non si può che ringraziare Trump per aver ritirato la firma dall’accordo del 2015 e per aver cancellato definitivamente l’illusione che si possa salvare il pianeta all’interno del paradigma neo liberista. Chi si scandalizza probabilmente non capisce che dal punto pratico questo cambia poco o nulla, che è solo un fatto di immagine, che l’America di Trump è più vicina a quella vera che non ai trompe l’oeil obamiano: ma probabilmente questo è un grave dispetto fatto alla tranquilla e serena cattiva coscienza di troppi.

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